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La Verita', cos'e' la Verita'...

Tra verita' e menzogna c'e' una zona grigia indefinita...
2 dicembre 2007 - Aldo Vincent

VERITA’, COS’E’ LA VERITA’
di Aldo Vincent
poi ci sono le stronzate...
Sembra una definizione semplice: una affermazione può dirsi vera se si riferisce a ciò che realmente esiste. Questa concezione della verità viene generalmente definita "teoria della corrispondenza", e coincide sostanzialmente con l'idea della verità che viene offerta dal linguaggio comune.
Si possono distinguere affermazioni vere o false secondo alcuni criteri di base:
1- Il consenso di una comunità che stabilisce (spontaneamente o forzatamente) cosa all’interno della propria collettività si debba ritenere vero o falso.
2- L’utilità pratica di un concetto ritenuto vero se presenta soluzioni efficaci.
3- La coerenza con altri elementi ritenuti veri che costituiscono un sistema.
4- Plausibilità dell’enunciato attraverso osservazioni.

Si potrebbe obiettare che per esempio al punto 1-, se in un sistema chiuso e praticamente inaccessibile (per esempio Cuba) il colore bianco, per ragioni ambientali storiche o chimiche virasse fino a diventare un grigiastro indefinito e le autorità locali comunicassero al popolo che in nome della rivoluzione, della tradizione e della memoria questo colore indefinito si continuerà a chiamare bianco, essendo il popolo stato informato, non si tratterebbe di una menzogna, però agli occhi degli Americani o di chiunque altro fuori da detto sistema, l’affermazione risulterebbe menzognera, perché mancante – per loro – dei punti 3 e 4 dei criteri con il quale abbiamo definito la verità.

Anche l’utilità pratica del punto 2- può essere messa in dubbio in quanto non è detto che altrettante menzogne non siano, all’atto pratico, vantaggiose e si potrebbe obiettare che l’evidenza del punto 4
Potrebbe anche essere frutto d’inganni.

Nella filosofia contemporanea si sta facendo strada una teoria secondo la quale i concetti assoluti come libertà, verità e consimili, vadano collocati nel campo che sta tra l’immaginazione e il non attuato. Emanuele Severino, in una suam recente conferenza, in questo campo ci metteva pure il concetto di Pace…

Tutti sogniamo un mondo in cui ognuno è sincero e fiducioso nei confronti dell'altro e viene a sua volta ripagato con pari sincerità. Ma un mondo senza menzogna sarebbe migliore?
Potremmo sopravvivere senza mentire?
Se tutti dicessero sempre la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità ci sarebbe ancora una differenza, per esempio, tra buona educazione ed ipocrisia?
In questo mondo, la menzogna e l'inganno convivono con la sincerità e la correttezza.
Appare dunque difficile catalogare verità e menzogne nei processi, nell’arte, nella propaganda, e soprattutto nella comunicazione.

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Citazioni:

Una psicologa francese e una ricerca durata 30 anni
"Siamo bugiardi per indole, è indispensabile"
Studio sull'arte della menzogna
"Mentiamo due volte al giorno"
I bambini e le coppie lo fanno ancora più spesso
PARIGI - Per educazione, per interesse, per paura, i motivi si moltiplicano ma il risultato è sempre quello: tutti quanti raccontiamo almeno due bugie al giorno. Detto in altri termini, passiamo un quarto della vita sociale a mentire. Sono i risultati di trent'anni di lavoro sulle menzogne, riassunti in un libro apparso in Francia dal titolo "Psychologie du menteur" (Psicologia del mentitore) della psicologa sociale Claudine Biland, di cui scrive oggi il quotidiano Le Parisien.

Sul lavoro come nell'amore, si sprecano le menzogne, smascherate solo nel 18% dei casi. "Mentire - afferma l'autrice - è una pratica che s'impara molto presto". E non potrebbe essere altrimenti, anche considerando ciò che suggerisce l'educazione.

"Sebbene i genitori non smettano di ripetere ai loro bambini che è 'brutto' mentire, fanno loro gli occhiacci perché non ripetano alla vicina che non sopportano il suo cane, le convenienze sono piene di bugie".

Così, se verso i tre anni il 62% dei bambini ha imparato a negare di aver trasgredito un divieto, a 5 anni la percentuale raggiunge il 100%.

Ma questa sorta di "sindrome di Pinocchio" va ben oltre l'infanzia. Per esempio, all'inizio di una storia d'amore, quando ancora è in gioco il meccanismo della seduzione, due persone si mentono in media una volta ogni dieci minuti.

E se nelle coppie consolidate si mente meno, è pur vero che spesso si pecca di "bugie per omissione", verità non travisate ma nemmeno raccontate.

Con qualche differenza tra i due sessi. Le donne "sono grandi specialiste di bugie altruiste - spiega Claudine Biland - quelle che si dicono per fare piacere, 'Oh! com'è carino il tuo vestito'". Gli uomini ne raccontano di "più discrete e più egoiste. Tipo: 'Ho lavorato come un matto tutto il week-end' - esemplifica la psicologa - per descrivere due ore di lavoro".

Non parliamo poi del posto di lavoro, dove tutti non fanno che raccontarsi frottole, soprattutto per rispetto delle gerarchie. Al punto che, sostiene Luc Loquen, giurista in diritto sociale e autore del libro "Le mensonge dans l'entreprise", (Le menzogne nel mondo dell'impresa), "la bugia si è generalizzata e si è insinuata negli ingranaggi dell'impresa".

Talvolta con conseguenze gravi, come nel caso del crollo di una parte dell'aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle, lo scorso maggio: "Si tratta di una tipica bugia di struttura. Per ragioni di organizzazione o rispetto dei termini - sostiene Loquen - i dipendenti non hanno segnalato i rischi relativi ai materiali usati".

Tuttavia, spiega Claudine Biland, mentire è normale e fa parte dei rapporti sociali. "Più ci sono relazioni umane, più ci sono bugie. Mentire è una valvola, un regolatore, una protezione... uno strumento di comunicazione come un altro".

La Menzogna

I valori comunemente accettati dalla società contemporanea sono basati su delle menzogne: Nietzsche demitizza e dissacra i sistemi metafisici, morali e religiosi che l'uomo si è costruito per resistere alla paura della vita.
La menzogna della cultura
Nietzsche si interessò alla cultura, sia a quella classica che a quella contemporanea.
Affrontò in modo originale l'analisi della cultura classica, come documenta la sua tesi sulla Nascita della tragedia (1872), con la celebre distinzione tra apollineo e dionisiaco.

Apollo
luminoso, ben definito
forma, plasticità, arti figurative;
razionalità, controllo degli istinti, misura e equilibrio;
distacco (Apollo l'obliquo, che uccide con le frecce, distaccato dalla vittima)

Dioniso
oscuro e irrazionale, indefinito/ambiguo
informità, musica e danza;
vitale, spontaneità, ebbrezza, orgiastico;
si unisce alle sue vittime. la vita è pervasa dal dolore e dall'assurdo: l'arte tende a trasfigurare tali aspetti sia nella commedia, sia nella tragedia

La tragedia greca univa questi due aspetti: quello apollineo, espresso dalle arti figurative con la loro scenicità, e quello dionisiaco, espresso dalle musica con la sua incontenibilità in forme determinate, simbolo della vita spontanea.

Nella visione di Nietzsche, la tragedia nasce dallo spirito della musica. Il coro infatti, narra dell'esistenza di un dio (Dionisio) la cui ebbrezza si oppone all'autocoscienza e alla ragione di un altro dio (Apollo). Il primo e' il dio delle belle forme, dell'armonia, della semplicità e dell'autocoscienza, ma esso può essere tale solo nel confronto con lo spirito orgiastico di Dioniso, di modo che la bellezza delle forme classiche e' la reazione alla virilità e della vitalità del dionisiaco.
(La Gaia scienza, n.125).

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Bene, dopo aver analizzato (purtroppo superficialmente) il concetto di verità e menzogna, veniamo a quella sezione grigia che sta fra le due cose:

LE STRONZATE

Non so come non abbia fatto clamore Silvio Nazionale che ha definito stronzate gli argomenti portati da Prodi nell’ultima campagna elettorale.
Eppure ci hanno già scritto sopra, con estrema competenza, Max Black, Harry Frankfurt e Umberto Eco. Parrebbe superfluo ritornarci sopra, e invece sì.

Il mio dizionario non riporta la parola in questione, ma si avvicina molto con la definizione del termine SCIOCCHEZZA (gli inglesi la definiscono bullshit, cioè merda di toro):
“Azione o parola fatta o detta senza riflettere, cosa da nulla.”
Invece a parer mio, la stronzata va molto più in là della cosa da nulla. Essa è infatti una frase o un’azione scientemente premeditata con lo scopo di fornire una falsa rappresentazione ingannante – senza con ciò arrivare alla menzogna, che sarebbe facilmente smontabile – dei propri reali pensieri sentimenti o attitudini.
‘’Si tratta dunque, primo, di definire in che senso una stronzata sia cosa più forte di una sciocchezza e, secondo, che cosa significhi fornire una falsa rappresentazione di qualcosa senza mentire. Quello che caratterizza la stronzata rispetto alla sciocchezza è che essa è una affermazione certamente errata, pronunciata per far credere qualcosa di noi, ma chi parla non si preoccupa affatto di sapere se dice il vero o il falso’’ (Eco)

. "Quello che di sé ci nasconde chi racconta stronzate. è che i valori di verità delle sue asserzioni non sono al centro del suo interesse. I campi della pubblicità e delle pubbliche relazioni e quello, oggi strettamente correlato, della politica, sono pieni di stronzate così assolute da essere diventati ormai indiscussi paradigmi del concetto" (Frankfurt).
Il fine della stronzata non è quello di ingannare sullo stato delle cose, perché basterebbe mentire.
Il suo compito, invece, specie in politica, è quello di ingannare un pubblico dalle scarse capacità di
distinguere il vero dal falso, o approfittare del fatto che esso non si interessi a queste sfumature.

‘’Chi pronuncia stronzate confida soprattutto nella debole memoria del suo uditorio, il che gli consente anche di dire stronzate a catena che si contraddicono tra loro.’’ (Black)

Chi si ricorda il ministro dell'informazione Al Sahaf, che mentre i soldati iracheni fuggivano in mutande, mentre la bandiera USA sventolava sui palazzi di Saddam, intratteneva i giornalisti negando l’evidenza?
Credo sia l’esempio più classico di un relatore di stronzate posto come terminale di un ufficio elaboratore al servizio del regime.
Qui giuppersù succede lo stesso.

Ecco perché non me la sento di condannare $ua Emittenza quando asserisce che Prodi in campagna elettorale abbia detto stronzate, perché alla luce degli argomenti che vi ho esposto, parrebbe proprio di sì.
Allo stesso modo però, quando Egli incita alla rivolta fiscale, o dice che porterà in piazza cinque milioni di manifestanti, sta dicendo altrettante stronzate. E stronzate sono anche le azioni di quei ministri che si scandalizzano di cotante stronzate e convocano un consiglio dei ministri! (sic) per stigmatizzare le stronzate di Berlusconi.
E Visco che dichiarava: “Se vogliono le mie dimissioni, me lo devono dire” non è forse nel suo genere una stronzata?
O forse il viceministro era diventato improvvisamente sordo?

documenti

MAESTRO:
“la verità non esiste, esistono punti di vista
davanti a qualsiasi verità, dubitate
dubitate sempre
dubitate fortemente…”

DISCEPOLO:
“Maestro, ma se dici che dobbiamo sempre dubitare, allora dobbiamo dubitare anche quando dici che dobbiamo sempre dubitare?

MAESTRO:
“La risposta è sì…”

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UN PARADISO DI BUGIE

Era il titolo di una commedia di discreto successo, per la regia di Stefania Casini.
Ricordo anche una canzone dei tempi dia mia madre: la vita e’ un paradiso di bugie, quelle tue e quelle mie…
Anche al cinema, SESSO BUGIE E VIDEOTAPE si guadagno' ben 5 nomination mentre SEGRETI E BUGIE prese una Palma d'Oro e premio come miglior attrice a Brenda Blethyn .
Altri film di successo, anche se non hanno le bugie nel titolo, hanno impostato la campagna promozionale sugli effetti speciali, come il Titanic, Matrix , Godzilla, il quarto elemento di Besson e altri con alieni, spiritelli o mostricciattoli del Signore degli Anelli o Harry Potter e li' tutti a stupirrci o spaventarci eppoi un bello special di due ore per farci vedere come hanno costruito i trucchi, cioe' le bugie.

Il Department of French & Italian Studies dell'University of Melbourne ha organizzato un seminario che aveva per tema:
"Sesso, Bugie e Politica? Lo Stato dell'Italia contemporanea"
Durante i vari convegni gli argomenti piu' dibattuti sono stati:
Sono davvero cambiate le cose in Italia?
Puo' essere eliminata la corruzione?
Cosa puo' imparare l'Australia dall'esperienza italiana?

Non manca la letteratura.
Se in passato la bugia serpeggiava qua e la', dalle bugie di Odisseo che facevano sorridere Athena, all'"Arte della menzogna in politica" di Jonathan Swift o alla meno celebre "Della dissimulazione onesta" di Accetto o alla "Decadenza della menzogna" di O.Wilde, oggi torna di prepotenza l'argomento con "La cicatrice di Montaigne" di Lavagetto, "I bugiardi" di Almansi, "Perche' diciamo le bugie" della Schelotto, fino all'ultimo lavoro di due ricercatori serissimi quali Cristiano Castelfranchi e Isabella Poggi, che sono rispettivamente psicologo e linguista che hanno fondato presso il CNR una "Banca delle bugie" e hanno pubblicato "BUGIE FINZIONI SOTTERFUGI" fondando una nuova scienza: l'Ingannologia, con le sue belle categorie.

Innanzi tutto chi mente?
Mentono i buoni ed i cattivi, i bambini, gli adulti, i maschi, le femmine e quelli un po' cosi', i deboli ai potenti ed i potenti al popolo, gli amici agli amici per amicizia, i nemici tra di loro, qualcuno mente perche' lo vuole, altri coi lapsus.
(Hanno lasciato fuori qualcuno? Mi sembra proprio di no)

Ma senza voler approfondire questo argomento che invece merita molta attenzione, vorrei solo richiamare la vostra attenzione al COME la bugia abbia occupato con autorita' un posto centrale nella societa' odierna.
Basta scorrere i giornali di ieri e di oggi, con il caso Ustica, Clinton e Monica, Berlusconi Blair e Bush al popolo, il popolo alla Guardia di Finanza, la Guardia di Finanza ai Giudici, i Giudici ai politici , i politici ai giornalisti, e cosi' via.

Ma pure la televisione con le sue trasmissioni dove non si distingue piu' il falso dal vero, presentatori vestiti da Capitan Findus che tra un cartone animato e l'altro mangiano merendine che poi appaiono in spot fatti coi cartoni animati finche' un cartone animato esce dal suo mondo disegnato ed entra in una vera cucina ad aprire il frigorifero per prendere i sofficini da portare a Capitan Findus con una grande confusione mentale dei nostri figli che cominciano a credere che la felicita' sia comprare lo zainetto della Barbie o che si trovi dentro la Playstation

E cos'altro e' questa pubblicita' se non bugie e bugie che vanno ad interrompere film che altro non sono che un'altra magnifica illusione?
E dove andare a prendere i parametri, da dove attingere gli esempi se neppure nella vita reale si puo' piu' distinguere tra il bene e il male?

Prendete Tangentopoli.
Cusani, era il buono o il cattivo?
Un uomo che intrallazza coi suoi compari, ma una volta scoperto affronta Di Pietro a viso aperto, perde e rimane l'unico personaggio di Tangentopoli in galera, esce e aiuta i detenuti. Si puo' considerare, a suo modo onesto?
Chi lo sa.

E quel Greganti che invece non "collabora" con la giustizia e da' l'impressione di proteggere i suoi compagni di merende, facendola franca, e' meglio o peggio?

Abbiamo perso ogni punto di riferimento e allora, cosa dovremo insegnare ai nostri figli?
A dire tutta la verita' fino alle estreme conseguenze, o a tacerla fino all'omerta'?
Chissachilosa'.

Notizie da internet.

Se vai a: www.truster. com , ti troverai davanti all’invenzione del secolo:
Grazie ad una scheda audio potrai filtrare le telefonate in arrivo e
riconoscre immediatamente le bugie. Cari, dolci, ingenui americani!
Oppure, imbroglioni grandi figli di puttana. Dopo la bomba atomica infatti
ecco l’arma piu’ micidiale mai inventata dall’Uomo. E da oggi, basta false
promesse dei politici, basta giuramenti d’amore, basta tornare a casa e
dirgli che sei stata da un’amica per il the… Crollera’ finalmente questo
Impero del Male e torneremo finalmente liberi dalle bugie, nelle nostre
caverne… Non lo trovi fantastico?

MEDIO ORIENTE, GIORNALISMO E VERITA'
Postato il Friday, 13 January @ 21:15:00 CST di vichi

DI ROBERT FISK

Mi sono accorto a quale enorme pressione sono sottoposti i giornalisti americani nel medio Oriente qualche anno fa, quando sono andato a salutare un collega del Boston Globe. Dopo avergli espresso il mio rincrescimento per la sua partenza da una regione che, ovviamente, gli stava a cuore egli mi rispose che potevo riservare il mio rincrescimento per qualcun altro. Infatti era ben contento di andarsene perché, ed era uno dei motivi principali, nei suoi articoli non doveva più forzare la verità per compiacere i lettori più esigenti del suo giornale.
“Per esempio quando ho definito il Likud un “partito di destra”, mi ha raccontato, “ subito l’editore mi ha chiesto di non usare più quell’espressione, perché molti lettori avevano protestato. E allora? Bastava non chiamarlo più ‘partito di destra.’”
Ahi, ahi.
Così imparai che questi ‘lettori’ erano considerati dalla redazione del giornale amici di Israele, però mi risultava anche che il Likud, con Benjamin Netanyau, era proprio un ‘partito di destra’ come lo è sempre stato.

Questo esempio rappresenta soltanto la punta dell’iceberg semantico che è precipitato sul giornalismo americano impegnato in Medio oriente. Gli insediamenti illegali di ebrei, e solo di ebrei, nel territorio arabo erano chiaramente delle “colonie”, e noi così li abbiamo sempre chiamati. Non ricordo il momento preciso in cui, invece, abbiamo cominciato a chiamarli ‘insediamenti’. Però mi ricordo bene il momento, circa due anni fa, quando la parola “insediamento” è stata sostituita da “periferia ebrea” o, in alcuni casi, ‘avamposti’.

Allo stesso modo i territori ‘occupati’ palestinesi sono stati sostituiti, in molti giornali americani, in territori palestinesi “contesi”, proprio dopo che l’allora segretario di stato Colin Powell, nel 2001, aveva dato istruzione alle ambasciate in Medio Oriente di fare riferimento alla “Riva occidentale” come territorio “conteso” invece che “occupato”.

Poi c’è il “muro”, la grossa costruzione di cemento il cui scopo, secondo le autorità di Israele, è quello di impedire agli attentatori suicidi palestinesi di mietere vittime innocenti fra la popolazione civile. Effettivamente sembra che a questo scopo il muro stia funzionando. Però il suo tracciato non segue i confini di Israele nel 1967 ma penetra profondamente nei territori arabi. E un po’ troppo spesso in questi giorni alcuni giornalisti non lo chiamano più ‘muro’ ma ‘recinto, steccato’, oppure ‘barriera di sicurezza’ come Israele preferisce che venga chiamato. In alcuni punti, ci hanno detto, il muro non c’è per niente, così non lo possiamo chiamare ‘muro’ anche se il grande serpente di cemento e acciaio che attraversa la parte est di Gerusalemme è più alto del vecchio muro di Berlino.

L’effetto semantico di questa operazione di depistaggio giornalistico è chiaro. Se il territorio palestinese non è più terra occupata ma oggetto solo di una disputa legale che può essere risolta nelle aule di un tribunale o in una discussione all’ora del tè, allora un ragazzo palestinese che lancia sassi contro i soldati israeliani in questi territori è uno che, chiaramente, non si sta comportando in modo corretto.

Se una colonia ebrea costruita illegalmente in territorio arabo viene definita amichevolmente ‘periferia’, allora i palestinesi che osano attaccarla stanno compiendo un atto terroristico senza senso.

E naturalmente non c’è motivo di protestare contro uno ‘steccato’ o ‘una barriera di sicurezza’, dal momento che si tratta di parole che evocano lo steccato di un giardino oppure l’entrata di un complesso residenziale privato recintato. Così se i palestinesi protestano violentemente contro questi manufatti allora vengono automaticamente considerati delle persone generalmente malsane. E così, semplicemente con l’uso della nostra lingua, li condanniamo.

Queste sono regole non scritte che vengono seguite in tutta la regione. I giornalisti americani hanno usato spesso le stesse definizioni dei funzionari USA nei primi giorni di guerra in Irak, definendo coloro che attaccavano gli americani ‘ribelli’, ‘terroristi’ o ‘ultimi seguaci’ dell’ex regime. I giornalisti americani hanno adottato obbedientemente, e grottescamente, pari pari il linguaggio del secondo pro-console USA in Irak, Paul Bremer III.

La televisione americana, intanto, continua a presentare la guerra come una contesa senza spargimento di sangue in cui gli orrori del conflitto, corpi mutilati dai bombardamenti aerei, cadaveri strascinati nel deserto dai cani selvatici, non vengono minimamente rappresentati in TV. Gli editori di New York e Londra si preoccupano che la sensibilità dei telespettatori non venga ferita, che venga loro risparmiata la ‘pornografia’ della morte (ciò che è esattamente la guerra) e che i morti, che noi abbiamo appena ucciso, non vengano ‘disonorati’, facendoli vedere.

Il modo schizzinoso con cui vengono trattati gli atti di guerra la rendono più facile da sopportare e i giornalisti da lungo tempo sono ormai diventati i complici del governo nel far accettare dai telespettatori la morte e il conflitto. I giornalisti televisivi sono così diventati una arma letale in più della guerra.

In passato, ai vecchi tempi, credevamo, o no?, che i giornalisti dovessero “dire le cose come stanno”. Basta rileggersi le corrispondenze di guerra della seconda guerra mondiale e si capisce subito che cosa intendo. Ed Murrows e Richard Dimblebys, Howard K. Smiths e Alan Moorheads non usavano eufemismi nè cambiavano le loro descrizioni o nascondevano la verità dietro parole mielate solo perchè i loro ascoltatori o lettori non le gradivano o avrebbero preferito una versione diversa.

Così dovremmo ricominciare a chiamare una colonia una colonia, una occupazione quello che è, un muro un muro. E diciamo qual è la realtà della guerra che non è, principalmente, vittoria o sconfitta, ma soprattutto il fallimento totale dello spirito umano.

Robert Fisk
Los Angeles Times
Fonte: www.informationcleringhouse.info

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La BBC
ha inviato un comunicato in cui invita i suoi giornalisti a non esprimere giudizi o commenti sui fatti che accadono nel mondo. Questo, spiega Richard Sambrok direttore dell'emittente televisiva britannica, per salvaguardare la reputazione di servizio pubblico d'informazione imparziale.
Piu' volte il primo ministro Blair ha contestato servizi della Bbc perche' raccontavano troppo la verita'.

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PARTE \SECONDA

Informazione e guerra. La televisione nella guerra del Vietnam e del Golfo Persico.

di Mirko Nozzi

(pdf, 132 kb)

Introduzione

L'argomento di questo scritto è l'informazione televisiva della guerra. Si analizzano i casi della guerra del Vietnam, la prima in cui la tv è la principale fonte di informazione per la maggior parte dei cittadini, e la guerra del Golfo, la prima trasmessa in diretta. Il punto centrale di osservazione dell'argomento sarà il rapporto che si instaura tra i mezzi di informazione e il sistema politico: rapporto che può essere di collaborazione e ricerca di consenso (i mezzi di informazione sono istituzioni e dipendono da altre istituzioni che costituiscono la loro fonte primaria di notizie; i politici hanno bisogno dei media, in primo luogo per comunicare con la gente, per occupare la scena pubblica) oppure di contrasto e ricerca di autonomia (per il giornalista l'informazione è una merce con un proprio valore, al di là di qualunque convenienza politica; e l'uomo politico non in ogni circostanza vuole rendere pubblici i propri atti e pensieri). Di questo rapporto di interdipendenza, di reciproche influenze più o meno forti, la guerra rappresenta sempre una messa in discussione, intensificando sia la mutua dipendenza, il legame istituzionale di fronte alla minaccia del nemico, al sacrificio non criticabile dei connazionali in battaglia, sia il contrasto, perché proprio durante la guerra cresce contemporaneamente la domanda di senso, di racconto, rivolta ai mezzi di informazione e la volontà del governo e dei comandi militari di nascondere le verità ritenute non opportune.

Per capire il comportamento di politici e giornalisti è utile tracciare il contesto storico dei due casi; per il Vietnam: la presa di coscienza dopo le due guerre mondiali dell'importanza della propaganda in guerra e della gestione dell'opinione pubblica in tempo di pace o guerra fredda, la nascita del mezzo televisivo; per il Golfo: lo sviluppo delle tecnologie degli armamenti e delle comunicazioni, la media diplomacy degli anni '80, le guerre condotte con armi intelligenti e nel silenzio (forzato) dell'informazione.

Interessante, riguardo al Vietnam e al Golfo, è notare come la televisione sia un mezzo dotato di un peculiare racconto giornalistico, che si esprime con modalità proprie sia in presenza che in assenza di censura, sia con immagini di morte e orrore che con i puliti voli degli aerei e delle armi intelligenti. L'immagine televisiva sembra parlare da sola, avere un senso compiuto in sé, immediato, anche in assenza della mediazione giornalistica, di chi dovrebbe fare diventare il fatto una notizia. Di fronte a questa novità nella rappresentazione della guerra muta profondamente l'interdipendenza tra sistema dell'informazione e sistema politico.

Cap. I - L'informazione negli Stati Uniti dopo il 1945

Con le due guerre mondiali emerge la consapevolezza di un diverso ruolo dell'informazione, rispetto alla guerra e, più in generale, rispetto alla politica. Il generale Eisenhower, a un convegno degli editori americani durante la II guerra mondiale, afferma che è "l'opinione pubblica che vince la guerra" [1]. Dalla I guerra mondiale è l'intero apparato dello stato che gestisce l'opinione pubblica in guerra al fine della mobilitazione della società [2] (convincendo la gente che la guerra sia una giusta causa e perciò a sostenere sacrifici, innanzitutto arruolandosi), tramite ministeri dell'informazione o organi controllati direttamente dall'esecutivo (il primo modello è quello dell'efficiente Ministero delle Informazioni britannico di Beaverbrook). La propaganda si serve dello strumento della censura (occultare i fatti sgraditi) e della produzione di un flusso alternativo di notizie (una manipolazione, attraverso la menzogna, dei fatti graditi). Con l'utilizzo della radio nella II guerra mondiale [3] l'apparato propagandistico può rivolgersi direttamente al nemico: è la novità della guerra psicologica, si trasmettono programmi aventi lo scopo di cambiare l'atteggiamento della popolazione e dell'esercito contro cui si sta combattendo.

Negli Stati Uniti l'esperienza della propaganda di guerra e il nascente ricorso alle pubbliche relazioni da parte dei cosiddetti "interessi" (le conferenze stampa, i comunicati di istituzioni politiche, di poteri economici), resero i più attenti tra i giornalisti sospettosi verso i fatti loro presentati e dubbiosi delle verità che sembravano costruite apposta in favore dei gruppi di interesse. Il news management governativo dell'informazione, specialmente in politica estera, diventa un maggiore problema dopo la II guerra mondiale con l'emergere di un establishment della sicurezza nazionale, che intendeva preparare la nazione a un conflitto internazionale permanente. Durante la guerra fredda la cultura, l'informazione e l'ideologia sono un fronte importante, poiché l'equilibrio internazionale basato sul terrore di una guerra nucleare sposta il conflitto su un piano simbolico, in cui decisivo diventa il controllo del flusso delle informazioni [4]. Secondo la definizione di McLuhan, la guerra fredda è una battaglia elettrica di informazioni e immagini [5].

In questa sfida indiretta tra USA e URSS si combattono anche guerre reali: i conflitti regionali della Corea e del Vietnam. Nella guerra di Corea (1950-53) [6], dopo alcuni articoli di critica sul cattivo equipaggiamento dell'esercito e sul regime sudcoreano violento e corrotto, viene imposta una ferrea censura militare, per cui la Corea è una guerra poco conosciuta e presto dimenticata. Hollywood rappresenta la guerra secondo i modelli di patriottismo ed eroismo della II guerra mondiale, mentre la televisione era ancora in una fase di esordio, ma destinata a svilupparsi velocemente.

Scrive nel 1963 D. Bell che la cultura popolare

"ha procurato all'insieme della nazione un fondo comune di immagini, di idee e di divertimento. La società, alla quale mancavano delle istituzioni nazionali ben definite e una classe dirigente cosciente di esserlo, si amalgama grazie ai mezzi di comunicazione di massa. Nella misura in cui è possibile attribuire una data precisa a una rivoluzione sociale, si potrebbe forse prendere come punto di riferimento la sera del 7 marzo 1955; quella sera un americano su due guardò Mary Martin impersonare Peter Pan alla televisione. Era la prima volta nella storia che una sola persona si faceva vedere, o sentire, in un'unica occasione, da un pubblico così esteso" [7].

La televisione può collegare un solo individuo a un ampio pubblico attraverso un flusso simbolico istantaneo e discendente, ponendosi come memoria collettiva del presente. Nel 1963 il notiziario della CBS passa da 15 a 30 minuti, la tv è ormai la principale fonte di notizie; nel 1967 la maggior parte dei network trasmette a colori. Di fronte a questo nuovo potere la risposta istituzionale consiste nel news management, pratica utilizzata da Kennedy [8] (ex giornalista, corrispondente nella II guerra mondiale): la sua immagine televisiva incarna il mito politico di una nazione giovane e progressista per una società e un futuro migliore, i media diventano canale interno della comunicazione politica permettendo un rapporto diretto con l'elettorato (Kennedy si rivolge in diretta televisiva agli americani, la prima volta accade il 25 gennaio 1961 con un ascolto di 60 milioni). Il news management si basa sulla produzione di fatti, eventi capaci di fare notizia, che circolano attraverso la stampa commerciale o indipendente. Gli attori politici intervengono nel processo di produzione delle notizie (con dichiarazioni, comunicati, briefings, eventi per media...): non si tratta quindi di limitare l'informazione, ma di estenderla entro una strategia, mettendo in circolazione le informazioni desiderate e prevenendo quella delle notizie sgradite.

Cap. II - La guerra del Vietnam

La guerra del Vietnam (1954-75) fu combattuta come un'altra Corea, in nome dell'anticomunismo. All'inizio l'intervento americano è defilato e di solo appoggio al Vietnam del Sud, per poi intensificarsi progressivamente. Il governo Kennedy vuole nascondere l'esistenza di una vera guerra in Vietnam. Sully, inviato della rivista "Newsweek" dotato di forte senso critico, scrive nel 1962 che l'impresa nel Vietnam era destinata al fallimento; dopo le proteste ufficiali viene sostituito da un altro corrispondente. Ma la crisi ha una brusca impennata con l'incidente del Golfo di Tonchino, al quale il Presidente Johnson fa seguire un news management da guerra fredda (i comunisti hanno attaccato le navi americane, dobbiamo difenderci). La stampa accetta la versione del Pentagono, in televisione l'ambasciatore americano in Vietnam dichiara che i Vietcong tagliano le teste ai capi-villaggio e, dopo averle infilate su punte di bastoni, le mostrano per terrorizzare i contadini. Ormai la presenza americana significa guerra aperta e il generale Westmoreland (capo delle operazioni terrestri) vuole avviare una politica di larga costruzione del consenso, lasciando via libera a tutti i media: non c'è censura, agli accreditati viene fornita ogni cooperazione e assistenza, comprensiva di razioni e alloggio, e la possibilità di muoversi liberamente [9].

All'inizio la guerra è raccontata come una marcia trionfale, giustificata dalla difesa della democrazia contro il totalitarismo. La copertura televisiva della guerra è bassa e occasionale fino al 1965, per poi crescere fino all'aprile del'68 e diventare più regolare fino al 1973. Vero e proprio spartiacque nella rappresentazione della guerra è la rottura del 1968 (per il nuovo clima politico che vede il decrescere del consenso interno ed anche per innovazioni tecnologiche di trasmissione delle immagini e l'uso delle prime telecamere portatili). Per il Vietnam fino al '68 [10] (come poi accadrà per l'intera guerra del Golfo) l'orrore non è mostrato, gli anchorman hanno la funzione di parlare di patrioti, del coraggio dei nostri ragazzi, della precisione delle armi ad alta tecnologia, mentre il nemico è demonizzato come crudele e fanatico, e chi dissente sul conflitto ha un atteggiamento riduttivo e antipatriottico. È una telecronaca soft della guerra, solo il 22% dei filmati mostra scene di violenza, morti o feriti; le storie prevalenti sono quelle degli american boys in azione, non per motivi di censura, ma per una condivisione di cultura, ideologia e punto di vista tra giornalisti e militari. Ecco un esempio di resoconto televisivo:

"I coraggiosi hanno bisogno di leader. Questo è un leader di uomini coraggiosi. Si chiama Hal Moore. Viene da Bardstown, Kentucky. È sposato e padre di 5 figli. Sono i migliori soldati del mondo. In effetti, sono i migliori uomini del mondo. Sono ben preparati, ben disciplinati [...] La loro motivazione è formidabile. Sono venuti qui per vincere" [11].

Inoltre la guerra aerea fa sì che le informazioni a riguardo provengano dai militari e non dall'osservazione diretta. I piloti sono i più intervistati tra i militari, tra essi e il giornalista spesso si verifica un'identificazione: entrambi sono col morale alto, partecipano a un evento che può essere la svolta per la loro carriera e vita.

Per McLuhan il Vietnam è la "prima guerra televisiva". Lo spettatore ha la sensazione concreta di essere testimone della guerra nel suo stesso farsi, partecipa "ad ogni fase della guerra, e le azioni principali vengono ora combattute in ogni casa americana" [12]. La rappresentazione televisiva porta a una teatralizzazione della cronaca di guerra (simile al cinema western e al romanzo d'avventura più che al resoconto), con la quale si idealizza il conflitto e si diffonde la mistica dell'eroe americano. La nuova tecnologia permette una maggiore quantità di informazioni e lo spettatore, ricevendo una molteplicità di stimoli visivi e sonori in un tempo estremamente breve, ha bisogno di una semplificazione, perciò gli si forniscono storie animate da personaggi in contrapposizione che facilitino la comprensione. È l'applicazione dello schema narrativo dei racconti della tradizione popolare, in cui le diverse parti si risolvono nell'antinomia fondamentale eroe / antieroe. Al compiacimento dell'intervista agli eroi, corrispondono le denominazioni del nordvietnamita (nemico, rosso, comunista); i danni alla popolazione civile in televisione diventano la politica calcolata del terrore, se causati dal nemico, fatale errore, se causati dai nostri ragazzi. In questo tipo di cronaca è impensabile che ci sia lo spazio per la critica ("Mentre gli americani combattono e muoiono in Vietnam, vi sono alcuni in questo paese che simpatizzano con i Vietcong", afferma un notiziario dell'ABC del '65, riferendosi ai pacifisti americani).

I bombardamenti massicci dei villaggi vietnamiti provocano sì nel 1965 un dibattito sull'efficacia delle operazioni e sui danni civili, ma la televisione tralascia la questione politica, ponendo piuttosto l'attenzione sull'esperienza personale dei piloti, sulla descrizione delle tecnologie dei sistemi d'arma. Un'eccezione al consenso è il telegiornale della CBS che nell'agosto '65 dà la notizia dell'incendio del villaggio di Cam Ne da parte degli americani, commentando duramente ("non c'è dubbio che il fuoco militare americano può ottenere una vittoria qui. Ma ci vorrà ben più di una promessa della presidenza per convincerlo che noi siamo dalla sua parte"). Nonostante la telefonata del Presidente Johnson all'amico Stanton (dirigente della rete) viene trasmesso anche il filmato, dove si vedono i marine che usano il lanciafiamme contro il villaggio, bambini e anziani compresi, ed abitazioni rase al suolo per rappresaglia. Alla messa in onda seguono telefonate di protesta dei telespettatori, che si lamentano della propaganda comunista e del sostegno dato alla causa del nemico.

La guerra contro un paese nettamente inferiore tecnologicamente stava durando più del previsto, e il Pentagono fa credere che la vittoria sia imminente, nonostante le divergenze interne allo stesso establishment sulla tattica da seguire (una pesante escalation per il generale Westmoreland, una graduale intensificazione per il Segretario di Stato McNamara). Nell'autunno '67, anche per l'approssimarsi delle elezioni presidenziali, l'amministrazione Johnson tenta di convincere l'opinione pubblica che la guerra stesse finendo con successo. Ma l'azione offensiva terrestre del Tet (gennaio '68) non porta i risultati sperati e quando alcuni nordvietnamiti penetrano per qualche attimo nel recinto dell'ambasciata americana a Saigon, Cronkite della CBS commenta sbigottito: "che diavolo sta succedendo? Credevo che stessimo vincendo la guerra". Sempre Cronkite, recatosi di persona in Vietnam un mese dopo, definì la guerra uno stallo di sangue; per l'opinione pubblica era ormai chiaro che l'America stava perdendo la guerra (come annunciato dalla NBC). Johnson rimuove Westmoreland e il 31 marzo 1968 annuncia in televisione la sospensione dei bombardamenti e la propria non ricandidatura.

Con l'offensiva del Tet la cronaca televisiva era cambiata, diventando più drammatica e critica [13]: il news management governativo era entrato in collisione con la crescente contestazione nelle università, nel giornalismo, nel governo stesso e nella popolazione in generale, che ora forniva l'audience per un giornalismo più aggressivo e scettico. D'un colpo crolla lo schema semplificatorio di un Vietnam del Sud democratico contro l'invasione del Nord comunista e con l'intensificazione dell'attività giornalistica aumentano le immagini di vittime civili e di distruzioni urbane: per la prima volta la guerra appare in televisione come un brutto affare. Lo spettatore, di fronte a immagini di combattimenti in campo aperto e di forti perdite americane si convince di una sconfitta, che per i militari è da attribuirsi senza dubbio alla televisione. Per Westmoreland

"la svolta ci fu con la battaglia del Tet. Militarmente la vincemmo noi, ma due giorni dopo il suo inizio Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti." [14].

Un simbolo del nuovo clima politico e giornalistico è la notizia dell'eccidio di My Lai [15] (109 civili vietnamiti uccisi dai soldati americani nel marzo '68). Grazie al lavoro di un giornalista indipendente vengono pubblicate nel novembre '69 le fotografie e un mese dopo compaiono articoli su "Time" e "Newsweek". Solo adesso l'opinione pubblica americana era disposta a leggere e accettare cronache del genere. Con il pentimento in televisione di un soldato reduce da My Lai, mentre la madre accusa l'esercito di avere trasformato il proprio figlio in un assassino, scompaiono i pudori a parlare della natura della guerra e a My Lai seguiranno altri racconti di atrocità (si vedono reduci in televisione che confessano di avere ucciso bambini). Questo a dimostrazione che My Lai è solo un esempio della guerra, non un fatto eclatante in sé; in Vietnam aveva infatti raggiunto l'apice il razzismo americano contro gli asiatici, destato su scala nazionale durante la II guerra mondiale, ma prima di My Lai l'informazione aveva passato sotto silenzio la natura razzista e brutale della guerra e la maniera in cui gli americani trattavano i vietnamiti (l'odio era esteso verso tutti i vietnamiti, poiché il nemico era fisicamente indistinguibile dall'alleato).

Si era ormai rotto il tacito patto consensuale tra media e potere politico e la perdita di fiducia nelle istituzioni aiutò l'emancipazione della televisione. I mass media, che in Vietnam godevano di ampia autonomia, all'inizio avevano come sempre accettato il linguaggio, le prospettive e l'agenda dell'establishment. Solo nel periodo anomalo 1968 - 1973 la televisione documenta la breccia aperta nel consenso americano, portando, secondo l'opinione di molti uomini dei media e dell'esercito, la verità crudele della guerra dentro le case delle famiglie americane in primo piano e a colori, causando la disillusione nei confronti delle istituzioni, il collasso morale della nazione e l'antimilitarismo dell'opinione pubblica. Per i conservatori si tratta di una guerra vinta sul campo e persa in salotto. Si devono però attenuare queste affermazioni: i commentatori televisivi si mostravano sgomenti per le perdite americane, le vite spezzate inutilmente; non veniva certo preso in considerazione il movimento pacifista e di critica radicale alle istituzioni. I corrispondenti non mettevano in dubbio l'opportunità dell'intervento americano, ma solo la sua efficacia, le eventuali critiche sono non per la politica, ma per la tattica americana e per il corrotto e inaffidabile Diem. Quasi tutti desideravano che l'America vincesse la guerra e solamente quando fu evidente che l'opposizione alla guerra era in aumento e che l'establishment stava tentennando, la televisione riprese anche i contrari alla guerra (ovvero i critici moderati parte dell'élite politica della capitale, mentre il 15 gennaio '69 non veniva trasmessa in diretta la maggiore manifestazione contro la guerra). Inoltre in televisione le scene di guerra appaiono irreali, si vedono inquadrati piccoli ometti, i telegiornali sono una selezione di tre minuti del totale delle riprese e questo segmento di scena non è più realistico di una scena di guerra di un film di Hollywood, nel quale il protagonista è il corrispondente e tutto finisce sicuramente bene.

Più che al potere sovversivo della televisione, la perdita del consenso sarebbe piuttosto da imputare alla campagna propagandistica nell'ambito delle relazioni pubbliche nel tentativo di fare accettare la versione ufficiale della guerra, che aveva lasciato totale libertà di movimento a qualsiasi corrispondente, fino al punto in cui fu impossibile per l'esercito controllare quella massa di inviati vaganti in tutta l'Indocina (nel '68, momento di maggiore audience, erano quasi 700). Tanto più decisiva fu questa mancanza di controllo, quanto il fatto che il Vietnam fosse una guerra senza un fronte ben definito, priva di un'immagine chiara del nemico sulla quale la nazione potesse concentrare il proprio odio, combattuta lontano dal suolo americano e perciò senza che fosse sentita la necessità di un sacrificio generale.

Si può pensare che con il '68 era scoppiata una critica vitale, dopo che il trauma nazionale per gli attentati a Kennedy e M.L. King aveva fatto cadere a pezzi un mondo comprensibile ed apparire i simboli di sicurezza contro la minaccia comunista (CIA, FBI) essi stessi una minaccia. I media americani non avevano del tutto abbandonato il ruolo di istituzione interna all'establishment, ma non potevano non segnalare l'ondeggiamento della politica estera americana, evidente con l'amministrazione Nixon che annuncia il progressivo disimpegno nel conflitto e intanto fa proseguire i bombardamenti intensivi. Per queste contraddizioni interne alle istituzioni politiche può trovare spazio un giornalismo critico, che causerà le dimissioni di Nixon in seguito alle rivelazioni dello scandalo Watergate. Nel giugno '71 il "New York Times" aveva pubblicato i Pentagon Papers (le carte segrete del Dipartimento della Difesa, comprensive degli inganni durante l'impegno militare in Vietnam) e la consapevolezza del pericolo rappresentato dall'ingerenza militare sulla vita civile e nel condizionamento dell'opinione pubblica [16] raggiunge il centro del sistema politico: nel marzo '72 viene istituita una Commissione d'inchiesta del Senato, presieduta da Fulbright, sulle attività di relazioni pubbliche del Pentagono ("The Pentagon Propaganda Machine", secondo il titolo del libro dello stesso sen. Fulbright).

A fianco dei casi dell'emergente giornalismo critico, in generale l'informazione continua a replicare le fonti ufficiali. Dopo la presa di coscienza nazionale esplosa con My Lai che la guerra non fosse più una giusta causa e che si stesse pagando un prezzo troppo alto, i mass media pensano e scrivono che la guerra sia praticamente finita e le dedicano sempre meno spazio e tempo (inizia a scendere progressivamente anche il numero degli accreditati ufficiali). Il progressivo ritiro delle truppe americane e il conseguente disinteresse dei lettori rende il 1971, anno dei maggiori danni in Indocina per l'aumento esponenziale delle incursioni aeree (bombardati Vietnam, Laos e Cambogia) il periodo meno seguito dai mezzi di informazione, in conformità agli interessi delle autorità militari di indurre l'opinione pubblica all'apatia nei confronti della guerra e all'oscuro dell'escalation dei bombardamenti (il totale delle bombe sganciate sull'Indocina è di circa 4 milioni di tonnellate, pari per potenziale distruttivo a centinaia di Hiroshima). I giornali continuano a denunciare le condizioni dell'esercito americano, pubblicando storie di abusi di droga, di assassini di ufficiali non graditi, ma per quanto critiche queste sono pur sempre cronache giorno per giorno; pochi corrispondenti hanno dimostrato una percezione della dimensione storica degli avvenimenti, pochi hanno investigato insoddisfatti delle versioni ufficiali, pochi hanno fornito analisi di insieme.

Cap. III - L'informazione prima della guerra del Golfo: l'onnipresenza globale della televisione e le nuove guerre invisibili

Dalla fine degli anni '70, con lo sviluppo delle tecnologie informatiche applicate agli armamenti, si afferma un concetto di guerra come sistema di informazione, comando e controllo. Già nel Vietnam la Divisione Jasons (formata da un gruppo di esperti e scienziati) aveva sperimentato le prime applicazioni dell'elettronica e dei sensori per la localizzazione dell'avversario [17]. La ricerca scientifica su queste tecnologie per scopi militari dà l'avvio a grandi cambiamenti nel settore delle telecomunicazioni. Negli anni '70 si verificano le prime controversie diplomatiche sulla regolazione dei satelliti a diffusione diretta, il cui carattere transnazionale rende difficile l'esercizio della sovranità nazionale formalizzato in una legge coercitiva. Godendo del monopolio di fatto sulla tecnologia satellitare, gli Stati Uniti invocano il principio del libero flusso delle informazioni e quello del "primo arrivato primo servito" [18].

Dagli anni '80 l'uso frequente della tecnologia satellitare per le trasmissioni televisive permette la comunicazione in tempo reale in tutto il pianeta. I satelliti diventano strumenti di diffusione sovranazionale, la dimensione enorme del pubblico potenziale fa sviluppare televisioni per target, settori e argomenti precisi. Il 1 giugno 1980 è la data della prima trasmissione della CNN [19], canale tematico di sole news, che diventerà pioniere e leader (per diffusione e audience) di questo settore, diffondendosi via satellite in tutto il mondo, all'inizio grazie a un accordo con multinazionali alberghiere. Nel 1988 la CNN ha quasi 50 milioni di utenze negli Stati Uniti (più della metà di tutte le utenze), nel 1992 salite a 120 milioni. Il motto del network è "dovunque accade qualcosa, e prima ancora!"

Con la CNN la notizia sta accadendo nel momento stesso in cui si ascolta; questa contemporaneità delle notizie rispetto ai fatti fa sì che la televisione satellitare diventi uno strumento della diplomazia internazionale [20] (quando gli Stati Uniti invadono Panama, Mosca ha protestato chiamando il corrispondente della CNN!). Per il portavoce della Casa Bianca Fitzwater "la CNN ha inaugurato un nuovo metodo di comunicazione tra i governi che permette immediatezza e franchezza"; grazie al satellite, infatti, l'utilizzo governativo della televisione può ora estendersi oltre i confini, è possibile trasmettere direttamente le proprie posizioni ufficiali in tutto il mondo. Diplomatici, politici e militari seguono la CNN. L'ex presidente Carter, osservatore ufficiale alle elezioni di Panama (1989) assiste direttamente a disordini scoppiati nelle strade; per capire cosa stesse accadendo, va in albergo e si sintonizza sulla CNN. La CNN diventa l'immagine dell'informazione contemporanea, anche rispetto all'effettivo ascolto; è come se fosse un'agenzia di stampa in tempo reale che fornisce immagini invece di parole. Di fronte a questo nuovo tipo di informazione planetaria, ci si domanda se esso porti a nuove forme di colonizzazione culturale americana [21]. Ricordiamo che al tempo della guerra del Golfo l'80% del flusso di notizie di tutto il mondo è controllato da 4 grandi agenzie occidentali (Associated Press, United Press International, Agence France Press, Reuter) e l'informazione estera dei Paesi in via di sviluppo è dipendente per le immagini dalle agenzie Visnews, World Television News, CBS News International e CNN [22].

La media diplomacy viene utilizzata consapevolmente sotto la presidenza Reagan, durante la quale si sviluppano tecniche di marketing politico e un uso costante dei media come canale di comunicazione politica. Per Janka, addetto stampa prima di Nixon e poi dello stesso Reagan, gli anni di Reagan videro una manipolazione dell'informazione attraverso l'inondazione [23]. Deaver, il coordinatore della comunicazione dello staff presidenziale, progetta eventi e azioni capaci di attirare i media, programmati come grandi produzioni cinematografiche. Esempi sono le "photo opportunities" (cioè fotografare Reagan in atteggiamenti "spontanei"), la "storia del giorno" (notizia già confezionata per l'uso immediato giornalistico), la "frase del giorno" (lo stesso concetto sviluppato contemporaneamente in diversi luoghi da vari uomini politici, amministratori locali, personaggi pubblici, in modo da avere visibilità sui media intorno a quella determinata tematica).

Caso da manuale di media diplomacy e di politica spettacolo sono i vertici USA - URSS (da quello di Ginevra del 1985 a quello di Malta, 1989) [24]: il mondo guarda i due leader che assumono la parte degli eroi positivi del disarmo e della pace, protagonisti di una recita collettiva che attira le speranze di tutto il pianeta. Anche il sovietico Gorbacev sa utilizzare la media diplomacy, dichiara ad effetto il disarmo unilaterale (a New York, in casa del nemico) e si rivolge direttamente agli americani come un amico, interessato come loro alla pace (scrive su questo tema un volume a puntate, pubblicato sul "Washington Post"). Al di là dei risultati concreti sul piano politico e diplomatico raggiunti nei singoli vertici, conta l'atmosfera amplificata dai media delle strette di mano, delle espressioni facciali, dei colloqui privati, dell'amicizia tra le rispettive mogli. Si realizzano le intuizioni di McLuhan, nel villaggio tribale su scala planetaria in assenza di contenuto è il contenitore (televisivo) stesso che può farsi contenuto, il medium diventa il messaggio [25].

Per questi vertici è utile la ricerca sociologica di Dayan e Katz sui "media events" [26], definiti come quegli eventi storici, soprattutto avvenimenti di stato, trasmessi in diretta e che destano l'attenzione di un'intera società. I media events sono narrati impiagando il potenziale specifico dei media elettronici, in modo da dirigere l'attenzione al racconto di una storia eccezionale, che spezza la routine delle vite dei singoli e dei palinsesti televisivi, storia che diventa archetipo dell'attualità. Essi hanno un carattere di cerimonia, celebrano l'ordine e la condivisione di valori di una società intorno a figure eroiche, ricordando a quella società ciò che essa aspira ad essere piuttosto che ciò che realmente è. La televisione partecipa alla funzione cerimoniale e mette in esecuzione il significato dell'evento, non limitandosi a narrarlo ma realizzandolo effettivamente. Accettando di diffondere l'evento la tv accetta una missione apostolica e rende pubblica la propria condivisione ai valori e agli obiettivi delle istituzioni organizzatrici. Questi rituali moderni possiedono una coerenza narrativa simile alle opere di fiction, che ha poco a che fare con l'aspirazione all'obiettività del giornalista, trasformato da osservatore imparziale in figura sacerdotale, egli stesso partecipante alla cerimonia.

Non tutto funziona, comunque, nella spettacolarità della storia in diretta, nella pretesa obiettività di un occhio neutralmente testimone. Nell'immediatezza della diretta televisiva, si può perdere la distinzione giornalistica tra fatti e notizie, tra realtà e racconto. L'operazione "Restore Hope" in Somalia [27] (nel dicembre '92, causata anche dalle immagini televisive dei morti per fame) vede lo sbarco dei marines in assetto da guerra sulla spiaggia somala già occupata da cameraman e fotoreporter. La storia in diretta diventa allora l'autorappresentazione dei media, che filmano una storia che diventa spettacolo, evento costruito appositamente per i media, ottenendo un estraniante effetto di irrealtà. La rivoluzione romena del dicembre '89 trasmessa in diretta (persino le riunioni del Comitato Rivoluzionario), crea un vero e proprio deragliamento dell'informazione [28], durante il quale la notizia dei massacri compiuti dalla polizia di Ceausescu, certificata dall'autorità delle immagini via satellite, acriticamente amplificata dalla stampa, si rivelerà una clamorosa montatura. Un mese dopo i giornali smentiranno quanto scritto e le fosse comuni piene di morti ammazzati recanti segni di tortura, le decine di migliaia di uccisi e feriti, si ridimensionano in scontri violenti tra manifestanti e polizia che causarono qualche decina di morti. Ma nella coscienza dell'opinione pubblica resta la smentita scritta in articoli di pagine interne, o la forza emotiva delle immagini in diretta dalla storia?

Negli anni '80 il confronto più diretto tra media e politica segna la volontà di ridurre l'informazione giornalistica a canale interno della comunicazione politica e, nel caso di guerra, di escluderla. La guerra delle Falklands-Malvine [29] (1982) è la prima guerra invisibile al tempo della civiltà televisiva dell'immagine. Sono accreditati a partire con la flotta soltanto 29 tra corrispondenti e tecnici (tutti britannici), che subiscono una doppia censura (gli articoli sono controllati prima della trasmissione e, all'arrivo a Londra, dal Ministero della Difesa) e si trovano impossibilitati fisicamente a vedere il conflitto, situazione che causa dipendenza dai portavoce del governo, diventati l'unica fonte. Altrettanto invisibili sono l'attacco americano a Grenada (1983) e l'invasione di Panama (1989) [30], avvenuti in assenza di giornalisti e che non destano grande interesse nei media, proprio nel momento in cui hanno la massima pubblicità rispettivamente l'intifada palestinese e la rivoluzione romena.

Questo embargo dell'informazione è possibile anche per la nuova natura delle guerre, che sono limitate e dove la forza aerea è usata per interventi rapidi e di estrema precisione, resi possibili per la raccolta di informazioni dai centri di comando del nemico [31]. Già con la guerra delle Falklands-Malvine (1982) e poi con il raid sulla Libia (1986) assistiamo alla sperimentazione delle nuove tecnologie sviluppatesi nei decenni '70 - '80 (satelliti, raggi laser, fibre ottiche, optronica, informatica, telematica, avionica), sviluppo che dà vita a una nuova generazione di sistemi d'arma centrati non solo sulla potenza, ma sulla qualità (le smart weapons). Esempi sono i satelliti militari che riprendono immagini (durante la guerra del Golfo gli USA avranno 6 satelliti operanti sulla zona); gli aerei spia che possono volare senza pilota a bassissima quota; i clandestini (stealth), aerei invisibili con un'aerodinamica studiata per disperdere l'energia del radar; i sistemi capaci di elaborare autonomamente i dati immagazzinati o dotati di guida automatica (i missili a guida televisiva e a infrarossi che possono colpire obiettivi remoti).

Cap. IV - La guerra del Golfo

Il 2 agosto 1990 l'Irak invade il Kuwait. Due giorni prima il World Service della BBC aveva trasmesso l'intervento di Kelly, Sottosegretario agli Affari del Medioriente, alla competente Commissione del Congresso, in cui affermava, tra l'altro, la non esistenza di trattati di aiuto militare tra Stati Uniti e Kuwait; è probabile che Saddam Hussein vi avesse colto un segnale di non intervento americano nel caso di invasione del Kuwait, che era ipotizzabile per le prese di posizione del leader irakeno dopo la fine della guerra con l'Iran, a causa delle quali si era venuto a creare un clima di tensione politica nell'intera area del Golfo Persico. Di questa tensione si era cercata la soluzione con la diplomazia tradizionale, a cui si sovrapponevano messaggi, prese di posizioni, giudizi politici lanciati più o meno consapevolmente attraverso i media [32]. In febbraio la "Voice of America" nei programmi trasmessi in lingua araba aveva definito Saddam Hussein come uno dei tiranni peggiori al mondo (e per questo l'ambasciata americana si dovrà scusare, di fronte a un Saddam Hussein che continua a lamentarsi per la sua immagine negativa sulla stampa americana), mentre questi nello stesso mese aveva tenuto davanti al Consiglio di Cooperazione araba un duro discorso trasmesso dalla tv giordana, nel quale si era dimostrato preoccupato dell'eccessiva influenza degli Stati Uniti sulla regione del Golfo Persico, e in aprile, parlando agli ufficiali del suo esercito, aveva minacciato l'uso di armi chimiche contro un eventuale attacco di Israele. Questa minaccia, trasmessa alla radio, aveva destato preoccupazione in Kelly, ma l'Irak non ricevette moniti ufficiali, anche per la divisione dell'amministrazione Bush tra i favorevoli a sanzioni e quelli che non credevano alle parole minacciose del leader irakeno, nel momento in cui l'attenzione diplomatica era tutta rivolta ai cambiamenti in atto in URSS.

La media diplomacy non finisce con l'invasione del Kuwait, e neanche successivamente con l'azione armata della coalizione di stati guidata dagli USA in nome dell'ONU. Dal 2 agosto assistiamo a un conflitto simbolico tra Bush e Saddam Hussein attraverso i canali della comunicazione di massa, in cui da parte di entrambi si alternano minacce e promesse, appelli rivolti all'estero in nome del diritto internazionale o dei comuni valori religiosi e culturali del mondo arabo (Saddam rende nota l'apparizione in un suo sogno di Maometto). La radio funziona anche come strumento di guerra psicologica, la "Voice of America" tenta di minare il morale dei soldati irakeni dando notizia di un avvelenamento dell'acqua dei pozzi del deserto.

Sul fronte interno, una volta cessati i dubbi sulla politica da adottare verso l'Irak, viene attuata una strategia di news management sui media americani (e di riflesso su quelli mondiali), prima per ottenere l'approvazione dell'ONU all'intervento armato, poi per il consenso interno alla guerra. L'amministrazione Bush diffonde il dato della presenza di 250.000 soldati irakeni e 1.500 carri armati in Kuwait (in settembre, ma i satelliti sovietici non li vedono), e i giornali ne parlano come un segno di una probabile invasione dell'Arabia da parte dell'esercito irakeno. La maggior parte delle notizie della stampa è ricavata da fonti ufficiali, secondo uno studio del 1991 [33] le citazioni del "New York Times" provengono per il 79% da fonti governative o da organizzazioni a esso affiliate, solamente per l'1% da esperti indipendenti. Il governo kuwaitiano in esilio si affida alla maggiore agenzia americana di pubbliche relazioni, la "Hill & Knowlton" [34], che organizza in varie sedi appelli di richiesta di aiuto da parte di uomini d'affari e studenti kuwaitiani, mentre studia il modo di influenzare l'opinione pubblica utilizzando tecniche di marketing commerciale. I suoi sondaggi indicano che la gente non conosce il Kuwait (e questo è un vantaggio per una manipolazione più libera) e, fino ad ottobre, un aumento del numero di chi crede che sia un errore un coinvolgimento militare americano. Per provare a volgere a suo favore la situazione la "Hill & Knowlton" organizza focus groups in cui studia la reazione personale ad immagini che raffigurano il Kuwait come una democrazia liberale, raffigurazione alla quale le persone coinvolte, però, non credono o comunque non sono interessate, mentre sono colpite dalle immagini che demonizzano Saddam Hussein e personalizzano il conflitto: il massimo effetto di mobilitazione viene ottenuto con l'accostamento di Saddam Hussein a Hitler [35], che si rivelerà una delle strategie vincenti per la mobilitazione dell'opinione pubblica contro l'Irak. Prova della malvagità irakena è la testimonianza portata da una ragazza quindicenne kuwaitiana a Washington davanti alla Commissione Difesa (dice che i soldati irakeni staccavano la corrente elettrica alle incubatrici degli ospedali, per fare morire i neonati kuwaitiani). Questa testimonianza si rivelerà un falso, la ragazza era in realtà la figlia dell'ambasciatore kuwaitiano all'ONU e aveva recitato un copione preparato dalla "Hill & Knowlton". Altro falso è il presunto video girato in bianco e nero e con riprese tremolanti da turisti tedeschi a Kuwait City proprio il giorno dell'invasione irakena.

Durante questa fase di preparazione del consenso alla guerra, era stato assunto come capo dell'ufficio di Washington della "Hill & Knowlton" Craig Fuller, consigliere politico di Bush (e capo del suo staff durante la Presidenza Reagan), che in questa nuova veste continuerà a collaborare durante la guerra del Golfo con lo staff di Bush. Questo sforzo di influenzare l'opinione pubblica da parte del governo americano, una volta ottenuto il consenso interno alla guerra, si rivolgerà dopo l'inizio dell'azione armata (16 gennaio 1991) ad evitare la "sindrome Cronkite": se la guerra del Vietnam era stata persa per il mancato controllo dell'impatto politico dell'informazione che aveva ostacolato l'autonomia d'azione dei militari, la guerra del Golfo viene preparata dal news management governativo, che spiega perché la guerra è giusta e quali sono i suoi obiettivi [36]. In questo senso quella del Golfo è stata la prima guerra televisiva, perché ha sfruttato pienamente le possibilità del mezzo televisivo di essere sul campo, confezionare e vendere la guerra, a differenza del Vietnam, quando politici e militari non capirono come il nuovo media avrebbe potuto controllare il messaggio e distruggere un nemico appartenente al terzo mondo. (e perciò senza voce). Da allora la leadership politica sembra avere appreso la lezione, per cui non ci sarebbe stata mai più una guerra per la quale i soldati americani venissero biasimati, mai più una vittoria sul campo e una sconfitta in salotto (la tesi politica sottintesa è questa: le nostre truppe non hanno mai perso una battaglia, se non per colpa del Congresso e della televisione). Bush rende esplicite queste credenze, dichiarando di non volere combattere con una mano dietro alla schiena (riferendosi ai condizionamenti dell'informazione; ricorda la battuta di Rambo "ce la lasceranno vincere questa volta?") e di volere lasciare il Vietnam dietro le spalle (che fu la giustificazione di Coppola per il suo film "Apocalipse Now") [37]. La lezione del Vietnam viene quindi appresa per cancellare il ricordo fastidioso del Vietnam. L'atto finale della guerra del Golfo trasmesso dalla televisione è la calata dei soldati americani da un elicottero per riconquistare l'ambasciata di Kuwait City. Di fronte a questa scena spettacolare, nessuno pone la domanda dell'utilità dell'azione (visto che la capitale era già libera da due giorni) ed inevitabile è l'associazione con altre immagini, impresse nella memoria, di una guerra alla fine: quelle dell'umiliante fuga in elicottero del personale dell'ambasciata a Saigon. Scrive il 1 marzo il "Wall Street Journal", intitolando la prima pagina "La vittoria della guerra del Golfo esorcizza i demoni degli anni del Vietnam":

"la vittoria sta spazzando via la guerra del Vietnam dalla prima linea dell'inconscio americano. Per quasi venti anni gli americani [...] hanno tristemente meditato sulle lezioni contraddittorie e l'aria di disfattismo che aveva generato [...] molte di queste ragnatele sono state tolte [...] Siamo la nazione più potente del mondo, potrebbe essere l'inizio del secondo Secolo Americano" [38].

Per evitare le pericolose interferenze dei giornalisti e dell'opinione pubblica il comando militare si serve dei due strumenti tradizionalmente a sua disposizione: la censura e la produzione di un flusso alternativo di notizie.

Tutti i corrispondenti accreditati presso il JIB (Joint Information Bureau) a Dhahran, (in Arabia, la sede del comando delle forze alleate), sono obbligati a firmare un documento in cui si impegnano a rispettare determinate condizioni, pena il ritiro dell'accredito. È proibito loro di andare al fronte senza una scorta militare, di fotografare o filmare morti e feriti, di dare informazioni su armamenti, equipaggiamento, spostamenti e consistenza numerica delle unità alleate e sulla consistenza dell'armamento nemico, di descrivere nei particolari le operazioni militari, di fornire dati sulle perdite alleate, di nominare le basi di partenza delle missioni, di intervistare i militari senza il preventivo permesso ufficiale [39]. Questo controllo quasi totale della censura militare è amplificato dalla nuova natura della guerra, che è una guerra aerea e perciò non permette l'osservazione diretta del giornalista [40]. Al fronte, poi, possono andare i soli 192 giornalisti selezionati (i "pool di combattimento", sempre tenendo conto delle restrizioni del JIB), tutti americani eccetto un paio di britannici (la motivazione era che solo una perfetta conoscenza della lingua usata dai militari poteva permettere una comunicazione rapida tra questi e i giornalisti, al fine di evitare i rischi che una guerra può sempre comportare).

La guerra del Golfo, ultimo atto di un conflitto tenuto su un piano simbolico, è così oscurata per le cronache dell'informazione vera e propria, ma non ne risulterà un'altra guerra invisibile, perché alla censura si riuscirà ad unire un'apparente ricchezza informativa, ottenuta dal news management militare grazie a quella "manipolazione tramite l'inondazione" [41] già incontrata trattando della Presidenza Reagan. Il comando militare delle forze multinazionali tiene briefings quotidiani in cui si forniscono dati, numeri, analisi delle azioni del giorno (difficilmente smentibili dal corrispondente a Dhahran) e soprattutto le immagini della guerra aerea, computerizzate o riprese da cineoperatori militari, e quelle degli aviatori in partenza o di ritorno dalla missione. Le reti televisive vi aggiungono di solito le foto dei propri corrispondenti, carte geografiche, immagini di repertorio di armamenti (spesso fornite dalle industrie produttrici), e su queste immagini possono montare la musica ritenuta adatta ("L'Eroica" di Beethoven per il telegiornale della rete italiana RAI 1 il giorno dell'annuncio del cessate-il-fuoco), o fare intervenire l'esperto per un commento. Nei primi giorni di diretta del conflitto, le notizie fresche trasmesse in tutto il mondo immergono nello scenario di guerra lo spettatore, che ora può seguire la traiettoria del missile lanciato fino al momento dell'impatto. L'esibizione mediatica delle bombe intelligenti fa sì che queste siano allo stesso tempo immagine, guerra, notizia, spettacolo e pubblicità per il Pentagono; esse fanno passare il messaggio del trionfo della nuova tecnologia delle smart weapons, il mito della guerra asettica e professionalizzata, nell'assenza di immagini cruente e di vittime visibili. Cumings usa per ciò il termine ironico "Pentavision". I militari attuano anche opere di disinformazione per motivi di sicurezza militare (es. lanciando la notizia di sbarchi di marines, in realtà non avvenuti) e riescono ad escludere i media nella delicata fase finale: l'offensiva terrestre, di cui i network televisivi americani trasmettono aggiornamenti, per dire che stava andando tutto bene, nelle brevi interruzioni della cronaca dei play-off del torneo di basket dei college, che otteneva come previsto l'interesse del pubblico; abbiamo soltanto le immagini, conclusa l'offensiva, dei soldati irakeni che si arrendono a mani alzate e l'unica testimonianza scritta e diretta di quel giorno rimane la corrispondenza di un inviato di un giornale di provincia (il "Providence Journal"), che, a bordo di una portaerei, si accorge che stava assistendo a un bombardamento frenetico, massiccio e ascoltando i piloti ricava l'idea di una carneficina dei soldati irakeni in fuga. Il suo reportage, però, non trova riscontro nel tono trionfalistico e patriottico della maggior parte dei restanti organi di informazione.

Si può quindi dire che i vertici militari attuino quel controllo sull'informazione, fallito in Vietnam, già sperimentato con i conflitti di Grenada e di Panama, ma, per la diversità della guerra del Golfo (sia per la sua durata che per le forze impiegate contro un nemico più forte rispetto ai due precedenti), debbano raffinare i metodi di news management, cercando di ottenere il risultato di portare la rappresentazione televisiva da cronaca giornalistica a celebrazione di un media event [42], a cui la guerra del Golfo poteva prestarsi per alcune sue caratteristiche [43]. A causa dell'ultimatum dell'ONU al 15 gennaio '91, l'attacco è previsto dopo quella data e ciò consente l'organizzazione dei media che possono alimentare l'attesa del pubblico per la guerra, ad esempio con le interviste ai soldati impazienti di dare una lezione a Saddam. La guerra viene presentata come la contesa tra due uomini (l'eroe Bush e l'antagonista Saddam Hussein), secondo un canovaccio narrativo costruito attorno a personaggi (si pensi alla notorietà del generale Schwarzkopf) e oggetti simbolici, che ricorda per analogia il racconto della crisi degli ostaggi in Iran (1979-80) [44]. La comunicazione dal vivo della battaglia aerea unifica spettatori televisivi e testimoni reali, autorità politiche e gente comune, in un unico abbraccio intensamente emotivo che rinsalda l'unità della società. Ma l'impossibilità di vedere la guerra (aerea e campale) impedisce l'informazione vera e propria: se non è una guerra invisibile, è allora una guerra immaginaria.

Di fronte a ciò, Cumings si chiede provocatoriamente se il Golfo sia stata una guerra o lo spettacolo di maggior successo della stagione televisiva [45]. Ma non tutto va nella direzione voluta dal news management militare e governativo. È vero che la guerra aerea non permette la presenza del cronista, ma questi, se non può situarsi dove si spara, può sempre farlo dove ricadono i colpi. È il caso della CNN, che dà vita a un nuovo modello di giornalismo sovranazionale [46]: non era mai successo prima che un corrispondente fosse rimasto per tutta la durata della guerra a mandare i suoi reportage dalla capitale del nemico. Così come era la prima volta che un giornalista assisteva in prima linea allo scoppio di una guerra: il 16 gennaio '91 lo spettatore ha appreso in diretta dalla televisione che la guerra era iniziata (mezz'ora prima dell'annuncio ufficiale della Casa Bianca) e che esisteva la CNN. Nonostante i primi bombardamenti abbiano distrutto i centri di comunicazione irakena (stazioni radiotelevisive, radiofoniche, ponti radio adibiti alla telefonia), decapitando così il "sistema nervoso centrale" del nemico, la CNN continua a trasmettere in diretta grazie a un innovativa antenna portatile per la comunicazione via satellite (il TCS-Lite, dotato di una lunga autonomia di trasmissione), diventando allo stesso tempo agenzia (di immagini) e testata giornalistica. Questo fatto nuovo evidenzia il protagonismo del giornalista e del sistema dell'informazione: adesso sono le notizie che fanno notizia, la presenza di un corrispondente in campo avversario attiva un metadiscorso, aprendo problematiche sul rapporto tra televisione e guerra, e su quello tra la CNN, network americano, e l'Irak, il paese nemico dell'America. Inoltre, essendo un possibile bersaglio del fuoco amico, interpreta il ruolo dei civili irakeni, i grandi assenti della messa in scena.

Si possono seguire i bombardamenti dall'albergo di Baghdad dove sono alloggiati i giornalisti, che, con l'inizio del bombardamento, piazzano i loro microfoni fuori dalla finestra, ottenendo uno strano connubio di immagini fisse e audio cinetico: il cielo di Baghdad striato dalle scie luminose delle bombe e dell'artiglieria antiaerea e marchiato dal logo CNN e dalla scritta "live"; il rumore dei missili e delle sirene, il tonfo delle bombe e la radiocronaca dei corrispondenti. Una visione mai vista prima, affascinante, che acceca lo spettatore abbagliato da segnali che riempiano i sensi ma che non forniscono informazione.

L'Irak caccia intanto tutti i giornalisti eccetto Arnett della CNN, già corrispondente in Vietnam. La troupe CNN farà le sue riprese sempre accompagnata da un ufficiale irakeno addetto alla censura, cosa che del resto viene dichiarata subito e messa in evidenza dalla scritta "cleared by". Arnett intervista Saddam Hussein, dando notizia della distruzione di una fabbrica irakena di latte in polvere per bambini, che viene smentita negli Stati Uniti, dove Arnett viene accusato di legami con lo spionaggio internazionale e di essersi accordato economicamente con il governo irakeno per poter restare; il senatore Simpson, amico di Bush, lo attacca definendolo collaborazionista e portavoce di Saddam Hussein, dicendo anche che è un comunista e che il fratello della moglie vietnamita era stato un Vietcong [47]. Ma il "Washington Post" e poi altri giornali confermano che si trattava di una fabbrica di latte (secondo la testimonianza di due tecnici che avevano visitato lo stabilimento).

Pur non potendo parlare di libera informazione, per la presenza della censura irakena, quella della CNN è l'unica voce che può opporsi con autorevolezza al news management del governo americano. Alla CNN si vedono le uniche immagini di distruzione e morte dell'intera guerra, quelle del bombardamento del bunker di Al Hamariah che causò la morte di circa 300 civili. Saddam Hussein, che all'inizio minimizza i bombardamenti per mostrarsi invincibile e invulnerabile, capisce che con l'esibizione delle vittime civili poteva mostrare la brutalità dell'avversario, cercando così di fare crescere la rabbia del mondo arabo e di turbare le coscienze dei cittadini occidentali.

Con questo non si vuole dire che la CNN ha una posizione antigovernativa o addirittura antiamericana, ma soltanto che riesce a difendere un minimo di indipendenza dal Pentagono grazie al proprio successo come canale di sole news reso possibile dalla sua presenza in Irak, successo di immagine, credibilità ed anche economico: la CNN diventa la finestra aperta sul mondo e durante il conflitto uno spazio pubblicitario raggiunge il costo di 20.000 dollari al minuto (prima erano 3.500) [48]. Per gli altri principali network (ABC, CBS, NBC), invece, la guerra del Golfo porta ad enormi spese e a mancati introiti pubblicitari (si calcola che abbiano perso per questo 40-50 miliardi di dollari nella sola prima settimana) [49], sia per gli spazi pubblicitari cancellati per fare posto a programmi informativi, sia per la riduzione di investimenti pubblicitari (es. McDonald's e Procter&Gamble) a causa dell'atmosfera bellica giudicata non consona ai messaggi pubblicitari. Per fare fronte a ciò la CBS ha offerto a propri clienti brani di programmi "che erano stati prodotti appositamente con immagini o messaggi positivi sulla guerra, come immagini patriottiche dal fronte interno" [50], rassicurando che i loro annunci pubblicitari non sarebbero stati trasmessi dopo immagini di realismo troppo crudo e sconveniente: si fa confusa la distinzione tra programmazione, patriottismo e commercio ancor più quando la televisione si associa allo sciovinismo e negli annunci pubblicitari proliferano i temi bellici.

Nella guerra del Golfo non è mai venuto a mancare il consenso dell'opinione pubblica alla guerra in generale, guerra che è stata vista come un atto necessario per l'aggressione al Kuwait del tiranno Saddam Hussein. I servizi della CNN sotto controllo della censura irakena non potevano certo rovesciare questa situazione (anche per un evidente incapacità del leader irakeno, che si fa riprendere, a dimostrazione della sua bontà, mentre accarezza bambini tenuti in ostaggio dall'espressione terrorizzata; oppure gli appelli alla pace dei prigionieri di guerra che mostravano chiari segni di percosse); certo, l'operazione chirurgica si rivela una tradizionale operazione di bombardamento [51], ma errori tecnici e danni collaterali non intaccano la credenza nella giusta causa di questa guerra e la gioia per la vittoria finale [52]. I servizi della CNN "cleared by", piuttosto, pongono l'interrogativo, finito il conflitto, se non fossero "cleared by" anche le immagini mostrate con l'avvallo del Pentagono. Strana impressione aveva destato un servizio giornalistico della CNN ad Israele, in cui sia gli intervistati che gli intervistatori indossavano maschere antigas, a testimonianza del terrore della popolazione lì residente per un attacco chimico dell'Irak, mentre sullo sfondo si intravede una persona senza nessuna protezione, smentita vivente dietro le quinte del racconto sul palcoscenico. E una delle immagini simbolo della guerra, quella del cormorano che agonizza nel petrolio a causa dell'incendio dei pozzi kuwaitiani, che aveva canalizzato una commozione latente del pubblico il quale non aveva morti in televisione da piangere, è oggetto dopo la guerra di forti perplessità (com'era stato possibile filmare, se quello era territorio in mano agli irakeni? Ornitologi interpellati, poi, dicono che quell'uccello non dimorerebbe nella regione in quel periodo dell'anno) [53].

Si crea così una consapevolezza da parte dell'opinione pubblica dei limiti dell'informazione giornalistica, dopo una guerra che ha visto aumentare la forbice tra le possibilità tecniche di comunicazione e la volontà politica di informare, che ha sancito la vittoria dell'importanza della velocità della comunicazione sulla qualità dell'informazione. Consapevoli del rischio di perdita di credibilità, nel maggio 1991 quindici agenzie di stampa inviano una petizione al Dipartimento della Difesa statunitense lamentandosi per il controllo praticamente totale del Pentagono sulla stampa americana, quando quattro mesi prima era stata ignorata dai mass media la causa legale di alcune riviste indipendenti (tra cui "The Nation", "Village Voice", "Mother Jones"; l'unica rivista a grande tiratura a partecipare fu "Harper's") che accusavano il Pentagono di incostituzionalità per averle escluse dal Golfo [54] .

Difficile stabilire fino a che punto si sia spinta questa autoconsapevolezza del sistema dell'informazione e quali mutamenti possa provocare nel rapporto tra esso e il sistema politico, se una maggiore libertà o legame. Di sicuro si fanno sempre più intrecciate in guerra le tecnologie della comunicazione e quelle della distruzione. Un episodio emblematico della guerra del Kosovo è stato il bombardamento della NATO sulla sede della televisione serba, che ha provocato la morte di civili, dipendenti dell'emittente, a cui è seguito uno scambio di accuse tra il governo serbo, che ha denunciato il bombardamento su un obiettivo civile, e il comando NATO, che ha sostenuto la tesi che la televisione è da considerarsi un'arma bellica e quindi un obiettivo militare. Da quello che è emerso da questa tesina, possiamo notare come la distruzione del sistema di comunicazioni, oltre allo scopo militare di impedire un coordinamento delle forze armate del nemico, ottiene anche l'obiettivo di spegnere una fonte per l'informazione globale.

Conclusioni

È stata condotta l'analisi delle "prime due guerre televisive". Prima guerra televisiva è infatti il Vietnam, in cui per la prima volta l'informazione televisiva è stata la fonte principale di notizie per la maggior parte dei cittadini, e prima guerra televisiva è il Golfo, in cui per la prima volta la guerra da evento giornalistico è stata trasformata in evento mediatico, per la capacità della televisione, che ora può trasmettere la guerra in diretta, di dare forma televisiva al racconto della guerra, anche in assenza di notizia e di mediazione giornalistica.

In queste due guerre i giornalisti si sono trovati in condizioni molto diverse (libertà di movimento e autonomia dai militari in Vietnam, assoluta dipendenza dalle fonti ufficiali nel Golfo) e diversa è risultata la percezione dell'opinione pubblica di quello che stava accadendo (una guerra sbagliata il Vietnam, una vittoria rapida il Golfo). Sarebbe facile dedurre un rapporto diretto tra la libertà del giornalista e la consapevolezza critica dell'opinione pubblica, il che evidentemente non è del tutto errato, ma non ci si deve fermare a questa semplificazione, essendo in gioco almeno anche altri due fattori molto importanti: il rapporto tra sistema dell'informazione e istituzioni politiche e la modalità narrativa propria della televisione.

In Vietnam, pur in assenza di censura, i mass media sono naturalmente restii alla cronaca della violenza, della morte (che compare raramente fino al 1968) e appoggiano la politica del proprio governo, di cui condividono ideologia, valori e cultura. Dalla I guerra mondiale è chiaro che la guerra non riguarda solo i generali e i soldati che la fanno, ma mobilita l'intera nazione, compresi i giornalisti, che solo quando una parte consistente della società e dell'establishment dubita della giusta causa della guerra possono esercitare una funzione critica. Nel Golfo, pur in presenza di censura e di un efficace news management governativo, si è visto un esempio di giornalismo sovranazionale risultato vincente: il successo economico, di immagine e di credibilità della CNN, che trasmette dal territorio nemico. In ogni caso si può dire che il giornalismo è legato sia alla società politica che al mercato. Politici e militari tendono al controllo sulle tecnologie della comunicazione e sul sistema dell'informazione, che dipende da loro in quanto fonti ufficiali e non ha interesse ad esercitare una funzione critica di queste istituzioni; ma è anche vero il fatto che la notizia è una merce con un valore in sé, per cui diventa importante l'aspettativa del pubblico (anche se spesso le aspettative del pubblico sono create dai mass media, che di solito riprendono le tematiche lanciate dalle fonti ufficiali, a loro volta influenzate dall'opinione pubblica. È il corto circuito tra domanda del pubblico, offerta dell'informazione e influenza-influenzabilità del sistema politico). L'informazione di massa è l'unica mediazione sociale, in una società dove l'individuo è sempre più isolato e in una condizione di estraneità reciproca; le notizie soddisfano la domanda melodrammatica di emozioni forti, pericolo, tragedia, dando la possibilità del formarsi di un'identità sociale (conoscenze, valori comuni) nel luogo comune del notiziario televisivo nazionale.

In entrambe le guerre, poi, il mezzo televisivo [55] ha imposto la propria modalità narrativa ed estetica, costruendo una cronaca teatralizzata, che presenta personaggi, contrapposizioni tra l'eroe e il nemico, eventi straordinari piuttosto che le tendenze di fondo derivanti dal contesto storico e politico. Di fronte a questa semplificazione e all'affascinante flusso sincronico delle immagini e dei suoni (flusso omogeneo e contraddittorio allo stesso tempo, contenente un discorso costruito da messaggi appartenenti al giornalismo, alla pubblicità e all'intrattenimento) lo spettatore ha l'impressione di un accesso immediato alla realtà, e alla verità; Baudrillard parla della televisione come produzione di una realtà più reale del reale, come simulacro (cioè una copia per la quale non è mai esistito l'originale). Anche priva della possibilità di avere notizie, a causa della censura (o dell'autocensura) che rende invisibile la guerra, la televisione stimola la produzione di eventi per il proprio funzionamento, e in assenza di informazione produce lo spettacolo della guerra, l'evento mediatico in cui l'unico messaggio è il medium stesso, l'avvenimento è la presenza stessa della televisione. L'informazione televisiva, allora, mediazione tra gli individui per la costruzione di un'identità sociale, realtà immediata e anonima, priva della mediazione personale del giornalista, diventa mediazione immediata del mondo.

Bibliografia

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Saggi

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http://www.noemalab.org

Il brano dell'intervista che segue è riproducibile citando la fonte:

Giulia Fossà
THE BUSH SHOW
Verità e bugie della guerra infinita
pagg. 198, 11 euro
Nuovi Mondi Media

Robert Fisk: "Il nostro lavoro consiste nel controllare i centri del potere"

GIULIA FOSSA' - In questa stagione della storia del mondo il giornalista ha una responsabilità speciale?

ROBERT FISK - I giornalisti dovrebbero sempre avere una responsabilità particolare. Tutto dipende dalla definizione di giornalismo. Nel mio stile britannico, io ho sempre detto che fare giornalismo equivale a scrivere la prima pagina della storia, e questo conferisce a noi giornalisti la responsabilità di riferire quella che a noi appare come la verità, certo, la verità è indefinibile, anche in questo caso è complicato, come tentare di mangiare la zuppa con un coltello… Nelle guerre di norma siamo noi i primi testimoni indipendenti, e anche per quanto riguarda la storia in generale. Naturalmente c'è troppa parzialità nei resoconti dal Medioriente, intendo la parzialità proisraeliana, quella proamericana o qualsiasi altra forma di parzialità. Ma ci sono anche altre definizioni, attualmente la migliore che io abbia trovato mi è stata data da Amira Hass, una eccellente giornalista israeliana che scrive su Ha'aretz, un anno fa, durante una conversazione a Gerusalemme riguardo al giornalismo, io le dissi la mia definizione, quella sulla scrittura della prima pagina del libro della storia, e lei mi disse: "No, il nostro lavoro consiste nel controllare i centri del potere". Credo sia la migliore definizione di giornalismo che io abbia mai sentito.

Il 22 dicembre dello scorso anno, stavo tenendo una conferenza durante un seminario a Nottingham, e una donna fece una osservazione acuta, disse: "Anche la stampa è un centro di potere". Stiamo parlando di governi, eserciti, milizie e lobby, questi sono i centri del potere, e di norma noi non li mettiamo in discussione. Tempo fa le cose non stavano così, tempo fa gli americani stessi mettevano in discussione questi centri, oggi non è così. Basta aprire "The Herald Tribune", e guardare all'articolo di spalla, "Gli USA hanno chiesto alla NATO di fornire assistenza militare, come ha dichiarato un portavoce americano". Oggi la maggior parte dei giornali americani dovrebbe riportare, in luogo del nome della testata: "Stando a un portavoce", piuttosto che "The New York Times" o "The Washington Post" o "The Herald Tribune". In particolar modo negli Stati Uniti si riscontra un rapporto troppo affettuoso, quasi incestuoso e parassitico tra i giornalisti e il governo. I giornalisti amano essere vicini al governo, amano essere chiamati con il nome di battesimo: "John, o Bob, o Mike…" Basta guardare le conferenze stampa del Dipartimento di Stato americano, o del Pentagono. Donald Rumsfeld si rivolge ai giornalisti chiamandoli per nome, loro fanno una domanda, e di norma si tratta di domande molto leggere e indulgenti, e lui risponde loro ringraziandoli per la domanda, si danno tutti del tu. Questo accade quando i giornalisti non mettono in discussione il potere, quando hanno paura di poter perdere l'accesso, un accesso che è peraltro inutile se intendono essere così indulgenti, allora che senso ha fare del giornalismo? Ora, più ci si avvicina a una guerra, più sarà importante mettere in discussione l'operato dei governi, rendere più dura la loro vita. Questo non è antipatriottico, al contrario, è molto patriottico.

I governi considerano antipatriottico sollevare interrogativi quando i soldati del paese sono in guerra, ma molti di quei soldati si pongono quegli interrogativi, e nessuno li ascolta, per cui il nostro lavoro è quello di porre le domande, anche al posto loro. Ai tempi della Guerra di Suez, molti dei soldati britannici che stavano invadendo Port Said, eravamo nel 1956, erano fortemente contrari a ciò che stava accadendo. I soldati furono entusiasti quando il leader dei laburisti in Gran Bretagna, Hugh Gaitskell definì l'attacco britannico come una aggressione. Ma naturalmente Gaitskell e i giornali schierati contro la guerra, in particolar modo "The Observer", vennero definiti come antipatriottici, e si sosteneva che in quel momento, con i rischi che correvano i militari, quelle posizioni fossero inopportune. L'America riuscì a entrare in Vietnam perché gli americani non misero in discussione l'operato del governo. Quando si accorsero dell'errore ebbero il coraggio di protestare, ma era già troppo tardi, e migliaia di giovani americani erano già morti. Il punto è che il giornalismo deve mettere in discussione l'operato del governo, soprattutto in tempi di guerra, e porre le domande più difficili, e se il popolo è sinceramente schierato per la guerra, accetterà le risposte del governo stabilendo se sono giuste o sbagliate. Nel 1940, in Gran Bretagna c'era ancora chi sosteneva che avremmo dovuto raggiungere un accordo con Hitler, ma il popolo britannico non la pensava così, e queste persone non riuscirono a far trionfare la loro tesi. Questo fronte aveva un suo programma, era libero di scrivere e discutere in proposito, ma non ottenne ciò che desiderava, perché il popolo voleva affrontare Hitler. Allora perché oggi si considera scontato che la gente sia troppo debole per poter sostenere un dibattito pubblico su una guerra molto meno importante? Infatti Saddam Hussein non è Hitler, così come Nasser non era Mussolini. Quindi, il punto è tenere sotto controllo i centri di potere.

Come ho detto, il problema è che molti giornalisti, e soprattutto i giornalisti americani, hanno smesso di farlo. Basta guardare la CNN: "Il Pentagono ha detto che… a te la linea!" "Grazie Mike, il testo diffuso dal Pentagono…" Queste persone sono diventate poco più che dei semplici portavoce. Sono i mendicanti del potere, pietiscono le informazioni, sono semplici rappresentanti dei centri di potere. Basta osservare i giornalisti americani quando giungono nel Medio Oriente dopo un periodo di assenza, immaginiamo che giungano a Damasco o nel Golfo, qual è il primo posto dove si recano? L'Ambasciata Americana, per una riunione informativa. E subito leggeremo: "Diplomatici americani, che hanno chiesto di restare anonimi, sostengono che… eccetera eccetera". Ma per fare questo tipo di lavoro si potrebbe restare a Washington, a Londra, o a Parigi, perché venire fino a qui per parlare ai propri concittadini o ai propri diplomatici? Non dedicano tempo a sufficienza al lavoro… Magari si recano al Ministero dell'Informazione del governo locale, che certo non sarà il regno della verità, non serve a nulla. Quindi tutto viene riflesso dalla cassa armonica delle politiche statunitensi: anche se magari parleranno con qualcuno in un bar o se viaggeranno in un paese, tutte le informazioni saranno dominate da ciò che hanno ascoltato nelle riunioni informative, con i rappresentanti della CIA, o con il sottosegretario dell'Ambasciatore, o con qualunque altra autorità.

Ricordo quando un grande gruppo di giornalisti americani giunse ad Algeri durante il peggiore periodo dei massacri, negli anni '90, giunsero tutti a bordo di un convoglio di auto, e un'ora dopo tutto il convoglio partì alla volta dell'Ambasciata, per una riunione informativa. Quando tornarono, mi misi sulla porta a belare al loro indirizzo, e tutti mi ignorarono stizzosi: non erano disposti ad accettare neanche la più piccola ironia sul loro modo di operare. E' il caso di tante storie, basate su agenzie americane, ora stiamo parlando della CIA, che come qualsiasi altro servizio di spionaggio del mondo, come l'FBI, l'MI6, il MOSSAD e i servizi segreti siriani, mente sapendo di mentire, e ha una lunga tradizione in questo senso. Se pensiamo a tutte le storie riportate sui giornali americani e basate sulla CIA e l'FBI, dobbiamo ricordarci che questi dovrebbero essere quegli eroi che non sono riusciti a impedire il più grave attacco agli Stati Uniti mai accaduto nella storia mondiale. Queste persone che stando alle autorità e alla stampa dovrebbero dimostrare di essersi liberate completamente di qualunque collegamento tra loro e quella catastrofe, sono stati nuovamente accettati come autorità, come persone in possesso di informazioni accurate.

Guardiamo a cosa è accaduto dopo l'11 settembre, chi avrebbe pensato che dopo l'11 settembre 2001 avremmo finito con l'attaccare Saddam, noi pensavamo che fosse stato Bin Laden, giusto? A un certo punto, lo scorso anno, l'immagine del volto di Bin Laden è stata gradualmente sfumata, perché non era stato trovato, ed è entrato in scena Saddam Hussein. Ho cercato di individuare esattamente in quale momento sia accaduto questo negli Stati Uniti. I giornalisti americani avrebbero dovuto sottolineare questo fatto, avrebbero dovuto chiedersi il perché di questa uscita di scena. Bin Laden è stato semplicemente cancellato, i giornalisti hanno dichiarato che gli Stati Uniti erano sempre più preoccupati per le armi di distruzione di massa dell'Iraq, e il governo se l'è cavata agevolmente, con sollievo dell'amministrazione Bush. Un mio amico, un professore di New York, ha effettuato delle analisi al computer sull'uso che è stato fatto di Bin Laden, di Saddam Hussein e dell'Iraq, durante lo scorso anno: il momento in cui si è verificato il grande cambiamento di scena, la sostituzione tra i due obiettivi, è stato il momento dello scandalo Enron. Il principale sospetto che è emerso da quella vicenda è che il problema dell'economia americana potesse essere quello della corruzione piuttosto che l'11 settembre, e allora: Bingo! Hanno ritirato fuori Saddam Hussein e lo hanno messo al centro della scena, dove è rimasto fino ad oggi. E oggi chi si ricorda più dello scandalo Enron? In questo caso i giornalisti americani hanno fallito, e soprattutto non hanno mai chiesto il perché di questo.

Lo scorso anno ho tenuto una serie di conferenze negli USA, intitolate: "11 settembre: chiedete chi è stato, ma per l'amor del cielo non chiedete il perché". E' interessante notare che durante ciascuna di quelle conferenze ho parlato di fronte a un minimo di 2.000 persone. Da una costa all'altra degli USA, nell'arco di 14 giorni, ho parlato a 32.000 americani. C'era interesse, volevano conoscere il perché. Ma nei giornali americani, dopo l'11 settembre, nessuno ha potuto porre quella domanda. Io mi sono posto subito quella domanda sul mio giornale, e ho ricevuto moltissime lettere di protesta, che mi accusavano di essere a favore dei terroristi, di essere malvagio come Bin Laden, che avrei dovuto essere licenziato dal giornale. Ho ascoltato un presunto accademico di Harvard, che urlava dal telefono alla radio: "Lei è un uomo pericoloso! Lei è antiamericano ed essere antiamericani è come essere antisemiti!". Quindi ora se si critica il Presidente Bush si è antisemiti, nazisti. E la ragione per la quale non si può discutere di questo è legata alla questione tabù negli Stati Uniti riferita al rapporto degli USA con il Medio Oriente e, in particolare, il rapporto degli americani con Israele. Ho descritto questo come l'ultimo tabù americano, oggi è possibile parlare di lesbiche, di neri, di gay, ma non del rapporto dell'America con Israele e con il resto del Medio Oriente. E naturalmente questi sono gli aspetti più pericolosi, il mondo arabo è indignato proprio per le questioni sollevate da Bin Laden, indipendentemente dal fatto che le abbia sollevate strumentalmente o meno, e cioè l'occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da parte di Israele, il sostegno incondizionato degli USA per Israele, o per i dittatori arabi filoccidentali.

L'America non vuole che qui ci sia la democrazia, e assistiamo a una crescente occupazione dei paesi arabi da parte dell'America. Oggi ci sono militari americani in Giordania, Egitto, istruttori militari in Algeria, in Kuwait, Arabia Saudita, Oman, Qatar, Bahrein e Yemen, come minimo! Queste sono tutte problematiche che vengono sollevate dagli arabi, e si tratta dei punti specifici sollevati da Bin Laden: è per questa ragione Bin Laden ha un seguito così grande nel Medio Oriente, non perché ha abbattuto il World Trade Center, o perché ha commesso crimini contro l'umanità negli Stati Uniti, ma perché ciò che sostiene riflette il pensiero della maggior parte degli arabi, ma non dei loro leader. L'unico modo in cui possono sentire parlare delle questioni che stanno loro a cuore è attraverso un arabo che parla da una caverna, e questa è una grande umiliazione per gli arabi. Ma queste problematiche dovevano essere completamente cancellate dopo l'11 settembre, una cosa assolutamente ridicola.

In occasione di una conferenza a New York ho detto: "Se viene commesso un crimine a New York, la prima cosa che i poliziotti cercheranno è un movente, ma nell'ambito di questo crimine internazionale contro l'umanità ci viene vietata proprio la ricerca del movente, ci vietano di chiedere il perché". E i giornalisti in generale, compresi quelli europei, sono stati criminali per il modo in cui si sono rifiutati di porre quella domanda. Finché, poi, non è stato troppo tardi per porla.

Robert Fisk, corrispondente da Beirut del quotidiano britannico The Independent, è un esperto di questioni mediorientali. Nei suoi reportage ha documentato l'invasione del Libano da parte di Israele (1978-82), la rivoluzione in Iran (1979), la guerra tra Iran e Iraq (1980-88), l'invasione sovietica dell'Afghanistan (1980), la Guerra del Golfo (1991), la guerra in Bosnia (1992-96) e il conflitto in Algeria (dal 1992 in poi).
THE BUSH SHOW
Mentre incombe la nuova guerra con l’Iraq, primo di una serie di conflitti annunciati, l’autrice mette a nudo attraverso le testimonianze delle più autorevoli voci della comunicazione italiana e internazionale, verità e bugie della macchina di propaganda che alimenta e condiziona il sistema mondiale dell’informazione.

In conversazioni ricche di aneddoti gli intervistati svelano le pressioni quotidiane a cui sono sottoposti: Riccardo BARENGHI, direttore del Manifesto;Padre Jean Marie BENJAMIN, ex funzionario Onu e presidente del “Benjamin Committee for Iraq”; Dennis BERNSTEIN, avvocato, giornalista e docente californiano; Giorgio BOCCA, scrittore, giornalista e opinionista; Franco CARDINI, storico; Giulietto CHIESA, giornalista esperto di questioni internazionali; Furio COLOMBO, direttore de L'Unità; Noam CHOMSKY, linguista; Robert FISK, corrispondente da Beirut di The Independent; Carlo GUBITOSA, giornalista di Peacelink; M’hamed Krichene, giornalista e conduttore di Al Jazeera; Massimo NAVA, inviato del Corriere della Sera; Alberto NEGRI, giornalista de Il Sole 24 ore; John PILGER, giornalista di The Guardian e BBC; Ennio REMONDINO, inviato Rai; Ornella SANGIOVANNI, associazione "Un ponte per"; Antonio SCIORTINO, direttore di Famiglia Cristiana; Marcello VENEZIANI, opinionista, filosofo; Gino STRADA, fondatore di Emergency; Giovanni BOLLEA, psicologo.

Giulia Fossà, giornalista media-creative, autrice e conduttrice di programmi televisivi, prosegue la sua esplorazione del mondo dopo l’11 settembre: dopo aver indagato gli aspetti delle limitazioni dei diritti, affronta il campo dell’influenza delle decisioni politico-militari-economiche sull’opinione pubblica. Che guerra sarà? Che cosa se ne saprà?

Un percorso critico aperto dalle parole di Gino STRADA testimone diretto di tanti orrori: spiega perché il cancro della guerra non deve essere considerato inevitabile. Esiste ancora un giornalismo indipendente? Come riesce a muoversi l’informazione nel campo minato della propaganda? Come evitare le trappole della disinformazione? Quale il sottile confine tra realtà e finzione del tragico show di cui siamo spettatori? Dal ring di conversazioni ricche di aneddoti gli intervistati svelano pressioni e condizionamenti.

Un libro inchiesta che nelle intenzioni dell'autrice vuol essere anche uno strumento critico per aiutare il lettore a decifrare correttamente le informazioni "ufficiali". E inoltre una piccola mappa alternativa per non soccombere alle notizie del The Bush Show, il più pericoloso spettacolo del mondo.

Dalla 4a di copertina:

"Il sistema economico degli Stati Uniti, che è il sistema economico prevalente nel mondo, sta inventando questa guerra necessaria, sta inventando questo pericolo terribile dell'Iraq, che in realtà fa ridere, non esiste. Si è riusciti - e credo che sia l'esempio massimo della disinformazia - a dimostrare che un paese, che non ha la bomba atomica, fa paura a un paese che ha mille bombe e missili atomici."
GIORGIO BOCCA

"I leader del moderno imperialismo sanno che prima di poter attaccare altri paesi devono fare il lavaggio del cervello ai loro popoli, perchè ne hanno paura. I giornalisti svolgono un ruolo chiave in questo senso. Non sono realmente dei giornalisti."
JOHN PILGER

"Ho il legittimo sospetto che la grande stampa sia collusa e partecipi come parte a questa campagna politico militare."
ENNIO REMONDINO

"I media ufficiali sono ormai diventati gli stenografi del Pentagono. Prendiamo la NBC, il più grande network televisivo commerciale. Che cosa è la NBC? La General Electric! E chi è la General Electric? Il più grande produttore di armi del mondo! Pensate che la General Electric voglia la guerra o la pace? Vogliono vendere i loro armamenti o no?"
DENNIS BERNSTEIN

"L'amministrazione Bush sta portando un attacco contro la gente e le future generazioni nell'interesse di ristretti settori ricchi e potenti. In queste circostanze è opportuno sviare l'attenzione dalla sanità, dalla sicurezza sociale, dai debiti, dalla distruzione dell'ambiente e da una lunga lista di sgraditi problemi. Lo stratagemma è quello di far paura alla gente. Come ha scritto il grande satirico americano H.L.Mencken: "L'autentico obiettivo della politica reale è tenere il pubblico in allarme (e quindi farlo rumoreggiare per essere condotto alla salvezza), minacciandolo con serie infinite di spauracchi tutti immaginari"

NOAM CHOMSKY
www.nuovimondimedia.it

Le guerre nascoste dall'informazione

Chi comanda in Congo? Chi raccoglierà diamanti in Sierra Leone? Chi ha coperto i massacri e i genocidi in America latina? E chi ha armato, negli anni passati, Saddam Hussein? Le notizie, le analisi dei commentatori italiani spesso nascondono una verità scomoda e dunque ignorata

GIANNI MINA' - http://www.ilmanifesto.it

L'esercizio della verità, nel momento che stiamo vivendo, è certamente il più disagevole per molti giornalisti intellettuali, politici, carenti di memoria. La spregiudicata deposizione, sabato scorso, di Cesare Previti al tribunale di Milano (deposizione nella quale l'ex avvocato delle cause scabrose di Berlusconi teorizzava sostanzialmente il suo diritto a commettere reati trattandosi di «fatti suoi») ha costretto, in questi giorni, molti opinionisti fino a ieri propensi alla tesi della persecuzione dei giudici di Milano verso Berlusconi e i suoi fidi, a prendere le distanze e a chiedere addirittura, come Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, che Forza Italia dimetta Previti dal mandato di senatore. Una richiesta tardiva, ma evidentemente suggerita da un contesto inquietante, nel quale proprio Previti, qualche settimana fa, aveva mandato un avvertimento esplicito al presidente del Consiglio: «Berlusconi sa come sono andati i fatti».

Costa sempre più fatica, evidentemente, raccontare o analizzare con onestà una realtà che ormai smentisce ogni sicurezza sulla bontà del sistema che prevale nel mondo. E questa fatica è ancora più palese nelle risicate due paginette che i grandi quotidiani in Italia riservano agli accadimenti del resto del mondo.

La preoccupante piega che ha preso, per esempio, la politica interna ed estera degli Stati Uniti, ha trovato, recentemente, una spiegazione seria ed esplicita solo in un fondo di Luigi Pintor uscito sul manifesto. Un fondo che qualche ipocrita stava sicuramente per definire «antiamericano» se, proprio il giorno dopo, George W. Bush non avesse reso noto le 33 inquietanti pagine del «National security strategy of the United States», cioè la insensata logica della guerra preventiva.

La scusa di chi sminuisce o fa finta di dimenticare fatti inoppugnabili, è che bisogna essere «politicamente corretti». Come se mentire sulla realtà, o eludere, ignorare, nascondere accadimenti fosse un esercizio morale, giusto e accettabile. E la guerra preventiva, decisa senza l'autorizzazione di nessuno, oltre «a stabilire un precedente imbarazzante», come ha segnalato l'ex presidente degli Stati uniti Bill Clinton, è una realtà che può essere spiegata con le sordide esigenze della grande industria delle armi, dell'energia e del petrolio, non con motivazioni strategiche come, con poca dignità, sostengono opinionisti provenienti perfino dall'intellighenzia di sinistra.

Recentemente Galli della Loggia si dispiaceva del senso di rimorso molto cattolico che buona parte dell'opinione pubblica sente verso le popolazioni povere, mentre secondo lui dei guasti e dei disastri di questi paesi sarebbero responsabili solo i loro governanti, megalomani e corrotti. Corrotti da chi, professore? Avrebbe qualche indicazione da darci? Perché Galli della Loggia, nella sua requisitoria, si è dimenticato di chiarirci perché, ad esempio, le ricchezze minerarie del Congo non sono in mano dei cittadini, ma proprietà della Compagnia generale delle miniere belga che, per quasi 40 anni, dopo l'assassinio di Lumumba (voluto dalle nazioni coloniali), ha imposto a Kinshasha, un dittatore come Mobutu Sese Seku. E il professore si è dimenticato di spiegarci anche perché in Sierra Leone è in corso da tempo una guerra dimenticata per il possesso dei diamanti. Un conflitto feroce combattuto da fazioni che utilizzano anche i bambini come soldati, al soldo di alcune delle democratiche nazioni d'Europa. Questi stati, ufficialmente alleati tra loro, non possono farsi la guerra in prima persona perché «sarebbe sconveniente». E allora in vece loro combattono adolescenti che imbracciano, spesso maldestramente, le armi più moderne in circolazione. La fazione che vincerà questo conflitto porterà in dote alla nazione «democratica» che l'ha sovvenzionata i diamanti della Sierra Leone.

Galli della Loggia per rafforzare la sua teoria sulle colpe dei poveri, comunque responsabili dei propri disastri (anche di quelli imposti dagli speculatori della finanza) faceva l'esempio di Saddam Hussein che, per smania di potere, ha fatto guerra per dieci anni all'Iran, dilapidando la ricchezza che il petrolio regala all'Iraq. Per una disdicevole dimenticanza però l'opinionista non ha segnalato che quella guerra fra fratelli la vollero e la sostennero, per motivi strategici legati al mercato dei gas e del greggio, proprio gli Stati uniti (Bush senior era il capo della Cia) che crearono e armarono Saddam insieme ad alcune civili nazioni europee. Fra cui l'Italia che costruì per il rais, alla Oto Melara di La Spezia, il super cannone e per oliare l'affare utilizzò la sede di Atlanta della Banca Nazionale del lavoro.

Qual è l'idea di verità che hanno questi intellettuali? In questi giorni i maggiori giornali italiani hanno scandalosamente ignorato il tiro a segno contro la casa, a La Plata (Argentina) di Estella Carlotto, presidentessa delle nonne di Piazza di maggio. Un avvertimento macabro, con pallottole dello stesso calibro di quelle usate per uccidere, 25 anni fa la figlia Laura, allora incinta, i cui resti sono stati ritrovati dopo anni di «desaparecion». La colpa di Estella Carlotto? Aver denunciato, proprio alla vigilia dell'attentato, la violenza della polizia argentina che il fotografo Diego Levy ha documentato in un saggio pubblicato nel n. 78 della rivista Latinoamerica. Il messaggio, specie in questo momento di disgregazione dell'Argentina è chiaro, mafioso e rivelatore, come ha spiegato Estella Carlotto, che il clima di impunità e di incubo già vissuto nella recente storia argentina sta per tornare, favorito proprio dalle presunte misure «antiterrorismo» volute dagli Stati uniti in America Latina. Purtroppo questa deriva in una nazione come l'Argentina, che era l'allieva più ubbidiente delle ricette neoliberali del Fondo monetario e della Banca mondiale, è sfuggita all'attenzione dei più importanti mezzi d'informazione italiani.

Paolo Mieli, nella prestigiosa rubrica delle lettere del Corriere della Sera, rispondendo ad un lettore che lo invitava a parlare dei gulag dei paesi comunisti alcuni dei quali sarebbero ancora in funzione, ha dimenticato questa realtà consueta anche nella «macelleria» Colombia del presidente Uribe, sodale di George W. Bush, oltre che dei narcotrafficanti e degli squadroni della morte, e normale anche nel Messico del presidente Fox, dove più di 200 persone sono scomparse negli ultimi anni nei commissariati di polizia. Mieli non ha accennato nemmeno alla Birmania o all'Indonesia dei feroci militari, alleati del governo di Washington, che, in un recente passato, hanno fatto fuori 500 mila «comunisti», e messa a ferro e fuoco, fino a ieri, Timor est. In compenso ha indicato il Vietnam e perfino Cuba, incurante del fatto che qualunque rapporto annuale di Amnesty International lo smentirebbe. L'unico gulag in funzione a Cuba è infatti quello creato a Guantanamo dal governo degli Stati uniti per rinchiudere, in condizioni penose, i prigionieri talebani.

Se ne dimenticano anche molte belle anime riformiste del contraddittorio mondo della sinistra italiana, giustamente attente ai dissidenti cubani, ma colpevolmente disinteressati invece a conoscere la reale situazione dei diritti della gente in molte presunte democrazie latinoamericane, africane o asiatiche dove, al contrario di Cuba, non c'è nessun rispetto per la dignità dell'uomo. A molte di queste nazioni convenienti per i nostri commerci viene quasi sempre perdonato tutto, come all'Argentina dell'epoca dei desaparecidos. Ed è triste notare come anche questi famosi riformisti, siano incapaci di proporre qualunque iniziativa che vincoli la possibilità di stabilire rapporti economici con questi governanti all'impegno di instaurare nei loro paesi una credibile realtà sociale, civile e democratica.

Il problema di fondo è che tutte le efferatezze commesse nel nome del capitalismo sono considerate deprecabili «effetti collaterali», come le bombe che in Iraq o in Afghanistan colpivano i civili innocenti, e comunque accadimenti ineluttabili. Così il fatto che l'amministrazione di George W. Bush stia ricattando il governo del Costarica per istituire in quel paese una super scuola di polizia che controlli il disagio crescente delle masse povere del continente, magari con i metodi crudeli usati dai militari latinoamericani formati a Fort Benning o nella «Escuela de las americas», non interessa più né all'informazione di quella che fu la borghesia illuminata, né alla politica rinunciataria di parte di quella che fu la sinistra italiana.

Anzi crea fastidio come l'appello del grande poeta argentino Juan Gelman che, dopo aver ritrovato la nipote partorita dalla nuora desaparecida e data in adozione dagli aguzzini della dittatura alla famiglia di una poliziotto di Montevideo, ora insiste con un appello via internet perché l'opinione pubblica internazionale costringa il presidente uruguaiano Battle a impegnarsi a ritrovare i resti della nuora in una delle tante fosse comuni sorte in America latina negli anni `70. Le fosse comuni come gli squadroni della morte o il terrorismo di stato, erano gli «effetti collaterali» dell'Operazione Condor, una delle più spietate campagne di repressione contro qualunque opposizione, messa in atto dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, e voluta in America Latina, negli anni `70, dal presidente nordamericano Richard Nixon.

All'Operazione Condor si deve fra l'altro il genocidio, negli anni `80 delle popolazione Maya in Guatemala, l'ultimo sfregio del secolo dopo quello nazista. I dati che il rapporto Onu «Memoria del silenzio» ha documentato, solo tre anni fa, sono agghiaccianti: duecentomila morti, trentamila desaparecidos, seicentoventisette massacri accertati, quattrocento villaggi scomparsi dalla carta geografica, quasi tremila fosse comuni. Il rapporto documentò anche la complicità del governo di Washington nel genocidio tanto che Bill Clinton volò a Città del Guatemala per chiedere scusa agli eredi dei Maya. E' per storie indecenti come questa che Bush junior osteggia e rifiuta il Tribunale penale internazionale.

Ho ricordato questi accadimenti tante volte e anche in una lettera a Mieli che mi aveva chiamato in causa nella sua rubrica. Purtroppo di questo terrorismo di stato tanto recente e ancora incombente nella società che viviamo, quella della «guerra continua», pochi si vogliono ricordare forse perché più inquietanti di molte efferatezze del comunismo.

L'esercizio della verità, il rispetto della memoria, la forza inconfutabile di certe realtà non sono convenienti e quindi vanno elusi. Con buona pace dell'etica dell'informazione.

g.mina@giannimina.it



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Guerra e comunicazione di massa

In una zona di guerra molto lontana, i media sono gli occhi e le orecchie del mondo. Ma se è l'esercito a controllare l'accesso alle informazioni, il pubblico cosa verrà a sapere? In questo articolo tradotto dal Collier's Year Book del 1992, Bill Kovach, giornalista americano di lunga esperienza (dopo essere stato caporedattore della redazione di Washington del "New York Times", è attualmente direttore della Fondazione Nieman per il Giornalismo dell'Università di Harvard), spiega come la Guerra del Golfo del 1991 abbia portato alla ribalta proprio tale questione. Diversi giornalisti hanno sostenuto di non aver potuto fare reportage veritieri dalla zona di guerra, perché avevano accesso solo a informazioni accuratamente selezionate e perché era concesso loro fare sopralluoghi in posti altrettanto prescelti. L'esercito, adducendo a motivo la preoccupazione per i rischi che i giornalisti avrebbero corso trasmettendo dal campo di battaglia, impose misure di sicurezza molto vincolanti. La Guerra del Golfo è durata pochissimo, ma il conflitto tra media e forze militari potrebbe andare avanti per parecchio tempo.

I giornalisti che guardano indietro nel tempo, ripensando alla Guerra del Golfo arrivano inevitabilmente all'inquietante conclusione che mentre Saddam Hussein sembra aver resistito all'aggressione dell'esercito americano, i veri sconfitti sono stati proprio gli organi di stampa e di informazione. Lo strettissimo controllo esercitato dai militari statunitensi sui media durante il breve conflitto è stato così descritto in una relazione redatta nel giugno del 1991 da un comitato di una delle più grandi organizzazioni di giornalisti: "Alla fin fine, tra le misure di sicurezza e il sistema 'a visite guidate' come forma di censura, la Guerra del Golfo è stato l'avvenimento più oscurato segreto della storia contemporanea. In una società libera non può esserci posto per un così schiacciante controllo da parte delle istituzioni... Televisione, stampa e radio sono stati costretti a constatare amaramente che non c'è stata informazione sulla Guerra del Golfo fino a quando non è finita".

Dal giorno stesso in cui ha risposto con le armi all'occupazione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, la preoccupazione principale dell'esercito americano è stata controllare l'atmosfera psicologica entro cui l'intera operazione si sarebbe svolta, attraverso un elaborato sistema di controllo degli inviati stampa sul terreno delle operazioni militari.

Il ruolo della tecnologia

La Guerra del Golfo ha segnato la separazione netta e inequivocabile tra stampa e forze militari. La moderna tecnologia delle comunicazioni permette di trasmettere in diretta mondiale le immagini di un avvenimento, e l'abilità delle reti televisive che trasmettono via satellite informazione in diretta ventiquattr'ore su ventiquattro, come la CNN, lanciano nuove sfide e offrono nuove opportunità. Tali innovazioni hanno fatto sorgere nell'esercito il timore che in questo modo venissero passate al nemico informazioni di vitale importanza tattica e strategica. Via via che il conflitto proseguiva, l'unica copertura informativa non soggetta al controllo militare degli americani furono i reportage televisivi degli attacchi missilistici su Baghdad, Tel Aviv e Riyadh, che le forze armate non riuscirono a impedire.

Peter Arnett, inviato della CNN, che rimase a Baghdad anche quando gli altri giornalisti se n'erano andati, spedì in patria le immagini-shock di una città dilaniata da missili teleguidati e bombe. Sui suoi servizi, che a volte mostravano gli effetti della guerra sui civili, si concentrarono accesi dibattiti sul ruolo dei giornalisti in tempo di guerra. Nel frattempo Saddam Hussein usava la tecnologia dell'informazione come mezzo di propaganda; anche se in modo piuttosto goffo e imbarazzato, tentò parecchie volte di guadagnare il sostegno mondiale per la sua causa con interviste e appelli televisivi. In effetti i generali del XX secolo hanno reagito alle innovazioni nel campo della comunicazione nello stesso modo in cui i generali della guerra civile americana reagirono all'introduzione del telegrafo: considerarono la diffusione delle notizie come armi in un arsenale, e cercarono di avere il controllo assoluto sulle informazioni che i giornalisti riuscivano ad ottenere e a trasmettere. Il sistema messo a punto nei deserti del Medio Oriente permise ai militari di decidere chi sarebbe stato autorizzato a trasmettere dalle zone di guerra e quali avvenimenti sarebbero stati coperti.

Da Grenada al Golfo

Questa nuova politica di controllo delle informazioni era già stata testata nel 1986, in occasione dell'invasione di Grenada da parte dell'esercito statunitense. I combattimenti, in quel caso, erano confinati a un'isoletta dei Caraibi completamente inaccessibile ai media. Al pubblico non arrivò nemmeno un'immagine del conflitto. Dall'intero mondo dell'informazione si levarono unanimi cori di protesta e gli esperti del Pentagono furono costretti a trarne le conseguenze; nonostante questo, quando si presentò il medesimo problema, e cioè quando nel dicembre 1989 truppe americane vennero inviate a Panama, ai giornalisti venne permesso di partecipare alle operazioni soltanto come parte logisticamente integrante di un contingente militare, cosa che, oltre a limitare totalmente la libertà di azione agli addetti all'informazione, non impedì peraltro di tenerli debitamente lontani dai luoghi delle azioni di guerra. L'operazione "Tempesta nel deserto" non fece altro che raffinare le misure di censura già adottata in Centroamerica.

Fatta eccezione per la possibilità di osservare i fuochi d'artificio dei missili "intelligenti" su Baghdad, i giornalisti che dovevano riferire sulla Guerra del Golfo ebbero scarsissimi contatti sia con le operazioni militari che con i soldati. Non avevano libertà di movimento, e la copertura delle operazioni militari delle unità di combattimento statunitensi fu limitata a zone ben precise, nelle quali gruppi di reporter venivano scortati da ufficiali dell'esercito che raccontavano la stessa storia a tutti i giornalisti accreditati per quella zona (circa 1400 concentrati in un solo posto). La scorta militare decideva dove sarebbe andato il gruppo ed era presente per regolamento a tutte le interviste, e capitò spesso che le tagliassero considerandole troppo critiche nei confronti della politica ufficiale. I pezzi scritti dai luoghi a cui i giornalisti avevano accesso erano soggetti poi a un'ulteriore censura, nella maggior parte dei casi politica, che mirava a eliminare le informazioni imbarazzanti per l'esercito. Non solo, il sistema di censura bloccò l'invio alcune corrispondenze per così lungo tempo fino a renderli inutilizzabili perché ormai anacronistici. Per sfuggire a queste censure, alcuni giornalisti, definiti dalle autorità militari "di parte", tentarono di informare l'opinione pubblica rimanendo al di fuori dei gruppi, ma vennero immediatamente bloccati. Quasi 50 giornalisti americani vennero trattenuti e alcuni di loro anche arrestati per aver tentato di eludere le limitazioni imposte dall'esercito. Altri, tra cui Bob Simon, della CBS, caddero prigionieri delle truppe irachene che li trattennero per un certo tempo.

Al posto dei reportages dalla zona dei combattimenti, i giornalisti potevano "beneficiare" ogni giorno delle conferenze stampa concesse dai generali dell'esercito. Resoconti simili tenuti puntualmente ogni pomeriggio alla medesima ora erano stati soprannominati durante la guerra del Vietnam "le follie delle cinque": i militari le usavano infatti per diffondere comunicati preconfezionati e spesso fuorvianti. Ma allora queste conferenze stampa venivano in genere boicottate dai giornalisti esperti, che preferivano i notiziari indipendenti sulle truppe al fronte. Poiché tale alternativa fu proibita ai reporter della Guerra del Golfo, la maggior parte delle informazioni che giunsero al pubblico americano dal Medio Oriente furono quelle delle conferenze stampa ufficiali.

Quel che vide il pubblico

I servizi giornalistici diedero dunque l'idea di una guerra in cui le perdite umane erano state evitate "chirurgicamente": i filmati trasmessi in televisione proponevano immagini di "bombe intelligenti" guidate da raggi laser, e anche il linguaggio usato nei commenti non era affatto cruento. Gli obiettivi militari come i carri armati e i mezzi per il trasporto dei soldati colpiti dalle bombe venivano classificati come "KIA" (killed in action, ovvero "distrutti durante l'azione"), ma l'uccisione degli esseri umani che si trovavano a bordo era definita "danno collaterale". Non si parlò mai dei costi della guerra in termini di vite umane e di conseguenze; ciò che veniva trasmesso dal Golfo, spesso serviva a mascherare la realtà più che a far luce su ciò che stava accadendo. Attraverso il controllo delle informazioni diramate dalla stampa non si mirava a proteggere solo la sicurezza delle operazioni militari: in seguito si scoprì che le forze degli alleati avevano usato i media per trarre in inganno lo stesso Saddam Hussein, e che l'avevano fatto in parecchi modi diversi. Durante il battage pubblicitario che aveva preceduto l'attacco, il governo aveva rilasciato lunghi elenchi di unità di combattimento chiamate in servizio attivo nel Golfo, ma in realtà erano stati convocati solo pochi dei componenti di ciascuna unità. In questo modo tuttavia, gli americani riuscirono a dare l'impressione che nella zona si fosse raccolto un enorme esercito già molto prima dello scoppio del conflitto.

Ancora, vennero rilasciate alla stampa dichiarazioni infarcite di dettagli tattici su un probabile attacco di forze anfibie dalla parte del Golfo Persico e di truppe regolari dalla zona desertica di confine con il Kuwait. Vennero stampate e trasmesse letteralmente centinaia di storie basate su queste dichiarazioni, corredate da grafici e mappe molto dettagliate. Così le forze alleate speravano di indurre il grosso dell'esercito iracheno a rimanere concentrato al centro e sul fianco orientale dello schieramento difensivo (cosa che in effetti fece), mentre in realtà l'attacco sarebbe stato sferrato sul fianco occidentale, per sfondare le linee su quel fronte e per arrivare eventualmente ad aggirare le truppe irachene.

La reazione dei media

La diffusione di notizie viziate per motivi sia strategici che politici generò una tensione e una sfiducia costanti tra i media e l'esercito. I giornalisti reagirono con forza alle dichiarazioni dei militari che giustificavano la necessità di manipolare le informazioni con l'esigenza di mantenere il più stretto riserbo sulla strategia e sulla tattica adottate durante le operazioni militari. Gli studi condotti dall'esercito sul ruolo che aveva avuto la stampa durante la guerra del Vietnam avevano sottolineato che permettere ai giornalisti di avvicinare liberamente le truppe e non esercitare la censura sui loro reportage non avrebbe affatto determinato il fallimento delle operazioni. Il colonnello Harry Summers aveva studiato per conto dell'Army War College le relazioni tra esercito, media e popolazione americana nel corso della guerra del Vietnam, e i risultati della sua ricerca vennero pubblicati in un volume intitolato Sulla strategia, usato tuttora come testo scolastico nelle accademie militari. Vi si sosteneva che il motivo per cui gli americani persero la Guerra del Vietnam non furono i giornalisti, e che per causa loro non si verificò nessuna fuga di notizie fondamentali per la sicurezza, ma che a perdere la guerra furono piuttosto i leader civili, che non chiarirono mai i veri obiettivi politici di quell'operazione e che di conseguenza non riuscirono ad ottenere il sostegno del pubblico.

Una catastrofe in prospettiva

A causa delle restrizioni imposte ai media durante la Guerra del Golfo, il pubblico ricevette una versione dei fatti oculatamente distorta. I costi e le reali conseguenze del conflitto divennero chiari solo in seguito; per esempio solo dopo la guerra si seppe che il 90% delle bombe sganciate sull'Iraq non erano teleguidate e che per lo più avevano mancato il bersaglio; o che i missili Patriot lanciati per intercettare gli Scud iracheni avevano causato a Israele danni maggiori degli stessi Scud. La strategia delle forze americane ebbe uno straordinario successo nel mantenere basso il numero di perdite umane, ma il fatto che l'Iraq non fosse più in grado di funzionare come una società organizzata perché tutte le infrastrutture industriali e commerciali erano state distrutte, significava che le ripercussioni della guerra sulla popolazione civile si sarebbero avvertite per molto tempo ancora.

Mentre in Iraq veniva portata avanti questa linea strategica, la stampa riferiva le parole rassicuranti che il presidente degli Stati Uniti, George Bush, rivolgeva al mondo: "Non abbiamo nulla contro la popolazione irachena, ... e non stiamo cercando di distruggere sistematicamente le strutture civili del paese." Un'équipe di medici dell'Università di Harvard che visitò l'Iraq poco dopo la guerra, concordò con le Nazioni Unite nell'affermare che il paese aveva subito una "devastazione di proporzioni apocalittiche", e stimò che in seguito alla distruzione degli ospedali e delle strutture sociosanitarie del paese sarebbero morti ancora almeno 100.000 iracheni, perlopiù bambini.

Il fallimento dei giornalisti

L'esercito non fu però il solo responsabile dell'informazione incompleta e ingannevole sulla guerra; i giornalisti stessi, infatti, sbagliarono grossolanamente nello sfruttare le potenzialità offerte loro dalla tecnologia. La diffusione in diretta delle notizie fu un ulteriore fardello che gravò sulle spalle dei giornalisti: fare informazione, infatti, significa scegliere le notizie in modo tale da dare un quadro della situazione che sia il più completo, il più accurato e il più equilibrato possibile; il che significa presentare le informazioni inserendole in un contesto di fatti e di eventi che ne consentano una corretta interpretazione. Larry Grossman, ex direttore del telegiornale della NBC, quando, nell'estate successiva, venne pubblicato il Rapporto Nieman, commentò: "Il primo giorno di guerra uno dei corrispondenti della CNN riferì che tutte le postazioni irachene per il lancio di missili Scud erano state distrutte, che la Guardia repubblicana di Saddam era stata decimata, e che l'intera aviazione irachena era stata spazzata via. Si disse inoltre che le testate dei missili Scud erano cariche di gas nervino e che le forze irachene erano pronte a lanciare missili nucleari". Queste informazioni, decisamente false, erano in gran parte il risultato di errate interpretazioni e di estrapolazioni poco chiare dei rapporti dei portavoce dell'esercito.

Un futuro conflitto

Anche se il primo conflitto armato con l'Iraq è durato solo qualche settimana, quello tra media ed esercito è destinato a protrarsi nel tempo, e le linee generali secondo cui si svolgerà si intuiscono da una causa intentata già durante la guerra da una dozzina di agenzie di informazione, compresi The Nation e The Village Voice, contro le restrizioni imposte ai media e che violano il quarto e il quinto emendamento. Molte personalità di spicco, tra cui gli scrittori E.L. Doctorow e William Styron, e il Premio Pulitzer Sydney Schanberg, si unirono alla protesta, ma alla fine il caso venne chiuso come dubbio perché la guerra finì prima che la corte arrivasse a una decisione. Tuttavia il giudice stabilì due regole molto importanti per il futuro: in primo luogo sancì il diritto delle parti a citare in giudizio il Dipartimento della Difesa; e in secondo luogo affermò che atti come l'esclusione della stampa dal campo di battaglia sono soggetti a esame giudiziario anche in tempo di guerra.

Con il costante progresso della tecnologia nel campo delle comunicazioni, i conflitti tra forze militari e media sono destinati a diventare sempre più violenti. Oggi sono disponibili telefoni satellitari che si possono portare sul campo e che i reporter possono usare per collegarsi con qualsiasi parte del mondo in tempo reale; esistono telecamere poco più grandi di una penna a sfera e presto saranno in commercio sistemi di trasmissione che stanno in una valigetta. Controllare un contingente di un centinaio di giornalisti dotati di tale equipaggiamento diventerà virtualmente impossibile.

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LA TELEVISIONE

Sulla Rete la pubblicità cambia funzione
Intervista al sociologo Alberto Abruzzese
a cura di MEDIAMENTE

ROMA - Il sociologo Alberto Abruzzese individua nella pubblicità uno dei principali fattori di cambiamento del linguaggio dei media, Internet compreso

In che modo la pubblicità ha influenzato lo sviluppo dei media?

"I legami tra pubblicità e media agiscono a vari livelli. Uno è quello strutturale ed economico, l'altro è quello espressivo e linguistico. All'origine, il primo rapporto è stato sicuramente quello tra pubblicità e stampa a cavallo tra '800 e '900. Ha riguardato soprattutto la comunicazione metropolitana ed il rapporto che la pubblicità ha intrattenuto con l'immagine muraria ed ha avuto un momento d'oro nei rapporti con le avanguardie storiche. La seconda fase, analoga a quella della cartellonistica, è stata la televisione. Il vero rilancio di una comunicazione per flusso come era quella metropolitana nella città, con gli sguardi della folla che si rivolgono verso le pareti e verso i grandi cartelloni, avviene con la televisione o anche con la radio.
A un certo punto la pubblicità è talmente potente, l'investimento che le imprese fanno sulla comunicazione è talmente alto, che tutto il sistema televisivo viene sostenuto e quindi anche qualificato dalla pubblicità. È una pubblicità generalista, di prodotti di uso di massa, che ha per vocazione non soltanto sostenere i media ma naturalmente invaderne i linguaggi. Da fenomeno della 'soap opera' in poi, la pubblicità appare in modo sempre più visibile sino a quella forma in cui davvero c'è un intervento della pubblicità sul linguaggio cinematografico che è lo spot televisivo: una grande accelerazione dell'immagine, una grande enfasi sul corpo, sui consumi, una capacità di sintetizzare in poche immagini, di raggiungere effetti eclatanti e di ridurre al minimo il racconto o far sì che il segnale, l'immagine, il prodotto possa, come un flash, riportare la fantasia dello spettatore a un'aura di finzioni che viene rapidamente evocata e contemporaneamente dissolta".

Come è cambiata la cultura visuale in rapporto al linguaggio pubblicitario?

"In una progressione che inizia negli anni '60 con gli sperimentalismi e poi si accelera sempre più sino ai giorni nostri, l'esperienza di condensare il messaggio, si intreccia con quella sperimentazione del video che è volta a sfuggire al tempo ordinario, alla rappresentazione del tempo e dello spazio tipica proprio della televisione in quanto linguaggio generalista, alla contemporaneità televisiva. Quindi abbiamo la tendenza al tempo brevissimo, al tempo terminale, o al tempo dilatato, pochi secondi oppure ore e ore di proiezione. Dietro a questi movimenti, in genere di neoavanguardie, di sperimentalismi molto accesi, la critica raramente, scorge l'influenza della pubblicità.
Anzi, molto spesso queste forme vengono sacralizzate come prodotti d'arte da contrapporre, invece, al piatto consumismo del messaggio pubblicitario. Io credo che invece in qualche modo qui si misuri forse l'aspetto più interessante, dal punto di vista antropologico-culturale della pubblicità, che è un linguaggio che lavora sui simboli degli oggetti, sul rapporto tra oggetto e corpo, tra oggetto e desiderio".

Qual è la specificità di Internet rispetto agli altri media nella comunicazione pubblicitaria?

"Internet ha costituito una vera e propria rivoluzione rispetto alla pubblicità tradizionale. La pubblicità tradizionale è fondata su alcuni paradigmi sostanziali della civiltà dell'immagine e della società di massa, cioè massima trasparenza, massima visibilità, capacità di esporre l'oggetto sulla scala necessaria per avere il massimo potenziale d'acquisto. Dalle vetrine dei grandi magazzini dell'800 alla televisione, a uno spot televisivo, c'è un'unica dinamica che è quella di dare splendore agli oggetti. Tutti gli storici o i sociologi della comunicazione e della pubblicità hanno rilevato come tra l'altro in questo processo sempre di più, piuttosto che dare informazioni sull'oggetto, si è invece costruito un universo simbolico che viene in primo piano. Una sorta di processo di desacralizzazione e di risacralizzazione dell'immaginario sul prodotto di consumo. È come se da una scena in cui consumatore e oggetto convivono, fosse venuta in primo piano la magnificenza dell'immaginario costruito dagli oggetti. Invece, nel caso di Internet e delle reti, tutto ciò sprofonda nel buio perché la caratteristica di queste forme di comunicazione è un faccia a faccia, interpersonale.
In questo caso, quindi, bisogna un po' ricostruire l'aspetto magico degli oggetti che non godono più dell'aura collettiva ma che devono invece godere di una possibilità di connessione con l'intrattenimento tra persona e persona. E' vero che su Internet basta viaggiare un po' per vedere tutti i simboli ed i marchi della pubblicità di massa. Sono come dei grandi monumenti sparsi in una nuova frontiera. In qualche modo Internet pone questioni diverse nella pubblicità. Può, per esempio, recuperare quello che nella pubblicità generalista, nella pubblicità televisiva, era andato perduto, cioè l'informazione sul prodotto. Può connettersi all'intero ciclo della produzione sino alla distribuzione e al consumo e scardinare quelle che sono state le caratteristiche della messa in scena spettacolare delle merci".

Quali sono le principali innovazioni che ci possiamo aspettare nel modo di concepire le pubblicità attraverso Internet?

"La caratteristica dei linguaggi digitali, delle reti, è quella della connessione e naturalmente invece il problema dei contenuti resta un problema che riguarda la capacità di ricondurre le tecnologie al vissuto o comunque di negoziare le tecnologie. Possiamo immaginarci allora una società che si sta destrutturando, in cui il passaggio da regime industriale a post-industriale, di lavoro fordista al lavoro post-fordista, sta indebolendo sempre di più le identità collettive, compatte, monolitiche, monumentali, e si sta invece aprendo a una serie di realtà locali di identità fortemente singolari, personalizzate. È su questo che la pubblicità sarà costretta a lavorare se la vocazione della pubblicità è quella di favorire l'acquisto.
Questo significa naturalmente che bisogna reinventare tutto, e in questo senso le capacità connettive dei "new media" sono tali sia da prospettarci un futuro in cui sostanzialmente le regole ferree della pubblicità generalista si trasmettono alla Rete e in qualche modo si polverizzano, ma contemporaneamente diventano onnipresenti. D'altra parte, però, è anche vero che l'esperienza delle reti, dei navigatori, dei cyberpunk, eccetera, ci ha mostrato che ci sono delle culture native del computer e allora in quel caso, per esempio, le vecchie strategie della pubblicità vengono meno, entrano in crisi. Probabilmente c'è un tale carico simbolico, che forse proprio la zona delle reti è quella zona che alcuni economisti e sociologi stanno individuando come una sorta di grande mutazione della merce che progressivamente rientra nella economia del dono. Queste tecnologie e molti dei valori che vengono espressi nel postmoderno riconducono a dimensioni tribali. La pubblicità dovrebbe acquisire nuovi elementi in cui l'aspetto duro, materialistico, della merce si infrange, si "smaterializza" in alcuni aspetti che hanno a che vedere con il risarcimento emotivo del dono".

La personalizzazione della pubblicità che si sta affermando in Rete la renderà meno invadente, meno subliminale, più diretta?

"Nella Rete tutto è possibile e quindi è possibile che il vecchio messaggio generalista assuma una sua efficacia tanto più violenta perché è mirata. Un po' come un bisturi, un qualcosa di chirurgico, una pubblicità di qualità generalista che percorre invece la Rete e colpisce la persona. D'altra parte, le regole del sistema delle reti sono complesse. La Rete ribalta il vecchio schema della società moderna, che è quello in cui il vertice reprime la base e il globalismo, o come un tempo si diceva, la dimensione mondiale reprime invece le subculture e le dimensioni subalterne. Questo sistema, appunto, vive una doppia dimensione: tanto più può essere efficace globalmente, tanto più poi deve consentire localismi.
E allora è evidente che qui siamo di fronte agli enigmi del futuro, cioè l'esperienza, i conflitti, affronteranno una lunga fase di negoziazione in cui la qualità delle reti potrà muoversi più nel rafforzamento del vecchio regime moderno, e quindi anche del potere delle merci che ha caratterizzato il regime moderno. Oppure stiamo andando verso una nuova frontiera in cui questi valori storici della modernità potrebbero diminuire".

30 maggio 2000

La Repubblica





L’inchiesta televisiva e il suo declino

di Renato Parascandolo

In un paese nel quale il numero di cittadini che leggono i giornali è in costante diminuzione, l’informazione televisiva assume un valore straordinariamente e pericolosamente importante, se si pensa che la stragrande maggioranza delle persone costruisce la sua visione del mondo, della politica e della società quasi esclusivamente sulla base delle notizie dei telegiornali e sulle dispute dei talk show. Consapevole di questo “privilegio”, l’informazione televisiva, pubblica e privata, ne ha approfittato aumentando progressivamente la sua offerta. Ma piuttosto che svilupparla con rubriche d’inchiesta e d’approfondimento, l’ha accresciuta in ampiezza: il numero dei notiziari è aumentato ma la loro qualità, anche se non è peggiorata, è rimasta più o meno quella di un tempo. I telegiornali hanno spalancato una finestra sul mondo per centinaia di milioni di cittadini; le inchieste televisive hanno mostrato la complessità e la contraddittorietà del nostro tempo, i progressi della scienza, costumi e mentalità d’altri popoli, realtà sociali sconosciute e tremende, eventi storici che accadevano, in diretta, sotto gli occhi di tutti.
Malauguratamente, questa straordinaria funzione sociale della televisione è andata progressivamente scemando, con la parziale eccezione dei telegiornali della TV pubblica che hanno sostanzialmente conservato, con le debite eccezioni, la loro funzione di strumenti d’informazione attendibili e puntuali. Tuttavia, anch’essi hanno pagato il loro tributo alla pubblicità emulandone parzialmente il linguaggio e riducendo il criterio della qualità a un unico parametro: il numero dei telespettatori. Anche per misurare l’obiettività dei telegiornali si usa, spesso, un criterio puramente quantitativo, calcolando tout court i tempi di presenza in video dei leader politici, un tempo calcolato indipendentemente dalla “qualità” del loro apparire, proprio come accade per il resto della programmazione. Il ritmo delle notizie dei telegiornali è sempre più sincopato e gli aspetti formali – anchorman, scenografia, grafica, – assumono un rilievo sproporzionato rispetto ai contenuti.
Le notizie, perché veramente possano dirsi “comprese”, dovrebbero essere contestualizzate, inquadrate in un paradigma interpretativo, commentate da opinionisti di differenti tendenze e, soprattutto, verificate alla fonte. Sennonché la presenza dei giornalisti sul posto richiederebbe una struttura organizzativa e redazionale i cui costi sono molto superiori a quelli di una redazione interna che si limita a elaborare le notizie d’agenzia, corredandole, tutt’al più, con l’intervista all’uomo politico di turno. Perciò avviene – sempre più spesso – che i giornalisti si trasformino in esperti di packaging: impacchettano e imballano prodotti – le notizie – spesso senza poterne accertare la consistenza.
Un altro limite dell’informazione televisiva è la concentrazione di tutte le notizie nell’imbuto dei telegiornali senza che vi siano altri spazi di palinsesto dove approfondire, analizzare e, soprattutto, mostrare i fatti che accadono. L’affollamento delle notizie nello spazio necessariamente angusto dei TG, congiunto all’inevitabile tendenza a enfatizzare i fatti di cronaca che suscitano maggiore impressione, genera talvolta pericolosi effetti di distorsione della realtà. Senza parlare dell’incorreggibile abitudine di usare vecchie immagini di repertorio per illustrare notizie di attualità senza mettere sull’avviso i telespettatori.

Consideriamo il caso di alcune piaghe sociali, come la morte per droga, i delitti di pedofilia, gli incidenti stradali e quelli sul posto di lavoro. Sono fatti che si ripetono, con inesorabile puntualità, tutti i giorni e, per ciò stesso, non fanno notizia, a meno che non si caratterizzino come particolarmente toccanti, o violenti. In questi casi l’evento balza in primo piano: gli inviati speciali raccolgono, sul posto, tutti i particolari, anche i più insignificanti. Notizie di fatti analoghi, di scarsa rilevanza, che mai avrebbero trovato spazio in altre occasioni, trainati dall’evento principale, assumono un’importanza sproporzionata. Si ha l’impressione, secondo i casi, che l’intero paese sia infestato da pedofili, o che vi sia una moria di drogati per overdose oppure che, per strane combinazioni degli astri, tantissimi operai muoiano in quei giorni per incidenti sul lavoro. Queste notizie assumono, con il passare dei giorni, le caratteristiche di una telenovela o di un romanzo d’appendice. Poi, all’improvviso, come se quel “racconto” fosse ormai concluso, le notizie spariscono dai telegiornali, come se da un certo punto in poi nessuno più morisse per droga o sul lavoro e i pedofili si fossero tutti ravveduti. La colpa di questo comportamento abnorme dei telegiornali non è ascrivibile immediatamente ai giornalisti. I telegiornali, per la loro stessa natura, non possono far altro che mostrarci un mondo in frantumi. Schegge di notizie sui fatti più disparati si giustappongono le une alle altre e rimbalzano, sempre uguali, da un notiziario all’altro come in una sala degli specchi. Le situazioni sociali perdono il loro carattere di svolgimento, di processo dinamico, per cristallizzarsi nelle fugaci notizie di cronaca, in una lunga e accidentale sequenza di foto istantanee.

Si usa affermare che un buon giornalista deve separare la notizia dal commento in modo che il lettore possa distinguere il fatto dall’interpretazione, necessariamente soggettiva, dell’autore dell’articolo. L’informazione tuttavia non è fatta solo di notizie e opinioni, ma anche di ricostruzione minuziosa di situazioni spesso contraddittorie, di risvolti inquietanti e per ciò stesso volutamente occultati, di contesti sociali e politici più ampi, in cui i singoli fatti devono essere inquadrati perché possano essere correttamente compresi; di paradigmi interpretativi che consentono di decifrare la concatenazione d’eventi all’apparenza accidentali e fine a se stessi. Questo approfondimento è possibile soltanto con l’inchiesta giornalistica, che mira a svelare la realtà dei fatti, a togliere, cioè, letteralmente il velo d’ovvietà che ricopre le cosiddette news; oppure mira a mettere in luce avvenimenti di cui s’ignora l’esistenza. Ma un’inchiesta è anche un campanello d’allarme perché siano posti all’ordine del giorno eventi la cui gravità è minimizzata proprio dalla loro familiarità, dal fatto che, accadendo tutti i giorni, non fanno più notizia. In definitiva l’inchiesta è lo strumento che consente di cogliere, nella ricostruzione meticolosa di un episodio di cronaca, l’aspetto universale di una realtà attuale.
Purtroppo dal palinsesto della televisione pubblica è stato espunto – ormai da vent’anni – l’unico strumento che poteva descrivere e mostrare la realtà sociale nella sua complessità, oggettività e contraddittorietà: l’inchiesta giornalistica a sfondo sociale, un genere che aveva contraddistinto positivamente la RAI degli anni Sessanta e Settanta, anche per la serietà e il coraggio civile dei giornalisti e dei registi di quegli anni.
Con il declino dell’inchiesta televisiva è cominciata la sistematica “spettacolarizzazione” della realtà: la vita pubblica è presentata come una lunga sequenza di striptease dell’anima, d’aneddoti e confessioni sulle miserie della vita quotidiana che indulgono più all’emotività che alla consapevolezza razionale dei grandi motori sociali che condizionano la vita degli individui. Di fatto, l’inchiesta è sostituita dai talk show che, tranne qualche lodevole eccezione, prendono a pretesto l’attualità politica e sociale per organizzare negli studi televisivi (cioè lontano dai luoghi in cui i fatti accadono e dai loro protagonisti), passerelle d’opinione e risse a buon mercato tra “professionisti” del video che ricordano, in sedicesima, i retori e i sofisti che girovagavano per le città dell’Attica e della Magna Grecia ai tempi di Platone, mandandolo in bestia. Nei talk show della TV pubblica, che spesso accampano la pretesa di essere programmi culturali, può accadere che un segretario di partito si presenti nello studio televisivo con il suo ingombrante terranova, oppure che si trovi a discutere d’importanti riforme costituzionali con una famosa soubrette, sua sedicente ammiratrice.
Insomma, con l’affermarsi delle trasmissioni meno impegnative – e soprattutto meno costose – imperniate sulla figura del “giornalista-giornalaio”, secondo la famosa espressione di Funari, siamo di fronte al classico esempio della moneta falsa che scaccia quella buona. Non bisogna, infatti, dimenticare che i documentari cinematografici a sfondo sociale – palestra dei giovani registi del neorealismo nell’immediato dopoguerra – e le inchieste televisive degli anni seguenti, avevano saputo raccontare la storia del nostro paese, dando la parola a protagonisti e vittime, penetrando nelle pieghe della società civile per mostrarne tanto il mutamento contraddittorio, tumultuoso e spesso violento, quanto i sostanziali progressi.
Un fenomeno del tutto analogo si manifesta nel mondo della carta stampata, dove l’introduzione delle tecnologie informatiche, piuttosto che aumentare la qualità dell’informazione, è servita soltanto a “ottimizzare” i tempi e i costi del lavoro giornalistico, con la conseguenza che il cronista è sempre meno presente nei luoghi in cui i fatti avvengono. Perciò attinge le notizie dalle agenzie, quasi mai potendo verificarne la fonte primaria e, quindi, l’attendibilità e la portata. Questo “giornalismo da scrivania” ha, di fatto, provocato il declino delle grandi inchieste affidate a inviati speciali e a firme prestigiose: un genere troppo costoso che ormai trova spazio, sporadicamente, soltanto in alcune testate a grande tiratura.
La “morte” dell’inchiesta – nella televisione e nei giornali – ha provocato un danno gravissimo: non potendosi più rispecchiare e riconoscere nelle inchieste sociali dei media, la società civile è stata colpita da una profonda crisi d’identità che non può essere surrogata dai numeri asettici delle statistiche e soprattutto dai sondaggi d’opinione in tempo reale, moneta altrettanto falsa usata abitualmente nei programmi televisivi in chiave spettacolare. Ancora più gravi sono le conseguenze per le giovani generazioni le quali, private di uno strumento che mostri in maniera attendibile la loro condizione e il contesto sociale in cui esse vivono, finiscono, in mancanza d’altro, per identificarsi con gli stereotipi della pubblicità e con quelli dei fatti di cronaca, dove fa notizia chi getta sassi dai cavalcavia o si schianta sulle strade la notte del sabato. Sono gli stessi giovani che, a causa di una televisione che ha rimosso la storia sociale, rischiano seriamente di diventare come quei vecchi arteriosclerotici che conservano la memoria del passato remoto ma ignorano ciò che è accaduto nel passato recente e, soprattutto, ciò che accade, oggi, intorno a loro. Oltretutto, i giovani non hanno più la possibilità di apprendere alcunché nemmeno dalla strada, perché le strade sono ormai non più luogo pubblico d’incontro, ma percorsi d’interconnessione di luoghi privati.
Il declino della dimensione pubblica della vita sociale, genera una falsa prospettiva che impedisce di cogliere la varietà dei fenomeni e la loro consistenza. Per esempio, un cittadino che vive in un quartiere residenziale o in una cittadina di provincia del Nord, non ha quasi mai l’opportunità di fare esperienza diretta del degrado delle periferie urbane delle grandi città o della disperazione dei giovani meridionali in cerca di lavoro; né, per lo stesso motivo, egli può rendersi conto dei progressi, dei cambiamenti radicali, talvolta epocali, che stanno ridisegnando la fisionomia dell’Italia. Sappiamo dalle statistiche ufficiali che il nostro paese conta nove milioni di poveri. Quelle stesse fonti ci dicono, altresì, che siamo il sesto paese industrializzato del mondo. Com’è possibile conciliare questi due dati, peraltro veritieri, in assenza di strumenti in grado d’immergersi in questa complessa rete di dinamiche sociali, di situazioni in movimento, di nuove e feconde contraddizioni che si confondono e si scontrano con quelle antiche? Già la semplice osservazione di un fenomeno non è sufficiente per comprenderne il vero significato; figuriamoci quale idea ci si possa fare di una realtà preclusa alla nostra vista, e la cui unica rappresentazione ci è data da sondaggi contrastanti e desolanti statistiche!
Il consueto raffronto tra televisione pubblica e televisione commerciale è in qualche misura improponibile, se fatto con riferimento al genere dell’inchiesta. La televisione commerciale, infatti, non è interessata, oggettivamente, a questo genere di programmi che oltretutto comporta tempi lunghi di realizzazione e richiede l’apporto di registi e giornalisti altamente specializzati. Al contrario, per la televisione pubblica l’inchiesta sociale è un dovere, se non addirittura un obbligo, e come tale dovrebbe essere indicato nel contratto di servizio tra lo Stato e la RAI, al pari dell’informazione parlamentare. Infatti, non vi è strumento più efficace dell’inchiesta televisiva, realizzata sul campo, per conoscere la realtà nella quale siamo immersi. L’inchiesta è uno strumento di conoscenza utile non solo per i cittadini, ma anche per il governo e per l’opposizione che, non di rado, in mancanza di strumenti d’indagine che mostrino la realtà nella sua concretezza, si trovano costretti ad affrontare i grandi temi sociali lasciandosi influenzare dai luoghi comuni e da statistiche spesso manipolate.

Enrico Ghezzi
Bologna, Future Show, 11 aprile 1997
"L'evoluzione del linguaggio televisivo"

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INTERVISTA:
Domanda 1
Ci sono sempre più dei legami fra la televisione e Internet. Su Internet si possono già trovare dei servizi che cercano di avvicinarsi alla televisione. Lei crede, come sostiene George Gilder, che la televisione è destinata a morire per essere sostituita da Internet?

Risposta
E' un problema che non mi pongo mai perché credo che la televisione sia già morta; lo penso anche del cinema, nel senso che entrambi i mezzi sono nati morti. Se pensiamo a questa televisione, ovviamente forzatamente e fisicamente controllata da pochi poteri economici e/o, di solito, governativi, la risposta dovrebbe essere superata; da sempre la televisione, ma anche il cinema ci hanno fatto entrare in un universo del sentire più ancora che del comunicare, un universo che va alla velocità della luce in rapporto alla lentezza dei governi e alla pesantezza leggera del capitale. In questa prospettiva, la risposta, ripeto, alla sua domanda dovrebbe essere affermativa. Invece credo che non morirà, perché anche questa televisione, la più vecchia, quella generalista è quella paradossalmente più vicina al tipo di desiderio indistinto dell'individuo. Credo, inoltre, che proprio questa sorta di bisogno religioso che si solidifica nella vecchia televisione sia attivo nel nostro desiderio verso questo orizzonte di rete dove dovrebbero essere inghiottite parte di queste pesantezze da essere dissolte.

Domanda 2
La televisione che si avvicina ad Internet crede che possa offrire una maggiore libertà per l'utente?

Risposta
Questa presunta "libertà" è qualcosa a cui credo pochissimo, una libertà che un individuo si dà anche contro le costrizioni e contro i poteri. E' vero che Internet ci offre una impressione di maggiore flessibilità, però si sostituisce, probabilmente, alla libertà che non possediamo realmente, che altrettanto realmente non abbiamo su Internet e che non possediamo in generale. In questo senso, di nuovo, la televisione è così palese che il "poterino", il giochino di libertà del telecomando è pressoché nullo, poiché la libertà televisiva è più palesemente inesistente e nello stesso tempo, però, pur essendo così vecchia, sembra eccedere le capacità, per esempio, dei regimi democratici di giudicarsi. Non credo molto nel discorso: "più libertà, meno libertà". A mio avviso, il senso della rete può essere quello di un orizzonte e soprattutto una zona di linguaggio dei linguaggi, quello, cioè, di mettere il linguaggio come vogliamo, oltre la pubblicità, oltre il visivo; anche se adesso ci si riprecipita, con Internet, dentro con tutto il visivo, con tutto il televisivo, con tutto il filmico, con tutte le forme di scrittura possibili, dovremmo, comunque, dubitare di tutto il linguaggio che abbiamo potuto parlare fino ad oggi, in una sorta di azzeramento, più ancora che di superamento, appunto, dell'illusione di nuovi valori, di nuove libertà, nuove comunità. La vera illusione che abbiamo, e a volte è insita anche nelle domande che ci poniamo su Internet, è quella sull'importanza della comunicazione: finché ci poniamo in un universo di comunicazione, certo che Internet risulta più potente di altri mezzi, certo che concentra tutti i modi usati fino ad oggi per comunicare. E' più interessante riflettere su quello che non è Internet di quello che è; quello che non è, è sbarazzarci anche della necessità di dovere accedere a una rete, sentirsi in rete, senza abbonarsi, senza avere i mezzi, superare questi mezzi che sono leggeri, ma che invece sono ancora pesanti e io la pesantezza la trovo tutta nei tempi, in questi due, tre, quattro, cinque secondi di attesa che sono insopportabili perché quello che ti promette la rete è l'istante, essere all'istante in rete, all'istante ovunque, e poi, invece, questi due secondi sono quelli che ti allontanano dall'eternità del presente.

Domanda 3
L'interattività può nascondere una limitazione, in realtà, della libertà?

Risposta
Non c'è dubbio che l'interattività idolatrata come linguaggio, come parola non ha alcun senso; direi, anzi, che nel suo senso più spinto sia una sorta di negazione della libertà. E' come quando avvertiamo - perfino in televisione in certi stacchi, in certi piani d'ascolto, in programmi tradizionalissimi, nei talk show più pesanti nazional- popolari, nelle prime serate di Santoro - un piano di ascolto che non ci aspettiamo, e poi scompare. Oppure il piano di ascolto della persona che ha un trasalimento vedendosi un attimo nel monitor di controllo che c'è in studio e si vede inquadrata: c'è un momento di incertezza; in quel momento è come se la persona stessa, e noi che guardiamo, sentissimo il potenziale anche solo in quello studio, ci sembra assurdo che non ci siano tanti canali, o tante inquadrature, più banalmente, o tante telecamere quante sono le persone presenti nello studio. Poi, ognuna di queste persone ne meriterebbe e ne sopporterebbe migliaia, milioni di telecamere, tante quanti sono i modi infiniti di perforare lo spazio. Allora, se uno si sente trafitto dall'infinito possibile della comunicazione, ha almeno qualche possibilità di sentirsi nudo, di non sapere cosa sia la libertà. Cosa è la libertà di scegliere quando un individuo può intravedere due o tre di questi canali (sottolineo "canali"), o di questi modi di essere sapendo che sei attraversato da migliaia, milioni di altri che non controlli, che non conosci, che non sai come funzionano? E' lo stesso discorso della comunicazione. Quello che mi interessa molto e mi affascina, e forse mi spaventa anche, di questo orizzonte della rete, è, invece, questo riportarci a quel grado zero che dicevo, per cui non si ha bisogno di volere comunicare ma, in qualche modo, si comunica automaticamente. Io credo che tale automatismo sia sempre esistito nella storia dell'umanità, ma adesso, avendone coscienza, crea in me una fortissima sensazione di disagio, il disagio della tecnologia vita, della vita che in parte, forse in toto, è tecnologia essa stessa; però, non ho più bisogno di accedere a una schermata: muovo velocemente la testa e sono collegato con milioni di altri esseri, di altri soggetti, di altre parti di macchine, di altri sistemi comunicanti. Personalmente sono più portato a vedere e a sentire questo lato, che è il lato, se vogliamo, dell'esperienza estetica in sé, in cui si risolve o, se qualcuno pensa che sia troppo nichilistico il dirlo, si ridissolve tutta la vita. La comunicazione è frenetica. Rispetto a quale scala sia frenetica io non lo so dire... Ma mi sembra troppo aspettare un secondo in questa dimensione, mentre mi piace aspettare sette ore angosciato una persona amata. Mi piace o mi terrorizza.

Domanda 4
Adesso si parla molto di TV tematica. Quali sono i settori su cui si deve puntare per avere dei canali tematici di successo?

Risposta
I canali tematici di successo, purtroppo, si può intuire quali siano. Ci sono diverse gamme di "canali nostalgia" che potrebbero avere un ottimo successo, anche di nostalgia dell'immediato, nostalgia dell'anno prima, addirittura canali indicati dall'anno, in un certo senso. E poi è sufficiente scegliere i, le discipline più preesistenti in diversi settori; nel campo televisivo, per esempio, può essere lo sport. Io credo che esistano diverse forme di collezionismo che sopporterebbero e supporterebbero un canale tematico, e trovo che il canale tematico arrivi tardissimo non solo in Italia, ma, in generale, come servizio. Il canale tematico aveva senso nel momento di trionfo della televisione generalista, non nel momento del suo declino. Nel momento del declino, viceversa, questo sviluppo è in ritardo rispetto a quello che i mezzi già vecchi ci avevano fatto intravedere. Ripeto: il canale tematico è vecchio rispetto alla TV generalista, perché si tratta, ora, di spezzettare, di sistemare, mettere, sugli scaffali, in vendita quello che prima era un po' più confusamente venduto. Credo che si tratti di una banale risistemazione del mercato. A mio avviso ciò che manca è l'intensità televisiva, il fascino del pericolo televisivo. La televisione, di nuovo, è abbastanza indifferente all'intensità come io la intendo. Se io avessi in mano un canale tematico cercherei di inventare, di scrivere un'altra televisione, già sapendo, però, che ho in mano un vecchio strumento di comunicazione, una cosa tramontata prima ancora di apparire.

Domanda 5
Non crede che con queste tecnologie, sia delle forme di televisione più avanzata, sia Internet, rischino di creare una classe di esclusi?

Risposta
Sicuramente! E ciò anche prescindendo dalla formazione culturale e dalle stratificazioni di classe. Per rispondere esattamente alla domanda, credo che gli esclusi sarebbero, paradossalmente, i privilegiati, i privilegiati e gli esclusi si toccherebbero, si darebbero davvero la mano. In un futuro immediato, neanche prossimo, il privilegio dei potenti o di individui particolarmente liberi rispetto agli obblighi della comunicazione e alla comunicazione come obbligo, come dovere sociale (che è veramente l'idolo più orripilante del nostro tempo), trovo, sia quello di non dovere comunicare, di essere liberi da quest'obbligo. Naturalmente, per altri la cosa terribile sarà non potere neanche accedere a quei quindici minuti o secondi "warholiani" di celebrità, di sicurezza del passaggio televisivo che dà il senso d'identità o che conferma il bollino sulla carta di identità. Mi piace pensare che tra dieci anni si richiedano case senza cavi di nessun genere, poiché, in maniera forse utopica, ridicola o fantascientifica, non si ha bisogno di cavi! Così come, in qualche modo e con alcune persone, quelle che si amano o si odiano di più, si ha un contatto che prescinde dalle lettere, dalle telefonate; non si ha bisogno del telefono, non si ha bisogno del cavo. A volte sembra davvero di essere in contatto; rarissimamente, ma succede. Io credo che di ciò Internet sia il simulacro, non delle nostre forme di reazioni già avvenute, storicamente depositate, ma di qualche cosa che non conosciamo bene ancora: di un tipo di comunione, comunanza più che comunicazione dove non c'è bisogno del mezzo, del feticcio.

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To: news@peacelink.it
Subject: PICCOLO MANUALE DI AUTODIFESA DALL'INFORMAZIONE TELEVISIVA DURANTE LA GUERRA IN IRAQ
From: Carlo Gubitosa c.gubitosa@peacelink.it >
Date: Sun, 23 Mar 2003 11:40:42 +0100

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Attenzione : chi vuole leggere l'analisi sui Tg Rai vada subito al capitolo 4.

Altrimenti si legga dall'inizio.

Prima di cominciare, innanzitutto e' bene chiarire due cose : questo
manualetto di autodifesa concerne esclusivamente l'informazione televisiva,
in particolare solo quella della Televisione italiana di Stato (Rai) ed in
particolare quella del telegiornale principale, quello piu'importante e
seguito in Italia : il Tg1. Verranno per ora esclusi dall'analisi i
telegiornali del secondo e del terzo canale di Stato (Tg2 e Tg3 ) e quello
di Mediaset, il gruppo privato piu'potente e a diffusione capillare in
Italia : il telegiornale Tg5.

E'opportuno chiarire innanzitutto che l'oggetto di questo manualetto e'
l'informazione televisiva concernente non solo la guerra in Iraq ma anche
la fase che precede, cioe' quella che si e' vissuta in queste settimane, o
meglio mesi, caratterizzati da un'informazione televisiva spesso sottoforma
di alimentazione dell'aspettativa della guerra che spessissimo si traduce a
livello inconscio in favore verso la guerra.

Terza premessa : il presente manualetto prende in considerazione
l'informazione televisiva in Italia dato che l'Italia rappresenta ed ha
rappresentato sempre, per evidenti e storici motivi geopolitici, la base
strategica prediletta per gli Stati Uniti per le loro manovre
internazionali politico-strategico-militari; non e' il caso di ritornare
sul fatto che l'Italia rappresenta inoltre e soprattutto un Paese ripescato
dagli Stati Uniti dal fondo della seconda guerra mondiale e per questo ad
essi perennemente debitore in chiave sorpattutto economica.

Chissa' perche' durante il primo governo diessino (o postcomunista) ebbe
luogo senza eccessive difficolta' la guerra della Nato nella Federazione
Jugoslava, al di fuori del diritto internazionale, dato che si tratto'in
linea di principio di una guerra di aggressione. Ma non ci dilungheremo in
questa analisi. Si chiede scusa per gli eventuali errori di battitura.

1 - La Tv di Stato in Italia

La televisione di Stato italiana e' emanazione dello Stato. Ad essa e'
affidata la piu'potente macchina informativa esistente sul pianeta Terra,
detta Tv. La televisione di Stato emana quindi l'informazione di Stato.
L'informazione di Stato non puo'che essere manovrata dal giornalismo di
Stato. Il giornalismo di Stato, a sua volta, non potrebbe esistere senza i
giornalisti di Stato. Ad essi e' affidato il compito di diffondere
l'informazione necessaria a sostenere implicitamente le tesi e le posizioni
del Governo (e minoritariamente dell'opposizione). Per questo non e'
necessario che i giornalisti di Stato siano eccelsi. Basta che ubbidiscano.
Non che si adeguino, ma che ubbidiscano. Ma tutto questo lo vedremo piu'avanti.

L'informazione di Stato e' per sua definizione dipendente. Dipende da noi,
se accettiamo il fatto che lo Stato siamo (anche) noi. Chi e' cittadino
elegge i parlamentari che eleggono i presidenti delle Camere che scelgono
il presidente della Rai che sceglie a sua volta tutte le pedine
indispensabili a produrre l'informazione desiderata da chi lo ha messo alla
guida della Tv di Stato. Questo gioco vale anche per la minoranza ma
soprattutto per la maggioranza. E'essa evidentemente che puo'accaparrarsi
gli spazi e le iniziative piu'importanti e quindi decisive ed influenti a
livello televisivo. Il problema e' che l'informazione non e' direttamente
dipendente da noi, ma dai partiti.

Chi non accetta queste regole nell'ambito delll'informazione di Stato o chi
semplicemente critica questo sistema non e' prte ne' nella maggioranza ne'
della minoranza, non esiste semplicemente. Viene considerato al di fuori
del sistema e quindi antisistema e viene necessariamente considerato un
nemico dell'informazione, dato che si pone al di fuori dei partiti
dell'arco costituzionale (ad esempio perche' non vota o svolge la sua vita
associativa al di fuori dei partiti) e non si china a una due delle
posizioni ufficiali riconosciute.

Sono i partiti l'unico delegato a fare informazione tramite le reti ad esse
affidate in via informale tramite giornalisti che seguiranno
scrupolosamente la linea editoriale dettata al momento. Perche' seguiranno
questa linea ?

2 - Il mestiere di giornalista di Stato.

Dato e non concesso che, per evidenti ragioni, durante questa crisi in
Iraq, l'informazione televisiva italiana e soprattutto dei telegiornali
rappresenti una chiave indispensabile per la costruzione del consenso in
Italia e quindi un tassello fondamentale per ottenere le garanzie
sufficienti garanzie a mantenere il potere politico facendo avallare
all'opinione pubblica la propria linea politica governativa, si prendera'
in considerazione l'arma piu'importante della Tv di Stato in questo
frangente : il telegiornale di Stato.

Il telegiornale di Stato e' monopolizzato visivamente dai giornalisti-star
e politicamente dal direttore del telegiornale (il discorso si estende a
livello mondiale). E'bene chiarire subito un punto a dir poco fondamentale,
essenziale, basilare e di una importanza capitale per capire come possa
avvenire che sempre piu'spesso un qualsiasi giornalista che sia bravo,
incapace, bello, brutto, giovane, anziano, con esperienza e senza
esperienza eccetera diffonda un'informazione uniforme, univoca e uguale a
se stessa, senza sussulti ne' scoop che potrebbero danneggiare il concetto
di informazione stilato dall'etablishment.

La risposta sta nel fatto che nei piani alti della redazione della
televisione di Stato o di qualsiasi giornale siede un uomo (o una donna, ed
un giorno sara' lei per la Tv di Stato, ma questo non rappresentera' una
vittoria) che decide semplicemente in quale ordine saranno date le notizie,
quanto tempo sara' consacrato ad esse, quali verranno escluse, quali date
mettendo in luce una verita' si', ma parziale, e qualsiasi altro aspetto
che possa produrre un'informazione orientata e mirata in senso politico.
Che non vuol dire solo parlare bene o male, ma spesso decidere solo lo
spazio e l'ordine delle notizie.

Il nome di quest'uomo o di questa donna e' " direttore ".

Il direttore ha un potere assoluto sui giornalisti. Il direttore e' il
braccio armato dell'editore (per la carta stampata) e del direttore
generale (per la televisione) o chi per lui.

Contro questa interpretazione, gli Ordini dei giornalisti sostengono che il
direttore e' un giornalista come un altro e che come tale deve sottostare
alle regole ed alle leggi dettate per la professione giornalistica.

Cio'non e' vero.

Il direttore non puo'essere sfiduciato dai giornalisti gia' assunti da una
testata. I giornalisti non hanno alcun potere di veto sulla scelta di un
direttore. I giornalisti non detengono alcuno strumento pratico per poter
opporsi alla scelta di un direttore, anche se fosse il piu'spregevole
essere umano sulla Terra ed i giornalisti i piu'bravi del mondo.

Questa situazione dipende dal fatto che nel 1975, dopo uno scontro
durissimo con la Fieg (organo degli editori) i giornalisti persero
definitivamente la battaglia per conquistare il diritto a potersi opporre
alla scelta di un direttore. Al giorno d'oggi, i giornalisti possono
esprimere solo un parere e nulla piu'e, se il direttore lo volesse,
potrebbe fare di ogni giornalista un uomo ancora piu'succube di quello che
e' attualmente.

Ebbene , l'unico uomo a decidere chi dovra' assumere la direzione o no di
una testata e' logicamente colui che vi investe il denaro : l'editore. Di
fronte all'editore, il direttore recepisce ed assorbe le direttive
dell'editore stesso. Le direttive possono essere imposte oppure funzionali
al retroterra culturale del direttore prescelto (ad esempio lo si scelglie
perche' e' di destra). La discussione editore-direttore esula quindi dalle
capacita' tecniche del direttore-giornalista (come vorrebbero farci credere
gli ordini dei giornalisti, dato che le capacita' tecniche devono essere
queste si'necessariamente comuni al giornalista) ma della linea da seguire.
In questo modo la tecnica giornalistica sara' semplicemente messa al
servizio della linea editoriale in modo da usarla come un'arma diretta ad
uno o piu'scopi precisi.

3 - Il comando della Tv di Stato

Accertato il fatto che i giornalisti di un giornale o di una Tv sono
privati di qualsiasi strumento pratico per opporsi alla scelta di un
direttore, l'editore avra' il potere esclusivo, generale ed assoluto di
scegliere l'uomo che ubbidira' alla linea decisa dall'editore. Senza questo
potere assoluto, sicuramente ben pochi editori metterebbero mani al
portafogli per pagare stipendi a persone che fanno informazione in modo
solo indipendente e solo professionale senza fornirgli un tornaconto certo.

Cio'vale anche per la Tv e soprattutto per la Tv.

Il direttore del Tg1, ad esempio, operera' sulle consegne dategli a suon di
milioni di euro di stipendio dai vertici della Rai, che sono eletti dalla
politica, eccetera eccetera.

4 - Lo spazio dato dal telegiornale di Stato durante le guerre e l'attuale
guerra in Iraq

Gli spazi del Tg1 della Rai durante il precedente scoppio dell'attuale
guerra sono stati votati essenzialmente ad un'informazione di tipo
tecnico-militare con un occhio attentissimo all'esercito ed alla strategia
americana.

Il Tg1 della pre-guerra in Iraq ha dato moltissimo spazio al viso di Bush
ed ai soldati americani con tutto il loro armamento. Si sa che le immagini
Tv agiscono a livello subliminale : dare una notizia allo stesso modo ma
con immagini diverse sortisce effetti diversi.

Perche' ?

Perche' la forza della Tv e' nelle immagini. La scelta delle immagini e' a
dir poco fondamentale nell'allestimento di un servizio. Il montaggio ha un
ruolo decisivo in un servizio Televisivo. Mostrare sempre Saddam Hussein
con il fucile in mano e dall'altra parte sempre Bush in cravatta di fronte
ad un microfono da' un peso morale opposto alle due figure. E'cio'che ha
fatto spesso il Tg1 della Rai e che continuera' a fare durante la guerra. A
costo di riproporre, come avviene spessissimo, solo immagini di repertorio
slegate dalla contingenza reale delle nuove immagini prodotte dal
quotidiano (su questa lugubre mancanza, come persino Striscia la Notizia ha
abbondantemente mostrato, la mancanza di nuove immagini e' funzionale alla
strumentalizzazione dell'informazione televisiva).

La potenza dei Tg di Stato : il Tg1 uno della Rai e' quasi per antonomasia
il telegiornale piu'visto e rappresentativo del Paese Italia. E'il
piu'vecchio ed anche il peggio fatto, dato che non deve soddisfare
intellettuali ma il famoso italiano medio di media cultura e di medie
aspirazioni (se ne puo'avere in Italia).
- Come trasformare una dichiarazione in propaganda : il giornalista-star
portavoce

Il Tg1 (e molto il tg2) si contraddistinguono per il modo di dare le
notizie partendo dalle dichiarazioni della personalita' di cui si vuol far
conoscere il pensiero od una dichiarazione : un esempio classico e'
l'apertura di un Tg con il giornalista-star che imposta la voce sul tono
alto e appena salutato i telespettatori comincia : " Non ci faremo
spaventare da chi offende la democrazia e da chi ha usato le armi di
distruzione di massa. Saremo costretti ad intervenire militarmente per
difendere la pace se Saddam non disarma " e subito dopo : " Lo ha detto il
presidente Bush durante la scorsa riunione" eccetera eccetera.

In questo caso il giornalista-star usa tutta la sua forza espressiva
recitando la dichiarazione in prima persona con sguardo serio, micropause
di sottolineatura e soprattutto innalzamento del tono di voce (da basso ad
acuto) per dare piu'forza possibile di convincimento al pensiero riportato
(in questo caso di Bush). Ebbene , l'effetto che ne sortisce e' quello non
di un lavoro giornalistico, ma di un lavoro da addetto -stampa, da
comunicatore, cioe' da giornalista-portavoce : c'e' la frase tragica
dichiarata in prima persona a voce acuta, manca il contraddittorio usato
con la stessa potenza espressiva, la dichiarazione apertura a freddo subito
dopo la sigla del Tg.

E'questo il lavoro di un vero portavoce, che da' forza a quel miscuglio di
informazione -propaganda televisiva. Tutto si gioca su una produzione di
ansia alla quale si suggerisce lividamente una risposta : che venga la
guerra, che ci liberi dall'ansia della guerra stessa annunciata.

1.2 Lo spazio del telegiornale di Stato durante la pre-guerra : come
censurare la realta'

Assolutamente esemplificativo della mancanza della copertura globale di
tutte le sfaccettature della guerra in Iraq li eventi da parte del Tg1, e
del sospetto che cio'dipenda direttamente e consapevolmente dalla
necessita' e volonta' di oscurare aspetti scomodi della guerra, e' stata
l'assoluta assenza di reportage e di interviste a baghdad e degli abitanti
di baghdad. Senza dilungarci troppo, diremo subito che mentre la sera della
vigilia della guerra, mentre in Francia i telegiornali di France2 e Tf1
proponevano gli occhi le interviste dei cittadini iracheni spaventati per
la prossima guerra, in Italia il Tg1 trasmetteva i soldati americani mentre
facevano gli ultimi acquisti nel supermercato dell'accampamento militare.

Mentre mentre in Germania il telegiornale della Zdf trasmetteva interviste
e servizi direttamente da Baghdad, il Tg1 proponeva le immagini degli
eserciti americano ed inglese pronti ad entrare in guerra.

Mentre in Svizzera i telegiornali della parte francese, tedesca ed italiana
proponevano excursus interessantissimi sulla vita e le esigenze degli
iracheni ad un giorno dai bombardamenti (cittadini normali, non seguaci
ciechi di Saddam Hussein), il Tg1 si mostrava quella bella ragazzotta
giornalista di Monica Maggioni dietro ai militari Usa impegnati a fare
mosse di combattimenti corpo a corpo commentati cosi': " Sono le ultime
mosse e gli ultimi addestramenti che stanno facendo i soldati prima di
entrare in azione ", con un tono a meta' tra il trionfalistico e
l'aspettativa frenetica.

Sull'angoscia dei cittadini iracheni, lo zero assoluto.

Nuove immagini da Baghdad, zero assoluto.

Iracheni a passeggio, a scuola, nelle universita', nei rifugi (tutte cose
che fuori dal Tg1 era possibile vedere sui canali d'Europa e poi vedremo
quali) lo zero assoluto.

E via, invece, con i commenti dei politici : Fassino, Casini,
l'ultraottuagenario Ciampi (82 anni) con la faccia sullo sfondo del solito
comunicato letto dal giornalista-star, Rutelli, Fini, Berlusconi, il
giornalista-portavoce " piu'raccomandato d'Italia " Francesco Pionati (la
definizione e' di Bruno Vespa) a fare il portavoce sullo sfondo di
Montecitorio e cose di questo genere.

Certo che i servizi del Tg1 mostravano la realta'. Solo una parte, pero'.
Questo modo di fare giornalismo si chiama " giornalismo delle mezze verita'
", che logicamente si chiama anche " delle mezze bugie ". Cioe' , la bugia
consiste nel mostrare la realta' che fa comodo (per diversi motivi) ed
omettere quella che " fa scomodo " (per altri).

Un discorso a parte meritano le inviate sui luoghi di guerra. Chi ha
masticato un po'di pubbliche relazioni e cose del genere sa che in questo
ambito le donne rivestono un'importanza quasi capitale in ragione del loro
sesso. Portare il sorriso di una donna ad intervistare militari sul piede
di guerra puo'sortire effetti professionali piu'significativi che portarci
un uomo (sugli effetti professionali si puo'discutere). Scegliere
un'inquadratura che evidenzi i contrasti tra la capigliatura lunga e
sciolta di un'inviata con vicino un manipolo di rasati in mimetica fa
aumentare la curiosita' (a livello inconscio e visivamente subliminale, se
non consapevole).

Sono finiti i tempi della brutta Angela Buttiglione al telegiornale della
sera. Via con le belle (o per lo meno piu'gradevoli, senza voler essere
maschilisti) Carmen La Sorella tra i soldati durante la guerra del Golfo,
via con le sempre piu'giovani inviate sugli scenari di guerra. Funziona
molto in Tv e quindi funziona per gli ascolti e quindi funziona per le
singole carriere e singoli programmi (tg compreso) dentro la Rai e quindi
funziona per la pubblicita' (inserzionisti a suon di miliardi di lire) e
quindi funziona per tutta la Rai. Chi ci rimette e' la qualita'
dell'informazione. Come detto, non serve un'informazione precisa ed
obiettiva, cio'che interessa e' altrove, e' deciso nelle stanze degli alti
direttori dal potere assoluto ed incontrastato (tranne che dalla politica
ovviamente).

1.3 Le parole da dire e quelle da evitare : come smascherare gli inganni
dei giornalisti di Stato prima e durante la guerra in Iraq.

E'bene che tutti sappiano che ogni minima parola, eufemismo, sinonimo ed
ogni altro strumento della lingua italiana ha un proprio peso specifico ed
una propria area di movimento all'interno di ogni tipo di notizia, di
servizio, di avvenimento o di commento.

Nel caso delle guerre, e quindi della guerra in Iraq, l'argomento
principale saranno i bombardamenti, dato che dalla prima guerra mondiale in
poi questo tipo di operazioni si e' rivelato sempre piu'frequente.

Ebbene, le parole d'ordine usate dal giornalista di Stato per descrivere i
bombardamenti saranno ben precise : i bombardamenti non saranno mai e poi
mai definiti distruttivi ma pesanti ;

non terribili ma duri ;

non violenti o angosciosi, ma solo intensi (intenso, intensita',
intensificazione).

Il vocabolario usato dai giornalisti di Stato si rifa' alla peggiore
tradizione giornalistica della peggior sintesi riduttiva ed eufemistica :
dire che un bombardamento e' pesante quando dopo aver centrato un edificio,
un bombardiere vola a centrare anche l'ospedale verso il quale corrono le
ambulanze con le vittime dell'edificio stesso (vedi Serbia) e' solo pesante
? O sarebbe meglio dire criminale ?

Il giornalista di Stato non puo'altresi'nominare le persone, Capi di Stato,
Papi ed altri esponenti come e quando vuole.

Un esempio incredibile e' quello avvenuto durante la vigilia della guerra.
Il papa si era lanciato contro la guerra per l'ennesima volta in prima
persona facendo diffondere un comunicato a Navarro. Ebbene, e' dato che in
un Paese come l'Italia che resta ancora largamente un Paese con una sola
lingua (l'italiano ) ed una sola religione (quella cattolica) il peso del
papa si e' rivelato e si rivla spesso determinante nella vita politica
italiana.

Il peso del papa e' altamente simbolico e rappresentativo. Il papa e'
vicario di Dio sulla Terra (per i credenti). Un vicario di Dio sulla Terra
che si scaglia contro la guerra e' un fatto importantissimo dal punto di
vista non solo religioso ma soprattutto politico. Il papa si scagliava
impicitamente contro tutti coloro che appoggiavano la guerra, a partire,
dato il luogo fisico dell'esternazione, dall'Italia.

Ebbene , il giornalista di Stato che ha trasmesso il servizio televisivo
parlando della reazione del papa non ha nominato il papa una sola volta.

Non ha nominato Giovanni Paolo 2 una sola volta. Non ha nominato Karol W.
una sola volta.

Ha spostato invece semplicemente l'accento sulla parola generica di
Vaticano. Il Vaticano. Solo il Vaticano. Fornendo quindi un'aureola di
approssimazione decisiva per evitare a tutti i costi di dire che il papa si
era scagliato contro la guerra davvero senza se e senza ma, e' il caso di
dirlo. (E'bene ricordare che giorni prima il papa aveva definito la guerra
come criminale).

L'omissione della parola papa e' evidentemente volta a sminuire, a livello
subliminale,

la portata della posizione pontificia. La parola Vaticano rappresenta
innanzitutto un luogo istituzionale e politico. Un luogo composto quindi di
piu'soggetti. Piu'soggetti che possono essere anche il papa, ma non solo il
papa.

Quel papa che praticamente e' sempre nominato in prima persona nei servizi
televisivi con sottolineature vibranti da parte del giornalista-portavoce
addetto per dare maggiore forza alle parole di Karol (qualsiasi ne sia
l'argomento, anche il piu'inutile, e la materia non manca), stranamente,
durante un fatto eccezionale come una guerra, scompare e si annacqua nella
definizione generica di Vaticano.

Il perche' di tutto questo. Per il perche' si rimanda all'analisi di cui
sopra che evidenzia l'egemonia partitica nella Rai. Se il giornalismo di
Stato serve i partiti (spesso anche attraverso le parole del papa) in
questo caso non puo'permettersi di servire tutti e due se essi sono in
contrasto tra loro. Allora sceglie i partiti ed il Governo, quelli
piu'potenti. Via la parola papa, dentro quella di Vaticano, meno usuale,
piu'fredda e distante, meno impegnativa.

L'esempio piu'evidente della scelta delle parole (Maurizio costanzo, quando
era capo dell'Occhio coperto dalla P2, voleva che si usassero solo 100
parole) che resta sempre il piu'attuale e' dato dall'appellativo indelebile
di " Saddam " affibbiato al presidente-dittatore dell'Iraq, tale Saddam
Hussein.

Saddam Hussein non esiste. Esiste solo l'appellativo di Saddam.

Bush, invece, esiste eccome. Si chiama George Bush (ci si mette talvolta il
" double ") e come tale viene nominato al Tg1 ed altri Tg (e giornali
eccetera).

Perche' Saddam Hussein viene nominato solo per nome di battesimo, Saddam,
ed invece Goerge Bush viene nominato anche con il cognome e spesso anche
con " il presidente " davanti a nome e cognome, solo cognome e mai col solo
nome di battesimo ? Il presidente Bush&.Il presidente George Bush &. Mai
George da solo.

Fin troppo evidente il tentativo di porre sotto una luce di spregio il
presidente Hussein chiamandolo solo per nome, anche dai vaghi accenti
razzistici.

Poi ci sono le parole da usare per le operazioni militari.

Ovvio che i bombardamenti, anche i piu'selvaggi e stragistici - e
sicuramente ce ne saranno e non solo di bombadamenti - saranno spesso
accompagnati dal'inciso " per errore ", che porta l'aggressione militare
fuori dalla sfera della volonta' per affidarla al puro caso. A cio'fanno
eco le famose definizioni di " bombe intelligenti ", su cui non e' il caso
di tornare per l'evidente tragicomicita' ridicola della definizione.

Ci sono poi le perdite militari. Gli elicotteri non saranno mai e poi mai
(a meno di arrendersi a prove evidenti) abbattuti dal nemico, ma
semplicemente caduti. Nessuno potra' mai dimostrare il contrario, perche'
l'indiscussa supremazia militare degli Usa, anche quando viene meno, non
deve essere messa in discussione (ricordate lo shock dell'11.09.01&chi
poteva immaginare che New York perdesse la sua fortezza principale ?).

Cosi'come caduti saranno i militari " amici ", cioe' quelli americani e gli
altri ancora, tanto per non dimenticare la benevolenza e l'eroicita'
militare. Gli altri, i militari morti iracheni, non rapprentano un grosso
problema di definizione, possono essere uccisi, annientati, sicuramente non
caduti (o quasi mai). Caduto e' un termine che fa parte implicitamente
della familiarita' a noi amichevole dei soldati Usa e gli altri.

Ricordiamoci in fondo che la guerra dell'informazione e' ammessa
pubblicamente dall'informazione stessa, che ne e' l'attore principale.

- Il giornalista-star monopolista : un bel viso vale piu'di 100 interviste

Chi almeno per una volta in vita sua ha assistito a dei telegiornali
europei concordera' su una cosa : il Tg1, a differenza di tutti gli altri
telegiornali europei (se si escludono quelli di " superpotenze " come
Spagna, Portogallo, Grecia ed altri Paesi del sud Europa) non intervista
mai nessuno in diretta durante un telegiornale.

Il primo telegiornale italiano della prima rete pubblica italiana e'
concepito esclusivamente come un contenitore di notizie spesso
preconfezionate (nel senso che il peso dei tagli giornalistici e delle
mezze verita' ha una valenza molto forte) e declamate dal giornalista-star
dal bel volto attraente, che " buca il video ".

L'ordine delle notizie e soprattutto il loro contenuto -esplicito e
implicito - sarebbero messe seriamente a repentaglio, ad esempio, da
analisi llibere ed indipendenti di veri esperti di un determinato argomento
messi nella condizione di esprimersi in diretta televisiva di fronte a
milioni di telespettatori.

Cio'al Tg1 non avviene in pratica mai.

L'assenza totale di collegamenti in diretta al Tg1 con studiosi rinomati,
stimati ed autorevoli -eccetto ovviamente i collegamenti con gli altri
giornalisti-star in diretta dai luoghi della guerra, vedi Lilli Gruber a
Baghdad -comporta una totale assenza di qualsiasi approfondimento critico
che potrebbe risultare nocivo, se non letale, a cio'che il direttore ha
deciso di mostrare e non mostrare, dire e non dire, tagliare e non tagliare.

Se a cio'si aggiunge che la qualita' dell'informazione televisiva del Tg1
e' molto discutibile, il dato e' tratto e la conclusione data per certa :
la censura viaggia con tutto il suo carico di conseguenze sulla costruzione
dell'opinione pubblica.

Come potrebbe, ad esempio, il bel volto di turno maschile o femminile del
Tg1, intervistare un dato esperto sulla guerra in Iraq quando il contenuto
dell'intervista rischierebbe di scalzare i toni e la scaletta del
telegiornale, volti, ad esempio, ad insistere sul lato disumano di Saddam
Hussein ?

L'unico ospite dei Tg Rai durante la Guerra del Golfo non fu un esperto ,
non uno studioso, non un professore, non un esponente umanitario, non un
membro di organizzazioni indipendenti&..fu un ex generale dell'esercito
italiano, intervistato come non mai per esprimersi in modo tecnico, freddo
e ovviamente da ex generale per farci capire che cosa succedeva durante la
guerra...di morti e di pieta', di analisi piu'profonde, ovviamente, neanche
a parlarne. Il suo nome era Caligaris, e vedrete che lo ritroveremo nei Tg
se non e' morto.

1.5 Le scritte ed i loghi da scrivere e quelli da cancellare: come
interpretare le didascalie agli angoli degli schermi Tv

Una scelta piu'che ambigua e' data oggi (e finche' la guerra durera') dalla
didascalia posta dal Tg1 nell'angolo in alto a destra dello schermo Tv.
Graficamente brutta ed esageratamente ingombrante, fatta coi colori del
fuoco incendiario delle bombe, tale scritta recita semplicemente " IRAQ ".
Tutti gli altri telegiornali europei hanno optato per una didascalia che
recitasse " crisi in iraq " oppure " guerra in iraq ", graficamente e
contenutisticamente corretta.

Il Tg1 no, per il Tg1 il dato essenziale e' " l'Iraq " in se stesso e non
piuttosto " guerra in Iraq " o per lo meno la " crisi in Iraq ". Sembra
quasi che il responsabile degli eventi sia esclusivamente l'Iraq in se
stesso piuttosto che l'aggressione riconosciuta illegale a livello
internazionale ed istituzionale.

Ci troviamo in presenza di un altro segno subliminale volto a sviare
l'attenzione da concetti come " guerra " per riportarli ambiguamente e
approssimativamente sull'idea di Iraq, come unica causa ed effetto degli
eventi.

1.6 -Gli aggiornamenti sulla guerra in Italia : i morti seppelliti dai
dibattiti tra politici

Cio'che fa dell'informazione televisiva in Italia un caso piu'unico che
raro in Europa durante le crisi internazionali, nazionali e provinciali e
chi piu'ne ha piu'ne metta, e' dato dal ripetersi di dibattiti, faccia a
faccia e talk-show (spettacoli delle chiacchiere) televisivi tra i maggiori
esponenti politici del momento su un argomento di attualita'. I politici
italiani intervengono su tutto lo scibile umano. In questo caso, sulla
drammatica guerra in Iraq. La ripugnante sproporzione tra lo spazio
televisivo riservato alla pagina politica durante i telegiornali e
l'informazione giornalistica " non-portavoce " e' gia' stato messo in
evidenza prima.

Cio'si traspone puntuale nelle trasmissioni che vorrebbero essere di
approfondimento nella Tv italiana.

Equivale a dire, ad esempio, che non emerge nessun reportage di rilievo sul
campo, ma l'esposizione ragionata di Fausto Bertinotti ;

nessun approfondimento giornalistico degno di questo nome, ma i proclami di
Gianfranco Fini ;

nessun documentario storico sull'Iraq, ma le liti tra i due politici di turno ;

nessun excursus storico su cio'che ha portato a questa guerra ma una
valanga di commenti, prese di posizione, polemiche, cattiverie, reclami,
rinfacci e via dicendo tra i maggiori volti della politica italiana. Tutto
questo seduti sulle poltrone in un salotto della televisione pubblica
italiana mentre milioni di persone soffrono per una guerra.

La guerra in Iraq e' vista rigorosamente sul piano della politica interna e
poco su quella " internazionale " e quasi mai su un piano prettamente
giornalistico o almeno semigiornalistico degno di questo nome.

Tutto questo non puo'avvenire se non nel salotto poltronato di Bruno Vespa
durante la trasmissione Porta a Porta. Se si guarda la trasmissione per
piu'di un quarto d'ora, delle volte sembra quasi che il destino del mondo
dipenda dai battibecchi tra Giovanardi e D'Alema, tanto per fare un esempio.

Proprio Vespa ed il suo salotto politico siano stati prescelti per coprire
" l'informazione " durante questa guerra in Iraq.

Questa realta' televisiva diRaiuno e' uno scandalo grondante sangue a cielo
aperto nella Tv italiana. Solo una monnezza televisivo-salottiera di tali
proporzioni, per di piu'spessissimo registrata e non in diretta e con dei
tagli visibili a occhio nudo, puo'propinare alle persone (non
telespettatori, persone) le tesi dei soliti quattro politici che discorrono
da politicanti. Una trasmissione cosi'non puo'curarsi di fare un'analisi
dei discorsi in diretta di Jacques Chirac che si scaglia con tutta la forza
possibile contro la guerra in Iraq.

Solo un telegiornale come il Tg1 puo'dare piu'spazio alle posizioni
ambigue, tra il si'ed il no, riluttanti e reticenti dei noti politici della
maggioranza (e minoranza) piuttosto che alle sofferenze di altri esseri
umani obbligati a vivere per giorni sotto i bombardamenti degli Usa.

5 -IL punto piu'spinoso : non si possono mostrare foto scioccanti

Molte persone in Italia non avranno mai visto ne' forse vedranno mai
un'immagine di una testa staccata e bruciata, mani e piedi strappati in
giro sulla strada, pezzi di carne umana sanguinanti e fumante per terra,
corpi umani sventrati che non si distinguerebbero dalla carne in vendita in
macelleria e molto peggio ancora se possibile.

Ebbene, queste immagini ci sono in abbondanza durante le guerre. Ma
metterle in onda non si puo'. Lo dicono le norme sulla professione
giornalistica, che dicono che se trasmetti o pubblichi queste foto sei
passibile di provvedimento disciplinare perche' hai turbato la coscienza
collettiva mostrando cose scioccanti che provocano turbamento in chi le
vede. Ovvio che il turbamento venga provocato. Il problema e' capire fino a
che punto occorre impedire il turbamento, visto che se il turbamento si
traducesse successivamente in una presa di coscienza, come ad esempio
rifiutare nel proprio intimo la guerra, cio'sarebbe un effetto positivo a
lunga durata.

Ebbene, finche' ci saranno queste norme nessuno dei sostenitori della
guerra potra' mai convincersi dell'atrocita' che una guerra giusta od
ingiusta rappresenta e diventare, che so, un pacifista. Basterebbe mostrare
qualche foto come si deve ed aspettare le reazioni.

Il problema e' anche inverso : sfruttando il potentissimo potere
subliminale e non delle immagini, spesso l'informazione Tv trasmette i
morti che fanno piu'comodo : se si vuol ad esempio mostrare il lato
terribile di Saddam Hussein, si mostreranno i kurdi ammazzati dal gas
(senza soffermarsi troppo ma sortendo un effetto efficace). Chi si
sognerebbe di fare il contrario ? Mostrare cioe' i morti sotto le macerie
provocate dagli americani in vari Paesi del mondo ogni uno o due anni ?

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Tv condiziona

http://www.wolfstep.cc/news.php

Vivere senza TV (Parte prima)

Quando acquistai casa qui sul monte, e mi dissero che la tv "non prendeva",
tutto mi aspettavo tranne che di partecipare ad un esperimento antropologico
condotto su me stesso.

Io stesso , se non avessi tenuto un preciso diario (nel mio caso si tratta
del cosiddetto BOS) avrei faticato a notare la sistematicita' degli effetti
di tale privazione.

Allora, vediamo di riassumere cosa mi stia succedendo.

Circa due anni fa ho iniziato a vivere in un luogo dove la TV "non prende".
Si tratta di un cono d'ombra generato dal versante nord della valle dove
vivo. Questo fa si' che io di fatto non abbia la possibilita' di guardare la
TV, in particolar ei notiziari. LA stessa radio "prende" male, sempre per
via del cono d'ombra (immagino vi si sovrapponga anche il problema della
propagazione nel particolare tipo di terreno). I cellulari faticano , e
molti non
riescono a funzionare.

L'unico contatto che ho da casa e' Internet. Cambia tuttavia la modalita' di
utilizzo: internet presume che il collegamento sia un atto volontario, e
complesso. Inoltre, non e' possibile fruirne mentre si mangia, o mentre si
fa altro. L'uso di internet e' molto differente rispetto alla TV: esso
prende solo i residui di tempo (prima faccio le cose importanti, poi SE
RESTA TEMPO mi collego). Esso inoltre segue i ritmi naturali: un articolo lo
leggo alla MIA velocita' di lettura, mentre la TV parla con la velocita' di
un'annunciatrice.
Che non si ripete , mentre su internet posso riconsultare l'articolo qualora
dubitassi di non aver capito.

Di fatto, quindi, non sono escluso dalle notizie. Non sono quindi le notizie
in se' e per se' a produrre i cambiamenti, ma la dinamica del mezzo.
Innanzitutto l'ansia: a tutti voi sara' capitato di gridare "shhhh" mentre
la gente parlava durante un notiziario. questo e' dovuto al timore di
"perdere" la notizia, che non verra' ripetuta.

Implicitamente, la TV dice "stai bene attento, perche' non lo ripeto".
Questo fa si' che essa venga ascoltata in un forte stato di ansia.
Poiche' l'ansia ritorna nel passaggio successivo, ritengo che segnalarla
adesso sia importante.

Ho iniziato a notare PESANTI effetti della mia "disconnessione dal sistema
televisivo" solo quest'anno, quando hanno iniziato a farsi pesanti. La mia
e' quindi un'indagine retroattiva, condotta mediante il mio diario
personale, allo scopo di spiegare le modifiche pesanti nel mio
comportamento.

Una delle prime cose che ho notato , negli ultimi tempi, e' una variazione
del concetto di "trusted society". Per "trusted society" intendo il numero
medio di persone dalle quali NON temo possa provenire un pericolo.

Facciamo un passo indietro. Non ho mai assistito ad un omicidio. Nel
paesello in cui sono cresciuto, non c'e' mai stato un omicidio da quando
sono nato. Dove vivo oggi , idem. Non conosco nessuno che abbia vissuto in
prima persona un omicidio, non ovviamente come vittima ma come "coinvolto
nella vicenda".

La verita' e' che l'omicidio, in se', non appartiene alla mia sfera delle
esperienze reali.

Esso puo' essere una "notizia", ma NON E' REALTA'.

Dal mio punto di vista, perlomeno.

E la stessa cosa vale , di fatto, per il problema generale della
criminalita'. Se io esamino la realta' materiale della mia vita, posso dire
con assoluta certezza che la criminalita' NON sia un vero problema. Ho
subito circa un paio di furti in 33 anni, entrambi per mia sbadataggine. Ho
reso facile la vita ai ladri, insomma.

Con una media simile, posso dichiarare allegramente che la criminalita' NON
e' un mio problema. Con questo non intendo che essa non esista, o che non
sia un problema. Intendo dire che mi riguarda davvero poco, come possibile
VITTIMA.

Mi riguarda come cittadino, mi riguarda sul piano politico, mi riguarda sul
piano intellettuale, ma non su quello personale. Non su quello quotidiano.

Posso quindi esserne interessato, desiderare che diminuisca per senso
civico, ma essere in ansia come se "potesse accadermi da un momento
all'altro" non ha senso.

Ed e' esattamente quello che e' successo: prima la TV portava in casa mia
decine, se non centinaia di reati ogni settimana. Poiche' la televisione e'
il quotidiano, tali reati erano divenuti parte del mio quotidiano. E poiche'
il reato E' pericolo, e dunque ansia, il risultato era che la mia percezione
della realta' veniva completamente stravolta, e io mi comportavo come se
vivessi in un mondo nel quale fosse realmente probabile l'omicidio, o il
furto, intesi come REALTA' DI TUTTI I GIORNI.

Il fatto che la TV raccolga notizie di cronaca italiana da 60 milioni di
persone significa che ognuno di noi vede ogni singolo crimine aumentato in
probabilita' di ben 60 milioni di volte. La percezione della mia sicurezza
che avevo "prima" era plausibilmente MILIONI di volte peggiore della
REALTA'.

In pratica, credevo di vivere nel mezzo di un conflitto armato, pur non
vedendo scontri. La convinzione di un pericolo, e perdipiu' invisibile
(visto che nella realta' non sono mai stato aggredito), produceva una
continua ansia da attenzione. L'animale "sente" il pericolo, ma non lo vede,
e diviene nervoso.

C'e' da dire che le notizie sul crimine mi arrivano comunque. Ma mentre nel
caso di internet mi arrivano secondo tempi miei, e solo se desidero leggerle
al punto da cliccarle, nel caso della TV ti vengono sparate in casa, e
perdipiu' con un meccanismo ansiogeno: l'annunciatrice ti parla di un
pericolo. Parla in fretta. Parla col tono di chi ti avvisa di un pericolo
reale ed imminente. Devi ascoltare, perche' non lo rpietera'.

Ansia.

Il crollo di questa sensazione di pericolo ha pericolosamente variato la mia
"trusted zone" , inserendo la stragrande maggioranza delle persone nella
categoria "trusted". Mentre prima ogni sconosciuto era pericoloso, "perche'
con quello che si sente in TV", oggi non lo e' piu'. Puo' sembrare strano
notare una differenza simile, fino a quando non ci chiediamo perche' mai ci
rifiutiamo di dare le spalle alla gente al ristorante, e da cosa derivi quel
senso di ansia mentre lo facciamo. Prima mi dicevo che fosse istintivo.

Oggi ho capito che e' indotto. Dalla TV.

Nessuna delle persone intorno a me intende davvero farmi del male. Non lo
hanno mai pensato, ne' lo penseranno in futuro. Con ogni probabilita'
nessuno di loro fara' mai niente di peggio che violare la dieta.

La gran parte di noi e' composta da brave persone, bisogna farsene una
ragione. Gli stessi terribili immigrati, alla fine dei conti hanno ripreso
ad essere quel che sono: dei tizi che camminano per la strada.

Ed e' interessante notare come ho smesso anche di NOTARE gli immigrati
stessi: sempre meno nei due anni di tempo ho descritto la provenienza
geografica delle persone. Me ne sono occupato sempre meno, punto.
Evidentemente, adesso si trovano nella "trusted zone".

Lo stesso 11 settembre, che ha sconvolto il mondo, non mi ha toccato piu' di
tanto. Quei due grattacieli sarebbero stati abbattuti ugualmente entro 30
anni, e rappresentano una frazione insignificante del PIL americano. I
duemila e rotti morti, a NY sono la statistica di un anno di crimine
organizzato.

Non sono riuscito a percepire l'urgenza di combattere Bin Laden piu'
dell'urgenza di combattere il crimine locale: Bin Laden ha impiegato anni
per organizzare un attentato, mentre se avesse spacciato eroina negli usa a
parita' di anni avrebbe fatto piu' morti ,guadagnato piu' soldi, e non mi
sembra vi sia la stessa urgenza di combattere una guerra contro lo spaccio
di droghe pesanti.

Il secondo cambiamento, gia' piu' evidente, e' avvenuto nel mondo dei canoni
estetici.

Come tutti, quando guardo una persona mi faccio un giudizio estetico, del
tipo "bello", "brutto", "troppo magro", "troppo grasso". Il corpo viene
visto come un'attributo della persona, che puo' intervenire per cambiarlo.
Si dice che quella donna "ha un bel corpo", o che un uomo "ha un bel viso",
indicando il corpo come qualcosa che si possiede e non parte dell'
identita'.

Con la fine della TV, sono stato molto meno bombardato da quella sfilza di
corpi seminudi che appaiono continuamente nei programmi e nelle reclame.

A due anni di distanza, la gente intorno a me e' cambiata. Sta cambiando
ancora. In generale, sono piu' belli. Questa pero' non e' piu' una
valutazione di valore, ma di merito.

Intendo dire che la TV mi aveva addestrato a guardare le persone come si fa
ad una mostra canina: altezza, peso, caratteristiche standard, lucentezza
del pelo, eccetera.
Con il risultato che ogni devianza diveniva un "difetto".

E indubbiamente, se abbiamo in mente lo standard dell' Alano, il bassotto e'
uno storpio deforme. La differenza con la mostra canina sta proprio in
questo: per i cani esistono MOLTI standard, ragione per cui puo' esistere un
molosso dal viso definito aggraziato dagli esperti, o un dalmata "goffo e
pesante".

Non esiste, nel campo umano, che so una donna "bella grassa". SI potra'
obiettare come appaia una contraddizione, ma anche nel caso dei bulldog,
"faccia da bulldog" indica gia' un viso sgraziato. Tuttavia, un esperto di
bulldog potrebbe definire "aggraziata" la faccia di un esemplare di bulldog,
o "delicati" i suoi lineamenti. Per gli standard di quel tipo fisico.

Con questo paragone intendo dire che se partiamo dalla considerazione della
persona inserita nella pura categoria di cio' che e', SENZA ASPETTARCI CHE
SIA DIVERSAMENTE, possiamo dare un giudizio estetico che trascende un
modello universale, e si occupa solo delle persone.

La mia condizione di pendolare fa si che io veda moltissime persone ogni
giorno. E mi capita anche di scrivere sul treno. Ho notato, sul mio diario,
una proliferazione di giudizi sempre piu' positivi sulla gente che siede di
fronte a me. E , andando all'indietro, noto che le stesse persone venivano
valutate sempre preggio durante il "periodo televisivo" della mia esistenza.

In pratica, l'estetica del mondo intorno a me sta cambiando. Le donne
diventano piu' belle, gli uomini anche, tutti in generale sono di
bell'aspetto, tranne rarissime eccezioni.

Con l'aggiunta della moda (che invece e' divenuta sempre piu' orribile,
anche se l'assuefazione televisiva ce lo fa dimenticare: le magliette delle
donne sono troppo corte e lasciano scoperti i fianchi.I pantaloni che si
usano sono sformati sui fianchi. Sono brutti, ed evidenziano i difetti della
gente. La moda maschile e' monotona: giacca-cravatta.) si potrebbe dire che
si tratti solo di questioni estetiche.

Il problema sta nel fatto che invece sta cambiando anche il giudizio
"morale". E questo in effetti produce un cambiamento FORTE nelle relazioni
sociali.

Il modello televisivo di persona , caratterialmente, e' sempre quello.

In primis, e' uno che parla rispondendo a domande. Le interviste , ogni cosa
detta in TV si riduce sempre piu' spesso alla medesima scena: uno parla,
tutti ascoltano.

Chi parla ovviamente e' una persona molto importante, e quindi parla di se',
o di cio' che rappresenta.Oppure, parla contro qualcos'altro.

A lungo andare, questo era divenuto il modello.

Poiche' la parola in TV viene vissuta in senso competitivo-darwinistico,
l'effetto su di me e' consistito nel fatto che il giudizio della persona
consisteva in:

1)Quanto e' il personaggio dominante della "trasmissione", ovvero del
momento sociale in corso.

2)Quanto e' spettatore , e in che atteggiamento.

Il risultato e' che tutti cercano di essere i protagonisti, di ssere notati,
di dare ad altri le opinioni. Sembra che vi sia un popolo di opinionisti,
ognuno impegnato a convincere gli altri. Un popolo di demiurghi, quasi,
perche' ogni personaggio televisivo E' momentaneamente "il demiurgo".

La fine dell'esposizione alla TV ha prodotto un curioso effetto su di me.

Innanzitutto, la fine dell'esigenza di essere il personaggio dominante del
consesso sociale.

Non sento piu' il particolare bisogno di essere apprezzato per quel che
dico. Io dico la mia. Se ti va bene: bene, se non ti va bene: lo stesso.

Ma non ho piu' la pretesa che se non la pensi come me "o non sai o non
capisci". L'uscita da un mondo dove la comunicazione e' impositiva (uno
parla e tutti ascoltano) e autoritaria (se lui puo' parlare allora e'
autorevole) e carismatica (se lui puo' parlare in TV allora ha sicuramente
qualcosa da dire) fa si che si passi ad un dialogo "peer to peer", cioe' ad
una conversazione "a matrice" , un dialogo "tra pari".

Che ha regole molto differenti dal resto: gia' iniziano a chiedermi se seguo
qualche filosofia o religione particolare, perche' "ascolti sempre tutti".
Oggi, mi sembra normale ascoltare un altro: sta parlando, ovvio che lo
ascolto. Il modello televisivo, se ci fate caso, e' fatto di continue
interruzioni, una lotta alla sopraffazione per la conquista dello spazio
temporale necessario a parlare.

Frasi sempre piu' brevi per infilarsi nei "buchi", e sempre piu' ad effetto
per attrarre l'attenzione del conduttore.

E ovviamente, chi conquista lo spazio e' un vincente. Chi "buca il video" e'
vincente. La trasposizione di questo concetto nella vita quotidiana e'
devastante: una continua lotta per apparire importanti, notevoli, autorevoli
in ogni occasione del quotidiano.

E ovviamente, questo produce un cambiamento dei giudizi che si affibbiano
agli altri: le persone in TV sono quasi sempre personaggi di rilievo.
PErsino nei quiz viene fatta un'intervista preliminare al concorrente, che
gli assegna un'importanza sociale sopravvalutata.

E cosi', la dimensione del se' diviene talmente titanica che si inizia a
considerare delle insignificanti nullita' tutti gli altri. "Solo un
operaio", "un pensionato qualsiasi".... iniziano ad essere frasi che
prendono senso compiuto.

Lo stravolgimento dell' "orizzonte di giudizio", come l'ho definito, e'
sinora l'evento piu' importante cui ho assistito.

Non so se questo sia un qualcosa di generalizzato. PENSO di poterlo dire
perche' noto negli altri gli stessi comportamenti , ma potrei sbagliare. In
ogni caso, ognuna di queste valutazioni e' vera nel mio caso, e forse potra'
lasciar riflettere gli altri.

Puo' certamente darsi che io sia l'unico, mentre tu che leggi sei ovviamente
immune da tutto questo. Non a caso, tu sei uno che usa la testa, mentre io
ero schiavo della TV. E sicuramente penserai che "tu l'hai sempre saputo".

E ovviamente , forse e' una mia impressione il fatto che intorno a me
chiunque abbia un'opinione su qualcosa si comporti come un opinionista, e
chiunque abbia un vestito si comporti come se stesse sfilando, e chiunque
abbia un nome si comporti come se fosse una persona importante, e chiunque
faccia un lavoro si comporti come se fosse un professionista
superpagato al top della carriera.

In effetti, non avevo alcuna intenzione di modificare con questo scritto le
tue opinioni, cosa che puo' fare la TV molto meglio di me.

Semplicemente, riconosco di esserne stato vittima, e se qualcuno (ovviamente
meno intelligente, astuto e indipendente di te che leggi) si riconosce in
quel che scrivo, forse avra' modo di rifletterci.

Per il resto, l'esperimento continua: altri effetti sono certamente
rilevabili, ma ancora non sono riuscito a dar loro una forma di fenomeno
sistematico.

Quindi, questo e' solo il primo capitolo del diario di un esperimento.

23 Jan 2004 by Wolf

…………………………………

Tutte le forme della cultura e della civiltà europea tengono al loro centro la volontà di verità. Che non può essere regolata da leggi esterne — e in questo senso è “anarchica” — , ma solo dalla legge che prescrive di respingere tutto ciò che può esser respinto — e in questo senso è sommamente non anarchica. È palese l’anima comune della verità, della scienza moderna e della crescente razionalizzazione dell’agire in Europa. E anche dell’arte europea — la quale conduce sì nel sogno, ma perché ha costantemente dinanzi i connotati della veglia, cioè della verità del mondo, da cui vuol prendere provvisorio o definitivo congedo. Il rapporto alla verità divide gli uomini perché di fronte a essa ogni individuo deve essere solo e perdere in qualche modo di vista quel che fanno gli altri. Non guardava in questa direzione Gesù, quando diceva di esser venuto a portare la spada? Nessuna meraviglia se, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, gli Stati europei, come le antiche città greche, e ripetendo la diaspora degli individui rispetto alla verità, siano così differenti, divergenti, in lotta e liberi gli uni dagli altri. Una libertà, questa, che non ha nulla a che vedere con le degenerazioni dello spirito critico, come la libertà che è licenza delle masse europee e occidentali, o come l’inerzia culturale che trasforma in un dogma lo stesso spirito critico. Del quale il cristianesimo, nel suo sviluppo storico, è stato un grande nemico.
Si comprende quindi che cosa stia al fondo delle riserve di chi avrebbe dovuto inserire nella Costituzione europea il riconoscimento delle nostre “radici cristiane” . È breve il tragitto che ( indipendentemente dalle intenzioni) conduce da questo riconoscimento a quello della sopravvivenza di tali radici e dunque al riconoscimento che l’Europa è uno Stato cristiano — con l’inevitabile conseguenza che una condotta di vita non cristiana sarebbe una violazione della Costituzione europea. È un’affermazione dello spirito critico che l’Europa non abbia i suoi “Patti Lateranensi” . (Emanuele Severino)

Verità e Menzogna
Submitted by velasquez on 18. April 2007 - 17:00. Truth Engineering
Omertà e menzogna sono in realtà due aspetti della stessa tecnica: far arrivare meno informazioni utili possibile all'avversario e/o fargli arrivare delle informazioni fuorvianti (od almeno inutili, che debbano essere trattate e facciano perdere tempo).
Questa tecnica è tradizionalmente usata in modo massiccio dai servizi segreti di tutto il pianeta, tant'è vero che ognuno di essi paga delle intere schiere di analisti che passano il loro tempo a setacciare le informazioni che arrivano dagli avversari per capire cosa sia utile e affidabile e cosa no.
Il problema dell'identità in Rete
Prima di parlare di verità e menzogna, tuttavia, dobbiamo affrontare un problema che si trova a monte di esso: quello della reale identità dell'interlocutore. Com'è noto, "Su Internet nessuno sa che sei un cane". Più esattamente, su Internet può essere molto difficile sapere (al primo contatto) se l'interlocutore è ciò che dice di essere e se pensa effettivamente ciò che scrive. Nelle mailing list e nei forum sono spesso presenti dei disturbatori (Troll) e dei provocatori (Fake) che possono creare non pochi problemi alla comunità.
In realtà, il gioco dei Troll e dei Fake è destinato a durare poco: dopo alcuni interventi diventa chiaro che si tratta di disturbatori o sabotatori e la comunità inizia istintivamente ad ignorarli. Tuttavia, ci sono alcune tecniche che possono essere messe in atto per limitare i danni. Le elenco qui di seguito.
Moderazione Quasi tutti i sistemi di gestione (software) delle mailing list e dei forum sono in grado di funzionare in modalità "moderata". Questo vuol dire che ogni messaggio spedito alla lista od al forum deve essere letto ed approvato da un moderatore prima che arrivi alla comunità. Questa tecnica deve però distinguersi da una semplice (ed odiosa) censura. Questo, a sua volta, vuol dire che il moderatore deve essere sempre presente ed attivo. Non è facile trovare qualcuno disposto a svolgere questa funzione, spesso è difficile trovarlo persino pagandolo.
Banning. In casi estremi, il troll può essere escluso dalla lista. Questo vuol dire che rientrerà il giorno dopo con un altro nome, creando ancora più problemi.
Alerting. Si possono avvisare i membri della comunità (od il mondo intero) della presenza di alcuni troll/fake. Basta pubblicare il loro elenco sulla pagina web della comunità, insieme ad una breve descrizione ed a qualche consiglio. Questa tecnica è francamente odiosa (equivale alla gogna), ed è seguita da ben poche comunità, ma... è efficacissima. Una volta scoperto e messo alla gogna, il troll ha ben poche possibilità di rompere le scatole.
Tracking back & Punishment. Molti troll e fake sottovalutano il brutto carattere e le capacità tecniche dei loro interlocutori. Su Internet è possibile (a volte persino facile) tracciare un troll fino al punto in cui si connette alla rete (cioè fino a casa sua) e, a volte, persino collegare la sua identità di Rete con la sua identità reale. Tutto questo senza coinvolgere la Polizia. A questo punto, è possibile "punire" il troll in vari modi. Ad esempio, si possono attaccare le sue attività in rete (anche senza ricadere in reati di vario tipo).
Denuncia alle autorità. Inutile dire che il troll che commette qualche reato (ad esempio offende quacuno) può essere rintracciato dall'autorità giudiziaria e processato.
Reality Checking. A volte, basta concordare una telefonata per risolvere molti dubbi (e per concordare un comportamento accettabile).
Un altro caso in cui è importante stabilire l'identità dell'autore è quando si legge un blog. In questo caso, spesso è più facile capire con chi si ha a che fare. In ogni caso, un blog anonimo o pseudonimo va sempre letto con molta cautela e non va mai citato a sostegno delle proprie tesi (perchè potrebbe essere una trappola congegnata proprio a questo scopo).
Google come alleato
In genere, un buon modo di sapere con chi si ha a che fare è quello di cercare tracce dello stesso autore su altre liste o su altri blog. Cercare identità simili, o testi simili, è un buon punto di partenza. Una volta incrociati i dati, spesso è abbastanza facile capire con chi si ha veramente a che fare.
In generale, una persona "reale" usa sempre la stessa identità (lo stesso nickname o comunque nickname molto simili) e lascia una grande quantità di tracce in Rete. Nel corso degli anni, lo si vede partecipare a diverse list, lo si vede far domande e crescere. Lo si vede pubblicare i primi articoli. Se è possibile tracciare una linea temporale di questo genere, cioè una linea "evolutiva", quasi certamente si è in presenza di una persona reale. Una identità che nasce dal nulla, senza un passato, spesso è una identità di comodo.
A volte, chiedendo in giro è persino possibile trovare qualcuno che conosce personalmente il troll in questione o che comunque ha già avuto a che fare con lui in precdenza. Informazioni di questo tipo permettono di capire quanto possa essere pericoloso il personaggio in esame.
Analisi dei testi
Anche una attenta analisi dei testi può rivelare dettagli interessanti. Spesso le persone raccontano più cose del necessario ed in questo modo lasciano trasparire alcuni aspetti della loro vita e della loro identità. Anche il loro modus operandi può essere rivelatore. Ad esempio, un noto troll sostiene di essere un ricco (o benestante) collezionista di dischi e di avere un lavoro ben pagato ma... i suoi messaggi vengono inviati solo negli orari e nei giorni in cui le scuole sono chiuse.
A parte questo, si possono anche usare tecniche di analisi statistica del testo (text metrics) per riconoscere testi scritti dallo stesso autore e provenienti da fonti (mailing list o identità) diverse. Per inciso, questa tecnica può essere usata anche a fini legali (cioè in caso di processo). Ogni autore infatti, tende ad usare sempre le stesse 4 o 5000 parole (il suo "lessico personale") ed a commettere sempre gli stessi "errori". Ad esempio, io che sono ferrarese tendo a scrivere "Sai fare ad andare in bicicletta?" invece di "Sai andare in bicicletta?" (Perchè a Ferrara, antico territorio gallico, i verbi, da soli, non reggono la frase....).
Sul tema dei troll, è assolutamente imperdibile questo esilarante libro, scritto in prima persona da uno dei più noti troll italiani:
Troll. Come ho inguaiato Internet
Ciro Ascione
Euro 10,00 ad Aprile 2007
TEA editrice 2006
EAN: 9788850212385
reperibile a BOL ed a IBS.
Omertà
Non è sufficiente che una informazione esista e sia accessibile perchè sia anche attiva (cioè perchè questa informazione produca un cambiamento nelle coscienze e nei comportamenti delle persone). Non è sufficiente perchè esistono due pericolose barriere psicologiche che devono essere superate.
La prima barriera è quella legata alla reale diffusione della notizia. Ci sono notizie che, pure essendo note (di solito ad una ristretta cerchia di specialisti) non arrivano mai ad interessare il grande pubblico e quindi non possono produrre la massa critica necessaria per un risveglio delle coscienze e per l'avvio di un azione. Naturalmente, per ottenere questo tipo di omertà è fondamentale una certa partecipazione degli organi di stampa e dei media. Purtroppo, la storia recente ha ampiamente dimostrato come sia profetica la frase che appare nella quarta di copertina del libro "La scomparsa dei fatti" di Marco Travaglio:
"Se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane da compagnia. O da riporto"
La seconda barriera è quella dovuta alla reale comprensione della notizia da parte del pubblico. Molte notizie non sono immediatamente comprensibili, vuoi per il loro livello di complessità tecnica, vuoi per la sottigliezza delle loro implicazioni. Perchè una notizia "arrivi al cuore" del lettore deve superare la sua abituale barriera di distrazione, di indifferenza, i suoi limiti culturali ed i suoi pregiudizi. Non sempre è una cosa facile.
Il Caso Trusted Computing
Un caso di omertà che ho seguito da vicino nel corso degli ultimi due anni è quello del Trusted Computing. A proposito di questa tecnologia, David Grawrock, Security Architect di Intel, in una intervista a Secure Computing, ha candidamente affermato quanto segue.
"Personally, I hope that they don't know about TCPA at all! I would like consumers to believe that the systems themselves are simply more secure than they used to be, primarily because security is hard for end consumers to see. They see a machine and ask why one is more secure and another less secure."
Tradotto in italiano suona più o meno così:
"Personalmente, spero che i consumatori non sappiano proprio niente del TCPA! Vorrei che i consumatori semplicemente pensassero che il sistema è più sicuro di quanto fossero abituati ad aspettarsi, soprattutto perchè la sicurezza è difficile da apprezzare per il consumatore. Il consumatore si limita a guardare la macchina ed a chiedere perchè una è più sicura e l'altra meno."
Se il TCPA/Palladium (ora ridenominato Trusted Computing, Trustworthy Computing o NGSCB per far perdere le tracce) fosse più sicuro, sarebbe tutto a posto. La realtà, come ho ampiamente spiegato (e dimostrato) in passato è che il TCPA/Palladium è più vincolante per l'utente, non più sicuro.
Su questo tema, vi invito a leggere i vari documenti che ho pubblicato a suo tempo su http://www.laspinanelfianco.it/ e http://punto-informatico.it/ .
L'omertà nel caso del Truted Comnputing è dovuta sia al colpevole silenzio della stampa tecnica (quasi tutta legata od asservita agli interessi delle case produttrici che supportano questa tecnologia) sia alla notevole complessità tecnica di questa tecnologia e della sua documentazione.
Per capire che questa tecnologia rappresenta una serissima minaccia per l'individuo, per il libero mercato e per la democrazia, bisogna prima di tutto sapere che esiste e poi capire di cosa si tratta. Non è facile.
Chiunque tenti di avvisare i consumatori della tegola che sta per arrivare sulla loro testa, passa inevitabilmente per un pazzo isolato.
Il Caso Andreotti
Uno dei casi più eclatanti di omertà si è avuta negli ultimi 10 anni con il famoso Caso Andreotti. Come ricorderete,
"Alla fine degli anni '90 ha subito un processo per associazione mafiosa. Assolto in primo grado nel 1999, la Corte d'Appello di Palermo nel 2003 ha confermato l'assoluzione solo per i fatti posteriori alla primavera del 1980, ritenendo che prima di allora Andreotti abbia dimostrato una "seria, concreta e continuata collaborazione" con personaggi legati alla Mafia. I suddetti reati, commessi prima del 1980, sono però estinti per prescrizione. Nel 2004 la Corte di Cassazione ha poi confermato in diritto la sentenza della Corte d'Appello."
(Dalla voce "Giulio Andreotti" di Wikipedia Italia, ad oggi, 12 Aprile 2007 )
Nonostante il fatto che questa informazione sia per definizione pubblica (si tratta di una sentenza del Tribunale), per anni l'opinione pubblica italiana è stata lasciata nella convinzione che Giulio Andreotti fosse stato assolto con formula piena dal reato di associazione mafiosa, al punto tale che sono dovuti intervenire dei comici come Beppe Grillo e Sabina Guzzanti per ricordare agli italiani la verità.
Potete trovare qualche altra informazione qui:
http://www.societacivile.it/primopiano/articoli_pp/andreotti.html
http://digilander.libero.it/quondam2000/gli%20articoli%20della%20memoria29.html
http://www.indicius.it/Politica/andreotti_sodomiti.htm
Questo è stato possibile perchè la Stampa italiana (quella stessa stampa che non esita ad invocare il suo Sacro Ruolo di Difensore della Democrazia ogni volta che deve rinnovare il contratto di lavoro) si è semplicemente "dimenticata" di far notare questi "dettagli" al grande pubblico. Ovviamente, questo atteggiamento omertoso non ha interessato tutta la stampa italiana ma solo quella che dipende, in un modo o nell'altro dal potere politico (cioè "solo" 6 canali televisivi, quasi tutti i quotidiani a distribuzione nazionale, gran parte dei settimanali, etc.).
Non solo: molte delle persone che erano state raggiunte da questa informazione, sono state portate a dimenticarla od a sovrascriverla con la "verità ufficiale" nel corso degli anni successivi. Questo a causa di un banale meccanismo della memoria umana: per ragioni di efficienza, si ricorda solo ciò che si utilizza e, soprattutto, lo si ricorda nella forma che ci viene "confermata" dall'ambiente circostante.
Una traccia di verità è rimasta disponibile su Internet, fino alla sua "riscoperta" da parte dei comici, grazie alle molte testate di controinformazione che riescono ancora a sopravvivere su questo particolare media.
Censura De Facto: La Sindone come Fotografia
Un'altro caso interessante di censura de facto si è avuto con la Sindone di Torino. Ne ho già parlato in un vecchio articolo per cui non sto a rispiegare tutta la storia qui. Trovate l'articolo originale a questa URL:
http://alex-brain-dump.blogspot.com/2005/08/tutto-quello-che-non-vi-hanno-mai_29.html
Ne ho riparlato in questi giorni qui:
http://www.oceanidigitali.it/drupal/sindone_IT
Menzogna
Mentire non è facile. Le menzogne più semplici, come dice il proverbio, "hanno le ganbe corte". Non vanno lontano. Vengono scoperte subito e si ritorcono contro chi le ha diffuse.
La menzogna "professionale", "ingegnerizzata", pianificata a tavolino, quella che viene abitualmente usata dai servizi segreti di tutto il pianeta (e da moltissima altra gente) è una cosa molto più complicata di una semplice "balla". Si tratta quasi sempre di una complessa "realtà alternativa" in grado di autosostenersi grazie a prove false, a testimoni falsi ed a una lunga serie di supporti documentali falsi. Molto spesso, questa realtà alternativa trova sostegno anche in una serie di sostegni interni a sé stessa, di fonti reciprocamente confortanti che reggono la struttura, almeno finchè quest'ultima non viene confrontata con la realtà esterna. Il risultato migliore si ottiene quando una parte di questi supporti (esterni) è vera, cioè quando non si tratta di una menzogna completa ma di una menzogna parziale che si innesta su un fondo di verità. In questo modo, è possibile usare il fondo di verità per accreditare tutta la struttura.
Come avrete già capito, questo è il meccanismo di base della creazione di un mito. Non a caso i miti resistono all'usura dei secoli ed all'erosione della critica. I miti religiosi sono un esempio eclatante di questa tecnica. Se vengono osservate con occhio critico (una pratica ormai impossibile in Italia), le religioni appaiono chiaramente come delle strutture logiche e narrative quasi completamente false, sostenute da una serie di puntelli interni reciprocamente referenziali, che poggiano su una base effimera di verità dimostrabili. In altri termini, funzionano più o meno come una capanna di legno appoggiata sul terreno. Nonostante questo, grazie ai loro tralicci interni ed a quella base effimera di verità, resistono da millenni alle confutazioni logiche dei filosofi.
Se avete dubbi su questo punto, leggetevi questo libro:
Perchè non possiamo essere Cristiani (e meno che mai Cattolici)
di Piergiorgio Odifreddi
Longanesi 2007 (www.longanesi.it)
ISBN 9788830424272
14,60 a Marzo 2007
Reperibile a BOL ed IBS
Oppure quest'altro:
Gesù non l'ha mai detto
di Bart D. Ehrman
Mondadori 2007
EAN: 9788804567745
Euro 17,50 ad Aprile 2007
Reperibile a Feltrinelli, BOL e IBS.
Proprio il caso delle religioni dovrebbe rendere evidente una realtà ovvia: la gente crede molto volentieri a ciò che conferma i suoi pregiudizi e/o che soddisfa un suo bisogno, anche quando è evidente che si tratta di una menzogna.
Questo è un fatto assolutamente logico e naturale: l'Uomo non è una macchina nata per coltivare "virtute e conoscenza". L'Uomo è una macchina nata per sopravvivere e riprodursi (leggetevi Dawkins se avete dubbi in proposito). Per sopravvivere è necessaria anche una certa dose di potere e, di conseguenza, una certa capacità innata di creare dei gruppi, di gestirli e di guidarli (o di fare parte dei gruppi e di lasciarsi guidare). Tutte queste attività dipendono da un intelligente uso delle informazioni e della comunicazione. L'uomo è una macchina demagogica e, istintivamente, non esita un solo istante prima di adottare una verità di comodo ed usarla a suo vantaggio. Per l'uomo, istintivamente, non esistono affermazioni vere, esistono solo affermazioni convincenti ed utili (al suo scopo contingente).
I bisogni che una menzogna può soddisfare sono diversi. Si va dal semplice desiderio di popolarità, di apprezzamento e di autoaffermazione alle più nascoste e sordite brame di potere. Il meccanismo però resta lo stesso: fornite una realtà in grado di autosostenersi e strumentalizzabile ad un insieme statisticamente significativo di persone e qualcuno la farà propria.
Il Caso dell'Aspartame
Uno dei casi più sconcertanti di menzogna che esiste in rete è quello relativo all'aspartame. L'aspartame è un dolcificante sintetico, derivato dalla sintesi di alcuni amminoacidi, e del tutto innocuo.
AGGIORNAMENTO: mentre scrivevo è stato pubblicato un lavoro della Fondazione Ramazzini su questo tema. Vi lascio il piacere di seguire la diatriba tra la Fondazione Ramazzini e gli enti di controllo.
L'aspartame, come qualunque sostanza (anche di origine naturale) può provocare dei danni, se viene intenzionalmente somministrato in modo da provocarli. Questo non deve stupire: persino l'acqua può essere usata per uccidere e non solo per annegamento. Nei secoli bui della Santa Inquisizione, molte persone sono morte a causa di una tortura che consisteva nel farle bere dell'acqua molto oltre il loro "limite di tollerabilità". Il meccanismo che portava alla morte poteva essere o lo sfondamento della parete gastrica, con conseguente emorraggia, o forse ad uno shock "iposalino" dovuto alla eccessiva diluizione dei fluidi corporei, ma la morte sopraggiungeva comunque.
Sulla base della pretesa pericolosità dell'aspartame, DORWay ha messo in piedi una impressionante campagna diffamatoria ai suoi danni. Ne potete trovare qualche traccia a queste URL:
http://en.wikipedia.org/wiki/Aspartame_controversy
http://hoaxbusters.ciac.org/HBUrbanMyths.shtml#aspartame
Incredibilmente, aziende come Coca Cola, si sono viste costrette a rimpiazzare nelle loro bibite dietetiche l'aspartame (innocuo) con altri dolcificanti (di cui almeno uno, che non nomino, era già sospettato di essere cancerogeno). Di conseguenza, grazie a questa violenta e gratuita campagna diffamatoria, la popolazione mondiale ha visto ridursi in modo sensibile il suo livello di sicurezza.
Questo è avvenuto perchè i lettori hanno potuto trovare nelle allarmistiche affermazioni di DORWay una conferma ai loro pregiudizi irrazionali riguardo alla scarsa sicurezza delle "sostanze chimiche". Queste persone, infatti, ignorano quasi sempre il fatto che qualunque prodotto adatto all'alimentazione è, ovviamente, una "sostanza chimica", anche quelle di origine naturale. La pericolosità di una qualunque sostanza non deriva dalla sua eventuale natura sintetica. Moltissime sostanze naturali, come il curaro e la stricnina, sono letali anche a basse dosi. La nicotina delle sigarette è letale per ingestione anche a basse dosi. Molte piante da giardino, come l'oleandro, producono tossine letali anche a basse dosi. Nonostante questo, molti fumatori accaniti evitano come la peste i dolcificanti a base di aspartame in quanto sinteticiepericolosi (una sola parola).
La gente crede a ciò che capisce ed a ciò che si allinea alle sue convinzioni pre-esistenti, non a ciò che è vero.
Sconfiggere l'omertà
Per sconfiggere l'omertà è necessario agire su due fronti: rendere disponibili le informazioni in un formato digeribile da un essere umano e diffonderle in modo capillare. In altri termini, si tratta di fare opera di divulgazione.
Questo è quello che io stesso ho tentato di fare per il Trusted Computing. Per rendere comprensibile al grande pubblico questa tecnologia ho scritto decine di articoli ed interi e-book. Per rendere disponibile questa documentazione al maggior numero possibile di persone, li ho pubblicati sul web con una apposita licenza Creative Commons. Non lo dico per incensarmi ma semplicemente perchè è un caso che conosco bene. Il mio, infatti, non è né un caso eccezionale né un caso particolarmente meritorio. Su internet esistono letteralmente migliaia di altre persone che hanno trattato nello stesso modo migliaia di altri temi scottanti, dall'attacco alle torri gemelle del World Trade Center alle nanopolveri.
Di fatto, l'incessante lavoro di inchiesta, di analisi e di divulgazione che viene portato avanti dai blogger di Internet rappresenta la vera, grande novità dell'informazione del XXI secolo. Personalmente, credo anche che sia l'ultimo baluardo che ci separa da quella sottile dittatura basata sul controllo dell'informazione che viene messa in atto da molti anni all'interno di molte democrazie (quella italiana e quella americana in testa a tutte).
Di sfuggita, va detto che la divulgazione è un problema che inizia ad interessare anche le aziende. L'abituale atteggiamento "riservato" delle aziende, infatti, sta rapidamente diventando il terreno più fertile per attacchi violenti e molto distruttivi nei loro confronti. Ciò che loro non dicono, lo dicono i loro avversari, e lo fanno nel modo più distruttivo e doloroso possibile.
Confutare le menzogne
La difesa nei confronti della menzogna è una sola: la confutazione basata su prove oggettive o su fonti indipendenti. Questo è il motivo per cui nei miei articoli trovate sempre dei link alle fonti. Quando possibile, trovate anche le indicazioni tecniche necessarie a verificare di persona quanto viene detto. Anche in questo caso, il mio non è un caso particolare: chi scrive per la rete e sulla rete si comporta abitualmente così, sia per una questione di onestà intellettuale che per la semplicità con cui è possibile farlo. A differenza di quello che avviene nel mondo "fisico", infatti, sul Web è possibile inserire un link diretto alle fonti indipendenti (o, per maggiore trasparenza, è possibile inserire un link ad una ricerca di Google che fornirà al lettore un insieme di risultati su cui l'autore non ha alcun controllo).
Cercare i riscontri
In Rete è relativamente facile trovare i riscontri necessari. A parte l'ovvia ricerca su Google, al giorno d'oggi è possibile fare riferimento a varie "knowledge base" come Wikipedia. A seconda del settore, è poi possibile trovare basi di dati più specifiche. Praticamente tutte le associazioni, gli enti e le organizzazioni del pianeta pubblicano una o più basi di dati sul web e quindi la messe di informazioni è semplicemente sterminata.
Una fonte di informazione particolarmente utile per separare il vero dalla "bufala" sono le basi di dati sulle hoax, come hoax.it , il servizio antibufale di Paolo Attivissimo, hoaxbusters di CIAC o hoaxbusters.org.
Prevedere i giochi sporchi
La verifica è anche il fondamento della ricerca scientifica e di qualunque processo razionale di ricerca di informazioni. Le prove sono alla base di questo processo. Bisogna avere l'accortezza di chiedere sempre delle prove o dei riscontri indipendenti delle informazioni che vengono fornite. Nello stesso modo, bisogna essere pronti a fornire prove e riscontri a sostegno di ogni propria affermazione. In alcuni contesti, come la vita politica, bisogna prevedere anche la concreta possibilità che la controparte monti una accusa ad arte, crei prove inesistenti e paghi dei testimoni per distruggerci. Per questo motivo non basta avere le prove di ciò che si è fatto ma, per quanto possibile, bisogna preoccuparsi di dimostrare anche ciò che non si è fatto.
Sicuramente ricordate i due tentativi più clamorosi di demolire il leader della Sinistra Romano Prodi, cioè il famigerato caso Telekom Serbia e, più recentemente, l'indagine parlamentare sul Dossier Mitrokin , che è poi sfociata nel caso del surreale "agente segreto" Mario Scaramella. In entrambi i casi abbiamo assistito ad un palese tentativo di montare ad arte una accusa ai danni del leader della Sinistra. Questi episodi, da soli, dovrebbero rendere evidente quanto sia importante poter dimostrare non solo cosa si è fatto ma anche cosa non si è fatto.
Il modo principale di dimostrare che cosa si è fatto e cosa non si è fatto in modo incontrovertibile è quello di agire in presenza di testimoni "super partes" e di tenere traccia delle "conversazioni". Questo può voler dire agire in modo pubblico od almeno "collettivo", ad esempio scambiando messaggi di posta elettronica di cui resti traccia (o parlando via IRC e conservando i log). In ogni caso, è necessario creare una interazione con qualcuno e tenerne traccia. Questo può sembrare ovvio ma... mettevi nei panni di chi si trova da solo in una server room, ad amministrare un importante server web, e può essere indotto a fare qualche cazzata da informazioni false o non pertinenti che provengono da qualcuno che si trova all'esterno.
In generale, maggiore è il livello di segretezza di una operazione, minore è la possibilità di dimostrare la propria buona fede.
Evitare le anestesie del senso critico
Nella vita quotidiana, bisogna prendere l'abitudine di chiedere prove. Non bisogna mai accettare una affermazione solo sulla base della autorità di chi la esprime o sulla sua apparente buona fede. Bisogna sempre chiedere prove.
Soprattutto, bisogna continuare a chiederle anche quando la controparte tende ad ignorare la nostra richiesta. Questo è l'unico modo di sconfiggere gli attacchi basati su menzogne. Come ricorderete, nell'elenco di Sweeney appare una voce che recita:
"Trattate le accuse come "roba vecchia". Non appena possibile, trattate le accuse che vi vengono mosse come roba vecchia e già discussa. Ignoratele."
Come avrete avuto modo di verificare voi stessi in occasione delle sue interviste televisive, questo è esattamente il modo in cui Silvio Berlusconi tratta le richieste che riguardano l'origine dei suoi capitali. Alza le spalle e risponde indignato "Ma lei è ancora fermo a queste contestazioni preistoriche? Ma è roba vecchia! Lasci perdere!" Anni fa, Giorgio Bocca pubblicò un articolo (credo su l'Espresso o Panorama) in cui trattava proprio questo specifico tema: "Signor Berlusconi, dove ha preso i soldi?" Bocca sottolineava il fatto che Berlusconi non potesse trattare questo tema come "roba vecchia". Se la domanda era sicuramente vecchia, infatti, la risposta non era però mai arrivata (e non è arrivata ancora oggi). Non sapere a chi deve dei soldi il Presidente del Consiglio (di allora) è come non sapere a chi esso deve gratitudine, favori e, in ultima analisi, obbedienza. Non è una questione da poco, in una democrazia, sapere chi comanda davvero.
Per questo, è importante insistere per ottenere risposte e per ottenere prove. Una controparte "con la coda di paglia" cercherà sicuramente di anestetizzare il vostro senso critico con la stanchezza (rifiutandosi di rispondere), distraendovi con altri temi od agendo con altri mezzi.
Sir Karl Popper e la Falsificazione
Molti anni fa, ho avuto il privilegio di sostenere l'esame di filosofia delle scienza con Marco Mondadori. Mondadori è stato un filosofo decisamente brillante ed è stato per anni un amico fidato di Giulio Giorello, l'autore di "Di nessuna Chiesa" e di molti altri testi. L'esame di Mondadori verteva sull'opera di Karl Popper e sul criterio di falsificabilità come tecnica di demarcazione tra scienza e "altra roba" (Popper parlava di metafisica ma qui sarebbe opportuno usare altri termini). Da allora mi batto perchè il criterio di falsificabilità venga insegnato sin dalle elementari e sia considerato indispensabile per l'emissione di qualunque tipo di certificato di studio. Ovvero: se non si riesce a dimostrare di aver capito cosa significa questo criterio, niente diploma, niente laurea, niente patente di guida e niente tessera per il cinema.
Se pensate che sia un fanatico, evidentemente non avete letto Popper e/o non avete riflettuto abbastanza sulla reale importanza del suo lavoro. Popper diceva una cosa molto semplice ma carica di conseguenze:
"Una teoria (una affermazione) deve esporsi abbastanza da poter essere confutata con un esperimento fisico. Se non accetta di esporsi in questo modo, non è una affermazione scientifica (o, più in generale, non è una affermazione razionale degna di attenzione)".
In altri termini, fare una affermazione che non può essere dimostrata falsa non serve a niente. Come minimo è inutile. Nella maggior parte dei casi è fuorviante. Si noti che Popper parla di falsificabilità, non di verificabilità. Il motivo è semplice: esistono decine di affermazioni che sono sempre vere e che non servono assolutamente a niente. Si tratta di tautologie come "Dio esiste". Questa affermazione, non potendo essere confutata, non fornisce nessuna informazione (nessun contributo alla nostra conoscenza) ed è quindi sia inutile che fuorviante (fa solo perdere tempo).
(Gli specialisti mi scuseranno per aver usato l'ascia nello scolpire il ritratto del povero Professor Popper. Questo è un testo dedicato alla disinformazione, non alla filosofia).
Nella vita quotidiana, la comprensione del criterio di falsificabilità è fondamentale per non cadere vittime di certe "filosofie" che pretendono di "aprirci gli occhi" ma che in realtà si limitano a presentarci un'opera di narrativa fantastica ed a spacciarla per Storia. Questo è il caso di molte "sette" e, ovviamente, di tutte le religioni. Nessuna di esse, infatti, osa fare delle asserzioni falsificabili e ad assumersi le conseguenze della loro falsificazione. Avete mai visto un mago cambiare mestiere solo perchè "Strisca la notizia" lo ha sbugiardato?
La comprensione del criterio di falsificabilità è fondamentale anche per difendersi dalle menzogne in rete. Quando qualcuno fa una affermazione, bisognerebbe sempre chiedere: "In che modo un tuo avversario potrebbe dimostrare che questa tua affermazione è falsa?" Se questa domanda non ottiene una risposta sensata, non si sta parlando di nulla di utile.
Per essere più precisi, bisognerebbe anche chiedere: "Che succede se qualcuno riesce a dimostrare che quello che hai detto è falso?". Questa seconda domanda è necessaria per evitare di discutere in eterno di cose inesistenti. Ancora una volta, il caso delle religioni è fin troppo eclatante: sono migliaia di anni che l'uomo perde tempo discutendo di cose che sono, per ammissione dei loro sostenitori, indimostrabili.
In rete, bisogna prendere l'abitudine di "mettere in bacheca" le tesi già falsificate. Quando qualcuno sostiene qualcosa di sbagliato, lo si deve dimostrare falso nel modo più nitido possibile, il prima possibile, e pubblicare un documento esplicativo sul proprio web. In seguito non si deve più rispondere alla stessa accusa ma solo rimandare al documento esplicativo. Questo fa risparmiare tempo ma, soprattutto, impedisce all'avversario di rivendere per nuove le vecchie contestazioni.

Alessandro Bottoni
alessandro.bottoni@infinito.it

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