Gli occhi di Gerusalemme est sulla Domenica delle Palme
Un fiume di persone scende dal Monte degli Ulivi, canta, ride, batte mani. Le palme verdi sovrastano la folla in festa, la Porta dei Leoni apre la strada per la Città Vecchia. La festa non è solo cristiana: dalle finestre e le terrazze del quartiere di Gerusalemme Est le famiglie arabe salutano e sorridono ai partecipanti. Ma agli angoli delle strade, i soldati israeliani e i loro fucili riportano la folla sulla terra: la giornata di festa non cancella l’occupazione. Ecco i tanti occhi, diversi e contradditori, di Gerusalemme. “Controllano ogni aspetto delle nostre vite: espulsioni, umiliazioni quotidiane, colonizzazione e violenze, manipolazione dei credi religiosi e della narrativa storica, leggi e regolamenti che supportano l’oppressione, un uso della forza militare tirannico e capillare, la costruzione del Muro nei nostri quartieri, assedio, impoverimento, blocco della mobilità e negazione del nostro futuro”. Questa è Gerusalemme Est nelle parole di Hind Khoury, ex ambasciatore palestinese in Francia.
Data: 14 luglio 2011
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Cittadini senza cittadinanza
Immaginate di vivere nella vostra città, da anni, da decenni. Ma di essere obbligati a non uscirne più, né per un viaggio, né per un lavoro temporaneo o per studiare all’estero. Perché se ve ne andate, perdete ogni diritto di residenza. È quanto succede ai palestinesi di Gerusalemme Est, in bilico tra cittadinanza e semplice residenza. In un limbo, in una prigione: non sono considerati cittadini, ma solo “residenti permanenti”. Se si allontanano dalla loro casa, si vedono revocare anche questo fragile permesso di vivere a Gerusalemme. Revoche che sono state recapitate a persone che si sono trasferite per pochi mesi a Betlemme (dieci chilometri da Gerusalemme) per motivi di lavoro o che hanno studiato per un anno in un’università fuori dai confini d’Israele. Nel 2008 sono state ben 4.577 le revoche dei permessi di residenza, circa 15.000 dal 1967. Cittadini senza cittadinanza. -
La lista nera delle scuole di Gerusalemme Est
Scuole arabe, libri di testo israeliani. È la nuova proposta del Comune di Gerusalemme: obbligare tutte le scuole di Gerusalemme Est ad utilizzare libri e materiale didattico del Dipartimento dell’Educazione Israeliano. Insomma, vietato insegnare la storia e la cultura palestinese, pena il taglio dei finanziamenti. Un primo passo in questa direzione è stato compiuto il 30 marzo, Giorno della Terra, commemorazione dell’uccisione di sei giovani palestinesi per mano israeliana, ammazzati mentre cercavano di difendere la loro terra dalla confisca. Il Ministero dell’Educazione ha inviato i propri funzionari nelle scuole di Gerusalemme Est per redigere la lista nera degli insegnanti e gli alunni assenti. E ora una nuova legge vieta ad ogni ufficio pubblico, comprese le scuole, di commemorare il Giorno della Nakba (15 maggio): vietato ricordare la morte, l’espulsione e la fuga di migliaia di palestinesi dalle loro città e dai villaggi nel 1948, data di nascita dello Stato d’Israele. -
Le mani tese degli attivisti israeliani
Gerusalemme Est è divisa ma non mancano le mani tese. E con loro arrivano anche le buone notizie. Le mani tese sono quelle degli attivisti israeliani, impegnati in una battaglia per loro ancora più dura: sfidare il loro stesso governo in nome dell’uguaglianza tra arabi ed ebrei. È il caso del Sheikh Jarrah Solidarity Movement, un gruppo misto israelo-palestinese che lotta contro la colonizzazione del quartiere di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est. Dal 1990 i coloni israeliani hanno iniziato ad occupare terre e espropriare le case dei seimila palestinesi residenti. Dove sta la bella notizia? Ad aprile il giudice israeliano Chiam li-Ran ha imposto alla polizia di Gerusalemme di risarcire con oltre 7mila dollari quattro attivisti israeliani arrestati a febbraio durante una manifestazione a difesa di Sheikh Jarrah. La polizia li aveva rilasciati solo dietro la condizione di non partecipare più a dimostrazioni anti-governative. Il giudice non è stato dello stesso avviso: uno Stato che aspira a definirsi democrazia deve garantire libertà di espressione.
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