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Lettera aperta a Sergio Romano

La filantropia dei Borletti?
2 dicembre 2007 - Aldo Vincent

LETTERA APERTA A SERGIO ROMANO:

Carissimo,
entro ogni giorno in quella che fu LA STANZA di Montanelli e da cui è uscita la più costosa colf della storia della Repubblica, infatti, dopo la morte del celebre giornalista, ci misero Paolino a tenere in ordine, al modico prezzo di un milione di Euro l’anno.
Acqua passata, ora ci sei tu e grazie al cielo, la differenza non si nota (parlo della differenza col Paolino, non l’altra, per carità!).

Ti leggo con estremo sollazzo (scusa il tu, ma è la prassi nel Web) un po’ come si ascolta il nonno a tavola quando racconta delle imprese dei Garibaldini a cui non ha mai partecipato…
Ieri, però ti sei superato:

La lettera del giorno
|Sabato 1 Dicembre 2007
MONTANELLI E BORLETTI: LE VITTIME DEL TERRORISMO
Nella risposta alla lettera su
Mussolini e i grandi giornali degli anni Venti, lei ha citato il senatore Borletti, fondatore di una dinastia che ha fatto la storia dell’industrializzazione di Milano e dell’Italia. Ormai dei Borletti non si parla più da anni: se non ricordo male, le ultime generazioni sono state colpite da tragedie a catena e le attuali, forse, non sono all’altezza della fama di quel nome. Tuttavia due gesti particolarmente significativi avvenuti negli anni 90 legati a quella famiglia mi sono rimasti impressi: un lascito di parecchi miliardi a Prodi e a Di Pietro e la distribuzione di alcuni miliardi a favore delle vittime delle Brigate rosse. Mi farebbe piacere se lei volesse ricordarli.
Ludovico Muratori,

Caro Muratori, sui sette miliardi che
Malvina Borletti, nel novembre 1995, decise di dare a Romano Prodi e Antonio Di Pietro, non so dirle se non quello che i giornali pubblicarono in quella occasione. La notizia, dopo qualche giorno, uscì dal radar dell’attenzione generale. Se qualcuno è in grado di rinfrescare la nostra memoria, ci scriva.
Molto più nota invece è la vicenda dei due miliardi e 430 milioni che il padre di Malvina, Mario, lasciò a Indro Montanelli nel dicembre del 1988 con il preciso incarico di distribuirli fra gli eredi di coloro (carabinieri e poliziotti) che erano stati uccisi negli anni precedenti dalle Brigate rosse e da altre organizzazioni terroristiche. Quando un notaio gli telefonò per comunicargli la notizia, Montanelli, allora direttore de il Giornale, cadde dalle nuvole. Conosceva, naturalmente, i Borletti e in particolare il capostipite, un grande personaggio della società milanese che ebbe la singolare caratteristica di essere due volte «senatore»: al fonte battesimale, perché questo fu il nome voluto dai suoi genitori, e per nomina regia quando, negli anni Venti, divenne membro della Camera alta. Sapeva che il capostipite e i suoi discendenti erano stati protagonisti di alcune fra le maggiori vicende economiche italiane, dall’acquisto dei grandi magazzini Bocconi alla creazione della Rinascente, dalla nascita della Mondadori alle molte imprese nazionali di cui furono azionisti o proprietari.
Ma non aveva mai incontrato Mario e fu, a tutta prima, imbarazzato dalla prospettiva di fungere da esecutore testamentario per la distribuzione di una somma così importante.
Montanelli sapeva tuttavia che i testamenti, nelle grandi famiglie (ne abbiamo avuto una prova dopo la morte di Gianni Agnelli), possono essere contestati, impugnati e finire nelle aule di tribunale. Si mise quindi immediatamente al lavoro per accertare il numero delle vittime.
Fu costituito un comitato composto dal sindaco e dal questore di Milano, dal comandante generale dell’Arma dei carabinieri, dal vicecapo della polizia e da un rappresentante dell’arcivescovo.
Con l’aiuto del Comando generale dell’Arma e del dipartimento per la Pubblica sicurezza, fu preparato un elenco di 169 persone uccise dai terroristi.
La ripartizione del denaro fu facilitata dalle istruzioni che Borletti aveva lasciato nel suo testamento: un miliardo e 729.000 lire per i carabinieri (67 vittime) e 701 milioni per i poliziotti (102). Dopo qualche necessario accertamento, la cerimonia ebbe luogo al Circolo della stampa, il 26 maggio 1990. E dimostrò che la carità privata, soprattutto a Milano, può essere molto più rapida ed efficace dell’assistenza pubblica.

Minchia, Romano!!
ma ci hai preso tutti quanti per babbaloni o peggio smemorati?

Hai dimenticato forse - a proposito dei Borletti - che dopo la gloriosa impresa delle macchine per cucire e i cruscotti della 500, i Borletti hanno fatto i dane' con le mine antiuomo (avevano comprato il brevetto della spoletta dagli svedesi) costruite con la Fiat per la Vassella, che ancor oggi impestano il pianeta?

Forse pensi siano cose del passato ma non e' cosi'. Va qui e lo vedrai da te:

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(redazione@vita.it)

Roma: esplode la fabbrica di armi di Colleferro

09/10/2007

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E allora, se con la mano destra prende 8.000 milioni a contratto (vai qui e accertatene: http://digilander.libero.it/noallebombe/industrie.html ) e poi con la sinistra dona DOPO LA SUA MORTE un milione e mezzo per le vittime, non mi sembra un gesto per la quale farsi venire i lucciconi...Via!
Per i danni alle persone, chiedere ad Amnesty...
Con immutato affetto

Aldo Vincent
http://www.giornalismi.info/aldovincent -

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QUALCHE DOCUMENTO IN PROPOSITO:

12/07/2007
armi un industria che migliora
Un industria che migliora ogni anno è quella delle armi che nel 2006 in Italia ha finalmente toccato 2,1 miliardi di euro di autorizazioni di esportazioni di armi dall Italia verso l estero,un enorme impennata rispetto agli anni precedenti,esattamente il 61 % in più.

Ma come il governo Prodi non aveva assicurato un programma che era impegnato ad un controllo più stringente sull'esportazione di armi?bah chissa che fine ha fatto questo buon proposito!

Ma il connubbio armi e banche va sempre di pari passo,poichè oltre ha una grande impennata nell esportazione di armi che fatto festeggiare gran parte dei produttori armi,possono festeggiare isieme a loro anche le banche che sempre nel 2006 si sono viste autorizzate operazioni di incassi relativi al solo export di armi per quasi 1,5 miliardi di euro - altra cifra record dell'ultimo ventennio - con relativi "compensi di intermediazione" per oltre 32,6 milioni di euro. E il gruppo San Paolo IMI – nonostante la dichiarata policy restrittiva – per il secondo anno consecutivo si attesta a “reginetta” delle “banche armate”.

Tra i maggiri acquirenti di armi italiane possiamo trovare Usa che acquistano dall Italia principalemente bombe, siluri, razzi, missili ed accessori,navi da guerra, esplosivi militari, fino ad armi automatiche di tutti i calibri per un totale di oltre 349,6 milioni di euro. e Emirati arabi quali il Governo ha autorizzato la vendita di "bombe, siluri, razzi, missili ed accessori" oltre che di "navi da guerra", "apparecchiature per la direzione del tiro", "armi e sistemi d'arma e munizioni" e "aeromobili" per oltre 338,2 milioni di euro.

Il 20,2% delle esposrtazioni Italiane è andata alle zone più calde del pianeta, il Medio Oriente e l'Africa settentrionale al quale sono destinate armi per un valore complessivo di 442,8 milioni di euro.( tra cui Nigeria che riceve armi per 74,4 milioni di euro o del microscopico Oman che si vede autorizzate importazioni di armi dall'Italia per oltre 78,6 milioni di euro.)

E le banche che ci guadagnano sopra quali sono?

San Paolo-Imi si conferma per il secondo anno consecutivo la “reginetta” delle “banche armate” tanto che nell'ultimo anno quasi triplica il volume d'affari nel settore passando dai 164 milioni del 2005 agli oltre 446 milioni di euro del 2006. Nonostante la policy della banca vieterebbe l'appoggio a transazioni verso Paesi extra Ue-Nato, l'istituto di credito torinese convoglia a sé quasi il 30% (29,9%) di tutte le operazioni di incassi e pagamenti relative all'export di armi.
Segue BNP-Paribas che con 290,5 milioni di euro è la prima banca estera operante in Italia attiva nel settore. Segue Unicredit, che dopo aver dichiarato nel 2001 di voler cessare questo tipo di operazioni da due anni ricompare con quote rilevanti nella lista (86,7 milioni di euro nel 2006). E poi la BNL (Banca nazionale del lavoro) che addirittura accresce del 33% il proprio volume d'affari rispetto al 2006 portandolo ad oltre 80,3 milioni di euro. In diminuzione le operazioni della Deutsche Bank (78,3 milioni di euro), mentre ritorna alla grande una vecchia conoscenza delle "banche armate": il Banco di Brescia che riceve incassi per oltre 70 milioni di euro. In crescita anche Commerz Bank (74,3 milioni di euro) che va acquistando quote sempre più rilevanti in questo settore.
La Banca popolare italiana passa da 14 a 60 milioni e guida il gruppo di tutte le banche al di sotto dei 60 milioni di euro. Preoccupante, in questa fascia, la ripresa delle operazioni di Banca Intesa che con i 163mila euro del 2005 sembrava onorare la policy di "non partecipazione" al settore: nel 2006 realizza invece incassi per 46 milioni e l'Istituto capitanato da Bazoli dovrà ora affrontare la sfida della fusione con SanPaolo-Imi, prima "banca armata" d'Italia.
Da segnalare anche la presenza di Banca popolare di Milano (17 milioni di euro -50% dallo scorso anno), al centro di una grossa discussione insieme a Banca Etica di cui è socia fondatrice e per la quale opera anche all’interno di Etica Sgr e della gestione fondi.
Infine, una nota lieta, forse l'unica del Rapporto 2006: la drastica discesa da 133 a 36 milioni di euro delle autorizzazioni riferite a Banca di Roma

Roma: esplode la fabbrica di armi di Colleferro

di REDAZIONE (redazione@vita.it)

09/10/2007

L'incidente alla Simmel Difesa è costato la vita a un dipendente e ne ha feriti 14


Duecento dipendenti e 80 mln di euro di fatturato, la Simmel Difesa, la fabbrica di Colleferro dove oggi si e' verificata un'esplosione che ha causato un morto e 15 feriti, e' stata fondata nel 1948 ed e' l'unico produttore in Italia di munizionamento e spolette di medio e grosso calibro in particolare per cannoni navali. Concentra le proprie attivita' nella progettazione, sviluppo, produzione e vendita di munizionamento convenzionale ed avanzato, spolette meccaniche ed elettroniche, propellenti, esplosivi, teste missilistiche, razzi e sistemi d'arma a razzo (Firos 30) alle Forze Armate Italiane e del mondo. La societa' ha una clientela che comprende una ventina di marina ed una decina di eserciti divisi in parti grosso modo uguali tra Italia, Nato ed extra Nato.
Impiega circa 200 persone negli stabilimenti di Colleferro (Roma) e Anagni (Frosinone). Nel 1988 era entrata a far parte del gruppo Fiat, acquisendo poi le attivita' di Borletti nelle spolette e quelle di Bpd negli esplosivi, ma nel 2000 era stata nuovamente ceduta. L'assetto piu' recente vedeva la proprieta' concentrata nella famiglia che esprimeva le cariche di presidente-amministratore delegato (Davide Maccagnani) e vice direttore generale (Stefano Maccagnani). Nel maggio scorso la famiglia Maccagnani ha ceduto al gruppo britannico Chemring l'intero pacchetto azionario di Simmel Difesa.

Fondazione Anna Borletti ONLUS

via Piave 9 - 22060 Arosio (Co)
tel: 031 761361 - fax: 031 763939
P.IVA 00784340135 - C.F. 81001590132

Una onlus, hai capito?

http://digilander.libero.it/noallebombe/industrie.html
La situazione dell'industria italiana delle mine
Indice
Valsella meccanotecnica spa di brescia

Sei, società esplosivi industriali spa di brescia

Tecnovar italiana srl di bari

Valsella meccanotecnica spa di brescia
La Valsella è controllata dal gruppo Borletti, anche se non è chiara la conclusione della lunga trafila, iniziata alla fine del 1994, per la cessione della precedente quota del 50% del capitale sociale della Meccano Tecnica Mt spa, la finanziaria di controllo della Valsella, che faceva capo alla Fiat Ciei spa (gruppo Fiat).
La Valsella dichiara che le mine terrestri oggi non sono in produzione. D'altro canto essa è pronta a "rendere disponibili" prodotti nel campo delle cosiddette "mine intelligenti", cioè le mine programmabili a tempo, nel caso venissero considerate accettabili. Prodotti, assicurano a Castenedolo, "totalmente affidabili" (Mine anti-uomo, un mondo da ripulire, Avvenire, 14/4/1996).
Gli ultimi dati economici sono i seguenti (i valori sono in miliardi di lire):

Tabella:
Anno Fatturato Risultato d'esercizio Dipendenti
1994 8,8 (di cui 0,5 militare) 0,1 70
1995 10,1 (di cui 0,7 militare) - 0,6 67

Sei, società esplosivi industriali spa di brescia
La Sei è controllata dalla Saepc, Societè Anonyme
d'Explosifs et de Produit Chimique di Parigi. Nell'ultimo bilancio disponibile, quello del 1995, le quote azionarie erano così distribuite:
Saepc: 708.505 azioni da L. 1.000 l'una
Sorlini Stefano: 107.016 azioni da L. 1.000 l'una (tra proprietà e usufrutto)
Sorlini Riccardo: 92.360 azioni da L. 1.000 l'una (tra proprietà e usufrutto)
Sorlini Tito Antonio: 92.360 azioni da L. 1.000 l'una (tutte in usufrutto)
per un totale di 1.000.241 azioni; valore complessivo del capitale sociale: 1 miliardo 241 mila lire.
La Sei controlla per l'89,55% la Sarda spa di Cagliari.

Il gruppo Epc, Explosifs et Produit Chimique, è un importante gruppo chimico che, nel campo degli esplosivi, è presente con due stabilimenti in Francia, due in Gran Bretagna, uno in Marocco, uno in Portogallo, oltre all'Italia (Il gruppo leader per gli esplosivi, Giornale di Brescia, 24/8/1996).
Non si hanno dati sulla quota della produzione Sei destinata al mercato militare. La Sei dichiara di non produrre più mine terrestri, ma continua sicuramente a produrre mine marine.
Gli ultimi dati economici sono i seguenti (i valori sono in miliardi di lire):

Tabella:
Fatturato Risultato d'esercizio Dipendenti
1994 26,0 - 0,4 114
1995 28,4 - 0,6 127

Dal 1° gennaio 1995 la Sei ha acquisito le attività ex Misar, l'altra azienda bresciana produttrice
di mine terrestri e marine, dalla Whitehead spa, la società del gruppo Fiat che aveva ereditato nel 1990 la produzione Misar.
Nel pacchetto di attività cedute ci sono due licenze di produzione ex Misar all'estero: quella del marzo 1981 per la produzione in Spagna e quella del maggio 1982 per la produzione in Grecia. In entrambi i casi la licenza riguarda la produzione di mine antipersona sb-33. I venditori, oltre a garantire alla Sei assistenza tecnica anche per il futuro, si sono riservati, nel contratto di cessione del 20 dicembre 1994, un conguaglio sul prezzo di vendita sulla base dell'andamento delle commesse che l'impresa bresciana otterrà fino al 31 gennaio 1998.

Tecnovar italiana srl di bari
"Gli unici affari li ho fatti con l'Egitto. E sempre alla luce del sole. L'Egitto era la destinazione finale, certificata dal ministero della Difesa egiziano e dalla nostra ambasciata al Cairo. Se dall'Egitto le mine Tecnovar sono ripartite per altre destinazioni, non lo so. So invece che da tre anni, non producendo più mine, il nostro stabilimento è sostanzialmente fermo. Oggi, i miei operai sono in cassa integrazione". È la dichiarazione che Vito Alfieri Fontana, contitolare con Ludovico ed Elettra Fontana della Tecnovar di Bari, ha rilasciato a Famiglia Cristiana nel novembre 1996, contestando il coinvolgimento della sua impresa nella fornitura di mine in Ruanda ("Io non sono un trafficante", Famiglia Cristiana, n. 47, 27/11/1996). Nella stessa intervista, Fontana ricostruisce le forniture all'Egitto, affermando che l'ultima, 30 mila componenti in plastica per la mina Ts 50, risale al 1991.

MANIFESTO
marzo 2004

Nonviolenza: fra principi e politica

PROCESSO ALLA VIOLENZA
Rossana Rossanda

Allegati

  • L'Unione Sarda (123 Kb - Formato pdf)
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