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Tutto quello che avreste voluto sapere sul Cristo

Un Uomo chiamato GESU'

Ho sentito l’esigenza di mettere tutto il mio materiale in un Sito, visto che il mio editore, dopo un regolare contratto e un infinito tiramolla, ha finito col ritirarsi dalla pubblicazione.
Chi fosse interessato, potrà consultarlo qui:
22 novembre 2007 - Aldo Vincent

UN
UOMO
CHIAMATO
GESU’

*
TUTTO
QUELLO
CHE AVRESTE
VOLUTO SAPERE
SU
GESU’ IL NAZAREO
E
CHE NON
AVETE
MAI
OSATO
CHIEDERE

INTRODUZIONE

- Gesu’ e’ veramente esistito?
Questa semplice domanda se la puo’ porre qualsiasi persona che abbia un briciolo di buonsenso e che appartenga a qualsiasi religione fuorche’ la mia.
Infatti, se Gesu’ sia un personaggio storico oppure un mito se lo puo’ chiedere un ebreo, un maomettano, un buddista uno scintoista e persino un animista del Togo o un seguace della dea Kahli’ ma a me, che sono cristiano, non e’ consentito. Infatti, tutto cio’ che noi cristiani sappiamo su Gesu’ ci e’ stato insegnato dalla nostra Chiesa che come condizione inderogabile ha posto la Fede, la rinuncia cioe’ al piu’ elementare uso della ragione per poter separare realta’ storica dalla leggenda.
Eppure negli ultimi cinquant’anni sono stati scritti 30.000 libri su Gesu’ e ben 3.000 dopo i ritrovamenti dei cosiddetti papiri del Mar Morto a cui hanno fatto seguito i 4.000 libri pubblicati con le interpretazioni e le traduzioni dei libri di Nag Hammadi, ma in Italia, salvo rare eccezioni, la materia e’ stata trattata da studiosi di comprovata fede secondo i canoni della Commissione Pontificia per gli Studi Biblici, e alla Propaganda Fides che fanno capo alla gerarchia ecclesiastica e alla Congregazione del Santo Uffizio .
Persino il grande Leone Tolstoj in un periodo molto tormentato della sua vita si mise a tradurre e a trascrivere i Vangeli ottenendone 60 volumi scritti a partire dal 1870, purtroppo senza un esito definitivo. Perche’ la questione centrale di questa materia non e’ tanto la distanza che ci separa dagli avvenimenti o il cattivo stato dei ritrovamenti, quanto la continua riscrittura dei testi che ad ogni passaggio ha modificato lo scritto precedente a seconda della bisogna, rendendo incomprensibile sia l’originale che la correzione. Da qui, ad ogni decrittazione ne equivale una uguale e contraria ed e’ tanta la baruffa attorno agli argomenti piu’ semplici da renderne impossibile qualsiasi interpretazione che non possa essere tacciata di malafede.
Eppure credo siano maturi i tempi per tentare una sintesi di tutta questa controversa materia anche con l’ausilio delle nuove tecnologie e dei piu’ recenti ritrovamenti.
Per non farci confondere useremo il rasoio di Guglielmo da Occam, il filosofo pragmatico che lo usava per capire di quali argomenti volesse e potesse discutere: tutto cio’ che si poteva tagliare col rasoio era degno di analisi, tutto il rimanente veniva lasciato alla Metafisica.
Useremo altresi’ la tecnica dell’ipertesto, raggruppando cioe’ gli argomenti in schede collegate tra di loro secondo la teoria della destrutturazione di Propp, e useremo solamente quelle che ci saranno necessarie per procedere in una certa tesi. Poi torneremo indietro e tracceremo un altro percorso usando un altro ordine per tentare di dimostrare un’altra teoria. Gli snodi di questi percorsi sono segnati in neretto, per facilitarne il riconoscimento.
Useremo molta prudenza perche’ ci troviamo alle soglie della civilta’ e la demarcazione tra mito e storia e’ labile e incerta. Il filosofo A. Gobineau, che era anche diplomatico, attraverso’ la Persia annotando curiose leggende popolari che si erano la’ formate attorno alla figura di Napoleone Bonaparte a soli quarant’ anni dalla sua morte! Figuriamoci in Medio Oriente, ai tempi di Cesare Augusto, con una consolidata tradizione orale, quando alcuni scribi vogliono fissare con lo scritto tutti i racconti popolari sviluppati nelle varie sette cristiane, tormentate da scismi e da reciproche accuse di eresia, obbligati alla diaspora per la distruzione di Gerusalemme, con materiali scadenti, luoghi impervi e una proprieta’ linguistica precaria. Ecco, che fogli sparsi ad uso cerimoniale vengono raggruppati, catalogati, rilegati con il nome di una testimonianza, di un’attribuzione o solamente dalle prime righe di ogni scritto che fungera’ da titolo. Certo non sara’ facile la decrittazione duemila anni dopo!
Un’ultima avvertenza. Procederemo nell’analisi storica, archeologica e filologica, ma quando ci troveremo alle soglie della Fede, la’ ci fermeremo.
Perche’ siamo buoni cristiani ed oltre quella soglia non ci e’ permesso di procedere.

1.
LA STORIA

Per dissipare la grande confusione che regna nell’interpretazione dei fatti storici avvenuti all’epoca di Cristo credo sia doveroso collocare gli avvenimenti che stiamo analizzando nel loro contesto storico.
Questa e’ una ricostruzione che si avvale del lavoro di molti specialisti e saro’ grato a tutti coloro che mi segnaleranno imprecisioni o inesattezze.

1 - L'epoca di Erode il Grande (37 a.C. - 4 a.C.)
Gneo Pompeo Magno che in precedenza aveva conquistato la Siria, intervenne nella guerra civile in Giudea tra Aristobulo e il sommo sacerdote Ircano II e conquisto’ Gerusalemme nel 63 a.C.
Ircano II resto’ alla guida religiosa e politica del paese mentre amministratore della Giudea venne nominato Antipatro, un idumeo che non fu mai amato dalla popolazione di Gerusalemme ma che in seguito divento’ vicere’ con Giulio Cesare.
Nel 54 a C. il console Marco Licinio Crasso per finanziare la guerra contro i Parti depredo’ il tesoro del Tempio causando la ribellione della popolazione, in un primo tempo soffocata dal suo successore, Cassio Longino che deporto’ a Roma 30.000 schiavi costituendo la prima comunita’ ebraica romana. Seguirono vent’anni di moti e ribellioni.
Antipatro aveva tre figli: Fasael, eletto stratega di Gerusalemme, Giuseppe, prefetto di Masada, ed Erode, stratega di Galilea un uomo ambizioso ed irruento, che seppe costruirsi con i romani una brillante carriera politica. L’occasione la ebbe soffocando una rivolta nel Golan, la regione ai confini della Siria, capeggiata da un uomo che si proclamava il Messia e rivendicava una discendenza regale per se’ e la sua famiglia addirittura da Re Davide. Costui rispondeva al nome di Ezechia.
In quegli anni si era diffusa presso le classi povere della Palestina la convinzione che fossero maturati i tempi per un riscatto dalla dominazione straniera e dalla classe sacerdotale che era piu’ propensa al collaborazionismo con l’invasore che ne garantiva gli interessi piuttosto che alla ricostruzione dell’antico regno di Davide.
Ezechia era di Gamala, o Gamla, una città situata in cima ad una rupe, nei pressi della riva orientale del lago di Kinnereth, (noi lo conosciamo come Genezareth) nel Golan.
Erode sgomino’ la banda di Ezechia, lo porto’ a Gerusalemme e lo fece giustiziare guadagnandosi la stima dei romani e l’odio dei discendenti di Ezechia che vantavano un presunto sangue reale mentre gli erodiani erano saliti al trono senza alcun diritto dinastico.
[Giuseppe Flavio (1)]

Quando Antipatro fu assassinato, Erode fu eletto dai romani tetrarca dì Galilea, nel 42 a.C.
Nel 40 a C. Erode va a Roma dove viene nominato Re dei Giudei ma soltanto nel 37 a.C., dopo alterne fortune e lotte feroci coi componenti della dinastia asmonea, Erode riuscì a farsi eleggere re di tutta la Palestina che resse per trentatre anni cioè fino alla sua morte avvenuta per malattia nel 4 a.C. Fu un Re che contribui’ alla ripresa dei commerci con la Mesopotamia, si impegno’ nella costruzione di imponenti edifici, rese floride le casse dello Stato e soprattutto fu un leale alleato di Roma. Allargo’ il Tempio, costrui’ un acquedotto e un porto sul Mediterraneo guadagnandosi l’appellativo di Erode il Grande. Uomo diffidente e astuto, fece assassinare ogni persona sospettasse di congiura nei suoi confronti. La sua leggendaria crudelta’ gli fece uccidere pure qualcuna delle sue nove mogli con tutti i figli avuti da esse. Forse e’ questo lo spunto della leggendaria strage dei bambini di Bethlemme di cui non si riscontra traccia alcuna tra gli storici suoi contemporanei.
[ Giuseppe Flavio (2)]

2 - Fra Erode e Pilato (4 a.C. - 26 d.C.)
Alla morte di Erode il Grande, i discendenti sì contendevano la successione del regno e per sedare gli animi Cesare Augusto divise la Palestina in quattro tetrarchie e le affidò ai componenti della famiglia. Le regioni Idumea, Giudea, Samaria, furono affidate a Erode Archelao, Galilea e Perea a Erode Antipa; il Golan, Auranitide, Traconitide, furono affidate a Erode Filippo e la quarta regione divenne un possedimento di Salomè.
Il personaggio descritto dei Vangeli e’ dunque Erode Antipa che sebbene venga denominato Re, malgrado le sue pressanti richieste a Caligola, non lo divenne mai, perche’ la sua smaccata adesione ai romani avevano fatto sorgere in Galilea alcuni movimenti di ribelli tra i quali spiccavano gli zeloti. Inoltre aveva ripudiato Areta la figlia del Re d’Arabia per unirsi contro ogni regola ad Erodiade, moglie di suo fratello Erode Filippo. Areta per vendetta mosse guerra ad Erode sconfiggendolo e costringendo i romani a richiamarlo a Roma e quindi a deporlo ( sembra sia finito in Gallia, ai piedi dei Pirenei ma di lui si perdono le tracce).
La fine del lungo regno di Erode accese nuove ribellioni,perche’ molti speravano nella "guerra santa" per la liberazione di Israele.
In questa circostanza si fece notare il figlio di Ezechia: Giuda, detto "il Galileo", citato anche dal Nuovo Testamento e che non era affatto galileo di nascita, era golanita, era cioe’ nato a Gamala, sulla riva orientale del lago di Kinnereth. Qualcuno lo definisce Giuda di Gamala.
Il termine "galileo" era usato comunemente per indicare la setta dei messianisti-davidici che, appartenenti alla stirpe di Ezechia, provenivano dal nord. In realtà la loro vera provenienza era il Golan, ma erano diventati famosi per le loro azioni a Sefforis, in Galilea, e questo aveva valso loro l'appellativo di galilei.
Galilei furono detti anche i primi cristiani, nel primo secolo.
[Giuseppe Flavio (3)]

Dopo la morte di Erode il Grande pero’, nessuna delle rivolte riuscì a modificare la situazione della Palestina, probabilmente perche’ il consenso e la partecipazione del popolo erano limitati.
Dei tre figli di Erode il Grande, che furono posti a capo delle tetrarchie, il primo a perdere il potere fu Archelao, verso il 6 d.C. perché fu deposto dai romani ed esiliato a Vienne, a sud della Gallia. Augusto fece di questa regione una provincia romana governata da un praefectus, (procuratore).
Il primo praefectus inviato da Roma fu Coponio e, in seguito, dal 26 al 36 d.C. fu Ponzio Pilato.
I Giudei si videro governati direttamente da un pagano e, ad aggravare la situazione, si aggiunse anche la decisione imperiale di eseguire un censimento della popolazione, finalizzato naturalmente alla riscossione delle tasse.
È in questa circostanza che il Vangelo di Luca colloca la nascita di Cristo (siamo nel 6-7 d.C.), creando un insanabile contrasto con la data fornita dal Vangelo di Matteo, che fa nascere Gesù più di dieci anni prima, quando era ancora vivo Erode il Grande.
La supervisione del censimento venne affidata al governatore della Siria Publio Sulpicio Quirino, diretto superiore del praefectus romano. Anche questa circostanza fece scoppiare alcune ribellioni: i messianisti videro nel praefectus romano una usurpazione sacrilega da parte di un pagano di una sovranità che spettava solo a Jahvè, e tentarono una sommossa disperata per impedirlo.
[Giuseppe Flavio (4)

Il figlio di Ezechia, Giuda detto il Galileo, che aveva già guidato una sommossa alla morte di Erode il Grande, fu il capo della rivolta contro il censimento. Anche questa insurrezione si concluse con un insuccesso, Giuda e la sua setta vennero sconfitti dai romani a Qumran nel 60 d.C., a Gerusalemme nel 70 d.C. e a Masnada nel 72 d.C. lo stesso Giuda fu ucciso, 2000 rivoltosi furono catturati e crocifissi distruggendo di fatto l’ebraismo e il nuovo movimento cristiano-ebraico che stava nascendo allora.

A cinquantaquattro anni di distanza il padre e il figlio condivisero la stessa sorte, per la stessa causa.
La maggioranza degli studiosi sostiene che a Giuda debba farsi risalire la setta degli zeloti e dei sicari, interpretandola come un movimento distinto dagli altri, in particolare dagli esseni. Altri sostengono che tra il movimento esseno e quello di Giuda vi fossero profonde relazioni. Può darsi, per esempio, che il movimento di Giuda si sia ispirato ai contenuti ideologici e religiosi del pensiero esseno, che si sia affiancato ad esso, che, a sua volta, ne abbia influenzato gli sviluppi.
Risulta difficile identificare l'immagine del movimento di Giuda con l'immagine pacifista degli esseni offerta da Giuseppe Flavio e da Filone Alessandrino, queste difficoltà scompaiono se consideriamo l'immagine degli esseni che scaturisce dal Rotolo della Guerra, trovato nelle grotte di Khirbet Qumran, sulle rive del Mar Morto.
A questo punto possiamo ancora ammettere che si tratti di due movimenti diversi, ma i loro contenuti sono molto simili. Altre interessanti corrispondenze le possiamo individuare tra il movimento di Giuda e la comunita’ che si era sviluppata intorno al Cristo che Pilato fece crocifiggere; mi riferisco alla comunità giudeo-cristiana, quella dei seguaci diretti di Cristo, non al cristianesimo extragiudaico, sviluppatosi in ambienti romani ed ellenistici dai seguaci di San Paolo.

"...vari elementi... sembrano avvicinare le due figure di Giuda di Gamala e Gesù dì Nazareth. Anzitutto l'origine Galilea e laica, intesa non come elemento puramente geografico e sociologico, ma come espressione di una religiosità diversa da quella dell'ambiente sacerdotale di Gerusalemme dal quale provengono gli Zeloti. Giuda e Gesù, prima sicari e cristiani poi. sono stati chiamati entrambi 'Galilei'; fatto che rende talvolta difficile l'identificazione sicura del gruppo religioso indicato nelle fonti con questo nome..."
(Giorgio Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, 1980).

3 - L'epoca di Ponzio Pilato (26 d.C. - 36 d.C.)
Nel 26 d.C. Ponzio Pilato venne nominato praefectus dall'imperatore Tiberio.
La sua residenza ufficiale era a Cesarea Marittima, una cittadina sulle rive settentrionali della Palestina. In questo periodo si verificarono alcuni disordini e Pilato mostrò la durezza della sua politica. Tentò pure di introdurre in Gerusalemme delle immagini dell'imperatore ma gli ebrei che non tollerano rappresentazioni della figura umana, tanto meno dell'imperatore furono sul punto di compiere una massiccia sommossa e Pilato preferì ritirare le immagini piuttosto che iniziare il suo incarico governativo con un bagno di sangue.
In realtà la sua disponibilità nei confronti degli ebrei durò poco.
[Giuseppe Flavio (5)]

Quando Pilato per sedare una sommossa fece massacrare un gran numero di samaritani, questi sporsero querela presso il legato di Siria, Vitellio, che inviò Pilato a Roma, per rispondere presso Tiberio del suo operato. Quando giunse a Roma Tiberio era già morto, ma Pilato non fece mai più ritorno in Palestina (Giuseppe Flavio Ant. Giu., 18, 4).
L'epoca di Ponzio Pilato è l'epoca in cui si ambienta il racconto evangelico, Giuseppe Flavio non fa menzione di Cristo nella sua "Guerra Giudaica", mentre nelle "Antichità Giudaiche" possiamo leggere quel passo, diventato ormai famoso, che è stato addirittura definito testimonium flavianum.
[Giuseppe Flavio (6)]

Molto tempo fa, quando intorno alle origini storiche del cristianesimo regnava il più assoluto acriticismo, questo passo era considerato come un elemento probante della storicità del racconto evangelico, ma oggi l'opinione degli accademici, anche cattolici, è fortemente cambiata. Riflettendo sul fatto che Giuseppe Flavio aveva tradito il suo paese, verso il finire della guerra degli anni 66-70, aveva rinnegato ogni principio della causa messianista ed era passato dalla parte dei romani ingraziandosi le simpatie dello stesso Vespasiano, da cui aveva ottenuto un incarico a Roma per scrivere la storia degli ebrei e il titolo di Flavius affiancato al suo nome, dobbiamo senz'altro convenire che quelle parole non potevano assolutamente uscire dalla sua penna. In particolare: "...seppure lo si deve considerare semplicemente come un uomo ... egli era il Cristo ... apparve loro vivo e risuscitato il terzo giorno, come i santi profeti avevano preannunciato..." sono affermazioni che costituiscono una autentica professione di fede cristiana e che non potevano essere avanzate a Roma, da un pupillo dell'imperatore, pochi anni dopo che Nerone aveva fatto crocifiggere e ardere vivi i cristiani nelle vie dell'urbe. Esse sono talmente aderenti al catechismo cattolico che si denunciano da sole come interpolazioni di marca cristiana, universalmente riconosciute come tali dai critici delle opere di Giuseppe Flavio. In pratica il testimonium flavianum non solo non depone a favore della storicità dei Vangeli, ma fa capire quanto si sia spinta in avanti la mano dei cristiani nel piegare le verità della storia e nel manomettere i documenti che dovrebbero dare testimonianza delle vicende di quel periodo. In effetti non esistono manoscritti delle opere di Giuseppe Flavio, se non quelli pazientemente ricopiati (o riscritti?) dagli amanuensi della Chiesa, che datano ai secoli X, XI e XII. Chi ci dice, a questo punto, che non siano stati "opportunamente ritoccati" tutti i documenti storici del tempo (che in realtà si contano sulle dita di una mano sola e costituiscono complessivamente poche righe) in cui si parla di Cristo.
(David Donnini: Storia della Palestina )

4 - 30 anni di disordini messianisti (36 d.C. - 66 d.C.)
Nell'anno successivo al termine dell'incarico di Pilato, cioè nel 37 d.C., Tiberio fu assassinato e la carica imperiale fu assunta da Gaio, tristemente noto come Caligola. Costui era intimo amico di Erode Agrippa figlio di quell'Aristobulo che Erode il Grande aveva fatto uccidere nel 7 a.C.
Caligola gli affidò il governo della tetrarchia situata sulla riva orientale del lago Kinnereth che dopo la morte di Erode Filippo (nel 34 d C.) era passata sotto il diretto controllo del praefectus romano. Agrippa, nel 38, lasciò Roma per insediarsi nel suo dominio. Durante il viaggio fece tappa ad Alessandria d'Egitto e qui si svolse un curioso episodio che racconta Filone Alessandrino, (Philonis Alexandrini: Flaccum, VI). Scrive che i greci alessandrini, ostili alla comunità giudaica locale, avevano trascinato nello stadio uno sprovveduto trovato per la strada, lo avrebbero acconciato con una corona di rami intrecciati, lo avrebbero avvolto in un mantello improvvisato, gli avrebbero messo in mano, a guisa di scettro, una canna facendone un re da burla e lo avrebbero sistemato in posizione sopraelevata mentre alcuni giovani ai suoi lati, tenendo dei bastoni come lance, avrebbero rappresentato le guardie. Allora la gente gli si sarebbe avvicinata e lo avrebbe canzonato fingendo di ossequiarlo, di supplicarlo, invocando: "Oh Signore!" e usando per questo il termine che in siriaco (la lingua di Agrippa) era usato per rivolgersi al re.
Questo episodio assomiglia in modo impressionante al versetto 19,2 del Vangelo di Giovanni:
“ Poi i soldati intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e lo rivestirono di un manto di porpora e si avvicinavano a lui e dicevano: “Salve o re dei giudei” e lo prendevano a schiaffi.
Marco 15,19:
“ mentre con una canna gli battevano il capo e gli sputavano addosso e, piegando il ginocchio, gli facevano la riverenza.
Matteo 27,27:
Inginocchiatisi davanti a lui lo percuotevano dicendo: “Salve re dei giudei” E sputando su di lui prendevano la canna e lo colpivano sulla testa.

Cos'era successo nello stadio di Alessandria? Flacco aveva consentito, o addirittura favorito, che alcuni canzonassero gli ebrei sfruttando l'immagine di quel sedicente re dei giudei che pochissimi anni prima aveva lanciato una sfida al potere imperiale, ma era stato catturato, sbeffeggiato e crocifisso. Il ricordo di questo evento era fresco e tutti coloro che avevano in antipatia i giudei trovavano che questi si fossero coperti di ridicolo per aver creduto in una possibile liberazione della Palestina da parte di un gruppuscolo di fanatici yahwisti. Come possiamo capire l'episodio è molto importante, perché dà una collocazione politica precisa alla crocifissione del Messia di Israele, ed arricchisce il quadro degli scritti non cristiani contenenti riferimenti a Cristo. Non a caso questo episodio è volutamente trascurato. Si preferisce ignorarlo per evitare le sue compromettenti implicazioni e conseguenze.
(David Donnini: Storia della Palestina )

Caligola fu ucciso nel 39 e gli successe Claudio che estese il dominio di Erode Agrippa a tutta la Palestina, compresa la parte in cui, dal tempo di Ponzio Pilato, il posto di praefectus era rimasto vacante. Il regno di Agrippa non durò a lungo, poiché costui morì nel 44. Claudio riesumò la carica del praefectus di Cesarea e incaricò per questo Cuspio Fado (44 – 46 d C.).
Il fatto più importante di questo periodo è l'episodio di rivolta messianista di cui fu protagonista un personaggio che non viene mai chiamato per nome, ma soltanto col soprannome di guerra: Taddeo, o Teuda altre volte citato come Addai, Thaddeo, Theudas, Yehuda, Ioudas Zelotes
(R. Eisenman, California State University, -James the brother of Jesus, Penguin Book).

Costui era un combattente messianista ( in greco chrestianos), citato anche negli Atti degli Apostoli insieme a Giuda il Galileo. Di costui hanno parlato sia Giuseppe Flavio che Eusebio di Cesarea.
[Eusebio di Cesarea (1)]

a Cuspio Fado succedette Tiberio Alessandro (46-48), nipote dI Filone Alessandrino.
Durante la sua amministrazione sì verificarono disordini che portarono alla cattura di due figli di Giuda il Galileo: si chiamavano Giacomo e Simone, e furono entrambi crocifissi.

Dopo Tiberio Alessandro venne Ventidio Cumano (48-52), a cui seguì Felice (52-60), durante il cui incarico fu ucciso Claudio e sostituito dall'imperatore Nerone. Fu questo il periodo in cui la situazione in Palestina degenero’ fino a quella che sarebbe diventata la guerra ( 66 - 70 dC.)
[Giuseppe Flavio (8)]

A Felice succedette Festo (60-62) e a questi Albino (62-64), durante il cui incarico fu giustiziato a Gerusalemme Giacomo il Giusto, fratello di Cristo.
Nel 70 dC. Gerusalemme subì un tremendo assedio da parte delle legioni di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano. Fu una delle pagine più atroci della storia del genere umano.
I cittadini morivano di fame. La gente si dava ad episodi di cannibalismo. Alcuni fuggivano in cerca di cibo, ma venivano catturati dai romani e crocifissi seduta stante di fronte alle mura della città. Lo spettacolo era quello di un mattatoio trasformato in teatro degli orrori. Infine i romani ruppero le difese e penetrarono nella capitale. Innumerevoli folle furono passate a fil di spada. Alcuni storici stimano in un milione le vittime del conflitto. Tutto venne distrutto e bruciato. Anche il tempio, il quale venne preventivamente profanato dallo stesso Tito. Egli violò il sancta sanctorum dove solo il sommo sacerdote poteva entrare, prelevò il candelabro a sette braccia e il tesoro intero, poi lasciò che tutto fosse consumato dal fuoco. I superstiti ebrei furono condotti in catene, come una genia sfortunata a cui rimaneva solo un destino di schiavitù o di penosa discriminazione nelle terre straniere.
(Charles Guignebert , Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme);
[Piccola Apocalisse di Marco, McXIII 1-4, 14-19]
[Giuseppe Flavio (7)]

LE TESTIMONIANZE

Giuseppe Flavio (1)
EZECHIA
"... (Erode), che era energico di natura, trovò subito campo per la sua azione. Catturò infatti Ezechia, un capo brigante che con una grossa banda infestava la regione sul confine della Siria, e lo uccise con molti dei suoi. L'impresa fu accolta col più grande favore dagli abitanti della Siria; nelle città e nei villaggi si inneggiava a Erode come al salvatore della pace e dei beni, e questi divenne noto anche a Sesto Cesare, che era parente del grande Cesare e governava la Siria... "
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, I - 10,5).

In questo passo la tendenziosità di Giuseppe appare evidente: secondo lui la cattura di Ezechia sarebbe stata accolta da tutti con grande giubilo, ed Erode salutato come un liberatore; ma noi comprendiamo che tale atteggiamento poteva essere condiviso soprattutto da quegli ebrei a cui conveniva un compromesso coi romani, piuttosto che una lotta frontale. La verità è che a Gerusalemme fu contestato il gesto di Erode, ed alcuni volevano addirittura che fosse processato, per avere giustiziato sommariamente Ezechia (David Donnini)

Giuseppe Flavio (2)
ERODE
"...Il re aveva infatti nove mogli, e figli da sette di loro: Antipatro da Doris, Erode da Mariamme, la figlia del sommo sacerdote, Antipa e Archelao da Maltace la Samaritana, e da questa la figlia Olimpiade che fu moglie di suo nipote Giuseppe da Cleopatra di Gerusalemme Erode e Filippo, da Pallade Fasael. Di figlie ne ebbe anche altre: Rossane e Salomè, la prima da Fedra, la seconda da Elpis. Due delle mogli non avevano avuto figli, una sua cugina e una sua nipote. Oltre a queste poi le due sorelle di Alessandro e Aristobulo, nate da Mariamme..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, I - 28,4).

Gran parte della ferocia di Erode fu riversata sulla sua stessa famiglia, infatti nel 29 a.C. fece uccidere la moglie Mariamme, nipote di Ircano lI, sospettando che essa complottasse contro di lui e, nel 7 a.C., fece uccidere anche i figli che aveva avuto da lei: Alessandro e Aristobulo.
Erode fece compiere molte opere per lo splendore del suo regno; fece iniziare i lavori per la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, ma non certo per fervore religioso; fece costruire l'imponente fortezza di Masada, non lontano dalla riva sud-occidentale del Mar Morto; fece costruire nel nord, sulla costa, la città di Cesarea, vicino all'attuale Haifa, che svolse il ruolo di porto di collegamento fra Roma e la Palestina e che, in seguito, fu la residenza ufficiale dei procuratori romani. Erode il Grande morì confermando la sua fama dispotica e sanguinaria, facendo uccidere, fra gli altri anche Antipatro, il figlio che aveva avuto dalla moglie Doris:
"...So che i Giudei faranno festa per la mia morte, ma io ho il modo di farli piangere per altri motivi e ottenere un grandissimo lutto, se voi vorrete eseguire le mie disposizioni. Quando io morirò. fate immediatamente circondare dai soldati e uccidere quelli che stanno rinchiusi (nell'ippodromo), sì che tutta la Giudea e ogni famiglia. anche non volendo, abbiano a piangere per la mia morte..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, I - 33,6).

Giuseppe Flavio (3)
GIUDA IL GALILEO

"...Nella Perea Simone, uno degli schiavi del re, facendo affidamento sulla bellezza delle sue forme e sulla prestanza fisica. Si cinse del diadema e. andando in giro alla testa dei briganti che aveva raccolto. appiccò il fuoco alla reggia di Gerico e a molti altri ricchi palazzi, procurandosi con gli incendi facili occasioni di saccheggio. E in breve avrebbe dato alle fiamme ogni abitazione di un certo valore, se non fosse andato ad affrontarlo Grato... il capo della fanteria regia... Simone stesso, mentre cercava scampo attraverso un ripido burrone, fu intercettato da Grato che con un colpo di fianco gli staccò la testa..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 4).

"...Anche nel contado si verificarono vari disordini, e l'occasione spinse parecchi a tentare d'impadronirsi del potere. Nell'Idumea duemila veterani di Erode, raccoltisi in armi, erano in lotta con l'esercito regio. e contro di loro guerreggiava Achiab, il cugino del defunto re, appoggiandosi alle piazzeforti ed evitando una battaglia in campo aperto. A Sepphoris. nella Galilea, Giuda, figlio del capobrigante Ezechia, che un tempo aveva infestato quel paese ed era stato catturato dal re Erode, avendo raccolto una banda non piccola fece irruzione negli arsenali regi e, rifomiti di armi i suoi, attaccava gli altri che aspiravano al potere..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 4).

Giuseppe Flavio (4)
RIVOLTA FISCALE

"...Essendo stato ridotto a provincia il territorio di Archelao, vi fu mandato come procuratore Coponio, un membro dell'ordine equestre dei romani, investito da Cesare anche del potere di condannare a morte. Sotto di lui un galileo di nome Giuda spinse gli abitanti alla ribellione. colmandoli di ingiurie se avessero continuato a pagare il tributo ai romani e ad avere, oltre Dio, padroni mortali. Questi era un dottore che fondò una sua setta particolare, e non aveva nulla in comune con gli altri..." (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 8).

"...Un certo Giuda il Galileo si precipitò nella sedizione. Egli sosteneva che quel censimento si portava dietro addirittura una servitù totale. e chiamava il popolo a rivendicare la propria libertà. Giuda il Galileo fu il fondatore della quarta setta filosofica. I suoi seguaci s'accordano in generale con la dottrina dei farisei, ma hanno un invincibile amore della libertà, perché giudicano che Dio è il solo capo e l'unico padrone. I più straordinari generi di morte, i supplizi dei loro parenti e amici li lasciano indifferenti, pur di non dover chiamare nessun uomo col titolo di padrone..." (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 18, 4-5).

Giuseppe Flavio afferma che: "...Giuda il Galileo era un dottore, che fondò una sua setta particolare, la cosiddetta 'quarta setta filosofica', che non aveva nulla in comune con le altre...". E molto importante per noi focalizzare bene questa setta, comprenderne i motivi aspiratori e stabilire quali relazioni potesse avere con le altre componenti della società ebraica.

Afferma a questo proposito lo studioso G. Jossa:
"...La predicazione di Giuda il Galileo contiene due elementi fondamentali: l'affermazione intransigente della signoria di Jahvè e della libertà di Israele e l'annuncio imminente del regno di Dio e della liberazione da Roma. Dal primo punto di vista. Giuda è un dottore. un ~rabbì", che ripropone con assoluta radicalità l'ideale etico teocratico di Israele. Al centro della sua predicazione è il richiamo della signoria di Jahvè sul popolo e l'affermazione della sua inconciliabilità con la dominazione romana. Questo presuppone una radicalizzazione dell'idea della libertà di Israele che comporta il rifiuto della signoria imperiale e del pagamento del tributo. Dal secondo punto di vista, Giuda è un profeta un 'nabi', che riprende con assoluta urgenza l'attesa messianica nazionale di Israele. Al centro della sua predicazione è l'annuncio della venuta dal regno di Dio e la richiesta di collaborazione del popolo alla sua realizzazione. Questo significa un invito alla liberazione di Israele dal dominio di Roma che comporta la ripresa del messianismo davidico e la necessità della lotta armata..." (Giorgio Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, 1980).
Possiamo enucleare questi punti nel pensiero della setta di Giuda:
1) un vero israelita non può riconoscere altro sovrano che Yahweh;
2) il riconoscimento di un sovrano straniero, per di più pagano, è un atto sacrilego;
3) il pagamento del tributo ai romani costituisce un atto esplicito di sottomissione ai pagani, pertanto è una offesa alla sovranità di Yahweh;
4) un vero israelita deve adoperarsi al prezzo della sua stessa vita per contribuire alla restaurazione del regno messianico-davidico, il cosiddetto Regno di Yahweh.
(David Donnini: Storia della Palestina )

Giuseppe Flavio (5)
PONZIO PILATO
"...tempo dopo Pilato provocò un altro tumulto impiegando il tesoro sacro, che si chiamava korbonas, per un acquedotto che faceva arrivare l'acqua da una distanza di quattrocento stadi. La folla ribolliva di sdegno, e una volta che Pilato si trovava a Gerusalemme ne circondò il tribunale con grandi schiamazzi. Quello, che già sapeva della loro intenzione di tumultuare, aveva sparpagliato tra la folla i soldati, armati e vestiti in abiti civili, con l'ordine di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti, e a un certo punto diede il segnale. I Giudei furono percossi, e molti morirono per i colpi ricevuti. Molti calpestati da loro stessi nel fuggi fuggi. Terrorizzata dalla sorte delle vittime la folla ammutolì..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, II, 9).

Giuseppe Flavio (6)
LA PIA FRODE
"...In quel medesimo tempo viveva Gesù, che era un uomo saggio, seppure lo si deve considerare semplicemente come un uomo, tanto ammirabili erano le sue opere. Egli ammaestrava coloro che desideravano essere istruiti nella verità, e fu seguito non solo da molti giudei ma anche da tanti gentili: egli era il Cristo. Poiché alcuni capi della nostra nazione l'avevano accusato davanti a Pilato, costui lo fece crocifiggere. Coloro che lo avevano amato durante la vita non lo abbandonarono dopo la morte. Egli apparve loro vivo e risuscitato il terzo giorno, come i santi profeti avevano preannunciato, dicendo che avrebbe fatto molti altri miracoli. Da lui hanno tratto il nome i cristiani, che noi vediamo ancora oggi..." (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, 18 - 3,3).

L’aggiunta: egli era il Cristo venne denunciata persino da Voltaire nel suo Dizionario Filosofico quale pia frode. Si e’ a lungo dibattuto sull’inserimento di questa appendice da parte di un amanuense e a questo proposito credo che sia illuminante la lettera di HIERONYMUS, (Epistula CVI, 46): "Mi stupisco del fatto che non so qual temerario ha pensato di dover incorporare nel testo una nostra annotazione marginale, che abbiamo scritto per istruzione del lettore [...] Perciò se è stato aggiunto qualcosa a lato per studio, non deve essere incorporato al testo"

Giuseppe Flavio (7)
DISTRUZIONE DI GERUSALEMME
"...Gaio Cesare fu così intemperante verso la fortuna. da voler essere considerato e chiamato dio, da privare la patria del fior fiore della sua nobiltà e da estendere la sua empietà anche fino alla Giudea. Infatti inviò Petronio con un esercito a Gerusalemme per collocarvi le sue statue nel tempio. dandogli ordine, se i giudei non le avessero volute introdurre, di uccidere chi avesse opposto resistenza e di ridurre in schiavitù tutto il resto della popolazione. Ma Dio vegliava contro tali ordini. Petronio con tre legioni e con molte milizie ausiliarie della Siria, mosse da Antiochia contro la Giudea, mentre fra i giudei alcuni non credevano alle voci di una guerra e altri, che ci credevano, non vedevano una via di salvezza; ma ben presto il terrore si diffuse fra tutti perché l'esercito era già arrivato a Tolemaide ... [Petronio] sciolse l'assemblea che lo colmava di benedizioni e, ritirato l'esercito da Tolemaide, ritornò ad Antiochia. Di lì subito informò Cesare circa la sua spedizione in Giudea e le supplichevoli richieste della nazione, concludendo che, se non voleva perdere oltre agli uomini anche il paese, conveniva non violare la loro legge e lasciar cadere l'ordine dato. A questa lettera Gaio rispose in toni tutt'altro che pacati. minacciando di morte Petronio per la lentezza con cui eseguiva le sue disposizioni. Ma a coloro che portavano questo suo messaggio capitò di restare per tre mesi bloccati in mare dalle tempeste, mentre altri messaggeri con la notizia della morte di Gaio non ebbero disturbi durante la loro navigazione. Perciò Petronio ricevette questo secondo messaggio ventisette giorni prima dell'altro contenente le minacce..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 10).

L'episodio è importante perché alcuni studiosi sostengono che di esso esista un preciso riferimento nel Vangelo, in quel passo che viene chiamato solitamente Piccola apocalisse di Marco (Mc XIII). In esso leggiamo:
"...Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti".
Colui che ha scritto queste parole si è richiamato ad un passo del Vecchio Testamento in cui si descrive un altro "abominio della desolazione": la profanazione del tempio che fu effettuata allorché in esso fu sistemato un altare a Giove Olimpo. Furono queste le cose che, nel secondo secolo avanti Cristo avevano scatenato la rivolta dei maccabei. Dunque la minaccia di profanazione da parte di Caligola sarebbe l'abominio di cui parla il Vangelo? Vedremo in seguito che questo non è vero. L'abominio è riferito a tutt'altra circostanza alquanto più tarda: e cioè all'ingresso delle truppe di Tito nel tempio, alla profanazione del sancta sanctorum, al saccheggio del tesoro sacro, che fu portato trionfalmente a Roma come bottino di guerra. Tutte queste cose sono avvenute nel 70 d.C. Perché, dunque, molti collegano l'episodio della Piccola apocalisse di Marco alla questione delle statue di Caligola? Per la semplice ragione che molti cristiani vogliono credere, contro molte evidenze, che il Vangelo di Marco sia stato composto negli anni 50-60, pertanto l'unico eventuale riferimento storico del passo in questione può essere fornito solo dalla minaccia di Gaio Caligola, che comunque non è mai stata messa in atto. In seguito riprenderemo il problema e vedremo che le parole di Marco mostrano un preciso riferimento alla distruzione del tempio avvenuta nel 70, dandoci la sicurezza che non può essere stato scritto prima di quella data.
(David Donnini: Storia della Palestina )

Eusebio Di Cesarea (1)
TADDEO IL RIBELLE
"... Ancora negli Atti, Luca accenna a Gamaliele, che durante l'interrogatorio degli apostoli disse che al tempo di cui parliamo si ribellò un certo Teuda, che si vantava di essere qualcuno, e fu ucciso. mentre tutti quelli che gli avevano prestato fede furono dispersi. Ma consideriamo ora anche ciò che Giuseppe scrive di lui. Nell'opera sopracitata riferisce testualmente quanto segue: - Mentre Fado era procuratore della Giudea, un impostore di nome Teuda persuase la maggior parte della folla a prendere con sé i propri averi e a seguirlo fino al fiume Giordano: diceva infatti d'essere un profeta e che a un suo cenno il fiume si sarebbe aperto, offrendo loro facile passaggio. Molti ne ingannò a questo modo. Ma Fado non permise che traessero vantaggio da tale follia e inviò uno squadrone di cavalieri, che piombò su di loro all'improvviso: molti furono uccisi e molti presi vivi; fu fatto prigioniero anche Teuda, cui fu tagliata la testa e portata a Gerusalemme - ..."
(Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiatica II, 12).

Giuseppe Flavio (8)
VENTIDIO CUMANO
E FELICE
"...Dopo la morte di Erode, che aveva regnato su Calcide, Claudio sul trono dello zio mise Agrippa figlio di Agrippa; nel governo del resto della provincia ad Alessandro successe Cumano, sotto il quale ricominciarono i disordini e si verificò una nuova strage di giudei. Essendosi la folla raccolta a Gerusalemme per la festa degli Azzimi, ed essendosi schierata la coorte romana sopra al portico del tempio - giacché usavano vigilare in armi in occasione delle feste, per evitare che la folla, raccolta insieme, desse inizio a qualche sommossa - uno dei soldati, sollevatasi la veste e inchinatosi con mossa indecente, mostrò ai giudei il suo deretano accompagnando il gesto con acconcio rumore. La cosa fece imbestialire la folla che con grandi schiamazzi esigeva da Cumano la punizione del soldato, mentre i giovani con la testa più calda e gli elementi per loro natura più ribelli del popolo si gettarono allo sbaraglio e, afferrate delle pietre, le scagliavano contro i soldati. Cumano, temendo di essere assalito dal popolo intero, fece affluire dei rinforzi. Quando questi arrivarono sotto i portici, i giudei furono presi da un panico irresistibile e, volte le spalle, cercavano di fuggire dal tempio verso la città. Ma la stretta della folla che si accalcava nei pressi delle uscite fu tale, che più di trentamila persone morirono calpestandosi e schiacciandosi fra loro, e la festa si risolse in un lutto per tutta la nazione, con lamenti in ogni casa..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 12).

"...Però, mentre il paese veniva così ripulito, in Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei cosiddetti sicari, che commettevano assassini in pieno giorno e nel bel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondendo sotto le vesti dei piccoli pugnali, e con questi colpivano i loro avversari; poi. quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e lo facevano così bene da essere creduti e perciò non era possibile scoprirli. Il primo ad essere assassinato da loro fu il sommo sacerdote Gionata e, dopo di lui, ogni giorno numerose furono le vittime, ma il terrore era più grande delle uccisioni perché ciascuno, come in guerra, si sentiva ogni momento in pericolo di vita. Si studiavano da lontano le mosse degli avversari e non ci si fidava nemmeno degli amici che si avvicinavano, ma pur fra tanti sospetti e cautele la gente continuava a morire, tanta era la sveltezza degli assassini e la loro abilità nel non farsi scoprire. Oltre a questi si formò un'altra banda di delinquenti: le loro mani erano meno lorde di sangue ma le loro intenzioni non erano meno empie. sì che il danno da essi inferto al benessere della città non restò inferiore a quello arrecato dai sicari. Individui falsi e bugiardi, fingendo di essere ispirati da Dio e macchinando disordini e rivoluzioni. spingevano il popolo al fanatismo religioso e lo conducevano nel deserto promettendo che ivi Dio avrebbe mostrato loro segni premonitori della liberazione. Contro costoro Felice, considerandoli come istigatori alla ribellione. mandò truppe a cavallo e a piedi e ne fece gran strage ...i ciarlatani e i briganti, riunitisi insieme, istigavano molti a ribellarsi e li incitavano alla libertà, minacciando di morte chi si sottometteva al dominio dei romani e promettevano che avrebbero fatto fuori con la violenza chi volontariamente si piegava alla schiavitù. Distribuitisi in squadre per il paese. saccheggiavano le case dei signori, che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi, sì che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate..."

"...Ma guai ancor maggiori attirò sui giudei il falso profeta egiziano. Arrivò infatti nel paese un ciarlatano che, guadagnatosi la fama di profeta. raccolse una turba di circa trentamila individui che si erano lasciati abbindolare da lui, li guidò dal deserto al monte detto degli ulivi e di lì si preparava a piombare in forze su Gerusalemme, a battere la guarnigione romana e a farsi signore del popolo con l'aiuto dei suoi seguaci in armi. Felice prevenne il suo attacco affrontandolo con i soldati romani e tutto il popolo collaborò alla difesa sì che, avvenuto lo scontro, l'egiziano riuscì a scampare con alcuni pochi, la maggior parte dei suoi seguaci furono catturati o uccisi mentre tutti gli altri si dispersero rintanandosi ognuno nel suo paese..."
(Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 13).

Questo egiziano, che anche gli Atti degli apostoli nominano (At XXI, 38), tentò un gesto che era esattamente la replica di quello che fu tentato dal sedicente Messia di Israele catturato da Pilato almeno vent'anni prima. L'episodio ci illumina sulla dinamica di queste rivolte messianiche: il monte degli ulivi era il luogo di raccolta degli insorti ed era la base per l'attacco ai presidi romani. Ci rendiamo conto di quanto siano stati numerosi i tentativi di questo genere, e di quanti Cristi siano apparsi in Palestina nel primo secolo, alimentati dall'attesa angosciosa di un liberatore che ricostruisse il "Regno di Dio".

[Piccola Apocalisse di Marco, McXIII 1-4, 14-19]

Si e’ dibattuto a lungo attorno a questi versetti perche’ indicherebbero la data di realizzazione del Vangelo attribuito a Marco, il primo dei Vangeli secondo la stragrande maggioranza degli studiosi laici, il secondo dopo quello di Matteo a sentire gli studiosi ecclesiastici che fanno riferimento ad un precedente Vangelo di Matteo in aramaico di cui non si e’ mai trovata traccia.
I versetti in questione sono:

(Mc XIII 1-4)
Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta» Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: «Dicci, quando accadrà questo...».

(Mc XIII 14-19)
Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti; chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non accada d'inverno; perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. Crocifissioni di massa

(Mt XXIV 1-3)
Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata».

(Mt XXIV 15-22)
Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo - chi legge comprenda - allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe.

(Lc XIX 41-44)
Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata». Il trionfo delle legioni dopo il saccheggio del tempio

(Lc XXI 5-6)
Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».

(Lc XXI 20-24)
Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.

Sembra evidente che la profezia attribuita a Gesu’ Cristo riguardi la distruzione di Gerusalemme e pare logico supporre che i quattro evangelisti a cui vengono attribuiti i Vangeli canonici possano averli scritti dopo il 70 d C. (data della distruzione del Tempio), dalle cui cronache dei contemporanei potrebbero aver attinto per “abbellire” il racconto.
Non sarebbe il primo caso. Persino Luca, medico con letture finissime,
…lascia intravedere alle sue spalle una fonte giudeo-cristiana scritta e orale e su questa base compone un racconto (del Vangelo N.d.A.) di grande ricchezza che riveste di testi profetici, che attualizza nel racconto di esperienze letterarie classiche ed in particolare di reminiscenze di Tucidite. (Pierluigi Baima Bollone: L’identita’ di Gesu’)

C’e’ pero’ quel Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene… che non e’ affatto una originalità evangelica ma e’ tratta dal Vecchio Testamento (2 Mac VI, 2; Dn XI, 32) e si riferisce alla profanazione del tempio che fu effettuata nel dicembre del 176 a.C. da Antioco a Gerusalemme, quando fece innalzare un altare a Giove Olimpo al posto dell'altare dei profumi, nel cuore dell'area sacra. E' questo l'abominio, che diverrà espressione simbolica di tutte le profanazioni così gravi delle aree sacre al culto dei giudei.
Secondo gli studiosi che propendono per la stesura dei Vangeli attorno al 40 dC. la profanazione cui si fa riferimento potrebbe essere quella di Caligola che voleva mettere la sua effige nel Tempio, ma questa profanazione non e’ mai avvenuta perche’ l’imperatore venne assassinato prima dell’attuazione di tale progetto come ampiamente testimoniato da Giuseppe Flavio.

Ed è proprio perché i vangeli canonici ne parlano con immagini così pulsanti e drammatiche, primo fra tutti il vangelo di Marco, che noi possiamo essere certi che la loro redazione è un evento che segue nel tempo la tremenda disfatta subita dagli ebrei nel 70. E non solo la segue nel tempo, ma ne è un corollario ideologico, perché questa vicenda fondamentale nella storia degli ebrei e del movimento messianico fondamentalista, che voleva ricostruire il Regno di Dio dopo avere ripulito la casa di Israele dentro e fuori (ovverosia dagli stranieri pagani e dagli ebrei corrotti), convinse ancor più i revisionisti della corrente di Paolo che il messianismo tradizionale era un fallimento sancito dalla storia e che la via da seguire era quella della salvezza spirituale, non quella della salvezza nazional-religiosa di Israele, di cui, invece, l'aspirante Messia giustiziato da Pilato era stato l'eroe e il martire. Forse era già tragicamente concluso anche l'episodio della resistenza degli esseno-zeloti asserragliati a Masada (nel 73), quando Marco mise mano alla penna e tradusse in narrazione scritta l'ideale di un salvatore assai più simile al Soter dei greci, al Saoshyant dei persiani, al Buddha e al Krishna degli indiani, che non al Mashiah degli ebrei. Anzi, gli ebrei, e non i romani, erano i "cattivi" della situazione e questo salvatore, invece che un carismatico rabbi giudeo sembrava piuttosto uno ierofante dei culti iniziatici ellenici, che resuscitava come Attis e come Mitra, dopo tre giorni passati agli inferi, e offriva ai fedeli, come pasto sacrificale, il sangue e la carne del dio incarnato.
(wontolla rsproject@libero.it )

2
I VANGELI SINOTTICI

Tutto quello che sappiamo attorno alla figura di Gesu’ Cristo ci e’ stato tramandato dai vangeli.
Secondo gli studiosi laici il primo di questi sarebbe quello attribuito a Marco, che potrebbe essere stato redatto attorno al 70/80 dopo Cristo, forse a Roma. Segue quello di Matteo e poi Luca scritti una trentina d’anni dopo. Il Vangelo di Giovanni fa corpo a se’ e ne parleremo a parte.
La prima domanda che uno si pone e’: perche’ sono stati scritti cosi’ tardi? Com’e’ mai possibile che testimonianze cosi’ preziose siano state codificate a distanza di generazioni, quando i testimoni oculari non erano piu’ interpellabili e le vicende avevano cominciato a lievitare verso la forma mistica? E poi: com’e’ possibile che un personaggio cosi’ dirompente non abbia attratto l’attenzione di storici suoi contemporanei?
Perche’ se e’ ammissibile che durante tutto il primo secolo nessuno storico ne’ greco, ne’ romano menzionino la figura di Gesu’ Cristo, come giustificare Giusto di Tiberiade, uno storico suo contemporaneo, residente nella stessa area dove aveva operato Gesu’, meticoloso e scrupoloso redattore di una Storia dei re giudici di Giudea che non si e’ accorto di un taumaturgo predicatore che ammassava e sfamava migliaia di fedeli venuti da tutta la Galilea ad ascoltare le sue parabole?
Tale silenzio, per la verita’, dovette sembrare insopportabile per alcuni cristiani del terzo secolo, tanto da spingerli ad inserire un’appendice nelle Antichita’ giudaiche di Giuseppe Flavio, ma l’operazione fu tanto malaccorta ( e forse accidentale) da venire presto scoperta.
Per la verita’ nessuno dei primi Padri della Chiesa, certamente a conoscenza del lavoro di Giuseppe Flavio, ne ha mai menzionato la fonte, segno che forse in origine non c’era. Non lo menzionano ne’ Giustino nel 150 d.C., ne’ Tertulliano nel 200 e nemmeno Cipriano. Contrariamente a quanto si evince dalla lettura del passo manipolato, Origene scrisse che certamente Giuseppe Flavio non era cristiano e il teologo olandese del settecento, Vossius scrisse di aver letto un manoscritto (tradotto dall’arabo) delle Antichita’ dove non risultava esserci il passo incriminato.
Forse la spiegazione a questo fatto e’ piuttosto semplice e si basa su due fatti evidenziati dal teologo Fredrich Heiler. Il primo e’ che in un’area scossa da moti rivoluzionari e guerre civili, con sedicenti messia e condottieri dirompenti, Gesu’ Cristo possa essere sembrato una delle tante teste calde che attraversavano il paese. La sua grandezza potrebbe essere emersa con il tempo e con la devozione dei suoi seguaci.
La seconda ragione emerge dalla lettura dei vangeli il cui unico e peculiare contenuto proto-cristiano era la buona novella annunciante la prossima fine del mondo e il ritorno del Messia che con il Padre avrebbe instaurato un nuovo regno premiando i buoni e giudicando i cattivi. E quando sarebbe avvenuto tutto questo? Non sarebbe passata una generazione.

“ Il fermissimo convincimento di Gesu’ nell’imminente avvento del Giudizio Universale e della fine dei tempi, non viene ormai contestato da nessun ricercatore serio e imparziale. Ebbene, in questa credenza – che fu il cuore del suo insegnamento – non s’inganno’ soltanto il Gesu’ sinottico ma altresi’ l’intera cristianita’ primitiva, trascorrendo giorni e anni dopo la morte del suo Maestro in ansia febbrile, contando tenacemente sul suo ritorno e sull’incombente ed ineluttabile egemonia divina. Questa realta’ e’ documentata attraverso tutta la letteratura protocristiana tanto all’interno quanto all’esterno del Nuovo Testamento, per tutto il secolo secondo.”
(Fredrich Heiler: Der Catholizismus seine idee und seine Erscheinung – Monaco 1923)

Per la verita’, l’idea proto-cristiana della fine del mondo e dell’idea messianica non era nuova perche’ gia’ gli Egizi, i Babilonesi ed i Persiani conoscevano l’aspettativa di una prossima fine del mondo e l’avvento di una beata eta’ terminale era celebrata due millenni prima dagli egiziani con espressioni riprese nella stessa Bibbia. Settecento anni prima, Assurbanipal fu venerato come redentore e figlio di Dio da cui sarebbe venuta una nuova era dell’oro dove:
“ I bimbi cantano, le donne partoriscono senza pena, i malati guariscono, i vegliardi saltellano, gli affamati vengono saziati e gli ignudi rivestiti… e i sacerdoti tripudiano, il tempo e’ compiuto”
Nello stesso periodo Zarathustra predicava il vicino avvento del regno di Dio e l’iraniano Saoscjant, il novello salvatore del mondo, veniva considerato messaggero per eccellenza.
Tutta questa tradizione orale conflui’ nell’Antico Testamento come idea messianica di un salvatore discendente dalla stirpe di Davide che desse inizio al Regno di Dio sulla terra.
I Profeti l’avevano annunciato ma anche le apocalissi tardo-ebraiche, i libri di Daniele, il libro di Enoch con tutti i suoi miti persiani e greci, e certamente gli Esseni e Giovanni Battista.
Il cristianesimo come lo conosciamo oggi, pur nella sua complessita’ e diversita’ condivide tre premesse di base: professa il Credo apostolico, accetta il canone del Nuovo Testamento e riconosce la gerarchia ecclesiastica. Queste premesse pero’ videro la luce solamente verso la fine del secondo secolo. Prima, come attestano molti Padri della Chiesa che li avversavano, circolavano molti vangeli, insieme a scritti di formazione, testi mistici o segreti, poesie e canti attribuiti a Gesu’ o ai suoi apostoli. Coloro che si professavano cristiani si raggruppavano in comunita’ indipendenti, con ritualita’ diverse, praticando l’ecumenismo, senza gerarchia o canone.
Testimonianze contemporanee descrivono comunita’ che si riunivano alla sera per la preghiera e per condividere la cena, ( agape ) durante la quale veniva sorteggiato un sacerdote che leggeva, un ispirato che predicava e un profeta che in preda a delirio mistico descriveva le sue visioni.
Per uno strano scherzo della Storia, notizie attorno a questi movimenti ci sono pervenute solamente dai Padri della Chiesa che li hanno avversati, un po’ come se volessimo raccogliere notizie sulla Resistenza francese leggendo i verbali dei nazisti.
Nel 200 pero’ la situazione era gia’ mutata e il cristianesimo si era incanalato in un’istituzione diretta da una gerarchia formata dai vescovi, preti diaconi che si definivano custodi della vera e unica fede respingendo ogni altro punto di vista come “eresia”.
Il Vescovo di Lione, Ireneo, uno dei piu’ accaniti avversari dei movimenti, scriveva che poteva esistere una sola chiesa, quella cattolica, e che fuori di essa non c’era salvezza.
La svolta avvenne nel 313 con l’editto di Costantino, quando i vescovi che erano stati perseguiti dalla milizia improvvisamente ne divennero i mandanti e basto’ bollare come eretici tutti coloro che non la pensavano come loro per condannare, imprigionare e persino distruggere i testi controversi.
La Chiesa accetto’ come canonici, ossia autentici, solamente i gruppi di scritti attribuiti a Matteo, considerato il primo evangelista poiche’ il suo primo Vangelo scritto in greco viene fatto risalire ad una precedente versione aramaica mai ritrovata, Marco e Luca che con il primo avrebbero scritto i Vangeli cosiddetti sinottici in quanto si ritrovano passi che li accomunano, e un Vangelo piu’ tardo attribuito all’Apostolo Giovanni che risente della gia’ avvenuta deificazione della figura del Cristo.
Escluse alcune lettere di Paolo, riportate da Luca che era il suo segretario, nessuno dei Vangeli viene ritenuto dagli storici contemporanei autentico e senza manipolazioni. Ma questo non credo sia importante perche’ non ci troviamo in presenza di storiografie, bensi’ di testi ad uso dei sacerdoti per la diffusione della fede e dottori della Chiesa quali Origene e Giovanni Crisostomo, patrono dei predicatori, intervennero energicamente in difesa della menzogna a loro dire necessaria per la salvezza dell’anima.
Furono gli studi dei filologi Karl Lachmann, C.Hermann Weisse e del teologo C.Gottlieb Wilke a dimostrare che il piu’ antico Vangelo e’ quello attribuito a Marco, compagno di Pietro che ne avrebbe riportato i ricordi dopo la sua morte, completandoli con episodi e frammenti patrimonio della tradizione orale cristiana, riordinandoli in un quadro globale rassomigliante ad una storia evangelica. Brani di questa raccolta si ritrovano nei Vangeli attribuiti a Matteo e Luca che ne avrebbero riportati ampi stralci. Nel Vangelo di Matteo, composto da 1068 versetti ben 620, e dei 1149 versetti del Vangelo Luca ben 350 sono attribuiti a Marco. ( Il problema nasce dal fatto che per molti ricercatori Pietro non si e’ mai recato a Roma, e non ne aveva motivo, visto che in quella citta’ si predicava in latino e greco il Vangelo di Paolo, e Pietro ne era il piu’ accanito avversario in lingua aramaica. E’ piu’ probabile, invece, che pure Marco fosse un allievo di Paolo e che il suo Vangelo, in lingua greca, fosse usato come traduzione di una precedente versione aramaica per diffonderne la dottrina. Ma ne riparleremo).
Le concordanze dei Vangeli sinottici deriverebbero quindi solamente dalla comune dipendenza di Matteo e Luca da Marco, perche’ quando il loro racconto si dipana autonomamente le contraddizioni sono notevoli, a cominciare dalla genealogia che non concorda, e nemmeno alcune narrazioni dell’infanzia. Matteo fa risiedere la famiglia di Gesu’ a Bethlemme mentre per Luca e’ Nazareth, la fuga in Egitto e la visita dei Magi non concordano, insomma, come sono costretti ad ammettere anche alcuni teologi tradizionalisti, i due Vangeli, escluso cio’ che e’ attinto da Marco e la Passione, che potrebbe essere un’aggiunta postuma, non concordano pienamente.
Il Vangelo di Marco dovrebbe essere stato composto ed assemblato quarant’anni dopo la morte di Gesù e viene attribuito (Atti degli Ap. XVI 14-20) ad un figlio di quella Maria che a Gerusalemme raccoglieva in casa sua una prima comunità proto-cristiana.
Matteo invece si preoccupa di collegare episodi della vita di Gesù con i passi biblici che ne profetizzano la venuta. I versetti V,17 e X, 5-6 sono in netto contrasto con lo spirito della predicazione di Gesù Cristo e probabilmente per assecondare la comunità ebraica ammettono il divorzio in caso di adulterio. I versetti XVI, 17-19 e XVIII, 15-20 alludono ad una chiesa e alla disciplina ecclesiastica in netto contrasto con quanto predicato da Gesù e persino il Padre Nostro parrebbe una preghiera tardo-cristiana inserita da redattori postumi
Salta all’occhio di qualsiasi critico che né Paolo e nemmeno Marco conoscano la leggendaria nascita di Gesù che invece è riportata nelle raccolte attribuite a Matteo e Luca che risentono del lievitare miracolistico nei racconti orali sulla vita del Cristo.
Una evidente contraddizione in tutti i Vangeli è la figura di Gesù Cristo disposto a liberare virilmente Gerusalemme dal giogo straniero e dalla complicità di una classe dirigente corrotta, per ristabilire un Regno messianico, che contrasta con la remissione con cui si lascia catturare.
Quando lo catturano e i discepoli vorrebbero difenderlo ma lui si oppone dicendo:
Come dunque si avvererebbero le scritture che dicono che così doveva avvenire?
E pure l’ignominia del patibolo che destò nei discepoli doloroso stupore e generale scoramento, viene giustificata da scritti postumi come volontario sacrificio per riscattare le colpe altrui.
E forse se Gesù Cristo si arrese in questo modo cosi’ remissivo, fu solo per salvare i suoi discepoli da una punizione esemplare. Ma pure questa interpretazione è molto incerta.
C’e’ da registrare pure una teoria, molto controversa, secondo la quale i Vangeli sinottici si ispirerebbero tutti ad una raccolta di detti di Gesu’ denominati fonte Q che circolava in epoca proto-cristiana e le cui tracce si ritrovano anche in alcuni testi apocrifi.
Ma di questo parleremo in un capitolo a parte.

Insigni studiosi ebraici dopo una millenaria analisi dei testi hanno concluso che senza dubbio i Vangeli sinottici sono originariamente stati scritti in greco e non derivano da altre traslitterazioni; sono stati redatti da non ebrei conoscitori approssimativi delle usanze ebraiche, per un pubblico non ebreo.

Lo dimostrano lo stile, la lingua, e i contenuti alcune volte fortemente antisemitici.
Per esempio, secondo la narrazione attribuita a Matteo, i romani sarebbero stati del tutto innocenti della morte di Gesù. L'autore, invece, ha chiaramente voluto enfatizzare con grande incisività l'infamia degli ebrei: egli ha dichiarato che la colpa gravissima di avere assassinato il figlio di dio è da addebitare completamente agli ebrei. Addirittura questi avrebbero deciso di assumerne coscientemente la responsabilità e di sopportarne le conseguenze: "Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli»."(Mt XXVII, 24-25) In pratica l'autore ha gettato le basi del plurisecolare antisemitismo cristiano.
Come potremmo, infatti, dimenticare le nefaste conseguenze di quella frase del vangelo? Essa ha trasformato la discendenza di Abramo in una genia di perfidi giudei, di marrani, di deicidi... disprezzati, discriminati, perseguitati e sterminati per secoli nell'Europa cristiana.
Gli autori dimostrano altresi’ di non avere molta dimestichezza con la Palestina e di non conoscere alcune caratteristiche fondamentali della condotta ebraica. Ad un certo punto compare un branco di maiali, come se nelle fattorie palestinesi questi animali fossero stati comunemente allevati.
In realtà l'ambientazione del racconto non è la campagna laziale, ma quella giudea, e l'autore sembra dimenticare che gli ebrei non avrebbero mai toccato e tanto meno allevato o mangiato un maiale. Anche il racconto del processo a Gesù tradisce la più totale ignoranza delle leggi giudiziarie ebraiche. Mai si sarebbe potuta pronunciare una condanna a morte in quelle condizioni, dopo un incontro informale nel luogo non preposto, di notte, senza rispettare i tempi, senza testimoni regolari. Il luogo avrebbe dovuto essere l'area apposita denominata Beth Din. Il tempo, di giorno.
Le testimonianze avrebbero dovuto essere circostanziate diversamente. La condanna doveva essere pronunciata almeno 24 ore dopo l'istruttoria.
Il fatto poi che nelle intenzioni degli autori lo scritto era destinato a lettori che non appartenevano alla comunità giudaica, è dimostrato dalle parole di Gesù nel corso dell'ultima cena (che pare una celebrazione della Pasqua secondo un calendario che la prevede prima di quella Ebraica). Tutta la circostanza è una evidente distorsione intenzionale, in senso gentile, ovverosia non ebraico, del pasto comunitario di stampo Esseno. Del resto, ciò che Gesù ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso nell'area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell'identificazione di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l'adepto doveva bere il sangue e mangiare la carne.
Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue; anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato. Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli. Al contrario, varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico, cui Roma non era estranea, contemplavano questo rito teofagico, e non avevano alcun genere di pregiudiziale nei suoi confronti.
( Tratto da una pagina Internet: http://spazioinwind.libero.it/bravo/qumran/files/7q5.htm )

3.
IL FIGLIO DELL’UOMO
IL FIGLIO DI DIO

Il Messia, in greco il Cristo cioe’ l’unto del signore, gia’ dai profeti era chiamato il Figlio dell’Uomo, lo stesso Gesu’ riferendosi a se’ stesso, usava lo stesso epiteto e cosi’ viene denominato piu’ volte nei Vangeli.
Che Gesu’ Cristo venga descritto nel Vangelo di Marco come profeta, per diventare un semi-dio in quelli di Matteo e Luca per poi essere addirittura deificato in quello attribuito a Giovanni, non dovrebbe stupire piu’ di tanto.
All’epoca dei Vangeli non era difficile guadagnarsi tale appellativo, erano figli di Dio Pitagora, Platone, Augusto, Apollonio, lo erano stati i Faraoni e lo saranno gli imperatori romani.
In tempi recenti lo sono stati il Negus, l’Aga Khan e l’imperatore del Giappone.
Ora, se centoventi milioni di persone credono che l’imperatore del Giappone sia figlio di Dio e nessuno ha nulla da eccepire, non vedo perche’ dovrebbe essere scandaloso che un altro cospicuo numero di fedeli creda che il figlio di Dio sia invece Gesu’ Cristo.
Materia di riflessione dovrebbe invece essere la concezione morale della nostra societa’ che si dice pacifica e che predica la bonta’ e la tolleranza, ma non la pratica. E se ti capita di essere buono, invece che considerarlo il minimo comune denominatore della convivenza civile, ti mettono sul giornale e ti danno un premio. Se sei buono, ma proprio buono ti danno il Nobel e se lo sei ancor di piu’ ti fanno santo. Ma se lo sei in modo inarrivabile, allora dicono che non puoi essere umano e ti proclamano figlio di Dio.
Ma stiamo divagando.
Gli evangelisti non fanno che contrapporre a tutti gli altri figli di dio il loro Figlio di Dio anche se Marco usa raramente questa espressione. La usa all’inizio in un versetto molto sospetto d’autenticita’, due volte lo dice una voce dal cielo e una volta lo proclama il centurione sotto la croce, anche se il boia redento e’ un motivo letterario diffuso specie nel primo martirologio.
Marco chiama Gesu’ undici volte Maestro e tre volte Rabbi.
Ed e’ sempre Marco a restituire un’immagine di Gesu’ come un virile dominatore, che rimprovera gli scribi, rovescia i tavoli dei cambiavalute nel tempio, che apostrofa il ricco: “Perche’ mi chiami buono? Nessuno e’ buono, soltanto Dio.”

Ad esclusione di Zeus che si accoppiava con le umane assecondando il canone della bellezza ancor prima che della regalita’, nella tradizione mitologica i figli di dio discendevano tutti da un dio e dal sangue reale. Anche l’idea messianica degli ebrei avrebbe dovuto discendere dalla dinastia di Re Davide, ecco perche’ Matteo ( il piu’ attento evangelista all’aderenza profetica) e poi Luca (il segretario di Paolo, il maggior propagatore della deicita’ di Gesu’ Cristo), lo fanno nascere a Bethlemme in Giudea.
Nel Vangelo secondo Giovanni si legge: “ 7,1- In seguito Gesu’ girava per la Galilea. Non girava per la Giudea perche’ volevano ucciderlo… 7,3- …era prossima la festa degli ebrei, quella delle capanne…Gesu’ sali’ al tempio e insegnava… 7,41…Altri dicevano: “Questo e’ il Cristo…Questi e’ veramente il profeta” ma altri osservavano: ” Forse che il Cristo viene dalla Galilea? Non dice la scrittura che viene dalla stirpe di Davide e dal villaggio di Bethlemme?”
E’ probabile qui che ci troviamo dinanzi alla piu’ tipica testimonianza della mutazione del pensiero cristologico nel proto-cristianesimo che possiamo riconoscere in tre parti:
1- Marco non e’ a conoscenza delle aspettative messianiche dei cristiani-ebrei e non reputa neppure necessario accennare alla genealogia di Gesu’ Cristo
2- Tali aspettative pero’ sono presenti nei Vangeli di Matteo e Luca che iniziano con una genealogia ( che peraltro non collima affatto: nella discendenza di un intero millennio solo due nomi coincidono) per dimostrare la discendenza di Gesu’ dal seme di Davide e registrando un improbabile censimento per giustificare uno spostamento geografico cosi’ marchiano. Da notare che la nascita in una grotta appartiene alla tradizione gnostica. In realta’ i sinottici parlano di una Cataluma che è una locanda in cui al piano superiore dormivano le persone e di sotto lasciavano gli animali. Non e’ per niente miracoloso quindi che Maria per difendersi dal freddo sia rimasta di sotto con l’asinello che la trasportava ( il bue viene aggiunto dopo).
3- Nell’ultimo Vangelo, quello che la tradizione attribuisce a Giovanni, la necessita’ di risalire alla stirpe di Davide non sussiste perche’ nel frattempo si era imposto il culto della Immacolata Concezione e Giuseppe non e’ piu’ necessario in quanto il concepimento sarebbe avvenuto per opera dello Spirito Santo. La Chiesa Cattolica nelle sue tesi piu’ tarde fa collimare le profezie con la discendenza da Davide da parte di Maria ma questa e’ una contraddizione perche’ secondo la tradizione giuridica ebraica si contava solamente la discendenza maschile. Ma anche con questo tardivo accorgimento pare impossibile stabilire una genealogia che unisca Maria alla stirpe di Davide.
(Per quet’ultima affermazione vedasi il lavoro di un teologo cattolico: Daniel Rops: Jesus )
Ci troviamo quindi di fronte all’innalzamento di Gesu’ a figlio di Dio in tre fasi: Marco lo fa risalire al battesimo nel Giordano e ad una voce divina, Matteo testimonia che viene generato da una vergine e Luca lo fa riconoscere da Giovanni ancora nel seno materno.
La cosa su cui concordano sia gli studiosi laici che quelli cattolici e’ che il perno centrale della vita di Gesu’ Cristo, il punto focale della sua esistenza rimane la testimonianza del Battesimo nel Giordano ad opera di Giovanni il Battista.
In verita’ la matassa interpretativa e’ intricata piu’ che mai e oltre al fatto che viene stabilita l’eta’ di Gesu Cristo in trent’anni, piu’ in la’ non andiamo. E’ controversa infatti la durata della sua predicazione ( Matteo e Luca la dicono di un anno, Giovanni invece di tre), gli ebrei usano questo episodio per argomentare che se il Cristo fosse stato puro non avrebbe avuto bisogno del Battesimo. La stessa colomba era gia’ per i Fenici il simbolo della divinita’ protettrice della discendenza ed era il simbolo ebraico per antonomasia dello Spirito di Dio. Il fatto che si fermi sul capo di Gesu’ non e’ altro che una copiatura delle antiche saghe d’investitura, con gli uccelli che fermandosi sul capo del prescelto ne indicano con chiarezza la legittimita’.
Per Marco, e’ la discesa della colomba a determinare che Gesu’ sia Figlio di Dio innalzato e proclamato dalla voce divina. “E subito lo Spirito lo spinse nel deserto” certificando in modo incontrovertibile il rapporto tra l’elevazione a Dio tramite lo Spirito Santo e la sua predicazione.
Un’altra obiezione e’ questa: se il Battesimo ha carattere espiatorio, perche’ Gesu’ Cristo si e’ fatto battezzare? Sant’Ignazio e Tommaso D’Aquino espressero l’opinione che con tale gesto Gesu’ volesse santificare l’acqua ma mi pare che seguendo queste dissertazioni andremmo a perderci molto lontano.
Pure Giovanni il Battista che dal carcere chiede a Gesu’ chi sia, dopo aver visto la colomba e udito la voce di Dio durante il Battesimo, e’ imbarazzante. Si toglie dall’impaccio il Vangelo secondo Giovanni con un rapido accenno al battesimo dopo il quale due discepoli di Giovanni seguono Gesu’ durante la sua predicazione, allacciando in questo modo il Battista a Gesu’ e facendolo diventare il docile precursore mentre altre testimonianze lo descrivono come probabile Maestro e quindi rivale di Gesu’ perche’ certamente la setta del Battista non conflui’ nel cristianesimo in quanto credeva che il Messia fosse Giovanni. Continuarono a predicare in Egitto, in Siria in Asia Minore. Ancora oggi i discendenti di quella setta denominati Mandei continuano il loro proselitismo sulle rive dell’Eufrate. Il loro rito iniziatorio si manifesta con una cerimonia comune in cui l’adepto viene purificato con l’abluzione totale del corpo.


4.
GIOVANNI

Nella tradizione cristiana qualsiasi testo controverso o di difficile attribuzione viene denominato come scritto da un certo Giovanni, che nel Vangelo omonimo si definisce il discepolo che Gesu’ amava, che non e’ lo stesso che ha descritto l’Apocalisse e che nei secoli ha rappresentato sempre figure controverse. Si chiamarono Giovanni alcuni papi riformisti, due papi blasfemi, due anticristi, una papessa e persino il Gran Maestro dei Templari si proclamava con tale nome.
E’ curioso constatare che dopo secoli in cui tale nome era stato accantonato dalla Chiesa, Papa Roncalli assurse al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII, lo stesso nome e persino il numero progressivo che a quel tempo era attribuito al Gran Maestro della setta segreta dei Templari che si diceva fosse nientemeno che Jean Cocteau, poliedrico artista che si distinse, tra l’altro, per aver dipinto una crocifissione dove non appare il volto di Gesu’.
L’'evangelista cosiddetto Giovanni viene di solito rappresentato come un vecchio con la barba, probabilmente perche’ il quarto Vangelo avrebbe visto la luce verso l' inizio del secondo secolo.
La tradizione ce lo tramanda come figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, pescatore del lago di Tiberiade. A quel tempo le classi colte di Israele, farisei e sadducei, definivano quelli come lui ame ha aretz, i popolani piu’ ignoranti e analfabeti, il cui rispetto delle regole ebraiche di purità religiosa, spesso, lasciava a desiderare.
Eppure, secondo il Vangelo, egli avrebbe fatto molte cose che contrastavano palesemente col suo stato di ame ha aretz. Doveva, oltre che scrivere in un greco colto, essere un individuo introdotto nell'ambiente del tempio di Gerusalemme, cioè conosciuto e fidato ai sinedriti e alle guardie, al punto che, durante l'episodio dell'arresto di Gesù, si sarebbe potuto permettere di lasciar entrare nel cortile lo stesso Pietro.
In realtà, Giovanni era giovanissimo, era un cittadino della Palestina settentrionale, era un pescatore analfabeta; come avrebbe potuto essere un personaggio introdotto e conosciuto nell'ambiente strettamente elitario del tempio? Qualcuno dice che portava il pesce a palazzo e che la consuetudine gli derivava da questo. Sublime ma improbabile.

Giovanni avrebbe dovuto scrivere il quarto vangelo da vecchio, anzi vecchissimo, sicuramente oltre gli ottant'anni, ma anche novanta. Nel frattempo avrebbe dovuto emanciparsi al punto da imparare a scrivere in lingua greca letteraria, avrebbe dovuto acquisire una cultura filosofica coerente con la teoria ellenistica del Logos. E poi, soprattutto, avrebbe dovuto sopravvivere fino a quell'età, mentre varie fonti letterarie, persino una profezia in bocca a Gesù nelle narrazioni evangeliche, testimoniano che egli fu giustiziato prima di raggiungere la vecchiaia.
Insomma, ci sono veramente molte incompatibilità nella attribuzione della paternità del quarto vangelo all'apostolo Giovanni. (David Donnini)

Piu’ semplicemente il Vangelo potrebbe essere stato scritto da un suo discepolo, se come testimoniato dagli Atti degli Apostoli (12,2) egli fu ucciso con il fratello Giacomo nel 44 durante il regno di Erode Agrippa oppure, come certificano altre fonti, insieme a Giacomo fratello di Gesu’ nel 62, pare ovvio che egli non avrebbe potuto scrivere in greco il Vangelo a lui attribuito che risale all’anno 100/120. La critica teologica moderna, comunque gia’ con autori quali David Friedrich, Ferdinand C. Baur, il teologo Hirch solo per nominare i piu’ celebri, ha dichiarato il Vangelo di Giovanni quale strumento di diffusione di una ben specifica concezione dogmatica e che va letto indipendentemente dalla sua realta’ storica ma in senso squisitamente allegorico perche’ esso non rappresenta una fonte della predicazione di Gesu’ Cristo ma piuttosto il canone a cui si dovevano attenere i cristiani postapostolici.
Il quarto Vangelo e’ stato attribuito all’Apostolo Giovanni per la prima volta da Ireneo, vescovo di Lione nel secondo secolo dopo Cristo. Questo vescovo con la sua Confutazione e’ il piu’ accanito difensore della Chiesa cattolica dallo gnosticismo allora molto diffuso e non stupisce che abbia commesso probabilmente un errore ad attribuire all’Apostolo parte dei testi scritti forse dal vescovo Giovanni di Efeso, che:
visse in Efeso attorno al primo secolo, nello stesso periodo di Paolo. Nessuno, nemmeno il vescovo Ignazio, il piu’ famoso esperto delle vicende dell’Asia Minore, nelle sue Epistole cita la presenza dell’Apostolo Giovanni da quelle parti nello stesso periodo. ( E’ certa invece la presenza di Paolo e questo e’ un dato significativo per la formazione della nuova dottrina)
Inoltre, nella seconda e terza epistola che la Chiesa assegna a Giovanni l’Apostolo, l’autore si definisce Presbyter che e’ la qualifica di vescovo e non l’apostolo, un uomo che al momento della redazione del Vangelo avrebbe dovuto avere dai 90 ai 120 anni, essendo stato redatto alla fine del primo secolo.
(W. Bauer in Hennecke: Il Vangelo di Giovanni)

Eppure Gerolamo scrive:

“ Giovanni, l’Apostolo che Gesu’ prediligeva, su richiesta dei vescovi d’Asia scrisse il Vangelo contro Cerinto e altri eretici ma soprattutto contro l’eresia allora insorgente degli Ebioniti, i quali sostengono che Cristo non esisteva prima di Maria. Anche da cio’ egli e’ costretto a proclamare l’origine divina di Gesu’ Cristo. Ma e’ pure riferito un altro motivo per la composizione di questo Vangelo: Giovanni lesse i Vangeli, approvo’ il testo sottolineandone la verita’, ma osservo’ altresi’ che veniva narrato solo un anno di predicazione dopo il martirio del Battista, percio’ tralasciato quell’anno egli volle raccontare i fatti anteriori e posteriori, come risultera’ evidente a chi leggera’ tutti e quattro i Vangeli”
(San Gerolamo : De viris inlustribus IX)

Puo’ darsi che Gerolamo si riferisca a Giovanni l’Anziano
(Pierluigi Baima Bollone: L’identita’ di Gesu’ )

Un’ultima obiezione nasce attorno alla figura di Giovanni l’Apostolo, descritto nei sinottici quale ”figlio del tuono”, missionario tra i giudei, un importante esponente della comunita’ gerosolimitana,
propagatore della parola paolina tra i giudei, che invece scrive il piu’ antiebraico dei Vangeli e si definisce il piu’ mite tra i discepoli, l’apostolo preferito da Gesu’ che per ben due volte ha il privilegio di appoggiare la testa sulle sue ginocchia, e al quale viene affidata Maria ai piedi della Croce?

Molte affermazioni del Vangelo di Giovanni non coincidono con i Sinottici dove per esempio Gesu’ raccoglie i primi discepoli dopo l’arresto del Battista e predica in Galilea un anno mentre in Giovanni li chiama prima e predica in Giudea dai due ai tre anni.
Secondo i Sinottici l’ultima cena avviene il giorno degli Azzimi, quando si sacrifica l’agnello che pare la celebrazione della Pasqua invece per Giovanni la cena avviene il giorno prima del sabato.
Secondo i Sinottici Gesu’ sulla croce rifiuta di bere mentre per Giovanni beve e muore. I romani lasciavano i crocifissi appesi per settimane mentre in questo caso Gesu’ viene deposto dopo solo poche ore. Un soldato trafigge il corpo con la lancia e ne esce sangue e liquido, che per ogni patologo moderno e’ un segnale che il corpo e’ vivo e il cuore pulsa.
( Baigent- Leigh – Lincoln , Il Santo Graal – Mondadori)

L’accettazione del Vangelo di Giovanni nel Nuovo Testamento ebbe una storia travagliata.
Venne prima adottato dagli “eretici” Valentino ed Eraclio, e dai Montanisti mentre non viene citato dai Padri della Chiesa. Solo in seguito venne riconosciuto a questo Vangelo il merito di aver “plasmato” sull’idea della divinizzazione di Cristo, il contenuto dei Sinottici.
Specie i discorsi di Gesu’ sono in questo Vangelo riprodotti con tecniche dogmatiche adatti alla predicazione.
La concezione della Vita Eterna diviene piu’ rilevante del Regno di Dio, la figura del Messia appanna l’idea di un regno messianico e la divinita’ del Predicatore ha il sopravvento sulla narrazione. Mentre nei Sinottici Gesu’ parla relativamente poco di se’ e si raccomanda di non divulgare i fatti miracolistici, in Giovanni alcuni episodi miracolistici minori vengono ignorati, Gesu’ Cristo si mette molto in mostra e compie il miracolo supremo non riportato negli altri Vangeli: la resurrezione di Lazzaro.

Secondo Karlheinz Deschner, nella sua storia critica della Chiesa, se Gesu’ avesse predicato il contenuto dei vangeli di Giovanni non avrebbe certo entusiasmato le folle, tutt’al piu’ sarebbe passato per pazzo. Invece in Giovanni, Lui incede maestoso come l’Agnello di Dio onnipotente e onnisciente. Affronta la cattura e la morte senza batter ciglio, senza neppure uno di quei dubbi che lo angoscia nel Getzemani descritto dai Sinottici. Fa pacati discorsi dalla Croce e persino l’ultimo sospiro che esala e’ compassato: “Tutto e’ compiuto”, allo stesso modo con cui trapassa Eracle uno dei modelli mitologici della figura di Cristo. A commento di cio’ il Padre della Chiesa Gregorio di Nissa nel quarto secolo scrive che: “ alla nascita soprannaturale di Gesu’ corrisponde una morte soprannaturale e che pertanto fu certamente priva di sofferenza.”
Del che, con contrita sottomissione, fieramente dubitiamo.

Ecco quindi che ci troviamo di fronte ad un’operazione effettuata dai quattro evangelisti che trasformano il Gesu’ uomo elevato a Dio in un Dio fattosi uomo…
( Deschner: La Chiesa che mente )

5
I MIRACOLI

Non esiste racconto mitico tramandato dalla tradizione orale che non contempli miracoli o fenomeni soprannaturali e cio’ e logico, in un mondo teso, eccitato e pieno di brame fideistiche, dominato dalla superstizione e da visioni apocalittiche.
Strabone scriveva che: sia necessario condurre al timore di Dio donne e il popolino attraverso favole, storie e miracoli.

Le strade dell’Impero erano affollate da maghi, visionari, veggenti, guaritori, taumaturghi che praticavano la mantica e operavano guarigioni, tutti ispirati dalla forza divina. Ebrei e pagani esercitavano una disciplina esorcistica e cacciavano demoni, guarivano epilettici, isterici e idioti.
Pausania, un grande viaggiatore di quei tempi, a proposito delle guide dei templi scrive:
“ Gli esegeti sanno che non tutto quello che dicono e’ conforme al vero, eppure lo dicono, perche’ non e’ agevole mutare i convincimenti della gente, una volta che prestino fede a qualcosa.
I visitatori non vogliono la verita’ nemmeno gratis”.
Ogni religione allora tramandata, mostrava con miracoli la fondatezza delle proprie dottrine: guarigioni, resurrezioni, moltiplicazione di cibo, viaggi agli inferi, sono patrimonio di molte religioni e vennero probabilmente trasferite a Gesu’ nella tradizione orale proto-cristiana dopo la sua morte.

“…narratori giudaico-cristiani fecero di Gesu’ l’eroe di leggende ben note sui profeti o rabbini. Novellatori pagano-cristiani trasferirono al Redentore storie di dei, salvatori taumaturghi…
(Il teologo Tibelius: Formgeschichte)

…venne trasferito su Gesu’ ogni genere di storie popolari conosciute su questo o quel taumaturgo e furono corredate da tradizionali ingredienti miracolistici, narrazioni evangeliche gia’ in circolazione…
(Il teologo Bousset: Kyrios Christos)
(Lo stesso fenomeno si riscontra nel sesto secolo quando la tradizione islamica trasferisce su Maometto alcuni miracoli gia’ attribuiti a Gesu’.)

Camminare sulle acque non era affatto eccezionale a quei tempi che avevano gia’ registrato simili miracoli con Asclepio, Serapide, e con il Buddha. Nell’Antico Testamento lo fa Elia, e Giobbe che attraversa il Giordano a piedi asciutti, per questo viene definito: Colui che avanza sulla superficie del mare. Un episodio simile accade al Buddha che pero’ non ne rimane affatto scosso. Infatti al bramino che aveva impiegato 25 anni per imparare ad attraversare il fiume senza bagnarsi i piedi disse:
“ Avresti potuto spendere 25 soldi per farti traghettare, ottenendo lo stesso risultato e guadagnando tutto questo tempo per la meditazione”
La tradizione ebraica tramanda leggende di tempeste placate, pure Omero ne descrive una nell’Odissea e nel Nuovo Testamento e’ citato un simile fenomeno ad opera di Giona.

La resurrezione del figlio della vedova di Nain citata da Luca 7,11:
11 In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: “Non piangere! ”. 14 E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Giovinetto, dico a te, alzati! ”. 15 Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”. 17 La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.

che appare inserito forzatamente in un altro contesto, e che si riferisce ad un miracolo in Giudea, mentre Luca racconta della predicazione in Galilea, ha la struttura narrativa di altre resurrezioni. Quella narrata da Epidauro, per esempio che riporta alcuni archetipi di questo miracolo: l’irrisione della gente prima del miracolo (succede anche a Gesu’ in occasione della resurrezione della figlia di Giairo) il tocco, l’esortazione, e lo stupore degli astanti.

Pure la moltiplicazione dei pani era patrimonio della tradizione giudaico e pagana. Nella stessa Bibbia, nel secondo libro dei Re (4, 33 ) c’e’ la descrizione della moltiplicazione di cibo per sfamare molte persone da parte di uomini di Dio.
Nella tradizione indiana c’e’ una portentosa moltiplicazione di vivande ad opera di Sariputra e Vimalakirti che moltiplicano il cibo di un banchetto e lo distribuiscono alla folla che ne mangio’ e sazio’ ma ne resto’ ancora come se nessuno ne avesse toccato

Se si legge la biografia del filosofo neopitagorico Apollonio di Tiana, un contemporaneo di Gesu’ Cristo, si riscontrano tante analogie con i Vangeli da essere colti dal dubbio di chi abbia copiato chi. Stessa rivelazione della sua divinita’, stessi miracoli, stesse resurrezioni, cammina sulle acque e placa una tempesta, poi, dopo la sua resurrezione ascende al Cielo. (Filostrato, biografia scritta per l’imperatrice Giulia Domna)

Secondo Tacito, l’imperatore Vespasiano guari’ un paralitico e restitui’ la vista ad un cieco alla presenza di moltissimi testimoni con un gesto comune ai taumaturghi e persino a Gesu’: bagno’ con la saliva un po’ di polvere e la passo’ sulle palpebre dell’infelice.
Pure Svetonio scrive di portenti avvenuti alla nascita di vari imperatori, a dimostrazione che i miracoli erano frequenti nella narrativa di quei tempi.

E’ nell’ambito di questo clima superstizioso che si comprendono le descrizioni dei portenti di Gesu’
del quale traspare nei Sinottici il timore di essere confuso con uno dei tanti ciarlatani, mentre egli era teso ad un discorso piu’ pocalittico. Purtroppo per lui furono i miracoli attribuitigli ad aumentare la sua fama nella regione e ad ammassare masse sempre piu’ consistenti di seguaci.
Ma se Marco riporto’ anche fedelmente i prodigi di Gesu’, fu Matteo che ne amplifico’la portata. E se Marco scrive che attorno a lui si affollano i malati della Galilea, secondo Matteo vennero da ogni parte, pure dalla Siria. Se a Cafarnao Marco dice che Gesu’ guari’ molti, Matteo riporta che guari’ tutti. Se per Marco Gesu’ uscendo da Gerico guarisce un cieco e risana un ossesso, per Matteo sono due. Se Marco e Matteo sono a conoscenza di una sola resurrezione, Luca ne aggiunge una seconda e Giovanni una terza, la piu’ famosa. Se per la moltiplicazione dei pani Marco parla di circa quattromila persone, Matteo parla di circa quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Se dopo la morte di Gesu’ Marco scrive che si squarcio’ il velo del tempio, per Matteo la terra si scosse, le rocce si spezzarono i sepolcri si spalancarono e molti corpi di santi resuscitarono, uscirono dai sepolcri entrarono nella cita’ santa e apparvero a molti. Riprendendo il racconto mitologico della morte di Eracle.
Il fico maledetto, secondo Marco lo scoprono il giorno dopo, per Matteo avviene immediatamente.
Pure le resurrezioni risentono dell’intervento magnificatorio: in Marco la figlia di Giairo e’ appena defunta e sembra che dorma, il figlio della vedova di Nain sta per essere portato al sepolcro mentre Lazzaro, secondo Giovanni, e’ morto da quattro giorni ed e’ in via di decomposizione perche’ come dice Marta: “… gia’ puzza”

Ho riportato questa enfasi nei racconti, questo espandersi della parola e dei prodigi solo per dimostrare il naturale decorso di una testimonianza in un mondo dove tutti credevano nei miracoli e nessuno ne metteva in dubbio l’autenticita’. Persino Celso, cosi’ ostile ai cristiani non ne mette in dubbio l’autenticita’ ma ritiene semplicemente che Gesu’ li abbia appresi dagli Egizi. Nemmeno i miracoli e le profezie dei pagani vennero rinnegati dai Padri della Chiesa; piuttosto vennero attribuiti all’opera dei diavoli cosa che fecero anche gli ebrei nel commentare i miracoli di Gesu’
Gli Atti degli Apostoli ( 8, 9) , Marco ( 9, 38 ) e Matteo ( 12, 27 ) ci informano che persino i farisei ed i nemici di Gesu’ operavano miracoli.
“Ritengo che nulla sia impossibile” dice Apuleio e Celso scrive: “ Quanti eventi miracolosi sono avvenuti all’interno dei sacrari?…Ad alcuni gli dei sono apparsi in carne ed ossa…”
Cicerone testimonia quanto fosse attendibile l’oracolo di Delfo e di Eleusi. Cicerone e’ piu’ cauto e pur non riconoscendo la validita’ dei miracoli li definisce utili per il radicamento della superstizione nella gente comune.

E’ comunque superficiale pensare che soltanto in questo clima di superstizione possano essere comprensibili i miracoli evangelici perche’ ancora ai giorni nostri e’ fiorente una copiosa letteratura miracolistica e affollatissimi sono i santuari taumaturgici di ogni religione praticata.
Una volta chiesi durante uno dei miei viaggi in Africa ad uno stregone, se veramente credesse alla magia che praticava. Mi rispose: “La magia, se ci credi, funziona”
Cosi’ anche la Fede.

6.
NAZARETH

I critici moderni si chiedono se veramente Gesu’ il Nazareno citato due volte da Giovanni e altrettante negli Atti degli Apostoli, debba riferirsi al fatto che Gesu’ abitasse veramente a Nazareth o che non fosse invece Nazareo o Nazarita con riferimento alla setta di appartenenza.

il termine Nazareno [Nazoraios nel testo originale greco] non significa affatto "della città di Nazareth", ma si riferisce a ben altra cosa, che l'evangelista intendeva censurare nella Cristianità, il tema "essere un Nazareno", così come lo rappresentano Marco e Luca, è basato su una traslitterazione dall'aramaico al greco [ar. Nozorai - gr. Nazoraios, ebr. Nozri], attraverso il quale si è tentato di associare il titolo stesso con la città di Nazareth in Galilea (la cui esistenza, in quel periodo, è assai dubbia). In conseguenza di ciò la città viene identificata come il luogo di residenza del Messia che deve venire
prof. A. Eisenman,: "James, the brother of Jesus" (Penguin Books, USA 1998)

"Io penso veramente che i cristiani non possano affermare che l'espressione Gesù Nazareno significhi Gesù cittadino di Nazareth nello stesso modo in cui l'espressione Leonardo da Vinci significa Leonardo cittadino di Vinci..."
"...La forma ebraica per Nazareth è NZRT, che è tarda ed è stata indicata come Nazrat o Nazeret, invece la forma greca Iesous o Nazoraios deriva dall'aramaico Nazorai..."
( prof. Gershenson, in un e-mail inviata dall'Università di Tel Aviv il 12 maggio 1998, nel corso di un forum sull'argomento)

"Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraenus, provano tutte che gli scribi ecclesiastici conoscevano l'origine della parola e sapevano benissimo che non era derivata da Nazareth..."
"...il nome storico e la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala... questa è la patria del Nazoreo... la montagna di Gamala è la 'montagna' dell'evangelista Luca, la 'montagna' di tutti i Vangeli, che ne parlano continuamente, senza però mai nominarla..."
prof. Szekely : "The essene origins of Christianity, IBS, USA 1980...

"Gli apostoli che sono stati prima di noi l'hanno chiamato così: Gesù Nazareno Cristo... "Nazara" è la "Verità". Perciò "Nazareno" è "Quello della verità"..."(Vangelo di Filippo, capoverso 47 - testo gnostico del II secolo dopo Cristo);
"Neppure è improbabile che i primi cristiani siano stati detti Nazareni nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello di originari della città di Nazareth, etimologia davvero poco credibile e che probabilmente ha sostituito la prima solo quando l'antica origine dall'essenato cominciava ad essere dimenticata"(Elia Benamozegh [Italia, 1823/1900, filosofo ebreo membro del collegio rabbinico di Livorno], Gli Esseni e la Cabbala, 1979);
"La stessa tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazoreo, originariamente unito al nome di Gesù e che rimase il nome dei cristiani nella letteratura rabbinica e nei paesi d'oriente. Nazoreo è certamente un nome di setta, senza rapporto con la città di Nazareth..." (Alfred Loisy [Francia, 1857/1940, sacerdote cattolico, professore di ebraico e di sacra scrittura dell'Istituto Cattolico di Parigi, successivamente rimosso dall'incarico], La Naissance du Christianisme);
- Nome? -
- Jeshua - rispose rapido l'accusato
- Hai un soprannome?
- Hanozri -
- -Di dove sei?
- -- Della città di Gamala - rispose l'arrestato indicando con un movimento della testa che
- laggiù, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città chiamata Gamala.
- (Michail Bulgakov, [1891-1940,] Il Maestro e Margherita, Einaudi, 1967);
"La piccola città che porta questo nome [Nazareth], dove ingenui pellegrini possono visitare l'officina di Giuseppe, fu identificata come la città di Cristo solamente nel medio evo..." (Charles Guignebert [Francia, 1867/1939, professore di Storia del Cristianesimo presso l'Università Sorbona di Parigi], Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme);
"In realtà, per quel che riguarda Nazareth, gli storici non hanno potuto trovar traccia di una città di quel nome sino al IV secolo d.C.; secondo le fonti ebraiche, bisogna scendere addirittura sino al secolo IX. Nei vangeli non troviamo mai l'espressione Gesù di Nazareth ma soltanto Gesù il Nazoreo, talvolta scritto anche Nazoreno o Nazareno... ora, nessuno di questi appellativi, per quanto si sia cercato di forzarne l'etimologia, può farsi risalire ad un nome come Nazareth... è da questi termini che è derivato il nome della città di Nazareth, e non viceversa" (Ambrogio Donini [accademico, specializzatosi in ebraico e siriaco presso la Harvard University, USA, è stato docente universitario in Italia], Breve Storia delle religioni, 1959);
"El-Nasirah è un villaggio della Galilea, posto a circa quattrocento metri di altezza, nel quale la tradizione cristiana riconosce l'antica Nazareth, patria di Gesù. Secondo vari studiosi, tuttavia, Nazareth - meglio Natzrath o Notzereth - non è mai esistita e l'appellativo Nazareno che accompagna il nome di Gesù negli scritti neotestamentari non indica affatto il suo paese di origine..." (M. Craveri, [autore di numerosi saggi sulla storia delle cristianesimo, tradotti in molte lingue e pubblicati in Italia e all'estero, e curatore di una raccolta di scritti apocrifi] La Vita di Gesù, 1974);
"Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraeus, Nazarene, provano tutte che gli scribi ecclesiastici conoscevano l'origine della parola ed erano ben consapevoli che non era derivata da Nazareth... Il nome storico e la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala... questa è la patria del Nazoreo... la montagna di Gamala è la 'montagna' dell'evangelista Luca, la 'montagna' di tutti i Vangeli, che ne parlano incessantemente, senza nemmeno nominarla..." (E.B.Szekely [teologo ungherese che ha frequentato gli studi presso il Vaticano], The Essene Origins of Christianity, USA, 1980);
"...Gesù non era di Nazareth. Un'infinità di prove stanno ad indicare che Nazareth non esisteva ai tempi biblici. E' improbabile che la città sia sorta prima del III secolo. 'Gesù di Nazareth', come molti studiosi della Bibbia sarebbero oggi pronti a confermare, è una cattiva traduzione dell'originale greco Gesù il Nazareno..." Baigent, Leigh, Lincoln [autori di alcuni libri sul cristianesimo antico e sui manoscritti del Mar Morto, fra cui il best seller internazionale "The Dead Sea Scrolls Deception"], L'Eredità Messianica, Tropea, Milano, 1996);
"É stato Matteo per primo a generare l'equivoco secondo cui l'espressione 'Gesù il Nazoreo' dovesse avere qualche relazione con Nazareth, citando la profezia "sarà chiamato Nazareno (Nazoraios)" che, a conclusione del suo racconto sulla natività, egli associa col passo "ritirandosi in Galilea e andando a vivere in una città chiamata Nazareth". Questa non può essere la derivazione del termine, poiché anche in greco le ortografie di Nazareth e nazoreo differiscono sostanzialmente" (R.H.Eisenman [professore di religioni medio orientali e di archeologia, nonché direttore dell'Istituto per lo studio delle origini giudeo-cristiane alla University of California - Los Angeles] James the Brother of Jesus, Penguin Books, 1997);
Nota bene: Le citazioni sopra riportate e le considerazioni attorno agli scavi archeologici di Gamala sono state estratte dall’accurato lavoro “I Manoscritti del Mar Morto e il Cristianesimo primitivo” Storia di Cristo e gli Esseni di Davide Donnini. Maggiori informazioni si trovano sul suo sito: http://spazioinwind.libero.it/bravo/qumran/files/7q5.htm

Nel Vangelo di Marco che Gesu’ fosse di Nazareth lo scrive due volte ma non con estrema chiarezza. ( 1, 9) In quei giorni Gesu’ venne da Nazareth in Galilea e fu battezzato da Giovanni
( 6, 1) Partito da la’ torno’ alla sua patria ed i discepoli lo seguirono. Questo versetto viene titolato: Visita a Nazareth e solo da cio’ si capisce dove sia la patria di Gesu’ ma negli originali i versetti non sono titolati.

Nel Vangelo di Matteo, che come abbiamo gia’ affermato e’ un Vangelo molto attento a collegare la vita di Gesu’ con le Sacre Scritture, si legge:
( 2, 23) Appena giunto ando’ ad abitare a Nazareth perche’ di adempisse quanto detto dai profeti: “Sara’ chiamato Nazoreo” Ma qui c’e’ un errore perche’ i profeti si riferivano a Sansone.
( 4, 13) lasciata Nazareth ando’ ad abitare a Cafarnao nel territorio di Zambulan… ( 21, 11) …e la gente diceva: questo e’ il profeta, Gesu’ Nazareno di Galilea

Ma e’ Luca, il medico al seguito di Paolo che per lui scrive il Vangelo ad uso della comunita’ ellenico-cristiana che poi sara’ quella romana e ortodossa, che scrive di Nazareth ben otto volte e questo, secondo alcuni osservatori, perche’ un vangelo che circolasse nella capitale dell’impero aveva tutto l’interesse a che sparisse anche il minimo sospetto che Gesu’ fosse un agitatore politico piuttosto che un ispirato profeta. Ma quando, nel tentativo di depistare le autorita’ romane, Luca scrive ( 4, 16) Si reco’ a Nazareth e ando’ nella sinagoga… secondo gli archeologi commette una leggera imprecisione perche’ ai tempi di Gesu’ Nazareth era poco piu’ che un agglomerato di case e non aveva una sinagoga. Questa considerazione ci porta inevitabilmente a prendere in considerazione alcuni studi di archeologi ebraici che si recarono sul lago di Tiberiade per fare alcuni scavi che portarono a conclusioni sorprendenti.

Per riuscire a comprendere meglio quanto verra’ qui sotto esposto, occorre immaginare il lago di Tiberiade o di Genezareth come il quadrante di un orologio dove alle ore dodici c’e’ il confine tra il Golan e la Galilea e alle ore sei passa il fiume Giordano che si collega al Mar Morto costituendo una lunga frontiera. In territorio della Galilea troviamo a ore undici Cafarnao, a ore nove Magdala e a ore otto Tiberiade e da qui, tracciando una linea retta in direzione Sud-Ovest troveremo ad una quarantina di chilometri all’interno del territorio, prima Cana e poi Nazareth.
Rimanendo invece sulle sponde del lago di Tiberiade troveremo a ore una Betsaida e sul monte accanto Gamala una zona archeologica scoperta dagli Israeliani solamente in occasione della Guerra dei sei giorni nel 1967.
Dal 1968, la zona fu esaminata da Itzhaki Gal, il quale avanzo’ l’ipotesi che la località segnalata potesse essere quel villaggio chiamato Gamla, o Gamala, che Giuseppe Flavio narrando la storia di una tragica sconfitta subita dagli ebrei, per mano dello stesso Vespasiano, durante la guerra che insanguinò la Palestina negli anni dal 66 al 70 d.C.
"...Da un'alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l'esatta pronuncia del nome. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna..."
Il territorio della Galilea attorno a Nazareth e’ un avvallamento composto da morbide colline senza rupi, picchi svettanti o ripide scarpate. E’ qui, in basso, che la tradizione cristiana ha situato il villaggio di Gesu’, dove ora i pellegrini visitano la Basilica dell’Annunciazione.
In una zona archeologica ricchissima di ritrovamenti (Cafarnao, Corazin, Sefforis, Iotapata), a Nazareth non c’e’ traccia archeologica che testimoni costruzioni al tempo di Gesu’ Cristo.
Eppure esistono i resti di altri villaggi in cui Gesù è passato e ha compiuto alcune delle sue opere: a Cafarnao si vedono benissimo case, strade e sinagoga, e poi ci sono anche Korazim e Bet Zayda, a nord, sul lago di Tiberiade; Samaria, nel centro del paese; Betania, Betlemme e Gerico, in Giudea, solo per fare alcuni esempi. Com’e’ possibile che a Nazareth non vi sia un muro, una costruzione, la sinagoga o altro appartenenti all’epoca di Gesu’?
La spiegazione che ne danno gli esperti e’ che si tratti di un errore di attribuzione.
Infatti, escluso i Vangeli, nessuno degli storici coevi da’ notizie di Nazareth. Non ne da’ Giusto da Tiberiade, e nemmeno Filone Alessandrino e Giuseppe Flavio. Quest’ultimo, comandante delle truppe ebraiche in Galilea, nelle sue grandi opere "La Guerra Giudaica" e "Antichità Giudaiche", ha minuziosamente descritto tutto il paese nominando ogni più piccolo centro abitato. Ma di Nazareth non ha fatto cenno alcuno, sebbene a pochi passi dal villaggio sorgessero altri centri, come Sefforis e Iotapata, di cui lo storico ha parlato e di cui oggi si possono ammirare i resti.
Ora, se prendiamo in considerazione l’ipotesi che la residenza di Gesu’ fosse a Gamla o Gamala invece che Nazareth, alcune testimonianze collimerebbero proprio perche’ Gamala e’ situata sul picco di un monte a poche centinaia di metri da un dirupo ma e’ vicinissima al lago di Tiberiade, mentre Nazareth si trova in un avallamento a trentasei chilometri dal lago e la gente avrebbe dovuto camminare parecchio e in salita per andare ad ascoltare le sue prediche.

Vangelo secondo Matteo 5, 1 – Le Beatitudini:
Alla vista delle folle, Gesu’ sali’ sul monte e come fu seduto si accostarono a lui…

Vangelo secondo Matteo 12, 23 – Cammina sulle acque
…ordino’ ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda…Quando ebbe congedato le folle sali’ sul monte per pregare…compiuta la traversata approdarono a Genesaret
Secondo questi due passi, quindi si potrebbe credere che Gesu’ fosse dalla sponda di Gamala con il monte, mentre dopo la traversata si trovava in Galilea.

Vangelo secondo Marco 3, 7 – In riva al lago
"...intanto si ritirò presso il mare (il lago di Tiberiade) con i suoi discepoli e lo seguì molta folla... …salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono con lui... entrò in casa e si radunò attorno a lui molta folla, al punto che non potevano nemmeno prendere cibo... allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo... giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare... di nuovo si mise ad insegnare lungo il mare. E si riunì intorno a lui una folla enorme.. che dovette salire e sedersi su una barca, stando in mare…."
Difficile collocare geograficamente questo episodio perche’ se per casa di Gesu’ ci si riferisce a Cafarnao, dove si era trasferito per predicare, allora e’ improbabile che venisse raggiunto dai suoi parenti. Se invece la sua casa fosse a Gamala, sarebbe piu’ agevole comprendere il monte vicino alla riva e la visita dei parenti.

Vangelo secondo Luca 4, 14 – Nemo profeta in patria
"...Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere... Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. ... All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio...."
Eppure a Nazareth non c’e’ la sinagoga, non c’e’ il ciglio di un monte con un sottostante precipizio ma anzi la citta’ e’ situata in un affossamento della valle. E allora?
Secondo gli archeologi israeliani, se i fatti descritti si fossero svolti a Gamala, che si trova su di un monte, che a quel tempo aveva la sinagoga, ed era in prossimita’ di un precipizio, le cose collimerebbero.

Volendo, con tutta la buona volonta’, prendere per buone queste affermazioni, ci si chiede per quale motivo gli Evangelisti avrebbero dovuto prendersi il disturbo di cambiare la collocazione geografica della predicazione di Gesu’ Cristo. In parole povere: se c’e’ un delitto ( la bugia) ci dev’essere pure un movente. E la domanda che sorge spontanea e’: a chi giova?
La risposta ci viene da Giuseppe Flavio che nelle sue cronache non parla mai di Nazareth ma si dilunga nella descrizione di Gamala e della regione che era la patria originaria della setta degli zeloti, i fondamentalisti di allora, che quali intransigenti messianisti, volevano riportare anche con le armi il nuovo Regno di Davide, secondo le profezie.
A Gamala risiedeva il famoso ribelle Giuda il Galileo e sono di quel periodo alcune monete trovate tra gli scavi riportanti frasi inneggianti alla liberazione di Gerusalemme.
Questo Giuda era figlio di quell’Ezechia sbaragliato da Erode sempre a Gamala e che ne continuo’ le gesta, con ribellioni antiromane che ebbero il loro culmine in una famosa rivolta contro i contributi a Cesare che alcuni storici cattolici fanno coincidere con il censimento di Quirino dove Matteo e Luca ambientano la nascita di Gesu’.
La rivolta venne soffocata nel sangue, Giuda fu ucciso e molti zeloti vennero crocifissi dai romani.
Giuda aveva quattro figli, uno detto il Bar-Rabba’ e i suoi fratelli Simone, Giacomo e Giuda il Gemello che continuarono le attivita’ eversive finche’ furono tutti giustiziati.
Ultimo di questa dinastia messianica sembra essere Menhaem che anni dopo riusci’ ad indossare il mantello rosso di Re dei Giudei poco prima di essere eliminato da fazioni avversarie.
Oltre sessanta anni dopo la distruzione del tempio, ovverosia intorno al 135 d.C., un altro discendente di Giuda il galileo si propose ancora come "figlio di Davide" e avanzò pretese messianiche, si tratta di un certo Simon bar Kokhba (Simone, figlio della stella) che accese una seconda rivolta antiromana, destinata anche questa al fallimento.
Da notare che qualunque sanguinosa rivolta contro il potere, cominciava con raduni di gruppi sul Monte degli Ulivi da dove iniziavano le sommosse. E’ qui che viene catturato anche Gesu’ e dispersi i suoi discepoli ( armati). Il Monte degli Ulivi investe di significato politico la cattura di Gesu’ da parte dei romani.
A questo punto e’ lecito supporre che gli Evangelisti abbiano voluto togliere ogni riferimento politico al loro Messia, lo abbiano spostato da una regione ribelle dominata dal pensiero esseno-zelota e lo abbiano descritto solamente come un profeta ispirato?
La risposta e’ mah…

Ad un certo punto i romani si resero conto che Gamala non poteva continuare ad esistere. Essa, nella storia del dominio romano sulla Palestina, costituisce un perfetto parallelo di quello che, pochi anni dopo, sarà il destino di Masada. E così, come abbiamo già detto, risoluti ad estirpare questo pericolosissimo quartier generale zelota, mandarono Vespasiano, con le sue legioni, a farla finita. In effetti Vespasiano, dopo lungo e doloroso assedio, ce la fece, Gamala fu trasformata in una catasta di macerie e Vespasiano ne ricavò la gloria sufficiente a diventare imperatore.
Poteva il Gesù Cristo dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo essere riconosciuto come un cittadino di Gamala? Anzi, come un membro della dinastia del vecchio Ezechia? Come il depositario di una eredità messianica per cui si erano sparsi fiumi di sangue ebreo e romano? Si poteva riconoscere che i suoi fratelli, Giacomo, Simone, Giuda il gemello (Toma in ebraico, Thomas in greco, Tommaso in italiano), elencati come apostoli negli elenchi sinottici, erano i figli di Giuda il galileo?
Si poteva riconoscere suo padre come il terribile capo zelota Giuda, della città di Gamala? Si noti, a questo proposito, un fatto curioso e significativo: il vangelo di Marco, capostipite degli altri, certamente utilizzato come base dai redattori dei testi attribuiti a Matteo e a Luca, non conosce Giuseppe il falegname. Il buon uomo non c'é nella narrazione marciana, perché, probabilmente, non era ancora stato inventatato come controfigura di Giuda.
Ecco dunque come si siano potuti ottenere ben... tre piccioni con una sola fava. Spostando la patria di Gesù Cristo da Gamala ad una ipotetica Nazareth di Galilea i redattori dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo hanno ottenuto ben tre risultati simultanei:
1 - hanno allontanato Gesù da quella città infame che si portava addosso tutta l'eredità della causa messianica,
2 - hanno mascherato il significato settario del titolo Nozri (ebr.), Nazorai (aram.), Nazoraios (gr.),
3 - hanno purgato l'aggettivo galileo, che stava appiccicato addosso ai membri della dinastia del vecchio Ezechia, come indicativo di una militanza rivoluzionaria, poiché le azioni di questo movimento erano iniziate in Galilea e si erano poi svolte in quella regione (a Sefforis per esempio, dove gli arsenali militari erano stati saccheggiati dai ribelli).
Questo è il movente che spiega tutto e che diventa una prova, ancor più di quanto non lo siano tutte quelle cose che abbiamo già detto sopra su Nazareth, sulla montagna, sul precipizio, sulla sinagoga, sul lago, ecc... (Maria Guarini, I manoscritti del Mar Morto parlano ancora)
Adesso cominciamo veramente a capire anche il motivo dello straordinario accanimento persecutorio degli imperatori romani, nel primo secolo, contro i pericolosi seguaci del Messia giudeo. Non si trattava affatto dell'avversione nei confronti del concetto monoteistico, o della teologia della resurrezione e via dicendo. Se i romani avessero avuto questi pregiudizi religiosi avrebbero passato a fil di spada tutti gli ebrei, perché non ce n'era uno fra loro, nemmeno fra i moderati antimessianisti, nemmeno fra i conniventi sadducei, che avrebbe accettato di adorare gli dei romani, o lo stesso imperatore come dio. Questa è solo la scusa, storicamente scorretta, con cui i cristiani moderni cercano di giustificare una persecuzione che, se fosse stata condotta contro di loro per quei motivi, avrebbe dovuto essere condotta anche contro molti altri. In realtà c'erano alcuni ebrei particolari, i messianisti (=chrestianoi in greco; christiani in latino), indottrinati dalle scritture essene o dalle teorie di Giuda il galileo, che non avrebbero mai dichiarato pubblicamente che il loro padrone era Cesare (kaisar despotes). Ed era per questo, e solo per questo, che essi venivano condannati a morte.
Gli elementi di collegamento fra Gesù e Giuda il galileo sono sorprendenti. Ed è proprio questo fatto che ha determinato un atteggiamento severamente censorio da parte dei redattori dei Vangeli coerenti con l'insegnamento riformista di Paolo. Costoro, nel trasmettere l'immagine di un Salvatore che non avesse relazioni col messianismo classico degli ebrei (esseni e zeloti), erano obbligati a "purgare" completamente l'immagine del loro Messia da ogni connotazione che potesse ricollegarlo con la sua città di origine, col suo movimento, con la sua famiglia.In effetti la relazione fra Giuda e Gesù può essere immaginata ancora più stretta che non la semplice condivisione di una causa politico religiosa. Se notiamo che i fratelli di Gesù hanno nomi uguali a quelli dei figli di Giuda il galileo; non solo, ma che due fratelli di Gesù (gli apostoli Giacomo e Simone) sono stati arrestati e probabilmente giustiziati nello stesso momento in cui sono stati arrestati e giustiziati due figli di Giuda il galileo, di nome, appunto, Giacomo e Simone, allora possiamo avanzare l'ipotesi che Gesù avesse derivato la sua ambizione messianica proprio dal fatto di essere il figlio primogenito del celebre Giuda il galileo.
La città era strettamente giudaica, lo provano la totale assenza di decorazioni che non siano semplicemente geometriche (la religione ebraica vieta la rappresentazione della figura umana), nonché la presenza di una bellissima sinagoga e di numerose miqweh simili a quelle che si possono trovare a Qumran e a Masada. (David Donnini, Gli scavi di Gamala)
"Il padre di Cristo non era l'oscuro e inconsistente Giuseppe dei Vangeli, che è stato rimpiazzato dall'angelo Gabriele e dallo Spirito Santo nel compimento della funzione maritale, ma un uomo austero, di bell'aspetto, che apparteneva ad una nobile famiglia, che era il fondatore del "Messianismo" come setta, da cui, più tardi, sono derivati i "Cristiani"... Il suo vero nome era Giuda il golanita e veniva da Gamala..."
(E. B. Szekely: The essene origins of Christianity, IBS, USA, 1980).

"Giuda è un profeta, un nabi, che riprende con assoluta urgenza l'attesa messianica nazionale di Israele. Al centro della sua predicazione è l'annuncio della venuta del Regno di Dio e la richiesta di collaborazione del popolo alla sua realizzazione ... Vari elementi sembrano avvicinare le due figure di Giuda di Gamala e Gesù di Nazareth. Innanzitutto l'origine galilaica e laica, intesa non puramente come elemento geografico e sociologico, ma come espressione di una religiosità diversa da quella dell'ambiente sacerdotale di Gerusalemme ... Giuda e Gesù sono stati chiamati entrambi 'galilei'; fatto che rende talvolta difficile l'identificazione sicura del gruppo religioso indicato nelle fonti con questo nome..." (G. Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, Brescia, 1980).
"C'era un certo Giuda, un gaulonita, di una città il cui nome era Gamala..." (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicae, XVIII, I).
"...Gesù disse, "Nessun profeta è benvenuto nel proprio circondario; i dottori non curano i loro conoscenti... una città costruita su un'alta collina e fortificata non può essere presa, né nascosta"...". (Vangelo Apocrifo di Tommaso, 31 32 )

Quest’ultima citazione, con un riferimento a Gamala e soprattutto questo capitolo che accenna alle sette essene-zelote, ci porta dritto ai ritrovamenti dei libri di Nag Hammadi.
Occorre avere pazienza, perche’ prima ci aspettano tre capitoli molto ostici per un credente.
Essi tradiscono anche l’intenzione espressa nel preambolo, di non voler toccare argomenti che costituiscano articoli di Fede. Eppure solamente passando attraverso questi capitoli e’ possibile transitare per i testi di Qumran e capire non solo il movimento cristiano del primo secolo, ma anche il pensiero esoterico medievale, il segreto dei Templari e la moderna critica cristologica.
Se proprio non volete conoscere l’opinione di scienziati laici a proposito della Resurrezione di Gesu’ Cristo, saltate questi tre capitoli e ricominciate a leggere da pagina 46.

7.
GLI ESSENI

Nella prima metà del secondo secolo a.C. la Palestina si trova sotto Antioco IV (175-164 a.C.)
che tolse ai giudei i diritti concessi da Antioco III e fece cessare i sacrifici nel tempio proibendo le pratiche del sabato, pena la morte. Questi provvedimenti scatenarono in una parte del popolo ebraico un atteggiamento di strenua resistenza, fomentata sostanzialmente dai componenti di una famiglia passata alla storia col soprannome di Maccabei (dinastia degli Asmonei), che in seguito ottennero importanti vittorie militari contro le truppe di Antioco IV.

Al fianco dei Maccabei, si formo’ un partito di sostenitori della lotta patriottico religiosa: gli Asidei (Hassidim termine da cui, forse, deriva la denominazione Esseni). Essi si ritirarono nel deserto a sud-est di Gerusalemme e stabilirono un loro quartier generale sulle rocce circostanti Qumran, iniziando a costruire alcuni edifici in muratura.
In questo periodo compaiono le prime redazioni del manoscritto noto come Regola della Comunità, e l'attesa di due Messia, uno detto di Aronne, che rappresenta la figura sacerdotale e che dovrà assumere il ruolo di Sommo Sacerdote nella nuova Israele restaurata, l'altro detto di Israele, che rappresenta la figura politica, colui che dovrà liberare il paese dagli stranieri e quindi assumere la carica regale.

La comunità assunse il compito di conservare la sapienza di Israele, difendendola dalle influenze pagane, e si preparo’ all'idea del riscatto, ovverosia di una vittoria militare contro le potenze dominatrici straniere; è questo l'ideale messianico che darà filo da torcere ai Romani.
Alla morte di Giuda Maccabeo, l'eredità rivoluzionaria passa al fratello Gionata il quale approfitta delle rivalità sorte fra Demetrio I e Alessandro Bala e nel 152 a.C. si fa riconoscere da quest'ultimo il titolo di sommo sacerdote, accumulando nella propria persona la carica sacerdotale e quella governativa. Questo è l'inizio di una spaccatura fra i maccabei e gli asidei.
Nel 142 a.C. a Gionata succede il fratello Simone, che continua a conservare entrambi i ruoli unificati, poi nel 135, quando Simone viene assassinato dagli stessi seleucidi, l'eredità passa al figlio. Nel 134 era al potere Giovanni Ircano, anch’egli molto lontano dalla primitiva intransigenza patriottico-religiosa del nonno Mattatia.
A Qumran e’ probabilmente l'epoca di massima espansione in cui, probabilmente, si afferma la tendenza a chiamare Damasco la comunità, e terra di Damasco la sua collocazione territoriale.
Questi hassidim si considerano infatti come la parte pura di Israele, in esilio provvisorio nell'attesa del tempo della ricostruzione.
È questa l'epoca della costruzione delle principali strutture edilizie in muratura, compresi gli acquedotti e le numerose cisterne che dovevano servire sia per i fabbisogni della comunità, sia per l'esercizio cultuale dei riti di abluzione

È da segnalare, come evento di primaria importanza in questo periodo un terribile terremoto, nel 31 a.C., che provoca grande disastro nell'insediamento, con molte vittime e serio danneggiamento delle strutture edilizie. Questo fatto compromette la vita comunitaria e porta all'abbandono del luogo.
Lo storico Giuseppe Flavio, nella sua opera Antichità Giudaiche (XV, 371-378), ci parla della benevolenza di Erode nei confronti degli Esseni che hanno assunto in seguito a questi eventi, una connotazione più monastica, dedicandosi alla preghiera, allo studio dei libri sacri, allo sviluppo delle pratiche mediche e di guarigione.
Era negata ogni forma di commercio, schiavitù, violenza. La condotta morale degli adepti era tale da renderli molto simili a quelli che saranno gli ordini monastici del cristianesimo medievale. Pasti e preghiere in comune completavano l’esperienza mistica che ogni giorno caratterizzava il loro lavoro e la loro ricerca spirituale.
(Laura Rangoni: Il mistero degli Esseni)

Erode il Grande muore nel 4 a.C. e, in parallelo con questo fatto, si risvegliano nuove tendenze rivoluzionarie, soprattutto nel nord della Palestina, ispirate all'ardore dei primi Maccabei e all'intransigenza politico-religiosa degli Asidei: "alla fine del regno di Erode il Grande la Palestina è pervasa da un'ondata antiromana diffusa soprattutto fra i giovani e cioè tra le nuove reclute essene" (L. Moraldi, Storia di Qumran, ).

All'inizio di questo periodo Qumran si ripopola di uomini animati da un rinnovato spirito rivoluzionario; alcune delle strutture danneggiate dal terremoto vengono restaurate. Adesso la comunità è caratterizzata da una decisa tensione messianica e apocalittica, cioè dalla sensazione dell'imminenza dei tempi promessi da Yahweh per la ricostruzione del suo Regno. Qualcuno già individua le figure dei messia attesi in alcune persone fisiche reali. Molti vogliono passare dalle speranze e dalle attese alle azioni concrete. È questa l'epoca in cui vengono redatti il Rotolo di Rame, la Regola della Guerra, il Commentario ad Abacuc. Con riferimento a questo periodo possiamo dire che si attenua la differenziazione fra le denominazioni Esseni, Zeloti, e Sicari, perche’ tutti i movimenti di ispirazione messianica acquistano sono convinti della necessita’ della lotta politico-religiosa.

In seguito alla cacciata di questi esseno-zeloti i Romani fra il 68/69 d.C e il 73 insediano a Qumran un piccolo contingente, utilizzando il sito come base. Nel frattempo il grosso dell'esercito romano è impegnato una cinquantina di km più a sud, nell'assedio di Masada, dove si sono asserragliati alcuni superstiti della lotta messianica, sotto la guida di Eleazar ben Jair. Dopo l'espugnazione di Masada e il suicidio di massa dei suoi occupanti, i romani abbandonano Qumran, le cui rovine rimangono solitarie per alcuni decenni.

Fra il 132 e il 135 d.C.gli eredi della lotta esseno-zelotica, sotto la guida di Simon bar-Kokba, utilizzano il sito come base, prima di essere completamente sconfitti dai romani. Le uniche loro tracce rimaste nel sito sono alcune monete.
D'ora in poi Khirbet Qumran sarà veramente gettata in un lungo abbandono, mentre i manoscritti qumraniani, custoditi nelle giare all'interno delle grotte, attenderanno il 1947 per rivedere la luce, dopo ben diciotto secoli!

Dalla morte di Erode il Grande alla devastazione dell'insediamento da parte dei romani nel corso della guerra degli anni 66-70, e’ il periodo cosiddetto zelotico, perché caratterizzato dalla tensione messianica. La morte di Erode il Grande dopo un regno durato ben 33 anni segna l’inizio di nuove ribellioni specialmente nella parte settentrionale del paese dove Giuda il Galileo, figlio di Ezechia il rabbi della città di Gamala, nel Golan che era stato ucciso dallo stesso Erode molti anni prima, aveva conservato un odio feroce nei confronti della famiglia Erodiana maturando col tempo propositi di vendetta.

"A Sepphoris, nella Galilea, Giuda, figlio del capobrigante Ezechia, che un tempo aveva infestato quel paese ed era stato catturato dal re Erode, avendo raccolto una banda non piccola fece irruzione negli arsenali regi e, riforniti di armi i suoi, attaccava gli altri che aspiravano al potere..." (G. Flavio, Guerra Giudaica, II,4)

"C'era anche un certo Giuda, figlio di quell'Ezechia che era stato capo dei ribelli; il quale Ezechia era un uomo molto forte, ed era stato catturato da Erode con grande difficoltà. Questo Giuda, avendo riunito insieme una moltitudine di esaltati nei pressi di Sefforis, in Galilea, fece laggiù un assalto all'arsenale e sottrasse tutte le armi che ivi si trovavano, e con esse armò tutti quelli che erano con lui, e prese anche tutto il denaro che era stato lasciato in quel luogo; e divenne un capo terribile, tiranneggiando su tutti quelli che gli erano vicino; e tutto ciò in modo da farsi sempre più potente, per un desiderio ambizioso della dignità regale; e sperava di raggiungere questo obiettivo come premio non delle sue qualità virtuose nel combattimento ma della sua originalità nel commettere nefandezze" (G. Flavio, Antichità Giudaiche X, 5)

L’aggettivo con cui Giuda divenne famoso, Galileo, non gli viene attribuito in quanto galileo di provenienza o di nascita, ma solo perche’ teatro delle sue gesta fu tale territorio.
Giuda il Galileo era nato e vissuto a Gamala nel Golan sulle rive del lago di Tiberiade dove manteneva il suo quartier generale passando la frontiera a Nord nei pressi di Cafarnao ed entrando in Galilea con le sue azioni di disturbo, un po’ come fanno oggi Hamas e Jihad, oppure le nostrane Brigate Rosse o l’esercito clandestino irlandese, o i baschi di Spagna…insomma una vecchia storia infinita.

Giuda è considerato da Giuseppe Flavio come il fondatore del movimento degli zeloti, detto "quarta setta filosofica", dopo quello dei sadducei, dei farisei e degli esseni. Egli era un intransigente difensore della ortodossia religiosa ebraica che non tollerava la presenza dei dominatori pagani e nemmeno l'atteggiamento di connivenza opportunistica con gli stranieri, mostrato da alcune componenti della società giudaica. Una delle caratteristiche principali della sua politica era l'incitamento del popolo all'obiezione fiscale, ritenuta non solo un diritto civile, ma un dovere sacro nei confronti di Yahweh, in quanto l'accettazione di un sovrano straniero e pagano avrebbe costituito un'offesa contro l'unico e vero Signore di Israele:
...aveva rimproverato ai giudei di riconoscere la signoria dei romani quando già avevano Dio come signore" (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 17).

I termini romani galilaei, latrones, sicarii, sono sinonimi dei termini greci zelotes, lestes, e dei termini ebraici qannaim, barjonim, tutti riferiti ai partigiani e ai terroristi messianisti.
Zeloti, che vuol dire ‘‘zelanti’‘ verso la Legge di Yahvè, integralisti che invitavano alla lotta armata per l'indipendenza dagli stranieri atei e oppressori, erano disprezzati dai romani che li chiamano ladroni.

Secondo Marco (15, 28): “…con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra…”

Secondo quanto racconta lo storico laico Joel Carmichael nel suo libro ‘’La morte di Gesù’’, nelle ricostruzioni della vita all’epoca di Cristo, non si da abbastanza risalto alle continue lotte degli ebrei contro i Romani, considerati come invasori oppressori e blasfemi. In Palestina non si parlava che di come scacciare gli oppressori, le rivolte si succedevano l’una all’altra.
Nei centocinquant’anni tra l’80 avanti Cristo - quando i Romani occuparono la Palestina - e il 70 dopo la sua nascita, ci furono sessantadue rivolte ebraiche, alcune grandi, altre minori, fino all’ultima del 66 che fu sanguinosissima. Di queste ne erano nate in Galilea ben sessantuno. La zona da cui veniva Gesù il Galileo, aveva fama di essere una regione di anarchici e ribelli. Bastava parlare con un accento galileo per destare sospetti nei Romani. Mentre l'oppressione romana cresceva, un intransigente dopo l'altro si presentava come il Messia promesso da Yawè al suo popolo tormentato

Gesù aveva zeloti tra i suoi apostoli. Il Vangelo dice che uno dei Dodici Apostoli era chiamato ‘‘Simone lo zelota’‘ e alcuni apostoli giravano armati. A proposito del suo arresto: Ma uno dei presenti, sguainata la spada, colpì il servo del capo del sacerdote (venuto a catturare Gesù), e gli portò via l’orecchio. E Gesù, rispondendo, disse loro: ‘‘Siete venuti come contro un ladro con spade e bastoni a catturarmi…

C. Roth, il semitista inglese G. R. Driver e, più recentemente, anche l'americano R. Eisenman, sostengono con decisione che gli occupanti il sito di Qumran, nel periodo fra la morte di Erode e la guerra coi romani, devono essere riconosciuti proprio nei membri della setta zelota:

"C. Roth ha avanzato un'ipotesi secondo la quale la comunità che occupò Qumran dal 4 a.C. al 68 o al 72-73 d.C. sarebbe stata di zeloti. Roth suppone che Giuda il galileo si sia insediato in quel luogo, deserto dopo il terremoto del 31 a.C., durante i disordini seguiti alla morte di Erode il Grande. Dopo la morte di Giuda nel 6 d.C. Qumran continuò ad essere il quartier generale del movimento degli zeloti, e là i membri del movimento vissero in forma semimonastica; di là Menahem, il figlio sopravvissuto di Giuda, raggiunse Masada nel 66 d.C."
(S.G.F. Brandon, Gesù e gli Zeloti, Rizzoli, 1983).

Seguendo questo indirizzo, si potrebbe pensare che i famosi Galilei, che sotto la guida di Giuda avevano saccheggiato gli arsenali di Sefforis, incoraggiati dai loro successi militari si siano spinti fino in Giudea, dove sarebbero entrati a Qumran, facendo diventare questo luogo un punto di riferimento per tutti coloro che erano animati da spirito patriottico e che intendevano la lotta messianica come un’iniziativa sovversiva e militare

In tal modo gli Zeloti ebbero la possibilità di stabilirsi in Giudea, in una solida base organizzata a soli trenta chilometri da Gerusalemme, attivisti mescolati e nascosti fra i monaci, in una cornice apparentemente pacifica.
anche lo scrittore latino Ippolito Romano sostiene questa convinzione:

Gli Zeloti"...sono divisi fin dall'antichità e non seguono le pratiche nella stessa maniera, essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta [non ebraica.] asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in una città per tema di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri udendo qualcuno discorrere di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si lascia circoncidere; qualora non acconsenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto da questo che hanno preso il nome di zeloti, e da altri quello di sicari. Altri ancora si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte" (Ippolito Romano, Refutatio IX, 26).

"...la nazione fu infettata da questa dottrina in una misura incredibile... Giuda e Sadoc, che fondarono una quarta setta filosofica fra di noi, e che furono seguiti in questo da molti, hanno funestato la nostra vita civile con tumulti nel presente e hanno gettato le basi delle nostre future miserie, grazie a questo sistema filosofico che prima non conoscevamo... infezione che si diffuse fra le generazioni più giovani, che erano molto zelanti per essa e che portò il popolo alla distruzione" (Antichità, XVIII, 1).

Giuseppe Flavio ci parla della morte dei due figli di Giuda il galileo che si chiamavano Giacomo e Simone, i quali, negli anni fra il 46 e il 48 d.C., furono catturati e crocifissi da Tiberio Alessandro, procuratore della Giudea (Giuseppe Flavio, Antichità, XX, 5) e Menahem, forse il più giovane dei figli di Giuda, che all'inizio del conflitto aperto fra ebrei e romani (66 d.C.) con azioni compiute molti anni dopo la morte del padre, che si sono svolte in Giudea e persino nel cuore di Gerusalemme....
"...messosi alla testa di alcuni fidi raggiunse Masada, dove aprì a forza l'arsenale del re Erode e, avendo armato oltre ai paesani altri briganti, fece di questi la sua guardia del corpo; quindi ritornò a Gerusalemme e assunse il comando della ribellione" (Guerra Giudaica II, 17)

Molti autori hanno sottolineato la personalità tipicamente Essena di Giovanni Battista.
"Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele" (Lc I, 80);
"si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione" (Mc I, 4);
"In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: "Convertitevi, perchè il regno dei cieli è vicino!". Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!" (Mt III, 1-3).
Il battesimo è il rito caratteristico della setta di Qumran per l'ammissione di nuovi confratelli; l'espressione "battesimo di conversione" indica l'accettazione da parte dei neo-adepti di un nuovo sistema di vita. Matteo nomina esplicitamente il deserto della Giudea come luogo di queste azioni di Giovanni, che è proprio la collocazione del sito di Qumran. Inoltre l'esortazione "Convertitevi, perchè il regno dei cieli è vicino" ha un carattere inequivocabilmente messianico e l'esortazione è proprio quella tipica del messaggio contenuto nella Regola della Comunità e in altri manoscritti di Qumran: convertitevi e aderite alla causa, perché la restaurazione del Regno di Yahweh (Israele libera da invasori pagani e da classi dominanti corrotte) è imminente.
Troviamo in bocca a Giovanni espliciti riferimenti a frasi che appartengono anche alla letteratura qumraniana:
"...per andare nel deserto a preparare la via di lui, come sta scritto: "Nel deserto preparate la via ... appianate nella steppa una strada per il nostro Dio"..." (Regola della Comunità VIII, 13-14),

"il suo cibo erano cavallette e miele selvatico" (Mt III, 4),
"tutte le specie di cavallette saranno messe nel fuoco o nell'acqua mentre sono vive: tale è infatti l'ordine conforme alla loro natura" (Doc. di Damasco).
Dimostrerebbe che perfino l'alimentazione di Giovanni è coerente con le norme alimentari di Qumran.
Pare quindi evidente che il Giovanni Battista che noi conosciamo dalla lettura dei Vangeli è un qumraniano, un adepto che fa proselitismo cercando di richiamare nuovi adepti nella comunità.
Le sue parole di minaccia rivolte ai farisei e ai sadducei:
"Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? ... Gia la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco"
rappresentano l'annuncio del riscatto messianico e, coerentemente con quanto leggiamo in tutti i rotoli di Qumran ma in special modo nella Regola della Guerra, del fatto che la parte non buona di Israele sarà eliminata.
"egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile",

Non vi sono evidenze storiche per asserirlo con assoluta certezza, ma se Cristo quasi certamente non era un Esseno, avrebbe potuto essere un cittadino del Golan il quale, ad un certo punto della sua carriera di leader del movimento zelotico si introdusse nell'ambiente esseno e venne riconosciuto dalla confraternita di Qumran come il destinatario delle profezie messianiche operando una fusione simbiotica fra i monaci del deserto di Giuda e i capi zeloti provenienti da Gamala.
Forse il battesimo di Cristo da parte di Giovanni non è che la rappresentazione letteraria di ciò, che utilizza una cornice di immagini sacrali, come la discesa della colomba dello Spirito e la voce del Padre che si compiace del suo figlio.
"Egli ha in mano il ventilabro..." avrebbe affermato Giovanni il Battista, "Egli brucerà la pula con un fuoco inestinguibile...", avrebbe gridato con parole che sembrano estratte dal Rotolo della Guerra, cercando così di convincere i confratelli esseni che l'atteso ricostruttore del Regno di Yahweh era lui, Jeoshua ha Nozri, (Iesou o Nazoraio), l'uomo di Gamala, che i tempi erano giunti.
Se questa ipotesi fosse esatta, o quantomeno attendibile, si potrebbe leggere il susseguirsi degli avvenimenti in tuttaltro modo:
Qumran sorgeva, come abbiamo già sottolineato, a soli trenta chilometri da Gerusalemme e certamente molti personaggi influenti della società gerosolimitana avevano contatti con la setta di Qumran e qualcuno ne condivideva segretamente gli ideali.
"Giuseppe d'Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio" (Mc XV, 43),

"Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta: non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri [alla condanna a morte]. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio" (Lc XXIII, 50-51),

"C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: "Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui"" (Gv III, 1-2).
(Entrambi questi uomini deposero Gesu’ dalla Croce.)

"Dopo questi fatti, Giuseppe d'Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre" (Gv XIX, 38-39);

"Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia" (Mt XVII, 59-60);

"Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode" (Lc VIII, 3),
e’ una delle donne che visitano il sepolcro:
"Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo" (Lc VII, 10).

Uno dei discepoli di Cristo è descritto come un uomo introdotto nell'ambiente del tempio, che aveva una conoscenza personale col sommo sacerdote, infatti, durante la scena dell'arresto...

"Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro" (Gv XVIII, 15-16).

"Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini ... ecco ciò che vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio" (At V, 34-39).

Sembra quindi che gli esseno-zeloti abbiano cercato di coinvolgere il maggior numero possibile di persone nella loro causa e, in particolare, di sviluppare alleanze e connubi nascosti con personaggi autorevoli del Tempio, del Sinedrio e nella corte di Erode avvalorando l’ipotesi che la condanna romana di Gesu’ fosse un fatto politico, derivato dalla necessita’ di soffocare una fanatica rivolta che sembrava imminente.
A questi complotti di stampo messianico si contrapponevano i sadducei e i farisei che non condividevano i progetti degli esseno-zeloti, perché forse ne intuivano la loro inattuabilità, anzi la estrema imprudenza di quelle idee che, spingendo verso lo scontro diretto col potere dei dominatori romani, mettevano in serio pericolo la sicurezza di tutto il popolo:

"Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione" (Gv V, 48).
Dimostrando quanto le idee di Gesu’ fossero destabilizzanti per la Palestina occupata.
Gia’ dai tempi della conquista della Grecia, i Romani avevano imparato a fagocitare le altre culture ed erano un popolo che in materia religiosa era molto tollerante, tanto che nella stessa Roma esistevano are di culto pagano insieme a quelle delle divinita’ indigene. Avrebbe mostrato miopia politica assolutamente fuori luogo, un prefetto che non avesse mostrato tolleranza in un paese ostile, fanatico e profondamente religioso. Il problema pero’ non era questo. Chi tentava di destabilizzare la regione erano gruppi di integralisti che animati da fanatismo religioso combatterono fino al proprio sterminio e alla Diaspora. Sono gli Zeloti come Menahem, il figlio di Giuda il galileo, ed Eleazar ben Jair, suo parente, che hanno finito per accendere la scintilla della guerra totale e hanno veramente condotto il paese ed il popolo ad una catastrofe di proporzioni smisurate.

8.
LA RESURREZIONE
Su un unico fatto autori ostili o devoti concordano: Gesu’ il Nazareo pati’ sotto Ponzio Pilato e da lui condannato a morte, fu crocifisso. Dopo questo avvenimento entriamo nella Metafisica ma dal quarto secolo i Sinodi si preoccuparono di inserirlo nella professione di Fede: discese all’Inferno… il terzo giorno resuscito’ da morte
Per la verita’ il mito del dio che muore e risorge nell’antichita’ fu molto diffuso nelle religioni misteriche. Resuscito’ il figlio del dio babilonese Tammuz, il sui culto si era diffuso fino al mondo ebraico, l’egiziano Osiride, il siriano Adonis l’ellenico Dioniso la cui morte veniva rievocata nei riti come un agnello in croce, risorsero Attis e Sabazio dopo quattro giorni e alcune leggende dell’Asia Minore parlano di una divinita’ protettrice della natura che risorse dopo tre giorni.
Bel-Marduk, una divinita’ babilonese creatore del mondo e della saggezza, viene inviato dal Padre per la redenzione dell’umanita’. Processato, condannato a morte, fustigato e giustiziato insieme ad un malfattore mentre un altro venne lasciato libero, fu finito con un colpo di lancia al costato. Una donna asciugo’ con il suo fazzoletto il sudore e il sangue del dio,. Discese negli inferi dove libero’ i prigionieri e il quarto giorno resuscito’ da morte. La sua tomba venne venerata per secoli.
(M. Bruckner – Religioni e rivelazioni in Oriente 1920)

Oggi può sembrare strano che si potesse pensare che esistevano figure superumane, ma la cosa non era così ai tempi di Gesù. Tutti sapevano che Elia doveva tornare sulla terra, perché così stava scritto nella Scrittura (Malachia 3, 22-24) e, se doveva tornare sulla terra, voleva dire che non era morto, anche se era nato come tutti gli uomini. Anche di Enoc si sapeva che non era morto (Genesi 5, 24) e l'esistenza della cosiddetta Tradizione Enochica mostra che molti credevano che Enoc fosse vivo in qualche parte del cosmo con funzioni particolari e molto vaste. Recenti scoperte di Qumràn ci hanno fatto vedere l'esistenza anche di un Melchisedek celeste, indicato come un elohim. Del Figlio dell'Uomo il Libro delle Parabole dirà addirittura che fu creato prima del tempo (Enoc Etiopico 48, 3).
Se il fenomeno delle figure superumane era comune a tutto il giudaismo, lo sviluppo delle loro funzioni e della loro sempre maggiore grandezza fu fenomeno che avvenne nella sfera dell'essenismo e dell'apocalittica.
Già pubblicato in «Henoch» XIV (1992), pp. 243-260.
“The full significance of the Pseudepigrapha for Jesus research is not yet envisioned or written.”
(Charlesworth J.H., Jesus within Judaism, 1988, p. 51)

Una relazione con il Nuovo Testamento viene individuata da K. Deischner nel fatto che la resurrezione avviene il terzo giorno… oppure …dopo tre giorni… esattamente come le resurrezioni pagane avvengono dopo tre o quattro giorni.

E la resurrezione era pure una preoccupazione dei farisei se:
…il giorno seguente la Parasceve i sommi sacerdoti ed i farisei andarono insieme da Pilato e gli dissero: “Ricordati che quel seduttore, quando era ancora in vita affermo –Dopo tre giorni risorgero’- Ordina percio’ che la tomba sia custodita…Rispose Pilato:”Voi avete un corpo di guardia, andate e prendete le precauzioni che credete” Essi andarono, sigillarono il sepolcro e misero una guardia… (Matteo 27, 62)
Inutilmente, sembra, se il giorno dopo la festivita’ le pie donne trovano la pietra spostata e qualcuno ( qui i Sinottici non concordano, chi dice un angelo seduto sopra, che dice un uomo luminoso dentro, chi dice due uomini fuori ) annuncia loro che Gesu’ e’ risorto.

Secondo la dottoressa Elaine Pagels della Columbia University, studiosa e restauratrice dei manoscritti di Nag Hammadi, il culto della resurrezione e’ fondamentale per l’istituzione della Chiesa Cattolica che avversa i movimenti spontanei proto-cristiani con l’idea che essendo Gesu’ apparso ai dodici apostoli e avendoli investiti della sua autorita’, solo essi sono depositari della verita’ rivelata. In questo modo la resurrezione non assurge solo ad una funzione religiosa ma anche politica in quanto legittima l’autorita’ di quegli unici testimoni di un’esperienza irripetibile sancita con la discesa dello Spirito Santo che serve ad avallare la successione apostolica dei vescovi, base tuttora dell’autorita’ papale che discende direttamente da Pietro.
Tutti gli altri movimenti, si dividevano in dispute e si dividevano in fazioni. I gruppuscoli erano litigiosi e sparsi per l’Asia Minore, la Grecia, il Medio Oriente. La Chiesa Cattolica era compatta e a Roma, la capitale dell’Impero, e quando Costantino emise il famoso editto, la Chiesa prevalse e anniento’ gli eretici.
Dall’esecuzione di Gesu’, quando i seguaci smarriti si erano dispersi credendo tutto finito, un nuovo fremito pervase la comunita’, quando Luca annuncio’ che “Il Cristo e’ davvero risorto ed e’ apparso a Pietro!” la pietra su cui si sarebbe fondata la nuova istituzione.
Il problema e’ che seppure tra molte contraddizioni, Gesu’ sembra apparso prima a Maria Maddalena, un’isterica a cui Gesu’ aveva tolto ben sette demoni! (Ma quando Maria asserisce di aver visto Gesu’ risorto, i discepoli non le credono) o addirittura per strada a due discepoli che in seguito corsero dagli Undici ad annunciare la buona novella!
L’unica certezza di tutto questo racconto e’ che nessuno assistette alla resurrezione, ma qualcuno trovo’ una tomba vuota ed alcuni discepoli tra cui la Maddalena asserirono che Cristo fosse risorto.
(Elaine Pagels: I Vangeli Gnostici – Mondadori 1981)

Karl Holl faceva notare che comunque la pensiamo sulla storicita’ della versione ortodossa della resurrezione, dobbiamo comunque apprezzarne l’ingegnosita’ perche’ la teoria che ogni autorita’ derivi da un’esperienza chiusa per sempre ed irripetibile, innanzi tutto riduce il cerchio della leadership ad un ristretto numero di persone che si trovano a godere di immensi benefici. In secondo luogo legittima soltanto i vescovi, in quanto investiti dall’autorita’ dello Spirito Santo, ad eleggere i loro successori.

A proposito di Spirito Santo, vorrei pero’ fare un’osservazione. Lo Spirito di Dio, rappresentato dalla Colomba ebraica e da noi denominato Spirito Santo e’ chiaramente scritto nel Nuovo Testamento con la parola greca Pneuma. Quello che discende sopra gli Apostoli e’ descritto come Paraclito che e’ la forza del proselitismo e che non mi pare la stessa cosa. Ma sto divagando.

E’ su questo punto della dottrina che si dividono le prime comunita’ di cristiani che possiamo dividere in tre filoni fondamentali.
1) I seguaci di Pietro che chiameremo anche ebreo-cristiani, che possiamo definire messianisti, apocalittici, che aspettano l’imminente ritorno del Messia e la fine del mondo
2) I seguaci di Paolo che chiameremo cristiani-ellenici che credono in un Dio fatto carne e che l’avvento del Suo Regno non sia un accadimento immediato ma uno stato dell’anima
3) Gli gnostici che a loro volta per semplicita’ divideremo in
a) i seguaci di Maria Maddalena
b) gli esseni
c) gli altri
Gli gnostici rifiutavano le teorie di Paolo che andavano diffondendosi attraverso gli scritti attribuiti a Luca. Secondo loro la resurrezione non e’ un evento irripetibile del passato bensi’ un’esperienza
mistica che puo’ restituirci Cristo in ogni momento del presente e i discepoli che erano andati in giro a dire di aver visto Cristo risorto avevano confuso un avvenimento reale con un’esperienza spirituale.
Nel Vangelo di Maria (Maddalena) le visioni della resurrezione sono definite come visioni, sogni, estasi, tanto che durante una di queste visioni lei chiede: E’ la mente che vede la visione oppure l’ anima per mezzo dello spirito? E Gesu’ durante la visione le risponde che chi riceve la visione percepisce attraverso la mente.
L’Apocalisse di Pietro, un altro testo gnostico ritrovato a Nag Hammadi, descrive Pietro che in estasi sente Cristo che dice:” Io sono la luce radiante!”
In realta’ Luca racconta che Pietro entro’ nel sepolcro, vide le bende e se ne torno’ a casa turbato.
In seguito Gesu’ apparve ai discepoli di Emmaus ( davanti ai quali svanisce come un fantasma) questi tornarono a Gerusalemme dagli Undici ( che per Marco e Matteo erano invece in Galilea)
che tra di loro dicevano: “Il signore e’ veramente apparso a Simone”
Anche in questo caso abbiamo la prima testimonianza dell’apparizione di Gesu’ a Pietro che e’ costituita dagli Undici che asserivano che egli l’avesse visto.

Secondo i piu’ accreditati teologi moderni quali David F. Strass, Werner, Bousset, Bultmann e altri,
non fu il Risorto a originare il culto della Resurrezione bensi’ fu l’ipotesi della Resurrezione ad originare le prime visioni mistiche.

In un altro testo Il Trattato sulla Resurrezione conosciuto anche come Lettera a Rheginos viene dimostrato che gli gnostici ben fermi nelle proprie convinzioni, non respingono le visioni come fantasie o allucinazioni:
Non credere che la resurrezione sia phantasia. Essa non e’ illusione ma verita’.Piuttosto conviene dire che e’ il mondo un’illusione e non la resurrezione.Essa e’ la rivelazione di cio’ che non esiste e metabole’(trasferimento) a novita’. Pure tu puoi venire resuscitato a morte…perche’ non ti consideri come risorto? Coloro che dicono che prima si muore e poi si risorge si sbagliano. Invece si deve ricevere prima la resurrezione mentre si e’ vivi perche’ in questa carne Tutto esiste e bisogna dunque resuscitare.

Il teologo contemporaneo Jurgen Moltmann asserisce che la concezione ortodossa della resurrezione vuole significare la convinzione che la vita umana e’ inseparabile dall’esperienza corporea: se uno ritorna in vita lo puo’ fare solo fisicamente. Ecco che il nuovo Regno di Dio, che viene dopo la resurrezione dei morti non e’ solo la promessa della cancellazione dei peccati ma la certezza di una vita eterna dopo la morte, con tutto il corpo!

Non possiamo chiudere questo capitolo senza accennare all’ipotesi della morte apparente.
Giuseppe Flavio scrive che qualche volta i crocifissi (raramente) sopravvivevano dopo la deposizione.
Introdotta da Alessandro Magno e praticata in Palestina contro i ribelli, la crocifissione era secondo Cicerone: “La piu’ crudele, la piu’ obbrobriosa “ delle esecuzioni. Perche’ il giustiziato, che era stato prima flagellato, agonizzava per giorni, tormentato dalla fame, dalla sete, dagli insetti e dai rapaci, in convulsioni che frequentemente causavano la morte per asfissia o dissanguamento.
Non sono rari interventi di fronte ad atroci sofferenze, per accelerarne la morte quali lo spezzare le ossa e una spugna di vino speziato di droghe e veleno ( che secondo Giovanni Gesu’ Cristo bevve, ma per altri rifiuto’).
I fautori della morte apparente asseriscono che poiche’ la morte sulla croce era lenta ed inesorabile, e portava il condannato ad esaurimento durante lunghissimi giorni, possa essere stata evitata a Gesu’ che venne deposto nel giro di poche ore ( dall’ora sesta all’ora nona).
Il Golgota non era un luogo pubblico per le esecuzioni ma una proprieta’ privata di Giuseppe D’Arimatea ed i testimoni furono tenuti lontani ( Matteo 27, 55) C’erano molte persone che stavano a guardare da lontano… (Marco 15, 40) Vi erano pure alcune donne che stavano osservando da lontano, tra loro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e Salome’…
(Luca 23, 49 ) Tutti i suoi amici e le donne che lo avevano seguito dalla Galilea se ne stavano lontano osservando tutto cio’ che accadeva…
Il Vangelo attribuito a Giovanni invece dice il contrario ma sull’attendibilita’ di questi scritti si sono espressi molti studiosi ed e’ superfluo riparlarne. Piuttosto salta all’occhio la testimonianza ( unica nei Vangeli) della ferita al costato che provoca la fuoriuscita di sangue e siero, tipica di un corpo ancora vivo.

Accettando il presupposto sopra descritto, alcune incongruenze dei Vangeli invece collimano.
A Maddalena che non riconosce a tutta prima Gesu’ credendolo l’ortolano (sic) e poi esclama:
“Rabbuni!” Lui risponde “Non mi toccare!” in contrasto con l’atteggiamento che avra’ poi con gli Apostoli. E’ concepibile tre giorni dopo i tormenti, in uno stato ancora convalescenziale, e con le ferite in via di guarigione.
Ammissibile anche l’atteggiamento opposto, giorni dopo davanti agli Apostoli esterrefatti che lo credevano morto. Immaginatevi la scena:
- Ma come, non eri morto?
- E invece eccomi qua, vivo e vegeto
- E’ un fantasma
- Cosa dici, vieni a toccarmi e vedrai
- Io non ci credo
- Toccami e ci crederai pure tu, Tommaso. Ma adesso, datemi qualcosa da mangiare che ho una fame da lupi
- Abbiamo del pesce arrosto
- Buono…

L’argomento non e’ affatto esaurito, ma per procedere, occorre prima aver letto il capitolo seguente.

9.
BARABBA

A pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933) si legge di un uomo chiamato Barabba (leghomenon Barabban) "il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio"
che viene cosi’ riportato nei Vangeli:
Marco (Mc 15, 7):
"Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli e nel tumulto aveva commesso un omicidio"
(Lc 23, 19) "
...era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città e per omicidio"

Mentre la traduzione è:
"...si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio...", infatti le parole "dia stasin tina" possono essere tradotte con "in occasione di una sommossa", "poiché c'era stata una sommossa", "nel luogo della sommossa", "durante una sommossa", e’ invece errato tradurre "aveva preso parte ad una sommossa", e pure "aveva ucciso un uomo".
Questo non è scritto nel testo originale, è una forzatura che altera molto il senso della frase, facendo diventare arbitrariamente Barabba il soggetto di una azione che, invece, è stata compiuta dagli altri ribelli.La lettura dei vangeli sinottici, eseguita fedelmente alle versioni in lingua greca, ci dà buoni motivi per pensare che Barabba non fosse uno dei briganti che avevano commesso l'omicidio, ma solo che egli sia stato arrestato in concomitanza con la sommossa di cui altri erano responsabili. Ci dicono, tra l'altro, che costui non era uno sconosciuto ma un personaggio famoso.
(David Donnini, Il mistero di Barabba)

La osservazione più interessante la facciamo quando leggiamo la prima parte della nota 16 del Novum Testamentum. Essa dice che in alcuni antichi manoscritti, al posto di "legomenon Barabban" ( detto Barabba), troviamo quest'altra espressione: "Ihsoun Barabban " (Iesoun Barabban = Gesù Barabba). La nota ci conferma che il personaggio non si chiamava Barabba, ma che questo era un titolo, affiancato al suo vero nome: Gesù. Sembra che nel corso di quel processo, durante il ballottaggio per la scarcerazione di un prigioniero, Pilato abbia presentato al popolo due accusati: un certo Gesù, che i sacerdoti avrebbero condannato a morte perché aveva osato definirsi "figlio di Dio", e un altro Gesù, molto noto a tutti col titolo di "Barabba”
Ci sono forse due Gesu’ in prigione? Troppa grazia, verrebbe da dire. Senonche’ la confusione aumenta se prendiamo in considerazione altri due fattori.
Il primo e’ il cosiddetto processo nel Sinedrio, che non poteva essere un processo vero e proprio essendo celebrato di notte e senza l’osservanza di quelle regole di cui il popolo ebraico e’ scrupoloso esecutore. Potrebbe trattarsi di un interrogatorio informale durante il quale il Sommo Sacerdote Caifa chiede: “Sei dunque tu il figlio di Dio?” il che non e’ francamente possibile, perche’ agli ebrei osservanti non e’ permesso pronunciare il nome di Dio.
E’ sempre David Donnini a suggerire una soluzione:
La risposta è semplicissima, gli ebrei usavano molti termini diversivi per riferirsi a Dio (Adonai, Eloah, il Signore, il Padre...). Anche Gesù, nei racconti evangelici, parla spesso di Dio ma, rivolgendosi ad un pubblico di ebrei ed essendo egli stesso un ebreo, usa uno di questi termini diversivi: "il Padre mio", "il Padre che è nei cieli". Nel vangelo secondo Marco (Mc 14, 36) leggiamo: "Abbà, Padre, tutto è possibile per te", in cui compare sia il termine tradotto (Padre) che quello originale usato dagli ebrei (Abbà). Ed ecco che per gli ebrei del tempo di Gesù "figlio di Dio" poteva essere reso piuttosto con "figlio del Padre". Anche nella liturgia latina troviamo comunemente "filius Patris", che è proprio la traduzione letterale dell'espressione usata dagli ebrei, nella corrente parlata aramaica, e quindi anche dal sommo sacerdote Caifa: "bar Abbà". Mentre in italiano, in mancanza del tabù ebraico, essa si è potuta trasformare senza problemi in: "figlio di Dio".L'espressione "bar Abbà", può essere condensata, e diventa così "Barabba". La contrazione è del tutto normale: Barnaba, Bartolomeo... si tratta di termini di derivazione aramaica per "figlio di...". E' assolutamente sorprendente che, ai giorni nostri, a nessun cristiano educato e catechizzato sia mai stata fatta notare la questione, non del tutto irrilevante (!!!), che il termine Barabba corrisponda all'espressione usata dagli ebrei dei tempi di Gesù per dire figlio di Dio!

Esiste poi un’altra ipotesi:
Per ben due volte nei Vangeli Gesu’ viene chiamato “Rabbuni”. Una prima volta da un cieco guarito, e la seconda volta dalla Maddalena. Rabbuni e’ un modo enfatico di Rabbi, rabbino, cioe’ un ermeneutico profondo conoscitore di testi sacri.
Molti indizi lo lasciano supporre: Gesu’ al Tempio all’eta’ di dodici anni discute con i sacerdoti lasciando intravedere una precoce predisposizione, poi le prediche, le visite al tempio dove esegue letture pubbliche ( Luca 21, 37 Durante il giorno insegnava al tempio…), e le continue citazioni
che molti esperti ebraici come H.L.Strack, P.Billerbeck e Ben Chorins dichiarano come: l'accumularsi di un certo tipo di massime e di pensiero che dà un aspetto inconfondibile di fronte alla tradizione rabbinica. …
Per la verita’ un Rabbi avrebbe dovuto essere sposato, e tra gli ebrei i matrimoni si celebravano tra parenti che univano figli ancora adolescenti.
Dai Vangeli e’ cancellato ogni sia pur minimo accenno ad un eventuale matrimonio di Gesu’, fondamento del celibato sacerdotale, ma in molti vangeli Apocrifi si asserisce il contrario.
Nel vangelo di Filippo e’ scritto:
“La consorte di Cristo e’ Maria Maddalena.Il Signore amava Maria piu’ di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca. Gli altri discepoli seccati gli dissero: -Perche’ ami lei piu’ di tutti noi?-
Il Salvatore rispose: - Perche’ non amo voi come lei?-
Con qualche forzatura ( un’ennesima, in fondo) si potrebbe ricostruire pure un percorso che attraverso scritti e testimonianze portano al matrimonio con la Maddalena.
Intanto Gesu’ scompare dalla circolazione all’eta’ di dodici anni per ricomparire verso i trenta ( un viaggio in India attraverso le Porte d’Oriente di Efeso? Mah). E’ plausibile quindi l’impossibilita’ dei parenti di imporgli un matrimonio. Ricompare e si aggrega alla setta degli Esseni dopo l’incontro con Giovanni Battista e la sua iniziazione pubblica nel fiume Giordano. Questa setta e’ rigorosissima nella castita’ e purezza ed e’ quindi motivo di scandalo il fatto che Gesu’ si unisca a donne che lo seguono nella predicazione, ne finanzino le imprese, e persino che una di esse (un’adutera? Si giustificherebbe il tentativo di lapidazione da cui Lui la salva) arrivi al matrimonio. In questo caso si giustificherebbero le nozze di Cana in cui la madre gli segnala che gli ospiti hanno finito il vino ( che senso avrebbe segnalarlo a Lui, se lui non fosse il padrone di casa?).
Inoltre, la casa di Betania dove vivono le sorelle di Lazzaro, sarebbe la casa dei suoi cognati, dove lui si ferma spesso. In una di queste cene, mentre Marta cucinava e Lazzaro sedeva a mensa con lui, la Maria che lo unge di spezie preziose altri non e’ che la Maddalena. E pure quando prima dell’ingresso a Gerusalemme dice ai discepoli: (Marco 11, 2) Andate a Betania nella borgata che vi sta di fronte e appena entrati troverete un puledro legato…scioglietelo e menatelo qui. Se qualcuno vi dira’, perche’ fate questo? Rispondete, il Signore ne ha bisogno ma ve lo rimandera’ subito… non c’e’ nulla di miracoloso o di profetico, semplicemente manda qualcuno a casa della moglie a ritirare un puledro che Giovanni trasformera’ in un asino per far collimare l’avvenimento con una profezia!
Accettando queste ipotesi, ci troviamo di fronte a Ponzio Pilato che non e’ quel tenero virgulto pieno di dubbi descritto nei Vangeli ( leggasi in proposito Giuseppe Flavio ) bensi’ un prefetto romano che teneva la provincia con un pugno di ferro e che secondo l’usanza e’ disposto a liberare un condannato per un reato minore ( mai avrebbe liberato un ribelle macchiatosi dell’omicidio di un suo legionario) e, ammesso che abbia chiesto alla folla: “Chi volete liberare, il Figlio di Dio o il Rabbi?” E’ scritto che la folla rispose: “Bah Rabbi! Bah Rabbi!” cioe’ libera il rabbino cancellando di fatto l’ignominiosa menzogna ellenico-cristiana che fa scrivere a Matteo (27, 25): “ Crocifiggilo! Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli.” e che Pilato, docile, lo consegno’ loro perche’ si adempiesse la volonta’ del popolo. Ma quando mai? Gli ebrei non avevano bisogno di alcuna autorizzazione per sentenze di morte emanate dal Sinedrio che avvenivano per lapidazione.
Gesu’ Cristo venne trascinato per la Via Crucis da centurioni che lo crocifissero secondo gli usi, i costumi e la legge romana.
Che lo crocifissero sembra un episodio incontrovertibile, mai contestato nemmeno dai piu’ ferventi oppositori del cristianesimo. Il problema e’ che arrivati a questo punto ci troviamo davanti a due Gesu’, uno crocifisso lontano da testimoni e forse non morto, l’altro che se ne torna dai discepoli che lo credono giustiziato, e dopo averli spaventati mangia pesce arrostito con loro.
( A proposito, se mangiano pesce arrostito, non essendo tra i piu’ abbienti, e’ piu’ probabile che lo facciano in Galilea, dove esercitano la professione di pescatori che non a Gerusalemme. Ma sto divagando). Per non confonderci con tanta abbondanza di materiale, occorre fare un passo indietro.

Fin dagli albori della civilta’ la materia religiosa era patrimonio del Faraone o del Re-Sacerdote che discendendo dalla divinita’ o rappresentandola promulgava leggi in suo nome. (In qualche modo lo fa pure Mose’ che promulga le leggi del suo popolo dopo averle ricevute da Dio).
Una evoluzione di tale concetto religioso furono i Misteri, culti del mondo classico alternativi delle religioni ufficiali, con elementi iniziatici e finalizzati al conseguimento della salvezza individuale.
Con la fine dei Misteri, la religione e la filosofia nel mondo ellenico non sono piu’ patrimonio di pochi iniziati, ma vengono discussi nelle piazze e nei propilei a cominciare dai presocratici. Essendo scomparso il sacerdote, unico depositario di una verita’ rivelata la cui diffusione e’ strettamente controllata, ne consegue il fiorire di racconti leggendari e mitologici spesso in contrasto tra loro che tutti insieme pero’ hanno la funzione di accrescere il patrimonio etico e morale della comunita’. Non mi dilungo su questo argomento che ci porterebbe lontano, cito solamente Omero in quanto primo esempio di mitologia occidentale scritta.
Alla fine dell’Odissea, Omero scrive che Ulisse visse i suoi giorni sereni a Itaca finche’ trovo’ una serena morte in mare alla ricerca di popoli che mangiano pane non salato.
Il mito pero’ continua e alcuni racconti postumi fanno morire Ulisse per mano di suo figlio avuto da Circe che non riconoscendolo lo trafigge con una lancia armata di un pungiglione mortale.
Nella tradizione italica si conoscono racconti di Ulisse in Etruria che sfociano fino all’Eneide.
Un altro caso di moltiplicazione del mito e’ rappresentato da Elena. Com’e’ possibile che dopo dieci anni di assedio e innumerevoli sofferenze i troiani non decidessero di restituire Elena a suo marito? La risposta e’ che Elena non fosse presente nella citta’ ma vi fosse solamente un simulacro. E qui il mito racconta di come lei e Paride vennero fatti prigionieri…
Allo stesso modo, in un’epoca proto-cristiana con la moltiplicazione di testi iniziatici, allucinazioni mistiche, e racconti sempre piu’ enfatizzati, non deve stupire il moltiplicarsi di racconti leggendari di cui si e’ persa la radice.
A Lione, una provincia molto lontana dall’origine del movimento cristiano, opera il Vescovo Ireneo, il piu’ accanito oppositore dell’eresia. Come mai cosi’ lontano?
Non lo e’ poi molto, se si considera che ben due Erode sono stati esiliati da quelle parti, presumibilmente con il loro seguito, e che una comunita’ proto-cristiana sta trasferendo da quelle parti usanze e riti non canonici.
E’ in quella comunita’ che nasce la storia leggendaria di Maria Maddalena approdata in Provenza al seguito di Giuseppe d’Arimatea, incinta o addirittura con Gesu’ in persona, in fuga dalla Palestina. Questa credenza fa nascere il mito della setta segreta dei Templari e della ricerca del Santo Graal di cui parleremo in un capitolo a parte.
Un altro filone leggendario vede Gesu’ che predica in India un altro ancora lo fa morire in Giappone. Altri lo riconoscono vittima della strage di Quamala, altri ancora lo vedono suicida insieme ai martiri di Masada. Altri lo vogliono morto a Roma all’eta’ biblica di 70 anni.
Il mito e’ fondatore. Il mito si autogenera e si moltiplica, ma attenzione: l’origine del cristianesimo e’ un fatto storico, non e’ un mito. Qui stiamo cercando di dividere fatti storici da leggende e di capire, se possibile, alla luce anche delle nuove scoperte archeologiche, fin dove e’ possibile accertare storicamente l’esistenza di Gesu’, detto il Nazareno.
Alla luce dei nuovi ritrovamenti, dicevo. Perche’ frotte ordinate di menti eccelse si sono arrovellate attorno a questo problema, per secoli.

10.
GLI STUDI

Furono gli Illuministi a chiedersi per primi se Gesu’ Cristo fosse una figura storica. Tutto lo sforzo intellettuale precedente, fu quello di tentare di armonizzare i quattro Vangeli in un’unica storia coerente.
Secondo Samuel Reimarus professore di lingue orientali ad Amburgo attorno al 1730, ( Apologia degli adoratori razionali di Dio; pubblicata postuma da Gotthold Ephraim Lessing nel 1778)
Si deve distinguere tra l'intento che Gesù perseguiva, e quello dei suoi discepoli.
Secondo lui, Gesù sarebbe stato un Messia politico ebraico, un liberatore degli Ebrei dal dominio straniero; messo a morte, non avrebbe raggiunto il suo scopo. I suoi discepoli, allora, volendo tornare alla propria condizione precedente, avrebbero potuto rubare il cadavere di Gesù, per inventare la sua risurrezione e l’annuncio del suo ritorno, creando in tal modo una nuova religione.
I discepoli sarebbero stati dunque gli inventori della figura del Cristo Risorto.
L'impressione suscitata fu grande, ed il rigetto del libello unanime. Tuttavia Reimarus aveva per la prima volta posto il problema che contrassegno’ l’Illuminismo: Gesù della storia e il Cristo della rivelazione sono la stessa cosa, visto che storia e dogma sono due cose diverse?

Forse la rappresentazione di Reimarus di un Gesù rivoluzionario, era esatta: Gesù era a suo modo un rivoluzionario ma certamente non un politico, o forse lo era suo malgrado; e aveva ragione quando sosteneva che il Gesu’ dei Vangeli, specie quello di Giovanni, non era aderente alla figura storica. Ma se l’intento della ricerca era encomiabile, l’Illuminismo animato dal razionalismo e dall’intento antidogmatico, non era maturo per un’analisi imparziale, cosi’ vennero alla luce studi
( W.F.Hegel, David F. Strauss, lo stesso Renan ) che descrivevano Gesu’ come moralista, protosocialista, virtuoso della parola o figura ascetica, modernizzando il suo pensiero e tradendone, forse, le intenzioni..
Il lavoro piu’ interessante, seppure impostato in modo ironicamente critico, rimane Il Dizionario Filosofico di Voltaire, che tra le voci alfabetiche di ogni genere, ogni tanto inseriva brani di Scritture secondo lui criticabili.
In sintesi potremmo affermare che l’indagine illuministica attorno alla vita di Gesu’, non fu mossa da fini storici o prettamente scientifici, ma era la leva filosofica per rimuovere l’oscurantismo e il dogma con cui la chiesa aveva per secoli proibito l’accesso alla lettura delle Sacre Scritture.
L’influenza degli illuministi condiziono’ questo genere di studi fino al XIX secolo malgrado ogni intenzione contraria.
I teologi si limitarono a controbattere a questi tentativi di ricostruzione storica; nel 1892 si riaccese il dibattito a causa di uno scritto di Martin Kähler che era titolato: Der sogenannte historische Jesus und der geschichtliche, biblische Christus, titolo emblematico che distingue Gesu’ storico (historisch) da storico in quanto geschichtlich. Dividendo l’uomo di Nazareth e i puri e semplici fatti del passato, con il Cristo Salvatore predicato dalla Chiesa, arrivando ad una conclusione sorprendente: solo il Cristo biblico e’ comprensibile per noi, quindi solo quello ha significato durevole.

Nel 1906 compare un testo fondamentale per la critica cristologia che influira’ su tutta la prima meta’ del secolo. Lo scrive Albert Schweitzer , un biblista evangelico svizzero, grande organista che dal 1933 si ritira in un lebbrosario del Gabon e a cui viene assegnato il Premio Nobel per la pace nel 1953. Egli titola la prima edizione della sua Storia della ricerca sulla vita di Gesù Da Reimarus a Wrede con un chiaro riferimento al primo filosofo che si sia posto il problema di un identikit del Gesu’ storico. Egli scrive:
Il problema storico della vita di Gesu’ puo’ essere considerato come sostanzialmente risolto sulla base delle conoscenze acquisite dall’escatologia tardo giudaica.
Schweitzer respinge la ricostruzione fatta sulle due fonti Marco e Matteo, secondo lui troppo inquinate da aggiunte successive e abbraccia la teoria di Weiss sulla prospettiva apocalittica di Gesu’ che vede in se’ stesso il Messia segreto che con la propria morte causera’ la fine del mondo, ma ne conseguira’ un completo insuccesso. Ritiene che il nocciolo della sua predicazione vada individuato nell’invio dei discepoli alla predicazione del suo Vangelo (Matteo 10 ). Al loro ritorno comprende che la sua missione e’ impossibile e riflettendo su Isaia53, matura in lui l’idea del sacrificio personale per salvare i suoi. La sua morte non e’ dunque quella di un Messia, ma di un fanatico religioso nobilitata dal sacrificio personale.

Anni dopo la teoria di Kähler fu ripresa da Rudolf Bultmann che nel 1929 scriveva:
Io sono indubbiamente del parere che noi non possiamo sapere più nulla della vita e della personalità di Gesù, poiché le fonti cristiane non si sono interessate al riguardo se non in modo molto frammentario e con taglio leggendario, e perché non esistono altre fonti su Gesù.
Continuava affermando che nei Vangeli noi non troviamo il Gesu’ della storia ma quello della catechesi, e che pertanto non possiamo usare i Vangeli per una ricerca storica.
Non si puo’ pretendere di ricostruire la vita di Gesù avendo come riferimento i Vangeli perche’ non possiamo cercare in essi quello che non c'è e quand'anche le ricostruzioni storiche fossero attendibili, esse non avrebbero nulla da dire al credente, perché egli, con la Fede, si disinteressa della storia.
Benche’ Bultmann esercitasse un’influenza fortissima sulla ricerca del XX secolo, gli furono mosse varie obiezioni dagli studiosi piu’ moderni: intanto non convinse la sua rinuncia a collocare storicamente e cronologicamente gli avvenimenti relativi all'uomo Gesù: anche se la sua figura e’ stata enfatizzata dagli evangelisti, essa poneva obiettive difficoltà pensare che questa idealizzazione fosse stata talmente radicale da far scomparire totalmente un personaggio dalla storia.
Nel 1941 comparve La vita di Gesu’ dell’abate Ricciotti, un vero best-seller che raggiunse in pochi anni varie edizioni e la traduzione in 15 lingue. E’ un’opera divulgativa ma al contempo un importante preludio a cio’ che saranno gli orientamenti successivi. Con il Ricciotti si apre il sipario sul pensiero cattolico, da sempre riluttante a confrontarsi in materia di Fede.

Un allievo di Bultmann, Ernst Käsemann si espresse contro le sue teorie nel 1953 con un noto articolo dal titolo: Il problema del Gesù storico (The Problem of Historical Jesus, in Essays on New Testament Themes, SBT 41, London, 1964) epuò essere considerato l’inizio della cosiddetta Nuova ricerca sul Gesù storico.
Seguirono pubblicazioni di James Robinson, Günther Bornkamm, J. Jeremias, J. L. Hromàdka, N. A. Dahl, B. Reicke, P. Althaus, O. Cullmann, W. Grundmann, O. Michel, W. Michaelis, H. Riesenfeld, L. Goppelt, G. Delling e Francesco Lambiasi.
Nella sua Teologia del Nuovo Testamento Leonhard Goppelt scriveva:
Per la tradizione dei Vangeli è di primaria importanza l'integrazione tra il ministero terreno di Gesù e il kérygma [= messaggio della Chiesa primitiva], in modo che il primo diventi la base che sostiene il secondo. Questa «reminiscenza» di Gesù rimane, in modo particolare nei grandi Vangeli, l'intenzione primaria[... Se vogliamo esporre la teologia neotestamentaria mantenendone la struttura intrinseca, dobbiamo porre anzitutto il problema del Gesù terreno.
L’orientamento prevalente di questo periodo sembra il seguente: noi possiamo conoscere molto bene ciò che Gesù stava per compiere, possiamo conoscere una buona parte di quel che disse e questi due aspetti diventano significativi all'interno del giudaismo del primo secolo.

Recentemente Tom Wright ha dato un nuovo impulso alla ricerca del Gesù storico, dopo un periodo di stagnazione della precedente indagine movendo alcune critiche alla precedente ricerca: l’eccessiva importanza data alle forme letterarie dal contesto che da’ importanza esclusivamente a criteri di dissomiglianza di Gesù dall’ambiente giudaico e dalla Chiesa, che rischiano di creare una sorta di Gesù estrapolato dal suo ambiente; l’enfasi posta sulla teologia dell’annuncio evangelico come criterio per il recupero di Gesù.
Quest’ultima ricerca ha sfatato alcuni luoghi comuni della precedente, ad esempio nella tendenza a negare o demitizzare i racconti miracolosi, dei quali cerca di ritrovare non la spiegazione scientifica o metafisica, bensì la loro percezione popolare.
Si afferma generalmente in modo più fiducioso il valore storico delle fonti primarie e dei Vangeli canonici.
Lo studioso David Flusser all’inizio della sua monografia su Gesù scriveva:
Questo libro è stato anzitutto scritto per dimostrare che è possibile scrivere una vita di Gesù. Certo, possediamo più notizie sugli imperatori a lui contemporanei e su alcuni poeti romani, ma accanto allo storico Giuseppe Flavio e forse Paolo, Gesù è l’ebreo post-testamentario sulla cui vita e dottrina siamo meglio informati.

Nonostante le solenni dichiarazioni di neutralità, dietro ogni sforzo di ricostruire il Gesù storico in ogni periodo di studi affiorano le motivazioni ideologiche: neo-positivismo (E. P. Sanders), teologia della liberazione (Marcus J. Borg, Douglas E. Oakman, Richard A. Horsley), rapporto con l’ebraismo in senso troppo giudaizzante (E. P. Sanders) o troppo poco (J. D. Crossan).
E nella ricerca moderna privilegiando la tradizione dei miracoli da un lato e i papiri magici dell’altro, si ha un Gesù mago (Morton Smith), un pio taumaturgo ed esorcista (G. Vermes); privilegiando la tradizione dei detti sapienziali a discapito di quelli escatologici emerge un Gesù sapiente (F. Gerald Downing, J. D. Crossan), oppure, seguendo il procedimento opposto, un profeta escatologico (Ben F. Meyer, E. P. Sanders, J. Charlesworth). L’accento sulla tradizione della morte di Gesù ne può fare un rivoluzionario prozelota (Samuel G. F. Brandon) o un pacifista vittima dell’oppressione; l’attenzione al contesto giudaico ne fa un Rabbi (David Flusser, Bruce D. Chilton) o un fariseo illuminato (Harvey Falk), mentre l’attenzione a quello ellenistico lo dipinge come un filosofo cinico (F. G. Downing, Burton L. Mack1, J. D. Crossan).
L’enorme varietà dei risultati non pone in questione il valore storico dei Vangeli, ma piuttosto la varietà dei metodi e delle opzioni degli studiosi.
( Ho perso il nome dell’autore di questo brano)

Secondo lo studioso Geza Vermes ( Gesù l’ebreo 1973) la figura di Gesù corrisponde a quella dei rabbi carismatici, in particolare Honi e Hanina ben Dosa.

Ed Parish Sanders descrive Gesù come un uomo che condivise la speranza escatologica ebraica come l’attesa di un grande intervento di Dio per la restaurazione di Israele, radicalizzandola e proclamandola imminente; la sua condanna a morte sarebbe stata suscitata dal timore provato dagli Ebrei nel veder crescere il suo movimento. Sanders, come altri studiosi ebrei (M. Buber) o «laici» (tra i quali gli italiani postmodernisti Omodeo, Salvatorelli, Martinetti, Parente) ritiene storica la predicazione escatologica e la rivendicazione messianica di Gesù (in opposizione a Vermes). Sanders rigetta la visione di Gesù come santo o maestro, che non spiega le conseguenze della sua attività pubblica - specie la morte - per quella di un Gesù restauratore di Israele.

Nel 1985 usci’ un lavoro interessante intitolato The Five Gospels: What Jesus Really Said (I cinque Vangeli: che cosa Gesù ha detto veramente) a cura dello Jesus Seminar, un’associazione che raccoglie un gruppo di studiosi che per diversi anni si sono riuniti analizzando ogni passo evangelico e votandolo con una pallina rossa se a loro parere quella frase poteva attribuirsi certamente a Gesu’, rosa probabilmente, grigia poco probabile e nera certamente impossibile.
Ne usci’ un Vangelo a colori con l’82% delle frasi attribuite a Gesu’ che sicuramente non aveva pronunciato. Della preghiera “Padre Nostro” furono considerate autentiche solamente le parole Padre e Nostro, di tutto il discorso della montagna, solamente: “Beati gli affamati, i poveri ed i tristi”. In Marco solo il “Date a Cesare” (17,22). In Matteo: "Porgi l’altra guancia"; (5,38-39)
Il titolo si riferisce a cinque vangeli in quanto viene analizzato anche quello di Tommaso, ritenuto apocrifo. Giovanni, benche’ inserito nel titolo, è del tutto ignorato.

Un notevole impulso alla ricerca del Gesu’ storico, arrivo’ nel dicembre 1945 con i ritrovamenti dei testi copti di Nag Hammadi, e nel 1957 a Qumran, quando l’archeologo gesuita O’Callaghan asseri’ di aver trovato un frammento del Vangelo di Marco che ne attestava l’esistenza gia’ dal 50 d.C.
Cominciamo da quest’ultimo.

11.
QUMRAN

Dopo anni di scavi per il recupero dei famosi Papiri del Mar Morto, nel 1955, dalla grotta7 di Qumran venne recuperato un frammento di papiro denominato 7Q5 di circa quattro centimetri per tre che riportava alcune lettere greche:
E
YTONH
KAITI
MMHS
THSA

che l’esperto papirologo gesuita Joseph O’Callaghan, , sulla base della coincidenza delle lettere con il testo conosciuto del Vangelo di San Marco credette di poter far risalire al versetto (Mc 6-52,53) «...perchè non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito. Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret...» che padre O’Callaghan dato’ come scritto prima del 50 e non dopo la distruzione di Gerusalemme.
Il ritrovamento di un Vangelo originale scritto meno di vent’anni dopo la crocifissione, all’ apparenza un contributo straordinario alla dottrina storica della Chiesa, in realta’ si rivelo’ una pericolosa bomba ad orologeria e fu l’intransigente Padre De Vaux, dell’Ecole Biblique di Gerusalemme, l’unica autorizzata dalle autorita’ cattoliche ad analizzare i reperti di Khirbet Qumran che a capo del suo gruppo di specialisti contesto’ la datazione del reperto.
Erano tempi in cui la comunicazione viaggiava a fatica, ma la notizia che nel Mar Morto si fossero ritrovati i papiri che attestavano l’autenticita’ delle Sacre Scritture, fece in un baleno il giro del mondo. E pensare che delle migliaia di papiri ritrovati, quello che interessava la Chiesa Cattolica era un solo frammento grande poco piu’ di un francobollo!
Molti hanno accusato polemicamente l'Ecole Biblique d’aver segregato materiale Qumraniano sottoponendolo esclusivamente a ricercatori di provato allineamento cattolico e contrastando l'accesso ad altri studiosi per impedire, secondo le accuse, che dall’analisi dei reperti potessero nascere nuove interpretazioni a proposito delle origini del cristianesimo.
Forse il sito archeologico di Khirbet Qumran nascondeva qualche indizio che potesse dimostrare tali nuove sconvolgenti teorie?
Dalla polemica attorno al reperto 7Q5 parrebbe proprio di si’.
Infatti, se si riconosce come valida la teoria di Padre O’Callaghan ( e c’e’ qualche motivo per dubitarne) occorre giustificare la presenza di tale Vangelo a Qumran, sede degli Esseni, un insediamento monastico abitato dalla setta ebraica che seguiva una dottrina di ascetismo e purezza, per molti aspetti simile a quella dei primi cristiani. Il fondatore (chiamato Maestro di Giustizia) predicò una vita di povertà, lontana dai fasti di Gerusalemme: i suoi seguaci, rifugiatisi nel deserto, dividevano comunitariamente il frutto del loro lavoro e si dedicavano allo studio e alla riflessione sulle sacre scritture. a cui aveva aderito anche Giovanni il Battista, precursore e Maestro di Gesu’ Cristo, e da cui derivavano la setta degli Eboniti e dei Nazareni.

Per rendere l’idea di quanto difficile sia l’interpretazione di un ritrovamento e di come fioriscano polemiche alcune volte pretestuose altre interessate, tutte nell’ambito della piu’ assoluta incertezza scientifica delle traduzioni, delle datazioni, delle traslitterazioni e del loro collocamento storico, riporto qui di seguito una parziale cronaca delle dichiarazioni accademiche che fecero seguito alle dichiarazioni di Padre O’Callaghan.
Ho gia’ riportato le intransigenti dichiarazioni di Padre De Vaux dell’Ecole Biblique di Gerusalemme a cui fece seguito il prestigioso Pontificio Istituto Biblico che dopo qualche incertezza abbraccio’ le teorie del gesuita pubblicando sulla sua rivista i risultati della ricerca.
Alcuni stimati studiosi si schierarono contro queste attribuzioni, soprattutto Kurt Aland a Münster e Maurice Baillet, ma seri studiosi quali Jean Carmignac e John A. T. Robinson pubblicarono due libri schierandosi con Padre O’Callaghan, osteggiati da alcuni eminenti papirologi della California University che usarono i computer per confutarne la validita’.
Tuttavia nel 1984 il prof. Carsten Peter Thiede, papirologo di Paderborn, difese l’attribuzione di O’ Callaghan, dandola per certa, e riaccese la discussione. Subito alcuni si schierarono contro Thiede, rigettando completamente l’attribuzione, come Hans Udo Rosenbaum; altri la considerarono non impossibile, ma neppure certa, come Camille Focant. Nondimeno alcuni, tra cui la grande papirologa italiana Orsolina Montevecchi, avevano accettato l’attribuzione senza riserve. Nell’ottobre del 1991 venne indetto all’Università Cattolica di Eichstätt un convegno, nel quale si schierarono a favore dell’identificazione Ferdinand Rohrhirsch, Harald Riesenfeld ed Eugen Ruckstuhl, e contrari Camille Focant e Stuart R. Pickering; grande eco ebbe il parere favorevole di Herbert Hunger, papirologo dell’Università di Vienna. Nel 1992 Thiede ottenne un’analisi microscopica del frammento 7Q5 che venne effettuato dal laboratorio della polizia israeliana, e ritenne confermata la lettura di una lettera avanzata da O’ Callaghan.

Questo solo per dimostrare come in questo campo non esistano certezze.
E allora non ci rimane altro che usare la nostra testa.
In cosa consiste la controversia?

L’attribuzione proposta da O’ Callaghan per 7Q5, era:

Attribuzione di 7Q5 secondo O’ Callaghan:
[…] infatti non avevano capito riguardo ai pani, ma era il loro cuore accecato. Ed avendo attraversato, giunsero a Genezaret ed approdarono.

Una difficoltà per l’attribuzione del frammento in questione al Vangelo, è data dalla sticometria, ovvero dal calcolo delle lettere che devono comporre ogni riga di papiro; se le lettere di 7Q5 fossero parti del testo di Marco, occorrerebbe accettare nel testo che riportavano la mancanza di tre parole. Infatti, il testo marciano testimoniato da tutti i manoscritti è:

Infatti non avevano capito riguardo ai pani, ma era il loro cuore accecato. Ed avendo attraversato, giunsero a Genezaret ed approdarono sulla terra.

La mancanza dell’inciso sulla terra (epì tên gên) nel nostro papiro è una difficoltà, anche se non insormontabile.

Altro problema, la lettera tau della terza riga, che dovrebbe essere un delta; anche la lettera che Thiede asserisce essere una ni, in seguito all’analisi microscopica di cui sopra, per la maggioranza dei papirologi pare non poterlo essere. In effetti essa, nella parte che ne rimane, è notevolmente diversa dalla ni che chiaramente si legge alla riga quattro. Anche altre lettere sono di dubbia lettura. Se le prove a favore della tesi di O’ Callaghan – Thiede sono deboli, numerose sono quelle contrarie.
(G. STANTON, La verità del Vangelo, trad. ital., Cinisello Balsamo, San Paolo, 1998,)

Credo sia chiaro il procedimento per l’identificazione e la traslitterazione del reperto: si prende il frammento e lo si inserisce in un programma al computer che ha memorizzato lo schema quasi sempre fisso delle linee di scrittura e del numero di lettere per pagina. Con tale sovrapposizione il computer offre una serie di possibilita’ tra le quali lo studioso puo’ scegliere quella che piu’ gli aggrada.

Wilhelm Nebe, per esempio, aveva ipotizzato nel 1997 che alcuni dei frammenti della grotta7 fossero passi di un apocrifo dell’Antico Testamento a noi noto, I libro di Enoc(103, 3-4)
Padre Émile Puech dell’École Biblique di Gerusalemme disse invece che si trattava di Timoteo
(3,16 – 4,1-3). Vediamo come:

Enoc:
[…] poiché cose buone, la gioia e l’onore sono state preparate e scritte per le anime dei pii defunti; ed essi gioiranno, e non moriranno le loro anime né la memoria […]

Timoteo:
[…] ma lo Spirito delle parole dice che in tempi posteriori apostateranno alcuni dalla fede aderendo a spiriti ingannatori e ad insegnamenti di demoni […]

Appare chiaro come a qualsiasi affermazione fatta da un papirologo che studia questo genere di materiali, ne equivale una uguale e contraria…

(E. JUCCI, I manoscritti ebraici di Qumràn: A che punto siamo?, Istituto Lombardo (Rendiconti Lettere) CXXIX (1995), pp. 243-273, reperibile anche all’indirizzo http://dobc.unipv.it/SETH/achepunt.htm.)

Inoltre, mi permetto d’aggiungere io, il ritrovamento collima sempre con testi CHE ABBIAMO RITROVATO ma non sappiamo se fanno parte di testi perduti per sempre.
E non e’ cosa di poco conto.

12.
NAG HAMMADI

Abbiamo visto come il ritrovamento del frammento di Qumran abbia aperto nuovi interrogativi.
Il primo: esiste una versione del Vangelo di Marco precedente a quello riconosciuto dalla Chiesa?
La risposta affermativa aprirebbe un nuovo discorso su tutti i Vangeli che altro non sarebbero che la redazione stratificata e la selezione accurata dei testi raggruppati sotto questo titolo, usati per la costruzione progressiva dell’immagine teologica di Gesu’ Cristo.
In realta’ gia’ da tempo si conoscevano frammenti di manoscritti che potevano farsi risalire a versioni di vangeli precedenti a quelli conosciuti ma le uniche notizie storiche ci erano state tramandate soltanto da chi ne affermava l’eresia.

"...nel Vangelo che essi (gli Ebioniti) usano, detto "secondo Matteo", ma non interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano "ebraico"... hanno tolto la genealogia di Matteo...". (Epifanio, Haer., XXX, 13, 6).
"...(gli Ebioniti) seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo e rifiutano l'apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge...". (Ireneo, Adv. Haer., I, 26).
"...Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza esatta del Signore...". (Ireneo, Adv. Haer., III, 11).
"...costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell'apostolo (Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri...". (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27).
"...(I Nazarei) posseggono il Vangelo secondo Matteo, assolutamente integrale, in ebraico, poiché esso è ancora evidentemente conservato da loro come fu originariamente composto, in scrittura ebraica. Ma non so se abbiano soppresso le genealogie da Abramo fino a Gesù...". (Epifanio, Haer. XXIX, 9,4).
"...(I Nazarei) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l'apostolo (Paolo)...". (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, ).
"...(I Nazarei) hanno usato soltanto il Vangelo secondo Matteo..."(Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II,).
"...Essi sono Giudei che onorano Cristo come uomo giusto e usano il Vangelo chiamato secondo Pietro...". (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. I ).
Il secondo interrogativo riguardava la comunita’ di Qumran, la cui esistenza storica era accertata
( venne definitivamente distrutta da Vespasiano nel 68 d.C.) e che poteva farsi risalire agli Esseni, autori con Ebioniti e Nazareni di tutta quella letteratura proto-cristiana prodotta da comunità post-giudaiche e rispettose della legge mosaica, che rifiutavano le idee di Paolo. Il primo dei due termini significa "i poveri", ed è coerente con lo stile di vita frugale della setta Qumraniana, che negava il possesso privato di beni materiali sulla base di una totale condivisione sociale, respingevano le donne, i peccatori, i malati (Giuseppe Flavio, Storia dei Giudei) e forse da qui nasce lo scandalo di Gesu’ che aveva al seguito un gruppo di donne che lo accudivano e ne finanziavano le imprese:
Non si chiede forse al medico di andare dove sono i malati? Cosi’ io vado in mezzo ai peccatori…
Forse nasce da qui lo scisma ( rappresentato allegoricamente con lo squarcio del cielo) di Gesu’ che con pochi discepoli al seguito, scende per la SUA predicazione. Forse e’ a questa scissione che fanno riferimento gli scritti Esseni quando citano un Maestro di Giustizia ( che alcuni studiosi identificano come Giovanni il Battista ) e il Sacerdote Empio ( che qualcuno identifica con Gesu’, altri con Paolo ).
Il secondo termine è lo stesso titolo che accompagna il nome di Gesù nella narrazione evangelica (Iesous o Nazoraios) e che, come abbiamo gia’ documentato, non ha niente a che fare con la città di Nazareth.

E’ a questo punto che compare la scoperta archeologica piu’ importante di tutta la storia del cristianesimo. Ce la racconta lo stesso scopritore, Muhammad Ali’ al-Samman, nelle memorie dettate a J.M. Robinson che le pubblico’ a New York nel 1977:

Si trovava insieme ai fratelli a nord ovest di Luxor, tra Denderah e Panopolis nei pressi del cimitero pacomiano ai piedi della scogliera di Djebel el Tarif.
Stavano raccogliendo "sabakh", il terreno fertile che rivendevano nel loro villaggio, quando scoprirono un’anfora rossa alta poco piu’ di un metro che il giovane ruppe nella speranza di trovarvi un tesoro e vennero alla luce i 13 libri rilegati in cuoio, con pagine scritte in copto su papiro, che il giovane nascose a casa sua ad al-Quasr sotto il cumulo di foglie da ardere e ne prese uno che porto’ dall’Imam del luogo per un’analisi. Rilevatane l’importanza, il religioso Al-Qummus Basiliyus li invio’ al suo conoscente Ragib, che era un esperto di codici. Questi fece intervenire immediatamente le autorita’ egiziane che ne sequestrarono una buona parte. Dal primo libro pero’, la madre di Samman ne aveva strappate alcune pagine per accendere il fuoco.
Altri libri intanto avevano preso la via del mercato clandestino. Venduti a un antiquario del Cairo, il governo egiziano non pote’ riscattarli perche’ i manoscritti erano stati ceduti ad una collezionista italiana, tale signorina Dattari, che abitava nella capitale egiziana.
Quando nel 1952 i manoscritti vennero dichiarati tesoro nazionale dal Ministero della Pubblica Istruzione, la collezione Dattari divenne proprietà del Museo Copto del Cairo.
L’ultimo libro in circolazione venne acquistato dall'antiquario Albert Eid che riuscì a contrabbandarlo illegalmente fuori dall'Egitto. Rimasto invenduto negli Stati Uniti, venne depositato in una cassaforte in Belgio. Alla morte dell'antiquario, la moglie lo vendette al professor Gilles Quispel che lo acquisto’ tramite la fondazione Jung di Zurigo, per offrirlo come dono di compleanno allo psicanalista Carl-Gustav Jung.
Dopo avere esaminato il libro, Quispel si rese conto che alcune pagine risultavano mancanti e partì per l'Egitto nell'intento di ritrovarle. Si recò al Museo Copto nella primavera del 1955 per poter esaminare le fotografie di un testo simile a quello in suo possesso.
Tornato in albergo, lesse le prime pagine e si rese conto di avere tra le mani il Vangelo di Tommaso e di Filippo di cui si erano trovati frammenti non originali, in precedenza.
Dal 1952, dodici codici si trovano riuniti al Museo Copto del Cairo, mentre gran parte il tredicesimo si trova in una cassaforte a Zurigo.
Sono ritenuti risalenti al primo e secondo secolo, mentre i papiri che sono serviti per rinforzare la rilegatura, sono datati del quarto secolo.
Peraltro, non è tuttora certo che la biblioteca ritrovata nel 1945 sia effettivamente completa e che non esistano altri testi non ancora rinvenuti o altri ancora nascosti in qualche cassaforte in attesa di tempi propizi per essere venduti illegalmente.

I libri sono scritti in copto sadico, con qualche prestito dialettale ( e qualche errore di grammatica)
che rappresentava la traslitterazione in popolano dopo la diffusione del Cristianesimo in Egitto. Essa è basata sull'alfabeto greco con l'aggiunta di sette segni speciali derivati dal demotico necessari per rendere i suoni dell'antico egiziano. La scrittura copta comprende anche le vocali che invece erano assenti nella lingua geroglifica. Tale lingua e scrittura è stata utilizzata fino a qualche decennio fa nelle cerimonie religiose della Chiesa Monofisista etiopica.Il termine Copto deriva dalla corruzione del nome Aigyptos 'Egitto' che deriva a sua volta dalle parole egiziane 'HT KA PTAH' (tempio dello spirito di Ptah, dall’arabo quibt ), uno dei nomi della città di Menfi. Gli antichi egizi chiamavano invece la loro terra con vari nomi tra cui il più comune era 'KHMT' (Terra nera).

I testi ritrovati ad Nag Hammadi sono:

Codice I
1. Preghiera dell'apostolo Paolo
2. Libro di Giacomo
3. Vangelo della Verità
4. Trattato sulla Resurrezione
5. Trattato tripartito

Codice II
6. Libro di Giovanni
7. Vangelo di Tommaso
8. Vangelo di Filippo
9. Ipostasi degli Arconti
10. Sinfonia dell'eresia 40 del Panarion di Epifanio
11. Esegesi dell'anima
12. Libro di Tommaso l'Atleta

Codice III
13. Libro di Giovanni
14. Vangelo degli Egiziani
15. Epistola di Eugnosto
16. Sophia di Gesù
17. Dialogo del Redentore

Codice IV
18. Libro di Giovanni
19. Vangelo degli Egiziani

Codice V
20. Epistola di Eugnosto
21. Apocalisse di Paolo
22. Apocalisse di Giacomo
23. Apocalisse di Giacomo
24. Apocalisse di Adamo
32. Frammento dell'Asclepio

Codice VII
33. Parafrasi di Shem
34. Secondo Trattato del Grande Seth

Codice VI
25. Atti di Pietro e dei dodici apostoli
26. Il Tuono, perfetta mente
27. Authentikos Logos
28. Aisthesis dianoia noèma
29. Passaggio parafrasato della Repubblica di Platone
30. Discorsi sull'Ogdoade e sull'Enneade
31. Preghiera di Ringraziamento
35. Apocalisse di Pietro
36. Insegnamenti di Silvano
37. Le tre steli di Seth

Codice VIII
38. Zostrianos
39. Epistola di Pietro a Filippo

Codice IX
40. Melchisedek
41. Il pensiero di Norea
42. La testimonianza della Verità

Codice X
43. Marsanes

Codice XI
44. Interpretazione della conoscenza
45. Esposti Valentiniani
46. Rivelazioni ricevute dall'Allogeno
47. Hypsiphrone

Codice XII
48. Sentenze di Sesto
49. Frammento centrale del Vangelo della Verità
50. Frammenti non identificati

Codice XIII
51. Protennoia trimorfica
52. Frammento del 5° trattato del Codice II

Da questa raccolta salta all’occhio la mancanza di un papiro copto contemporaneo di questi scritti ,
identificato come proveniente da Achmin e acquistato al Cairo da C.Reinhard e conservato dal 1896 presso il dipartimento di egittologia di Berlino, conosciuto come il Vangelo di Maria.
Esiste un frammento greco dello stesso vangelo denominato il papiro Rolands 463 proveniente da Ossirinco e datato come eseguito nel terzo secolo che W.C.Till colloca come copia di un manoscritto antecedente risalente al 150 d.C.
Questo vangelo innanzi tutto interpreta le apparizioni di Gesu’ dopo la sua morte, come apparizioni o visioni mistiche, richiamando una tradizione registrata dai Vangeli attribuiti a Marco e Giovanni secondo i quali fu Maria Maddalena a vedere per prima il Cristo risorto.
Per la verita’ pure uno dei testi di Nag Hammadi, L’Apocalisse di Pietro racconta di come Pietro annichilito nella sua estasi ebbe la visione di Cristo che gli diceva: Io sono lo spirito dell’intelletto colmo di luce radiante e il Vangelo di Filippo mette in ridicolo i cristiani ignoranti che prendono la resurrezione alla lettera.
Marco 16, 9-20 scrive:
Resuscitato il mattino del giorno dopo il sabato, apparve per primo a Maria di Magdala…Questa ando’ ad annunziarlo ai suoi discepoli che erano in lutto e in pianto, ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non vollero crederle.

Nel vangelo di Maria l’episodio e’ riportato in modo seguente:

Pagina 10
1-Pietro disse a Maria: 2-“Sorella, sappiamo che il Maestro ti ha amata 3- diversamente dalle altre donne 4- di’ a noi le parole che ti ha detto 5- di cui ti ricordi 6- e di cui abbiamo conoscenza”
7- Maria disse loro: 8-“Cio’ che a voi non e’ stato dato di udire 9- ve lo annuncero’ 10- ho avuto la visione del Maestro 11- e gli ho detto: 12- “Signore io ti vedo oggi 13- in questa apparizione
…..

Il vangelo di Maria Maddalena e’ composto di 19 pagine e le prime sei sono andate distrutte. Ogni pagina e’ composta di 20/24 righe scritte tutte in maiuscolo. Ho riportato il numero della riga a cui si riferisce la traduzione.
Nella pagina 10 si capisce che Pietro chiede alla Maddalena di raccontare qualche episodio della sua vita in comune col Maestro ma con sorpresa si sente raccontare della Resurrezione, allora a pagina 17 viene riportata la reazione dei discepoli:

Pagina 17
9- Andrea prese la parola e si rivolse ai fratelli 10- “Dite, cosa ne pensate di cio’ che ci ha raccontato? 11- per parte mia non credo 12- che il Maestro abbia parlato cosi’ 13- questi pensieri differiscono da quelli che abbiamo conosciuto” 14- Pietro aggiunse: 15- “Possibile che il Maestro si sia intrattenuto 16- cosi’ con una donna 17- su dei segreti che noi stessi ignoriamo? 18- dobbiamo forse cambiare le nostre abitudini 19- ascoltare tutti questa donna? 20- l’ha veramente scelta e preferita a noi?”

Pagina 18
1- Allora Maria pianse 2- e disse a Pietro 3- “Pietro fratello mio, cos’hai in testa? 4- credi che da sola, con la mia fantasia 5- abbia inventato questa visione 6- o che io menta?” 7- Levi prese la parola: 8- “Pietro tu sei irruente 9- ti vedo scagliarti contro una donna 10- come fanno i nostri nemici 11- eppure se il nostro Maestro l’ha resa degna 12- tu chi sei per respingerla? 13- certamente Egli l’ha conosciuta molto bene 14- l’ha amata piu’ di noi 15- pentiamoci dunque 16- e diventiamo l’Uomo nella sua interezza 17- lasciamo che metta in noi le sue radici 18- e che cresca com’e’ la sua volonta’ 19-andiamo ad annunciare il vangelo 20- senza cercare di stabilire altre regole e altre leggi 21- all’infuori di quelle di cui egli fu il testimone”

Da questi passaggi appare chiaro il contrasto sorto nella prima comunita’ cristiana tra Pietro che si attiene a cio’ che Cristo ha predicato, diffidando di coloro che hanno visioni di Gesu’ dopo morto
e la Maddalena, la prima gnostica, che viene accusata di simulare la visione del Cristo per superare il gap politico che la differenzia dagli altri: non appartiene ai primi dodici e in piu’ e’ una donna.
Ma come la Maddalena affronta Pietro, cosi’ i successori del suo movimento sfidano i primi vescovi che secondo loro sono depositari solamente dei discorsi e insegnamenti pubblici di Gesu’ mentre loro posseggono la conoscenza dei pochi.
In realta’ pure Marco (4, 11) rivela:
“A voi e’ stato dato il mistero del regno di Dio, ma per quello che sono fuori tutto avviene in parabole affinche’ vedendo vedano ma non intendano, e ascoltando ascoltino ma non comprendano, perche’ non avvenga che si convertano e sia loro perdonato (citazione di Isaia 6,9)
e Matteo ( 13, 11):
“Perche’ a voi e’ dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non e’ dato” secondo gli gnostici quindi alcuni discepoli secondo le istruzioni di Gesu’, tennero segreti alcuni elementi d’insegnamento esoterico per trasmetterlo solo in segreto a coloro che avessero dato prova di essere idonee all’iniziazione della gnosi.
Nella Lettera di Pietro a Filippo e’ raccontato, dopo la morte di Gesu’ che i discepoli stavano pregando sul Monte degli Ulivi quando apparve una grande luce e la montagna risplendette della luce di colui che era apparso e una voce disse: “Ascoltate! Io sono Gesu’ Cristo che e’ con voi per sempre…”
Pure Paolo, il piu’ convinto assertore della dottrina della Resurrezione, nella sua impellente necessita’, invisa a Gerusalemme, di accreditarsi quale Apostolo testimone della prima ora, parla della sua esperienza personale descrive la visione che lui ha del Cristo risorto:
“…se con il corpo o fuori dal corpo non lo so… fu rapito fino al terzo cielo…” (Parla della sua estasi in terza persona) …dove udi’ parole indicibili che non e’ lecito ad alcuno pronunziare… una sapienza divina, misteriosa che e’ rimasta nascosta… e che dividera’ con quei cristiani che saranno perfetti…”
Quindi, non con tutti? Mah. Pare certo che Paolo dichiari di possedere una sapienza rimasta nascosta (Robin Scroggs: Paolo, Sofos e Pneumatico )

Non mi dilungo sulla diatriba tra gli ortodossi seguaci di Pietro ed i primi gnostici, poiche’ esiste una esauriente letteratura in proposito e sara’ facile per chiunque accedere ai piu’ importanti autori tradotti anche in italiano.
Sottolineo invece il fatto storico evidente: tutta questa disputa verra’ spazzata via da Paolo da Tarso, finissimo intellettuale, che erede di una tradizione culturale derivata dall’ellenismo, intui’ quali dovessero essere le travi portanti di un cristianesimo che sarebbe durato nei secoli, e ne mise in atto la dottrina, spazzando via il proto-cristianesimo di matrice giudaica e lo gnosticismo.

13.
PAOLO

Le Epistole e gli Atti degli Apostoli sono stati per anni le uniche fonti per comprendere le prime comunita’ cristiane, ma vanno decifrati con cautela perche’, come unanimemente riconosciuto, contengono alcune pagine di dubbia attribuzione ed enfatizzano questo periodo, in verita’ tormentato, facendolo apparire armonico e senza contrasti.
E’ molto probabile che i discepoli di Gesu’ aspettassero la Resurrezione del Messia e la liberazione di Israele nei tempi brevi della loro generazione, quindi prima che qualcuno di loro morisse, e attesero sul Monte di Sion, raccolti attorno a Pietro e Giacomo, che si compisse la Storia e l’avvento della Gerusalemme Celeste.
Questo primo nucleo cristiano piu’ che fondatore di una nuova religione, appariva come una setta giudaica, una nuova Sinagoga composta prevalentemente da Israeliti che seguivano la Legge, la tradizione, le norme alimentari, i riti e la circoncisione, distinguendosi solamente per la determinazione nel credere nell’immediato ritorno di uno di loro: Gesu’ il Messia.
A questa comunita’ iniziale si aggiunsero i proseliti, greci convertiti all’ebraismo, rientrati dalla Diaspora, molto meno legati alle tradizioni ebraiche, con cui entrarono presto in contrasto. E’ molto probabile che i “Sette”, Ellenici, predicassero ai loro adepti, mentre gli Apostoli venissero seguiti dagli Ebrei. Tali contrasti portarono alla fuga degli Ellenici da Gerusalemme e non e’ improbabile che il primo Martire cristiano, Stefano, non sia stato lapidato da nemici pagani, bensi’ dalla fazione cristiana ebraica.
La fuga da Gerusalemme rappresento’ la prima missione cristiana nel mondo, perche’ gli Ellenici raggiunsero il Sud della Francia ( sempre la’, vanno a finire i proto-cristiani!) la Fenicia, Cipro e Antiochia. Il gruppo giudaico invece rimase a Gerusalemme godendo di una relativa tranquillita’ (Atti 8, 1-4; 9, 31; 11, 19) e questo, secondo il teologo K.L. Schmidt e lo storico Lohmeyer, e’ dimostrato dal Vangelo attribuito a Matteo che, attento alla tradizione ebraica, aggiunge il rispetto del Sabato nella visione della distruzione di Gerusalemme ( Mt 12, 1; 21, 20) o quando contraddice Marco (Mc 10, 11) che faceva pronunciare a Gesu’ la condanna del divorzio senza eccezioni, con la possibilita’ del ripudio solo in caso d’adulterio, come previsto dalla Legge ebraica ( Mt 5, 32; 19, 9)

Occorre notare che la critica proto-cristiana mette in dubbio l’esistenza storica di Pietro, definendolo una creazione mitica di riferimento. Credo invece che siano da abbracciare le tesi opposte intanto perche’ di Pietro ne parlano Paolo e gli Evangelisti ( non con estrema simpatia, per la verita’). Sono da mettere in dubbio piuttosto il suo primato sugli altri Apostoli, dovuto al brano 21 di Giovanni, da tutti dichiarato di dubbia provenienza e sicuramente di scrittura postuma. Leggendaria sembra pure la sua permanenza a Roma col conseguente martirio perche’ pare francamente improbabile che un ame ha aretz ebreo in eta’ molto avanzata, ignorante e analfabeta, si faccia carico di una trasferta cosi’ affaticante per andare a predicare in greco ed il latino! quando avrebbe potuto continuare la sua missione in patria,con molto piu’ profitto.
Recentemente e’ stata trovata la sua tomba nella cripta della Basilica di San Pietro e questo spazza via ogni incertezza, sembra. Senonche’ e’ di recente giunta notizia da Tiberiade che a seguito di una lunga siccita’, sarebbe venuta alla luce la barca dove avrebbe predicato Gesu’ Cristo, e questo ci fa usare molta prudenza nel valutare i nuovi ritrovamenti archeologici nei luoghi paleo-cristiani…

La fine del Cristianesimo giudaico puo farsi risalire al 66 d.C. poco prima della distruzione di Gerusalemme quando la comunita’ si trasferi’ a Pella poiche’ si rifiutava di prendere le armi per combattere, ma furono scacciati anche da quella citta’ dopo la rivolta di Bar-Kochba (135 d.C.) perche’ anche in quella occasione si rifiutarono di combattere.
Gerusalemme intanto aveva cambiato nome ed era diventata Aelia Capitolina e un editto proibiva agli ebrei di entrare in citta’, pena la morte.
Una minoranza si assesto’ fino al IV secolo sulla riva del Giordano e in Siria ma ormai non contava piu’ nulla. La realta’ storica della regione era diventato il Cristianesimo degli Ellenici che aveva nel frattempo affondato le sue radici nella societa’ ellenico-romana grazie a Paolo.

Questi aveva una doppia nazionalita’ e portava un doppio nome Saul e Paulus ed era originario di Tarso in Turchia, una citta’ cosmopolita ed impregnata della cultura greca.
Secondo gli Atti degli Apostoli, scritti dal suo segretario Luca, crebbe in ambiente ellenistico, fu educato alla religione giudaica e forse studio’ a Gerusalemme. Fu uno dei persecutori piu’ accaniti dei cristiani fino alla sua conversione sulla via di Damasco.
Unica nota stridente della descrizione della sua caduta da cavallo (Atti 9, 3) e’ la somiglianza con episodi narrati da Pindaro ed Eschilo, ma in special modo in Euripide dove nelle Baccanti si trova la medesima frase:”Ti sara’ difficile recalcitrare” pronunciata da Dioniso nei confronti del suo persecutore Penteo, anch’egli caduto da cavallo.
Lo stesso episodio viene riferito nel secondo libro dei Maccabei dove Eliodoro, che tentava di appropriarsi del tesoro del Tempio, viene accecato da una visione che lo fa cadere da cavallo causando la sua conversione.

Dopo la conversione Paolo visse tre anni in “Arabia”, cosi’ dichiara nella sua lettera ai Galati, poi si reco’ a Gerusalemme per un incontro con Pietro e Giovanni. Rimase solamente quindici giorni, poi con l’aiuto di Barnaba si trasferi’ ad Antiochia, dove per quattordici anni influenzo’ la comunita’ cristiana piu’ importante del periodo. Occorre ricordare che Antiochia, a quel tempo era la capitale della Siria e con i suoi 800.000 abitanti rappresentava la terza citta’ piu’ grande del mondo con una cultura cosmopolita intrisa di orientalismo ellenico, di filosofia greca, dei Misteri e Paolo attinse da tutte queste culture per modificare il suo Cristianesimo che trovo’ una seria resistenza da parte dei giudeo-cristiani aderenti sempre di piu’ alla Legge e alla tradizione giudaica.
Persino gli Atti degli Apostoli, malgrado ogni tentativo di minimizzare, segnalano una ribellione ed una violenta polemica coi cristiani-giudei venuti ad Antiochia per discutere la dottrina a cui segui’ un viaggio di Paolo a Gerusalemme sempre con lo stesso scopo …non in seguito ad un ordine di presentarmi… a questi falsi fratelli… e fornire spiegazioni, e nemmeno per una naturale sottomissione ai miei superiori, quali non ritengo che essi siano…(Lettera ai Galati)
L’esito di quello che pomposamente venne definito un “Concilio Apostolico”, in apparenza un compromesso, fu in realta’ una vittoria di Paolo che ottenne da Giacomo la clausola Jacobea: una dispensa dalla Legge Giudaica e l’autorizzazione a predicare ai Pagani in grande autonomia con un sostegno finanziario da parte della comunita’ originaria. Benche’ obbligato ad osservare alcuni rituali giudaici, a non uccidere animali mediante soffocamento e altri dettagli, Paolo ottenne che i suoi cristiani potessero fare a meno della circoncisione, e questo, con il sostegno economico, fu un punto fondamentale.

Malgrado questo compromesso non passo’ molto tempo che Pietro risali’ ad Antiochia e Paolo ne fa un breve resoconto nella sua Lettera ai Galati in modo aspro ed offensivo. A proposito di questa lettera, fondamentale per capire i dissidi di quel periodo, essa probabilmente venne scritta ad Efeso attorno al 56 d.C. Poco distante sorgeva Ierapolis (la moderna Pamukkale) dove si puo’ visitare la casa dell’Apostolo Filippo che Sabahattin Turkoglu,( insigne archeologo e attuale direttore del Topkapi Museum) descrive raccogliendo un’antica tradizione orale, dove il Santo si fermo’ dopo i suoi contrasti attorno alla dottrina di Paolo e dove venne martirizzato insieme ai figli.
Anche questo episodio dimostra l’aspro contrasto tra Paolo e gli Apostoli, malgrado ogni tentativo postumo di addolcirne negli Atti la controversia.
Sempre nella Lettera ai Galati c’e’ un episodio che vale la pena di analizzare (2, 12-14): quando Pietro arriva per la seconda volta ad Antiochia, pare adattarsi al nuovo ambiente e consuma pasti coi non circoncisi contravvenendo alla Legge che seguiva la comunita’ giudaico-cristiana. All’arrivo di alcuni suoi confratelli …ebbe timore degli inviati di Giacomo… e rifiuto’ tale compagnia, anzi tento’ di imporre le antiche regole giudaiche. Dalla stessa lettera si leggono aspre critiche a Pietro e questo potrebbe far pensare che il famoso primato di Pietro non fosse poi cosi’ sentito, e inoltre che se c’era un primato, questo apparteneva sicuramente a Giacomo.

Secondo A. Ehrard ( La Chiesa e il Cattolicesimo della prima ora) Paolo venne considerato dagli ebrei-cristiani un ipocrita, pronto a compiacere chiunque, a falsare la predicazione per agevolare il suo Cristianesimo, a predicare non la parola di Gesu’ ma la sua. Fu anche accusato di truffa finanziaria e di cupidigia, venne disprezzato come pessimo oratore e persino definito strambo e pazzo. Tutte affermazioni che lasciamo all’autore l’onere di dimostrare.
E’ accertato invece che durante i continui viaggi di Paolo, si infiltravano nella comunita’ ellenica agitatori ebreo-cristiani con (anche) false lettere di accredito da parte degli Apostoli col fine di alienargli il consenso della sua stessa comunita’.
Quando Paolo scrive la Lettera ai Filippesi secondo la Chiesa durante la sua prigionia a Roma nel 61-63 mentre la critica moderna la fa risalire al 58-60 durante la prigionia a Cesarea, egli scrive:
Alcuni certo predicano il Cristo con invidia e spirito di parte. altri per amore ben sapendo che io sono posto a difesa del Vangelo, gli altri invece con slealta’ immaginando di aumentare il peso delle mie catene… probabilmente accenna ai seguaci di Giacomo che intensificarono la loro attivita’ per screditarne la predicazione.
Fu, secondo il pensiero critico della Scuola di Tubinga, una contesa aspra, malgrado questa contesa venga minimizzata dalla Chiesa che fa ampio riferimento agli Atti e alle lettere di Paolo che ne avvalorerebbero le tesi. Il problema nasce proprio da quelle lettere che, sempre secondo la ricerca moderna, costituirebbero falsi costituiti in Asia Minore alcuni decenni dopo la morte di Paolo e probabilmente usate dagli ortodossi ( ormai chiamiamoli cosi’) per contestare il nascente movimento Marcionita, ritenuto un pericolo per la Chiesa nascente e che il teologo Hans Von Campenhausen dichiara una falsificazione esemplare, di alto contenuto culturale, che si colloca nella prima meta’ del secondo secolo.
La difesa ad oltranza del pensiero di Paolo da parte della Chiesa e’ giustificata dal fatto che essa si trova davanti al piu’ importante pensatore della storia del Cristianesimo. Persino il Vescovo Policarpo dichiarava di non saper tener dietro alla sapienza del santo e celebre Paolo.
Secoli dopo persino Lutero ne rivaluto’ il pensiero e Goethe scrisse che l’Apostolo Paolo
…scrisse a suo tempo cose che l’intera Chiesa Cristiana non e’ in grado di comprendere persino ai giorni nostri.
Ma come si giunse dalla percezione di Gesu’ il Messia fino alla convinzione che non si trattasse di una persona innalzata a Dio ma di un Dio incarnato inviato tra di noi per redimerci ed infine asceso al cielo dopo la Resurrezione?
Dalla lettura dei Vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni si intende la progressione di questo processo. Gesu’ rivolge le sue preghiere a Dio e non certo a se’ stesso e la separazione dal suo essere umano e il Padre e’ caratterizzata dalla sua richiesta di allontanargli il calice amaro della Passione, e soprattutto nel suo estremo: Eli Eli lamna sabactani. Secondo Gesu’ solo Dio e’ buono e non certo lui, solo Dio possiede la Conoscenza, solo Dio concedera’ i posti nel Regno…
Sulle risposte che da’ a Caifa e Pilato persino il teologo Giancarlo Montefiore non si pronuncia scrivendo:
Come possiamo sperare di arguire anche solo approssimativamente cio’ che Gesu’ Cristo abbia inteso dire, quando non sappiamo con certezza nemmeno quello che ha effettivamente detto?
Certamente Gesu’ pose al centro della sua predicazione non se’ stesso ma Dio e il prossimo. Il primo andava venerato senza gli orpelli dei cerimoniali e il secondo andava amato come non era mai stato predicato prima.

Gesu’ non si identifico’ mai con Dio ne’ disse “Io” per intendere Dio. La frase “Io sono figlio di Dio” non venne inserita da Gesu’ nel suo Vangelo e chi ve la introduce aggiunge al Vangelo qualcosa di estraneo (I teologi Wendland e Harnack)

Per gli Apostoli Gesu’ era un privilegiato da Dio, con i portenti, i miracoli e azioni straordinarie, era il profeta annunciato da Mose’, era il santo e il giusto ed era un servo di Dio. Solo la Resurrezione modifico’ la loro percezione di Dio che lo aveva innalzato a Messia. Ma qui si fermarono i primi Apostoli ed i loro seguaci ebrei-cristiani, perche’ la loro concezione fortemente monoteistica non gli permetteva di comprendere la dottrina successiva, quella di Paolo che gia’ parlava di Trinita’ e di una Persona che discende dal Padre di cui e’ comunque consustanziale, che si e’ incarnato uomo.
E’ una evoluzione del pensiero, una via dell’ascesi, una illuminazione a cui solo alcuni pervengono e non importa se il primo Credo Cattolico sia nato solo nel secondo secolo a Roma o molto prima in Asia Minore, perche’ cio’ che conta e’ il contenuto etico e morale che contiene e che la Chiesa custodisce.
E’ un seme che germoglia e da cui inatteso sboccia un fiore. Perche’ pure Paolo probabilmente all’inizio aspetta il ritorno del Messia come evento prossimo. Scrive a quelli di Salonicco:
Noi, quelli che viviamo, quelli che sopravvivono fino all’arrivo del Signore…ecco, vi svelo un segreto: non tutti moriremo ma tutti saremo trasformati…(da) Dio vivo e vero e per aspettare dai cieli suo Figlio che egli resuscito’ dai morti… Questo vi diciamo sulla parola del Signore: che noi i viventi, i superstiti, non precederemo nella venuta del signore quelli che si sono gia’ addormentati
ma poi deve riformulare la sua dottrina e illuminato dagli avvenimenti scrive una seconda lettera ai Salonicchesi:
Vi preghiamo fratelli, quanto alla venuta del Signore, nostro Gesu’ e la nostra riunione con lui a non agitarvi facilmente…a non spaventarvi ne’ da oracoli ne’ dalla parola o la lettera spedita da noi quasi che il giorno del Signore sia imminente. Infatti se prima non viene l’apostasia…ecc.
Da notare che per la prima volta l’epiteto dei cristiani di Gerusalemme Mari-Maran che significa signore usato come titolo onorifico ebraico, qui viene tradotto in greco Kyrios con la quale l’antica traduzione greca della Bibbia indicava Jahve, cioe’ Dio, e cosi’ e’ rimasto nei secoli.
Ma per tornare a Paolo e alla sua intuizione ispirata, dobbiamo riconoscere che mai essa sarebbe potuta diventare cosi’ comunicabile se egli non fosse stato immerso nella cultura ellenica e nella perfetta conoscenza della sua cosmologia e nel Medio Evo il teologo Tommaso D’Aquino sostituisce i principi del Discorso della Montagna con l’etica di Aristotile.
Il cerchio si chiude.
Dalla predicazione di Gesu’ nasce con Paolo la fede in Lui, da un vivente disegno per il bene dell’uomo scaturisce il culto per la Sua persona ( Heder).
Kant in una lettera inviata a Lavater sintetizza perfettamente il fenomeno:
In luogo del concreto insegnamento religioso del santo Maestro, esaltarono la venerazione del Maestro stesso…

14.
GLI EBIONITI.

EBIONITI (dall'ebraico i “poveri”). Così veniva chiamato il più antica gruppo di ebrei cristiani (conosciuti anche come "asceti poveri"), gli altri erano i Nazareni, da Nazir. Questo era il loro nome prima che venissero definiti "cristiani". Molti dei parenti di Yashouè (Gesù) facevano parte di questo gruppo.
Questi giudeocristiani negavano la “divinità” di Gesù.
Durante la Guerra Giudaica, si rifugiarono ad est del Giordano. La loro dottrina è racchiusa in un vangelo, detto vangelo degli Ebioniti. Erano vegetariani e naturisti, negavano, giustamente, la nascita verginale di Gesù…
( http://digilander.iol.it/maximusmagnus/Gnosi/ebioniti.htm
http://www.esonet.org/dizionario)

Abbiamo visto che il ritrovamento del frammento 7Q5 di Qumran, invece che risolvere il problema della datazione del Vangelo di Marco, ne ha aperto un altro che e’ quello della reale datazione della raccolta che viene attribuita a questo evangelista. Infatti, se Marco fosse retrodatato, cosi’ come il parere di Padre O’ Callaghan, verrebbe meno la necessita’ da parte della Chiesa di ritenere Matteo una trascrizione greca di una precedente stesura aramaica andata perduta ma a cui tutti gli studiosi ormai fanno riferimento anche come Fonte Q, che lo ripeto, sarebbe servita quale fonte di tutti i Sinottici. Se il Vangelo di Marco fosse retrodatato diventerebbe questo, come chiaramente appare a occhi disincantati, il primo Vangelo a cui gli altri due avrebbero fatto riferimento.
Il Vangelo degli Ebioniti, invece, e’ il Vangelo dei parenti di Gesu’, che sotto la guida di suo fratello Giacomo, in pratica il primo Papa della storia, continuarono la tradizione della parola del Signore.

Epifanio, vescovo di Salamina in Cipro (IV sec.D.C.) , sostiene che i primi Cristiani erano chiamati Iessaei (da Iesse, padre di Re Davide,supposto antenato di Gesù) o Nazorei e produssero un “Evangelo secondo gli Ebrei” molto diverso dai Sinottici del Canone: il perduto Protomatteo o “Fonte Q”.L’apologista Giustino Martire ( 140-160 D.C.) scrisse il “Syntagma” (Compendio) contro le eresie, purtroppo scomparso. Dalle opere di Giustino che ci rimangono sembra che le Memorie Degli Apostoli cui fa riferimento non fossero identiche ai quattro Vangeli canonici.

I Nazareni erano chiamati anche Ebioniti (Ebìonìm) dall’ebraico “Ebion” “Povero” (un titolo che tra l’altro si attribuivano anche gli Esseni ). Il termine ”Ebion”, secondo Renan, fu un sinonimo di “Santo” e “Amico di Dio”; il nome di Ebioniti fu per lungo tempo quello dei giudeo-cristiani della Betanea e del Golan, che restarono fedeli ai primitivi insegnamenti di Gesù, affermando di avere tra di loro i discendenti della Sua Famiglia.
Gli Ebioniti speravano in una specie di rivoluzione sociale dove “solo i poveri saranno salvati”. Consideravano Gesù un uomo perfetto, un grande Maestro, figlio carnale di Maria e Giuseppe, che divenne profeta e Cristo (il Messia) al Suo Battesimo, quando sopra di Lui discese lo Spirito di Dio. Gesù sarebbe ritornato come Messia e Re per instaurare sulla Terra un regno millenario di pace, giustizia e prosperità coadiuvato dagli Eletti di Israele.
(http://digilander.iol.it/albertosordifreeart/gli%20ebioniti.htm )

Edoardo Schurè (1841-1924) sostiene che Gesù divenne Figlio di Dio all’atto del Battesimo, quando la colomba, simbolo del Femminino Celeste, o Spirito Santo, si librò sul Suo capo e aggiunge che nel primitivo Vangelo Ebraico e nei primi Sinottici si leggeva in merito all’episodio: “Questi è il Mio Figlio prediletto.Oggi Io l’ho generato”, cui più tardi si sostituì “in cui ho messo tutto il mio affetto” . ( Edoardo Schurè “Il Sogno Della Mia Vita” - Laterza)

L’Ebionismo conservò la tradizione dei primi discepoli di Gesù , che scrissero una raccolta delle cose predicate da Lui da cui, in sintesi, si evinceva che Egli era sì il Cristo, ma tali sarebbero stati tutti coloro che avessero, come Lui, adempiuto la Legge (la Torah). Affermavano inoltre l’assoluta unità di Dio e la natura umana di Gesù, l’unità della Creazione, la totale priorità della Legge in quanto espressione perfetta della volontà di Dio, aborrivano Paolo che consideravano un apostata per le sue posizioni rispetto all’osservanza della Legge da parte dei pagani convertiti e perché predicava una nuova dottrina, diversa da quella originaria, più adatta al mondo pagano.
( Umberto Delle Donne “La Torre DiArgilla” - Filadelfia Editrice)

Le loro guide (degli Ebioniti - N.d’A.) furono Giacomo, il fratello di Gesu’ e Simon Pietro, che secondo gli antichi testi non andò mai a Roma (tesi ripresa da Voltaire e da frange pentecostali del protestantesimo americano) ma predicò solo in Oriente.
Gli Atti Degli Apostoli vennero compilati proprio per riconciliare il disaccordo tra Pietro e Paolo, selezionando e unendo insieme vari Atti più o meno leggendari e per dimostrare una inesistente continuità di Paolo e della Chiesa con Cristo e gli Apostoli, rendendo le divergenze meno gravi di ciò che in realtà furono . ( David Donnini “Nuove Ipotesi su Gesù” - MacroEdizioni)

Alla fine del II secolo gli Ebioniti rimasti estranei alla vita delle altre chiese, sono dichiarati eretici e per spiegare il loro nome si inventa un preteso eresiarca di nome Ebion.
( Ernest Renan “Vita di Gesù” - Newton)

Eusebio di Cesarea (ca. 265-ca. 340) riferisce nella sua “Storia Ecclesiastica” che i discendenti di Cristo ,o Desposyni (gente del Maestro), furono vescovi di diverse chiese basandosi su una rigida successione dinastica. Nel 318 otto loro capi incontrarono a Roma Papa Silvestro nel Palazzo Laterano, per chiedergli di revocare le nomine dei vescovi di Gerusalemme, Antiochia, Efeso ed Alessandria per affidarle a membri del loro gruppo, nonché a considerare legittima Chiesa Madre di Gerusalemme. Le loro richieste furono respinte perche’ ormai la Chiesa Madre era a tutti gli effetti quella di Roma e solo essa aveva l’autorità di nominare i suoi vescovi.
( M.Baigent/R.Leigh/H.Lincoln “L’eredità messianica” - Marco Tropea Editore)

Tra l’altro i Nazorei non conoscevano per niente il racconto dell’infanzia di Gesù a Nazareth, che venne elaborato più tardi: la cittadina infatti non è menzionata negli scritti degli storici e dei geografi prima del III secolo e il termine “Nazareno” deriva dall’ebraico “Nazir” ,che significa “puro”, “consacrato a Dio” (nell’Antico Testamento è ben descritto il voto di Nazireato in Numeri 6,1-21 e in Giudici 13,1-7), perciò non si può escludere che il nome di Nazareth sia stato usato successivamente per giustificare un appellativo non più compreso dopo il distacco del Cristianesimo dal Giudaismo, o si trattò di un trucco per dissociare il Messia paolino da quello nazoreo.
(Enciclopedia Nuovissima, vol.III, voce “Gesù Cristo”
Enciclopedia Nuovissima, vol.IV, voce “Nazareth” (Il Calendario Del Popolo)

“Nazareno” potrebbe anche derivare da “Natzar” (segreto,nascosto) o da “Nèzer” (ramo,rampollo – della Casa di Davide?) o da Nasayà^ (protetto da Dio), ma non certo da Nazareth “che pare non esistesse nemmeno ai tempi di Gesù”.
( “I Vangeli Apocrifi”, a cura di Marcello Craveri CDE).

Gli Ebioniti, la cui dottrina riuscì ad estendersi fino alla Persia e ad essere nonostante tutto molto influente in Palestina e Siria, soppravvissero fino al IV secolo assimilando concezioni gnostiche.
Molti insegnamenti nazareni furono recepiti dai Nestoriani , dalla Chiesa Celtica e da varie sette mediorientali. ( Hegel “Vita di Gesù”,introduzione del prof. Paolo Miccoli - Newton)
*
Ma cosa c’era di cosi’ scandaloso nel vangelo degli Ebioniti, o degli Ebrei, detto anche vangelo di Marco, apocrifo o comunque precedente e diverso da quello che compone i sinottici?
Per secoli l’unico commento a questi scritti fu quello pervenutoci da chi aveva avversato con piu’ violenza quella che avevano ritenuto un’eresia. Leggendo gli scritti di questi Padri della Chiesa e l’intero manoscritto pervenutoci poi dal ritrovamento di Nag Hamman si riscontrano piccole differenze che dovettero essere cancellate per armonizzare la dottrina paolina.
Nel loro (degli ebioniti) vangelo secondo Matteo – che però non e’ genuino e completo, ma falsificato e mutilato, e che chiamano vangelo ebraico, e’ detto quanto segue: “Ci fu un uomo di nome Gesù, che all’età di circa trent’anni ci scelse. E quando, andato a Cafarnao, entrò in casa di Simone, soprannominato Pietro, aprì la bocca e disse: “Mentre passavo lungo il lago di Tiberiade ho scelto Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo, e Simone, Andrea, Taddeo, Simone lo zelota, e Giuda Iscariota; ed ho chiamato pure te, Matteo, che eri seduto al telonio, e tu mi hai seguito. Da voi dunque voglio che voi dodici apostoli siate una testimonianza per Israele”
(EPIFANIO, Haeres., 30, 13, 2-3).
L’inizio del loro vangelo suona così:
”Nei giorni di Erode re di Giudea, sotto il sommo sacerdote Caifa, uno di nome Giovanni andò sul fiume Giordano a battezzare con il battesimo di penitenza. Di lui si diceva che fosse della stirpe del sacerdote Aronne, figlio di Zaccaria e di Elisabetta. E tutti accorrevano da lui” (EPIFANIO, op. cit., 30, 13, 6).
Narrate molte cose (il vangelo degli ebioniti), così prosegue:
”Mentre era battezzato il popolo, venne anche Gesù e fu battezzato da Giovanni. E salito che fu dall’acqua, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito santo, in forma di colomba, che scese ed entrò in lui. Ed una voce disse dal cielo: “Tu sei il mio figlio diletto. In te mi sono compiaciuto”. Ed ancora: “Oggi ti ho generato”. E il luogo fu subito irradiato da una grande luce”.
La loro narrazione afferma che Gesù fu generato da seme umano, e scelto poi da Dio: fu per questa elezione divina che fu chiamato figlio di Dio, dal Cristo che entrò in lui dall’alto in forma di colomba. Essi negano che sia stato generato da Dio Padre ma affermano che fu creato come uno degli angeli… sebbene egli sia al di sopra degli angeli e di tutte le creature dell’Onnipotente e sia venuto, come – riferito in quel cosiddetto vangelo secondo gli Ebrei’’: “Io sono venuto ad abolire i sacrifici. E se non cesserete dall’offrire sacrifici, non desisterà da voi l’ira” (EPIFANIO, op. cit., 30, 16, 4-5).
Abbandonando il vero ordine delle parole, alterano la frase, sebbene sia chiara da tutto il contesto delle parole, e fanno dire ai discepoli:
”Dove vuoi che ti prepariamo da mangiare la pasqua?”.
Al che egli rispose:
”Forse che io ho desiderato mangiare carne con voi in questa pasqua?”
(EPIFANIO, op. cit., 30, 22, 4).
“Poco fa mia madre, lo Spirito Santo, mi prese per uno dei miei capelli e mi trasportò sul grande monte Tabor” (ORIGENE, In Johan., 2, 6 e In Jerem., 15, 4). Ricordo che in questo contesto lo Spirito Santo e’ scritto “la Colomba”, in ebraico di genere femminile.
Dato che il vangelo scritto in caratteri ebraici, pervenuto nelle nostre mani, commina il castigo non contro colui che ha nascosto (il talento), ma contro colui che ha condotto una vita licenziosa – aveva, infatti, tre servi: uno ha sperperato le sostanze del suo signore con le prostitute e donne di piacere, l’altro le fece fruttificare, ed il terzo nascose il talento; di questi, uno fu lodato, un altro rimproverato e il terzo messo in prigione -, mi sorge dunque la domanda se il castigo, che secondo Matteo sembra comminato contro colui che non ha fatto nulla, non sia da riferire a costui bensì, secondo la regola del regresso, a quello che ha mangiato e bevuto con gli ubriaconi
(EUSEBIO DI CES., Theoph., 4, 12).
Egli stesso ha insegnato quale sia, nelle famiglie, il motivo del formarsi delle divisioni tra le anime, come abbiamo trovato in qualche parte del vangelo (diffuso) tra gli Ebrei in lingua ebraica, ove – detto:
”Mi sono scelto i migliori. I migliori sono coloro che mi ha dato il Padre mio che – nei cieli” (EUSEBIO DI CES., Theoph., 4, 12).
Come leggiamo pure nel vangelo ebraico, il Signore disse ai discepoli: “Non siate mai lieti, se non quando guardate con amore il vostro fratello” (GEROLAMO, In Eph., 5, 4).
Ma chi legge il Cantico dei cantici e comprende che lo sposo dell’anima – il Verbo di Dio, e ha fiducia nel vangelo secondo gli Ebrei, che recentemente ho tradotto, non avrà difficoltà a riconoscere che il Verbo di Dio procede dallo Spirito e che l’anima, sposa del Verbo, ha una suocera, cio- lo Spirito santo che presso gli Ebrei – di genere femminile, ruah; là, infatti, il Salvatore dice di sé:
”Poco fa mia madre, lo Spirito santo, mi ha preso per uno dei miei capelli”
(GEROLAMO, In Mich., 7, 6).
Nel vangelo usato dai Nazareni ed ebioniti, che recentemente ho tradotto dalla lingua ebraica in greco e che da molti – detto l’autentico (vangelo) di Matteo, quest’uomo dalla mano secca – detto muratore e prega con queste parole:
”Ero muratore e mi procuravo il cibo con le mani. Ti prego Gesù, di restituirmi la salute affinché non debba mendicare vergognosamente il cibo” (GEROLAMO, In Math., 12, 13).
Nel vangelo secondo gli Ebrei scritto in lettere ebraiche ma in lingua caldea e Nazaren del quale a tutt’oggi si servono i Nazareni, che molti ritengono secondo gli apostoli, altri secondo Matteo e conservato nella biblioteca di Cesarea :
”Ecco, la madre del Signore e i suoi fratelli gli dicevano: “Giovanni Battista battezza per la remissione dei peccati, andiamo a farci battezzare da lui”. Ma rispose loro: “Che peccati ho fatto io per andarmi a fare battezzare da lui? A meno che quanto ho detto sia ignoranza”” (GEROLAMO, Contra Pelag., 3, 2).
Nel vangelo ebraico secondo Matteo, così si legge: “Dacci oggi il nostro pane di domani” e cioe’ dacci oggi quel pane che ci darai nel tuo regno (GEROLAMO, Tract. in Ps., 135).
Nel vangelo scritto in lettere ebraiche leggiamo che non fu il velo del tempio che s’e’ stracciato ma che fu: ”l’architrave del tempio a cadere, ch’era di una grandezza straordinaria”
(GEROLAMO, Epist., 120, 8).
Nel vangelo degli Ebrei sta scritto che quando Cristo volle venire sulla terra, dagli uomini, Dio Padre chiamò nei cieli una validissima forza di nome Michele e affidò Cristo alla sua cura. La forza venne giù nel mondo e fu chiamata Maria e per sette mesi Cristo restò nel suo seno. Dopo la nascita, crebbe in statura, scelse gli apostoli… Dopo che fu innalzato sulla croce, il Padre lo prese in cielo con sé. Cirillo domandò: “Dove, nei quattro vangeli, - detto che la santa vergine Maria madre di Dio – una forza?”. Il monaco rispose: “Nel vangelo degli Ebrei”. Allora Cirillo domandò: “Sono forse cinque i vangeli? Qual – il quinto?”. Il monaco rispose: “E’ il vangelo che fu scritto per gli Ebrei”.
(E.A.W. BUDGE, Miscellaneous Coptic Texts, London 1915 ).
Nelle Recognitiones Giacomo è definito “pontefice” e “vescovo” di Gerusalemme.
Secondo il vangelo apocrifo di Tommaso è stato lo stesso Gesù a designare Giacomo come suo successore nella guida della giovane Chiesa:
I discepoli dissero a Gesù: “Sappiamo che te ne andrai da noi. Chi tra di noi sarà il più grande?”. Gesù rispose loro: “Dal luogo ove sarete, andrete da Giacomo, il Giusto, per il quale sono stati fatti il cielo e la terra”. (Loghion 12)

Clemente riporta un discorso di Pietro che affermerebbe questo primato:
Per questo dovete stare molto attenti a non credere a nessun maestro che non vi presenti la garanzia di Giacomo di Gerusalemme fratello del Signore, o di chiunque gli succederà. Se uno non sale a Gerusalemme per ottenere là l’approvazione di essere un maestro fedele e capace di predicare la parola di Cristo, se non vi porta di là – ripeto – questa attestazione, non dovete assolutamente credergli (Recognitiones, IV, 35).
*

Secondo me, dopo l’analisi dei documenti fin qui riportati, non dovrebbe essere difficile farsi nascere almeno il dubbio che vi sia una continuita’ tra gli Esseni, Giovanni il Battista, Gesu’ Cristo, gli Eboniti e Giacomo, anche se la polemica e’ altissima e non si capisce mai se gli argomenti portati a favore dell’una o dell’altra tesi, siano davvero il frutto di studi sistematici o non piuttosto di preconcetti duri a morire.
Poiche’ ci troviamo nell’ambito dell’ipotizzabile, invito ciascuno a sospendere il proprio giudizio per consentirmi di procedere nell’esporre le diverse interpretazioni che sono emerse dopo i ritrovamenti di Nag Hammadi.

Gli uomini che si univano agli Esseni, versavano tutte le loro proprietà personali al gruppo e rinunciavano a tutto quello che non era indispensabile per una vita monastica semplice e modesta. Le loro attività erano agricole, esercitavano le guarigioni e vestivano sempre di bianco.
In un certo vangelo secondo gli Ebrei, se uno vuole accettarlo non come un'autorità, ma come delucidazione della presente questione, sta scritto: "Un altro ricco gli domandò: "Che cosa debbo fare di bene per vivere?". Gli rispose: "Uomo, pratica la Legge e i Profeti". Gli rispose: "L'ho fatto!". Gli disse: "Va', vendi tutto quanto possiedi, distribuiscilo ai poveri, poi vieni e seguimi".
Ma il ricco iniziò a grattarsi la testa. Non gli andava! Il Signore gli disse: "Come puoi dire di avere praticato la Legge e i Profeti? Nella Legge sta scritto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. E molti tuoi fratelli, figli di Abramo, sono coperti di cenci e muoiono di fame, mentre la tua casa - piena di molti beni: non ne esce proprio nulla per quelli!". E rivolto al suo discepolo Simone, che sedeva presso di lui, disse: "Simone, figlio di Giovanni, - più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli"" (ORIGENE, In Math., 15, 14,.).
Questo passo di Origene potrebbe essere interpretato come collegamento tra gli Esseni, il vangelo degli ebrei Ebioniti e Gesu’ Cristo.
Se infatti per entrare nella comunita’ occorreva spogliarsi di tutti i propri beni per esercitare l’ecumenismo, allora il riferimento al cammello e alla cruna dell’ago potrebbe sembrare un’invito ad aggregarsi alla comune.
Faccio notare che càmelos il cammello, è frutto di un’errata traduzione di camélos la gomena delle navi, la fune, la corda. Sarà piu’ facile per una corda passare nella cruna dell’ago, appare piu’ aderente a quanto detto da Gesu’. Ciononostante il grossolano errore è rimasto per sottolineare l’enormità di quanto asserito.
Gli Esseni avevano un loro calendario, diverso da quello prevalso nel giudaismo: le feste del Tempio erano celebrate fuori del giorno stabilito. (La divergenza si verifico' tra il sacerdozio di Onia III e quello di Gionata Maccabeo, quindi tra il 175 e il 152 a. C. ).
Questo giustificherebbe il fatto che a Gerusalemme Gesu’ e gli Apostoli celebrassero la Pasqua in una data differente da quella canonica.
Tra i libri ritrovati a Nag Hammadi vi e’ La regola della comunità con la descrizione della vita monastica essena: celibato, comunione dei beni, governo dei sacerdoti con titoli di "istruttore"e "ispettore-sorvegliante". C'era un periodo di iniziazione regolata, con esami, impegni graduali e riti. Bisognava resistere all' angelo di empieta' e la legge di Mose' doveva essere applicata con rigore.
In un altro testo ritrovato, Il documento di Damasco era descritta la regola degli Esseni sposati, che non vivevano nella comunita’ e conservavano i propri beni. Erano istruiti dal "Maestro di giustizia", e venivano considerati nel "paese di Damasco" ( una metafora ) erano tenuti a osservare il calendario esseno e a non recarsi al Tempio.
(Un’ipotesi dell’allontanamento di Gesu’ da questa comunita’, oltre a divergenze dottrinali, potrebbe essere quella del suo matrimonio senza la rinuncia a frequentare il Tempio.)

Secondo gli Esseni Dio ha creato due spiriti: Michele (chiamato anche Melchisedek, re di giustizia), il principe della luce o spirito di verita', e Belial (il furfante, chiamato anche Melireshal, re di perversità), l'angelo delle tenebre o spirito del male. Ciascuno presiede a una parte dell'universo, secondo la proporzione di luce o di tenebre che essa contiene. Ogni angelo presiede a una parte di umanita': i figli della luce e i figli delle tenebre, in lotta tra loro; e in loro stessi, micro universi, nella lotta tra bene a male (il bene non e' identificato con l'anima razionale ne' il male con la materia). Il male ha avuto origine (cfr Gen 6,1-4) dai vigilanti, angeli incaricati di vegliare sugli uomini, che si sono lasciati sedurre dalla bellezza delle loro figlio (cfr Ct 5,7) procreando i giganti, che hanno insegnato agli uomini le arti malefiche. La sorte degli uomini e' predestinata da Dio e scritta nel movimento naturale degli astri: i trattati di astrologia lo documentano ("Oroscopo di Noe'" nel Libro di Enoch, Oroscopo del Messia", "Trattato di astrologia"). In altri passi viene infatti detto che sono gli uomini gli artefici del loro destino, e si invita alla scelta La storia santa, lotta tra tenebre e luce, viene ricostruita da Adamo al "tempio impuro" di Zorobabele. Nel racconto vengono inventati episodi, come la guerra tra Giacobbe ed Esau'. Senza soluzione di continutia' la storia santa si prolunga come profezia fino al tempio definitivo e ai due messia: il primo discendente da Aronne e il secondo da Davide: questa concezione dirige anche alla scelta di avere due capi, di cui uno laico e agli ordini di un sommo sacerdote. Nel documento di Damasco le due figure sono unite in una sola. Un Inno mostra come il popolo, sotto la figura di una donna, metta alla luce il figlio di Davide.
( Pezzino Nunzio http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/cuorearianna/ricerca_sulla_civilta.htm)

Gli Ebioniti, la cui dottrina riuscì ad estendersi fino alla Persia e ad essere nonostante tutto molto influente in Palestina e Siria, soppravvissero fino al IV secolo assimilando concezioni gnostiche.
Molti insegnamenti nazareni furono recepiti dai Nestoriani , dalla Chiesa Celtica e da varie sette mediorientali.

15.
LA VITA DI GESU’ IL NAZAREO

Con i precedenti capitoli abbiamo analizzato, parzialmente e talvolta con dolorose ma necessarie omissioni, la storia del primo movimento cristiano. Tutto il contenuto delle pagine precedenti e’ suddiviso in paragrafi ben riconoscibili perche’ quasi tutto cio’ che vi e’ scritto e’ frutto della ricerca di centinaia di anni da parte di studiosi di ogni origine e religione.
Da questo punto in poi ci avventureremo in percorsi pindarici, costituiti da dicerie, leggende, miti e racconti esoterici patrimonio di logge e congreghe che si ritengono depositarie di indicibili segreti.
Prima di avventurarci in questa incerta direzione credo sia necessario fare il punto su quanto acquisito finora attorno alla vita di Gesu’.
Ho usato come schema di partenza il risultato degli studi di Leone Tolstoi a cui ho sovrapposto le osservazioni di Pierluigi Baima Bollone, lo studioso cattolico tra i piu’ meticolosi e obiettivi.
A questa griglia ho sovrapposto ancora le osservazioni piu’ recenti e come un disegno a piu’ strati su carta lucida, il risultato che se ne ottiene dovrebbe rendere l’idea dell’opinione corrente attorno alla vita terrena di Gesu’.
Per orientare il lettore ho scritto in neretto cio’ che poteva essere stato possibile, in chiaro cio’ che appare solo probabile e in corsivo quello che allo stato degli studi recenti appare piuttosto fantasioso. Quello che ne e’ sortito e’ ben poca cosa, ma secondo me basta a fare di Gesu’ un personaggio storico e non mitologico come fino a qualche tempo fa si voleva far credere.
Questo il risultato:

La nascita di Gesu’ Cristo, ecco come avvenne: (Matteo 1, 18) la madre Maria era stata promessa a Giuseppe ma prima che iniziassero a vivere come marito e moglie accadde che Maria fosse gravida. Lui non desiderava svergognarla, la prese in moglie e non giacque con lei finche’ non ebbe partorito a Bethlemme. Gesu’ ebbe fratelli e sorelle.
(Luca 2, 40) Gesu’ dimostrava un’intelligenza precoce. Aveva dodici anni quando i genitori lo portarono a Gerusalemme per la festa. (Luca2, 43 ) La festa termino’ e loro ripresero il ritorno senza accorgersi di lui. Ritornarono indietro e dopo tre giorni lo ritrovarono nel Tempio, seduto con i dottori a interrogarli e ad ascoltarli. (Luca 3, 23) E Gesu’ visse presso la madre ubbidendole in tutto. E tutti pensavano che fosse figlio di Giuseppe. Cosi’ egli visse fino all’eta’ di trent’anni
(tra i 13 e i 29 anni, Gesù lasciò la Palestina per visitare i grandi centri religiosi nella Valle dell'Indo, nel Tibet e nell'India. Apprese il buddismo o fu lui stesso un Bodhisattva.
Imparò lo yoga a Benares in India, o studiò i testi sacri nella regione del Ladakh quindi torno’ nella sua patria per esercitare la sua missione.

A quel tempo comparve in Giudea il profeta Giovanni (Matteo 3, 1) egli apparteneva alla setta degli Esseni e predicava la prossima fine del mondo. Gesu’ si affilio’ alla setta attraverso un rito detto del battesimo, durante il quale apparvero segni che egli fosse il Messia.
In seguito Gesu’ si allontano’ da quella setta, forse a causa del suo matrimonio. La famiglia di sua moglie visse a Betania ( che letteralmente vuol dire: la casa di Anna) vicino a Gamala, paese originario della famiglia di lui.
Egli era detto il Galileo perche’ fu in Galilea che si mosse, oltre che in Giudea e nelle regioni limitrofe. Predico’ la sua dottrina ma guari’ anche molte persone e la sua fama, suo malgrado, si propago’ nella regione piu’ per le sue virtu’ mediche e officinali che per le sue prediche.
Era detto il Nazareno in quanto aderente alla comunita’ dei Nazirei. Predicava l’imminente fine del mondo ed il ritorno del Messia che avrebbe ricostruito Gerusalemme e portato giustizia divina.
Quando intui’ che la propria missione era fallita si costitui’ sul Monte degli Ulivi, sede di ogni rivolta ebraica, nel tentativo di salvare i suoi discepoli.
Pati’ sotto Ponzio Pilato e venne crocifisso secondo la legge romana.
Risorse.
I suoi discepoli lo rividero come vivo
La Maddalena ebbe visioni in cui lo vide.
Anche Pietro e Paolo ebbero visioni in cui videro Gesu’ Cristo.
Dopo la morte di Gesu’ la sua dottrina venne continuata da Pietro e Giovanni a capo della comunita’ cristiana di Gerusalemme.
Paolo fondo’ una nuova comunita’ cristiano-ellenica che si impose sul territorio e a Roma costituendo una nuova Chiesa.
La comunita’ cristiano-ebraica si estinse in Palestina attorno al quarto secolo.

Escluse le scarse notizie riportate qui sopra, tutti gli altri racconti riportati in TUTTI i vangeli, devono ritenersi, secondo l’opinione di qualificati esperti, frutto di racconti fantasiosi o apologetici, credenze, riscritture e in qualche caso di vere e proprie manipolazioni.
Riporto qui di seguito un unico episodio non solo in quanto significativo ma perche’ ci aiutera’ nella comprensione del prossimo capitolo.
Il professor Morton Smith della Columbia University ha scritto un libro ( Il Vangelo Segreto) in cui tra le altre cose racconta in quali circostanze nel 1958 abbia trovato in un monastero di Gerusalemme una lettera di Clemente d’Alessandria che rispondeva a Teodoro a proposito di una setta gnostica che interpretava il vangelo di Marco secondo i loro principi che non collimavano con la posizione ortodossa assunta dalla Chiesa:

Bene hai fatto a ridurre al silenzio gli innominabili insegnamenti dei carpocraziani ( il nome della setta gnostica seguace di Carpocrate - N d’A) … Perche’ gloriandosi della conoscenza, come essi chiamano le cose profonde di Satana, essi si gettano nel mondo infero delle tenebre e della falsita’… Perche’ non tutte le cose vere sono la verita’ e la verita’ che sembra vera secondo le opinioni umane, non deve essere preferita alla verita’ vera, in armonia co la fede…

Ho gia’ riferito sul concetto di verita’ fideistica da preferirsi alla verita’ oggettiva.
La lettera continua entrando nel merito del vangelo di Marco:

Marco…scrisse una cronaca dei fatti del Signore non gia’ tuttavia narrandoli tutti…bensi’ scegliendo quelli che giudicava piu’ utili per accrescere la fede di coloro che venivano istruiti…
Egli compose un vangelo piu’ spirituale a uso di coloro che venivano perfezionati. Tuttavia non divulgo’ le cose che non dovevano essere dette ne’ mise per iscritto gli insegnamenti criptici del Signore ma alle storie scritte ne aggiunse altre e inoltre aggiunse certi detti dei quali sapeva che l’interpretazione avrebbe guidato gli ascoltatori nell’intimo santuario della verita’ celata…
…morendo lascio’ la sua composizione alla chiesa di Alessandria dove e’ scrupolosamente custodita e viene letta soltanto a coloro che sono iniziati ai grandi misteri…
Percio’ non si deve cedere a loro ( i carpocraziani N d’A) e quando propugnano le loro falsificazioni non si deve ammettere che il Vangelo segreto e’ di Marco bensi’ lo si deve negare per giuramento perche’ non tutto il vero deve essere detto agli uomini.

A te quindi non esitero’ a rispondere a quanto mi hai chiesto confutando le falsificazioni con le stesse parole del Vangelo….
“Ed essi giunsero a Betania dov’era una certa donna il cui fratello era morto. Ed ella venne e si prosterno’ davanti a Gesu’ e gli disse: - Figlio di Davide, abbi pieta’ di me – Ma i discepoli la rimproverarono. E Gesu’ incollerito ando’ con lei in giardino dov’era la tomba e subito dalla tomba si udi’ giungere un grande grido. E avvicinandosi Gesu’ rimosse la pietra che chiudeva la porta del sepolcro. E subito andando dove giaceva il giovane tese la mano e lo fece levare prendendolo per mano. Ma il giovane vedendolo subito lo amo’ e chiese di poter rimanere con lui. E uscendo dalla tomba entrarono nella casa del giovane, poiche’ egli era ricco.
E dopo sei giorni Gesu’ gli disse cio’ che doveva fare e la sera il giovane venne da lui portando un drappo di lino sulle sue nudita’. E quella notte rimase con lui perche’ Gesu’ gli insegno’ il mistero del regno di Dio…

Il passo risulta familiare anche se non risulta nel Vangelo secondo Marco. Si tratta della resurrezione di Lazzaro riportata solamente nel Vangelo di Giovanni che si discosta in qualche punto dalla narrazione di questo Marco.
La donna che gli va incontro, per esempio e il fatto che venga rimproverata dai discepoli, ma riprenderemo questo argomento nel prossimo capitolo.
La donna non gli dice: “ … e’ morto da quattro giorni e gia’ puzza…” come dice Marta nel Vangelo di Giovanni e quando Gesu’ va in giardino dov’e’ la tomba sente giungere un grido, senza un gesto ne’ un’incitazione da parte sua.
Il professor Smith interpreta questo episodio come una cerimonia iniziatica e non come una vera e propria resurrezione, ed io non voglio soffermarmi su questo ma soltanto attrarre l’attenzione sul fatto che tutto cio’ che dice Clemente d’Alessandria in realta’ si attua. Infatti questo passo non si trova nel Vangelo di Marco ed e’ evidente che la pagina in questione e’ stata soppressa.
In verita’ in Marco c’e’ un episodio alquanto misterioso (14, 51) che accade durante la cattura al Getsemani: Un ragazzo pero’ lo seguiva, avvolto solo di un panno di lino sul corpo nudo. Tentarono di afferrarlo ma lui lasciato cadere il panno se ne fuggi’ via nudo che assomiglia in modo inquietante al giovinetto nudo col panno di lino dentro la tomba di Betania.
Ma non lasciamoci distrarre da episodi che ci porterebbero lontano. Quello che volevo dimostrare con questo capitolo e’ che i Vangeli, benche’ proclamati testi dogmatici e inviolabili in quanto ispirati direttamente da Dio, in realta’ sono stati manipolati, mutilati e in qualche caso hanno subito aggiunte da altri uomini che si credevano, forse a giusta ragione, investiti di tale autorita’.

16.
LA MADDALENA

Per ricostruire la storia fantastica di Maria Maddalena in Europa, ho letto anche Michael Baigent e Richard Leigh che assieme ad Henry Lincoln, hanno curato: Le avvincenti inchieste storico-esoteriche de Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni (Oscar Mondadori - Milano, 1997). Li ho consultati anche se il mondo accademico non aveva trattato molto bene questi autori. Persino Umberto Eco, in una sua famosa bustina, elencando i libri che “raccontano panzane”, indicava il libro di Baigent, Leigh e Lincoln come “il modello di fantastoria più sfacciato”, affermando riguardo agli autori che “la loro malafede è così evidente che il lettore vaccinato può divertirsi come se facesse un gioco di ruolo”.
Robert Eisenman defini’ Baigent un “fotografo appassionato di storia”, e Leigh un “romanziere con un debole per l’esoterismo”, inattendibili.
Recentemente anche Hersel Shanks, editore della rivista Biblical Archeological Review, defini’ il loro libro “un’idiozia”. Anche il prof. García Martínez, ha definito il loro libro “disonesto” e “Penoso esempio di giornalismo giallo”.Il prof. James C. Vanderkam della Notre Dame University si è espresso in questi termini: “… il libro degenera rapidamente in un penoso esempio di giornalismo giallo…”
Eppure, malgrado questi qualificati giudizi, avendo letto il libro dopo tutti gli altri documenti sull’argomento, devo riconoscere, per quello che vale la mia opinione, che hanno trattato la materia consultando tutte le fonti possibili ( piu’ o meno le stesse che ho consultato io) interpretandole con la giusta prudenza e mettendo in guardia il proprio lettore per la precarieta’ delle interpretazioni. Poiche’ le loro deduzioni collimano perfettamente con quanto ho accertato, consiglio vivamente la lettura di questi autori perche’ a mio avviso, tentano un’operazione coraggiosa e inedita, e nei punti dov’e’ poco credibile, rimane una storia gustosa e ben scritta, che va presa per quello che e’: soltanto un’ipotesi.
Ma cominciamo dai Vangeli.
Degli apocrifi si e’ gia’ parlato e pure del fatto accertato che una certa Maria fosse la moglie di Gesu’.
Nei Vangeli canonici e’ difficile trovare una parola chiara a proposito del matrimonio di Gesu’ perche’ innanzi tutto non sono testi storici, poi essendo strumenti per la dottrina e professando la Chiesa il celibato dei sacerdoti pare naturale che abbia sfumato o attutito ogni accenno in proposito. Leggendo pero’ tra le righe e’ possibile trovare un accenno, una discrepanza che possano permetterci di trarne qualche conclusione.
Intanto i Vangeli, gli Atti e i Padri della Chiesa ci dicono che qualche discepolo fosse sposato. Lo erano Pietro e Filippo, per esempio. Certamente non lo erano Paolo e di Giacomo si acclamava la sua purezza.
Gesu’ non predico’ il celibato ma esalto’ il matrimonio quale legame indissolubile.
Leggeva ed insegnava nel Tempio, funzione a cui si dedicavano i Rabbi che secondo la regola ebraica dovevano essere sposati.
Il matrimonio ebraico si svolgeva tra parenti unendo adolescenti ma di Gesu’ non sappiamo nulla dai suoi dodici anni fino ai trenta ed e’ possibile immaginare qualche ragione ( un viaggio? ) che lo abbia tenuto celibe fino all’incontro con Giovanni e alla sua affiliazione (?) essenica.
Pero’ e’ accertato che lo chiamassero Rabbi e che leggesse i testi nel Tempio e che vi insegnasse e questo non era possibile ad un uomo non sposato. La presenza di donne al suo seguito sarebbe stato motivo di scandalo e secondo la legge ebraica sarebbe stato passibile addirittura di lapidazione.
Il racconto delle nozze di Cana potrebbe essere riferito alla festa del suo matrimonio.
Maria dice rivolta ai servi: Fate quello che egli vi dira’ (Giovanni 2, 5) e per dare un ordine cosi’ perentorio, sembra che ne’ la madre e neppure il figlio siano estranei alla casa.
Sempre in Giovanni (2, 9-10) Il maestro di cerimonia chiamo’ lo sposo e gli disse: - Tutti servono da principio il vino buono e quando si e’ brilli, quello scadente, tu invece hai serbato il vino buono per dopo –
Si potrebbe interpretare come se lo sposo e Gesu’ fossero la stessa persona…

Ma se Gesu’ era sposato, chi era sua moglie?
Sono poche le donne citate nel Nuovo Testamento. C’e’ una certa Maria che negli Atti degli Apostoli a Gerusalemme raccoglieva in casa sua una prima comunità proto-cristiana…
Ci sono poi: "Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode" (Lc VIII, 3), che e’ una delle donne che visitano il sepolcro "Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo" (Lc VII, 10).… Vi erano pure alcune donne che stavano osservando da lontano, tra loro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e Salome’…(Marco 15, 40); e vi e’ una Maria sorella di Marta e di Lazzaro che viveva a Betania.
Tutto lascia supporre che Maria di Migdala, Maria Maddalena e Maria di Betania siano la stessa persona anche se la tradizione popolare ritiene che la Maddalena sia una donna di malaffare.
Nulla delle Scritture lascia supporre cio’, Luca dice che Gesu’ l’aveva liberata da sette demoni, il che equivale a dire che fosse un’isterica oppure che fosse affiliata al culto pagano di Ishtar che prevedeva l’iniziazione in sette fasi prima di potersi accostare ai riti della Dea Madre, che era rappresentata da una colomba. Migdala era pure il villaggio delle colombe ma questa potrebbe essere solo una coincidenza. Sia Marco che Luca narrano di un’unzione fatta da una donna caduta e di una peccatrice che asciuga i piedi di Gesu’ con i suoi capelli. Forse e’ questa l’associazione popolana tra la Maddalena e la peccatrice, anche se questo termine ( e anche quello di donna caduta) possono riferirsi al fatto che fosse pagana.
Invece va notato che la Maddalena segue da lontano la crocifissione in compagnia di Salome’, una benestante e si reca al sepolcro insieme con Giovanna che e’ moglie di un funzionario della corte reale, dopo aver acquistato costosi unguenti, e si potrebbe supporre che anch’essa fosse una donna ricca con ottime frequentazioni.
Migdala o Magdala poteva essere il paese d’origine o il luogo frequentato per il culto di Astarte, che dopo il matrimonio avesse seguito Gesu’ fermandosi ogni tanto nella casa di famiglia a Betania, una casa opulenta se aveva un giardino in cui addirittura era stata approntata la tomba di famiglia (un vero privilegio, anche oggi). Nella pagina di Marco che abbiamo letto nel capitolo precedente, si puo’ dedurre che all’arrivo di Gesu’ lei gli corra incontro venendo sgridata dai discepoli perche’ ha evidentemente violato le norme che prevedono il lutto delle donne chiuse in casa e che non possono uscire senza il permesso del marito. In Giovanni, correttamente, Maria rimane chiusa in casa mentre gli va incontro Marta, la sorella.
Quando succede la disgrazia di Lazzaro, Gesu’ aveva lasciato la casa di Betania da qualche giorno, a Betania torna in varie occasioni e da Betania fa prelevare il puledro che lo portera’ dentro Gerusalemme. tutto cio’ fa pensare che Gesu’ fosse di casa da quelle parti.
E’ nella casa di Betania che la sorella di Marta unge con un prezioso unguento il corpo di Gesu’ e qui va notato che ben tre Evangelisti si soffermano sull’unzione, e Messia vuol dire l’Unto del Signore! Nella casa di Betania Maria (Giovanni 11, 2) rompe una fiala di alabastro e spalma il profumo di nardo, un gesto prezioso con un unguento prezioso in un contenitore prezioso (Luca 10, 38); aggiunto al fatto che il gruppo di donne finanziasse il movimento nascente di Gesu’ c’e’ proprio da pensare che la Maddalena non fosse affatto una prostituta ma piuttosto una donna abbiente.

Il professor Hugh Schonfield ( Passover plot), Morton Smith ( Jesus the magician), H. Cohn (Trial and death of Jesus) hanno pubblicato lavori nel tentativo di dimostrare che Lazzaro fosse il discepolo che Gesu’ amava e che abbia scritto la parte piu’ cospicua delle memorie che poi sono state raggruppate sotto la voce: Vangelo di Giovanni.
Secondo la loro opinione fu quindi Lazzaro il discepolo che appoggio’ il capo sul petto del Maestro durante l’ultima cena, fu a lui che Gesu’ affido’ la madre che accolse nella sua casa e sempre lui organizzo’ l’entrata trionfale in Gerusalemme e sempre lui, invece che Pietro al quale viene ordinato di fermarsi, ha l’incarico di Gesu’ di rimanere fino al suo ritorno…
Risalendo dalla Vita di Maria Maddalena scritta nel 776 da Rabano, arcivescovo di Mainz che a sua volta e’ la ripresa delle Leggende Auree di Jacopo da Varazze, sembra che Lazzaro, la Maddalena e sua sorella Marta, insieme ad altri pochi intimi, giunsero per nave in Gallia insieme a Giuseppe D’Arimatea che sarebbe stato consacrato e inviato in Inghilterra dove avrebbe fondato una chiesa a Glastonbury mentre Lazzaro avrebbe fondato una diocesi a Marsiglia.
La Maddalena si sarebbe recata ad Aix en Provence portando con se’ il Santo Graal, dando cosi’ inizio alla leggenda piu’ affascinante della Storia.

Se la Maddalena era una benestante, altrettanto si puo’ dire di Gesu’?
Forse si’. Intanto l’appellativo di falegname in aramaico si usava anche per appellare l’uomo saggio, il maestro che forma gli animi. Frequentava gente abbiente quali Nicodemo e Giovanni D’Arimatea e il matrimonio di Cana se non era il proprio, era di una persona ricca che lo aveva invitato, e in una societa’ divisa rigidamente per ceto sociale, un simile invito doveva avvenire solamente tra uguali.
Aveva sangue reale, se ben due Evangelisti ne tracciano addirittura la linea dinastica, ed Erode addirittura teme di esserne spodestato, ed aveva studiato il che in quei tempi oscuri e’ un privilegio di pochi.
Allora Pilato entro’ nel pretorio, chiamo’ Gesu’ e gli chiese: “Tu sei il Re dei Giudei?” Gesu’ rispose: “Tu l’hai detto” (Giovanni 18, 29)
(19, 15) Pilato disse loro: “Volete crocifiggere il vostro Re?”
(19, 19) Pilato aveva scritto anche un cartello e l’aveva posto sopra la croce. C’era scritto:
Gesu’ Nazareno Re dei Giudei
Sembra quindi che Gesu’ l’Unto discendente nella linea di Davide abbia tutte le carte in regola per instaurare una linea dinastica. E la Maddalena? Bastava fosse stata della tribu’ di Beniamino ma nulla e nessuno ha mai asserito il contrario, e allora il mito del Sangre Real di Gesu’ Cristo, che nei secoli si e’ corrotto nel piu’ popolare Sacre Graal, puo’ cominciare.
Ma prima facciamo un passo indietro, alla crocifissione.
Abbiamo lasciato sul Getsemani Pietro, al quale e’ stato proibito di seguire il Signore e Lazzaro al quale e’ stato detto di attendere finche’ lui sarebbe tornato.
Secondo i Vangeli in un primo momento Gesu’ viene condannato dal Sinedrio ma sappiamo che non poteva riunirsi di notte, che quello davanti a Caifa puo’ essere stato solamente un colloquio informale e che i Vangeli scrissero quello che scrissero perche’ solo in quel modo avrebbero potuto circolare nella comunita’ romana. Abbiamo anche analizzato l’episodio di Barabba.
Nel Vangelo di Marco non viene eseguita alcuna flagellazione, ma soltanto i soldati lo deridono poi
(15, 21) mentre lo conducevano fuori per crocifiggerlo costrinsero un passante che tornava dai campi, Simone da Cirene, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce per lui…
In questo Vangelo Gesu’ non sembra ne’ debilitato da una flagellazione e nemmeno affaticato per aver portato la croce sul Golgota. In Matteo vi e’ un’accenno alla flagellazione ma lo stesso Cireneo porta la croce per lui. In Luca Pilato minaccia di farlo frustare ma poi desiste, e c’e’ sempre qualcuno che porta la croce per lui. Solo Giovanni costruisce una Passione come noi la conosciamo, ma di Giovanni abbiamo gia’ parlato in altre varie occasioni. C’e’ da dire che era uso romano flagellare prima di crocifiggere. Poi il condannato veniva inchiodato o legato al palo e issato sulla croce. Il peso del corpo faceva pressione sul torace provocando asfissia, e la morte sopravveniva nel giro di qualche giorno, e il corpo rimaneva appeso come monito ai cittadini. In occasione della rivolta di Spartaco, le cronache parlano dei ribelli crocifissi sulla via Appia da Brindisi fino a Roma.
Il peso di Gesu’ non ne comprometteva la respirazione perche’ i piedi erano stati inchiodati.
C’e’ qualcosa di non detto nella crocifissione: la flagellazione se c’e’ e’ blanda, non porta la croce, non ci sono testimoni ma ai pochi e’ concesso di guardare da lontano, Tutti i suoi amici e le donne che lo avevano seguito dalla Galilea se ne stavano lontano osservando tutto cio’ che accadeva…(Luca 23, 49 ) e’ crocifisso in un luogo non pubblico ma di proprieta’ di Giuseppe d’Arimatea, Gesu’ non accetta di bere il veleno che ne accelera la morte, non gli vengono spezzate le gambe e viene deposto nel giro di poche ore invece che rimanere appeso per giorni senza degna sepoltura, come l’uso romano.
Ripeto, c’e’ qualcosa di non detto, nella crocifissione, ma da qui ad arrivare alla conclusione di Baigent-Leigh, dei Templari, di molte confessioni esoteriche e persino del Corano, e cioe’ che la crocifissione non sia mai avvenuta e che il Cristo non sia morto sulla croce, ce ne corre.
Dal Vaticano non trapelano mai gli umori ne’ le opinioni in materia di Fede, ma con i nuovi studi sui reperti storici, la questione dell’autenticita’ delle tetimonianze dev’essere un problema ritornato attuale se persino Papa Giovanni Paolo II ha sentito la necessita’ di proclamare in un suo discorso che quello che conta nella salvezza dell’Umanita’ e’ il sangue di Cristo sulla Croce. Non sono un teologo ma mi par di capire che se ai meno vicini al pensiero della Chiesa e’ consentito di lasciar aleggiare qualche dubbio sulla Resurrezione, Cristo sulla Croce e’ incontrovertibile. E a cio’ da buon cristiano, mi attengo. Ma sto divagando.
Gesu’ crocifisso pero’, non esclude che la Maddalena, dopo un periodo in cui ha tentato di animare il nascente movimento gnostico, vista la pericolosa situazione politica in Palestina, approfittando del suo stato economico, abbia imbarcato tutta la famiglia, figli compresi, su di una nave in partenza (ce n’erano tante) da Cesarea con destinazione la Gallia e sia sbarcata in Provence!

I Franchi, un'antica popolazione germanica composta di diverse tribù (Ampsivari, Camavi, Catti, Casuari, Salii, Sigambri), stanziatasi nel sec. III° lungo le rive del medio e basso Reno, annoveravano come loro capostipite Meroveo re dei leggendari Merovingi, detti Re pescatori, che si narrava, avessero poteri sovrannaturali ricevuti dalla discendenza diretta da Gesu’ Cristo.
Meroveo aveva lunghi capelli biondi, gli occhi azzurri ed era figlio di due padri, perche’ la madre, gia’ incinta del marito Re Clodio, ando’ a nuotare nell’oceano e venne sedotta in mare da una divinita’ marina simile a un Quinotauro.
Nulla di nuovo in una leggenda che parla di un re con il sangue di un dio, la curiosita’ sta forse nell’accenno ad un incrocio tra la stirpe regnante e una divinita’ che viene dal mare.
Nell’Apocalisse, versetto dodicesimo si legge:

“ E una donna vestita di sole apparve nel cielo...era incinta e gridava in preda alle doglie...
un grosso dragone rosso vivo con sette teste e dieci corna ...si pose di fronte alla donna per divorarne il feto...”

Le sette teste potrebbero essere le sette Chiese a cui era dedicata l’Apocalisse, chissà.

“ Allora il drago vomitò un fiume d’acqua gettandola addosso alla donna che riuscì ad approdare alla nuova terra. Allora la bestia che assomigliava ad una pantera con le zampe di orso e la bocca di leone, si adirò maggiormente e si mise a far guerra ai discendenti di lei, quelli che osservano i comandamenti di Dio e posseggono la vera testimonianza di Gesù...
Chi ha orecchie ascolti”

17.
IL SANTO GRAAL

I Franchi, annoveravano come loro capostipite Meroveo Re dei leggendari Merovingi, precursori di Clodoveo (481 - 511), capostipite della dinastia merovingia, che inizio’ una salda organizzazione statale che ottenne la sottomissione di altre tribù franche.
Sua moglie Clotilde, fervida devota della Chiesa romana, grazie all’intermediazione di San Remigio, riusci’ ad ottenere la conversione di Clodoveo che in cambio del titolo di Nuovo Costantino si fece ungere Re. Con questo gesto Clodoveo stabiliva un patto con la Chiesa che ne legittimava la dinastia.
Clodoveo sconfisse il governatore romano della Gallia Siagrio, si impadronì dell'Aquitania ai danni dei Visigoti che rappresentavano l’arianesimo, un pericolo nascente per la Chiesa di Roma e sottomise i Bavari e i Turingi, si impose sugli Alamanni e sui Burgundi e, dopo aver annesso quasi tutta la regione, avviò il processo di cristianizzazione.
Dopo la morte di Clodoveo la dinastia ando’ lentamente verso il declino. Dopo Dagoberto, ucciso in una congiura di palazzo da Pipino il Grosso, si impose Carlo, detto "Martello" figlio naturale di Pipino, evaso dalla prigione dove era stato rinchiuso dalla matrigna Plectrude, che all’età di soli venticinque anni assunse il comando degli eserciti dei grandi signori feudali austrasiani, sconfisse i Frisoni e schiacciò il duca d’Aquitania dando il via al feudalesimo in Francia.
Alla sua morte Pipino il Breve nel 751, con l’appoggio della Chiesa, fece deporre Childerico III, dando così inizio alla dinastia dei Carolingi.
L’ascesa al trono di Pipino il Breve, un funzionario di corte che prese il posto del legittimo discendente di Clodoveo, viene considerato dagli storici il tradimento da parte della Chiesa che ungendo l’usurpatore venne meno al patto che legittimava i Merovingi quali Re di Francia.
Le ragioni che spinsero la Chiesa di Roma a legittimare il predecessore di Carlo Magno furono molteplici, dal desiderio di disfarsi di quei Re fannulloni molli discendenti di una dinastia dalla discendenza ingombrante, che fungevano funzioni sacerdotali, praticavano la magia e lasciavano il regno in declino, fino alla Donazione di Costantino un falso documento fatto risalire all’anno di conversione di Costantino che avrebbe ceduto alla Chiesa le sue prerogative imperiali. In pratica il Papa di Roma diventava nel contempo un Imperatore assumendo oltre che l’autorita’ spirituale anche quella temporale, col diritto di nominare i regnanti cattolici.
In base a tale nuovo diritto la Chiesa unse Pipino che ne divenne il braccio armato. Tale unzione, che in passato era stato un atto puramente simbolico, ora diventava un atto sacro, perche’ poteva trasformare il sangue di qualsiasi individuo in sangue reale.

La discendenza merovingia, apparentemente estinta col Re Fannullone Childerico III, in realta’ continuo’ con Sigisberto IV, un altro discendente di Dagoberto II, che benche’ scomparso dalle cronache, come un fiume carsico alimento’ ogni movimento per la restaurazione della dinastia.
Curioso constatare che benche’ oggi Dagoberto II sia da tutti riconosciuto come legittimo discendente della corona, inspegabilmente in tutti i documenti certificanti le genealogie franche e le dinastie compilati in Francia fino alla seconda meta’ del 1600 lo saltano, passando inspegabilmente da Dagoberto I a Dagoberto III senza alcuna apparente spiegazione.
Secondo documenti non ufficiali, alla morte del padre fu portato clandestinamente dalla sorella nei possedimenti della madre, Giselle de Rizers e da adulto assunse il soprannome di Plantard.
Nel 768 venne costituito un principato, riconosciuto da Carlo Magno e dai suoi successori, retto da tal Guillem di Gellone conte di Razes che viene ritenuto discendente di Dagoberto.
Che fossero discendenze presunte o poco e male dimostrate, di fatto attorno al 900 d.C. vi erano alcune casate che si dicevano discendenti dai Merovingi, quali i Plantard e i duchi d’Acquitania e di Bretannia. I contestatissimi Documenti del Priorato di Sion parlano di un’insurrezione contro Lodovico II di Francia nel tentativo di conquistare il trono da parte di un principe Ursus Plantard miseramente fallito costringendo Ursus all’esilio. Anche il discendente dei duchi di Bretannia, fuggendo dai Vichinghi riparo’ in Inghilterra dove insieme con Bera IV praticarono l’arte della costruzione e vennero soprannominati Architetti e questo sarebbe un riferimento alla costituzione della prima Loggia Massonica.

La letteratura medievale continua con le piu’ belle leggende fiorite attorno a personaggi mitologici quali Re Artu’, Riccardo Cuor di Leone, El Cid, Roland e lo stesso Carlomagno con le sue epiche e improbabili geste tutte tese a nobili e ideali conquiste quali la liberazione del Santo Sepolcro o la ricerca del Santo Graal che la tradizione popolare immaginava a forma di calice contenente il sangue di Cristo raccolto da Giuseppe D’Arimatea ai piedi della Croce.
Goffredo di Buglione e’ un personaggio storico, incarna gli ideali della Cavalleria, guida la prima Crociata, conquista il Santo Sepolcro e sulla base di quanto gia’ detto nei primi capitoli, non stupisce che duecento anni dopo Eschenbach componga il Lohengrin, un epico cavaliere che salva la principessa di Brabante ( che nella fantasia popolare diventera’ di Buglione) la sposa a patto che lei non gli chieda le origini della sua dinastia. Dopo un po’ lei lo fa e lui e’ costretto ad andarsene su una imbarcazione trainata da cigni. Non stupisce piu’ di tanto la costruzione del mito di Goffredo che va ad unirsi a quello della sua genealogia, che viene fatta risalire a Dagoberto II e dopo di lui attraverso vari passaggi fino alla bisnonna che avrebbe sposato un Plantard imparentandosi con la casa di Lorena. Goffredo quindi avrebbe conquistato Gerusalemme per crearsi un Regno a cui aveva di fatto diritto ma che i Carpetingi avevano usurpato.

“…nel 1118 alcuni pii nobili timorosi di Dio, del rango di cavalieri, e devoti al Signore, professarono di voler vivere perpetuamente in povertà, castità ed obbedienza. Al cospetto del patriarca si votarono al servizio di Dio come regolari canonici. I primi e i più illustri tra questi furono Hugues des Payns e Geoffroy de Saint-Omer…”.
(Guglielmo di Tiro La presa di Gerusalemme) @

Con la caduta di Gerusalemme si mettono in luce nove monaci cavalieri che per vent’anni rimarranno negli edifici che furono la moschea di Al-Aqsa, sulla spianata del distrutto Tempio di Salomone. Il loro compito, dicono, e’ quello di scortare i pellegrini che si recano in Terra Santa e tenerli al riparo dai pericoli. Come facciano solamente in nove, sembra un mistero, ma i misteri sono ben altri. Questi monaci guerrieri sono i Templari.
Hugues des Payns, futuro primo Gran Maestro dell’Ordine, apparteneva al seguito del Conte di Champagne. Nelle schiere del Conte, partecipò alla prima vittoriosa crociata in Terrasanta. Ma c’e’ un altro personaggio che si fa largo nella storia, e’ Bernardo di Fontaines, nobile della Borgogna, cistercense presso il monastero di Citeaux, riformatore dello stesso e grande personaggio carismatico del suo tempo, passato alla storia come Bernardo di Chiaravalle. San Bernardo fu decisivo per la storia dell’Ordine, ne scrisse la regola, lo sostenne al Concilio di Troyes del 1129 dove ne esaltò le virtù e le funzioni con il suo “De laude novae militiae”.
Alcuni studiosi credono che lo scopo fosse quello di cercare qualcosa in Terrasanta, in realta’ pare scavassero un pozzo profondo 20 metri che portava alle fondamenta di quelle che erano state le scuderie del Tempio.
Forse trovarono un tesoro, certo e’ che nel traffico di denaro e merci dall'Europa alla Palestina, i Templari svilupparono un efficiente sistema bancario del quale cominciarono a servirsi nobili e regnanti europei, aumentando la loro ricchezza.
Rimasero a Gerusalemme fino alla riconquista musulmana della città nel 1187, dopodiché furono trasferiti ad Antiochia, Acra, Cesarea e infine a Cipro.
Nel 1307 Filippo IV di Francia, con l'aiuto di papa Clemente V, fece arrestare il gran maestro Giacomo de Molay e quasi tutti i templari di Francia con l'accusa di sacrilegio e di satanismo, condannandolo poi al rogo insieme ai suoi principali ufficiali. L'ordine venne soppresso nel 1312

e tutti i suoi beni vennero assegnati ai cavalieri Ospitalieri o confiscati da Filippo IV e da Edoardo II, che aveva sciolto la congregazione in Inghilterra. Qualcuno vuole pero’ che da conquista sfuggissero tesori inestimabili e reliquie preziose tra le quali il Santo Graal.

Quali sono le origini del Graal? Il primo a nominarlo fu Chretien de Troyes nella sua opera “Perceval le Gallois ou le Compte du Graal” nel 1190: viene visto come una coppa, ma non ci sono riferimenti di un suo legame con Gesù.
Solamente nel 1202 Robert de Baron nella sua opera Joseph d’Arimathie legherà in maniera indissolubile il Graal con il calice dell’Ultima Cena, nel quale in seguito Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Gesù crocifisso. Nelle opere letterarie la storia del Graal è legata a quella di Re Artù e di Merlino. In seguito alla morte di Artù e alla successiva scomparsa di Merlino, il Graal nel 540 viene portato in Medio Oriente dove se ne perdono le tracce: solo intorno al XII secolo se ne ricomincia a parlare associando la sua esistenza a quella dell’ordine dei Cavalieri Templari.
Quale potrebbe essere la sua natura e la sua origine? Bisogna partire dall’anno 70 D.C. quando i romani assaltarono il Tempio di Salomone, saccheggiandolo. Si diceva che nel Tempio vi fosse un immenso tesoro, composto da importanti reliquie sacre, come l’Arca dell’Alleanza, la Vera Croce, la Sindone, il Graal, la Menorah (il candeliere a sette braccia completamente d’oro)
I primi Templari forse colsero l’occasione di tornare in Terrasanta con la prima Crociata, quella di Goffredo di Buglione, per recuperare quanto secondo loro era ancora nascosto sotto le rovine del Tempio.

I Templari infatti svolsero certamente una attività di recupero, a dimostrarlo sarebbero gli scavi da essi eseguiti nella spianata del Tempio di Salomone, dove venne aperto un pozzo di oltre 20 metri di profondità. La sede scelta dai Templari a Gerusalemme fu proprio sopra l’antico Tempio si Salomone (da qui il nome “Templari”).
Filippo il Bello nell’assalto dell’alba del 13 Ottobre 1307 (data in cui il Re di Francia mise sotto arresto in una sola volta tutti i Templari di Francia, con l’accusa di eresia) non riuscì ad individuare il il tesoro templare. I Cavalieri potrebbero essere stati informati in tempo Gran Maestro Giacomo de Molay ebbe il coraggio di ritornare sulle proprie ammissioni fatte sotto tortura:

“Alla soglia della morte, dove anche la minima delle menzogne è fatale, confesso chiamando il cielo e la terra a testimoni, che ho commesso peccato gravissimo a danno mio e dei miei, e che mi sono reso colpevole della terribile morte, perché per salvarmi la vita e sfuggire ai troppi tormenti, e soprattutto allettato dalle parole lusinghiere del Re e del Papa, ho testimoniato contro me stesso e contro il mio Ordine. Ora invece, sebbene sappia quale destino mi attende, non voglio aggiungere altre menzogne a quelle già dette e, nel dichiarare che l’Ordine fu sempre ortodosso e mondo d’ogni macchia, rinuncio di buon grado alla vita.”

Robert Charroux ne: "Il libro dei segreti traditi" (Milano 1969) scrive: "I Templari erano considerati come i depositari e i continuatori di un <> di un’importanza capitale e del quale nessun profano – fosse pure il re di Francia – doveva essere informato". Da una dichiarazione resa al processo si viene a conoscenza di un fatto sbalorditivo. L’11 aprile 1309 fu chiamato come testimone il maestro Radulphe de Praellis, giureconsulto, che affermò, sotto giuramento, che un cavaliere templare, di nome Gervais della Commenda di Laon, gli aveva svelato che vi era nell’Ordine un terribile segreto di tale importanza che: <>.

Secondo alcune leggende, il Gran Maestro maledisse, tra le fiamme, Clemente e Filippo. Naturalmente non si hanno dati certi a riguardo. Comunque sia, una cosa è indubbia: Papa Clemente morì quattro settimane dopo, Filippo lo seguì lo stesso autunno mentre Nogaret morì poco prima. Probabilmente è proprio per questo motivo che si è sviluppata la leggenda della maledizione.
(Traduzione di Luca Ferruzzi del testo di Robert Richardson Tratto da "Gnosis" - Primavera 1999)

La leggenda del Lungo Serpente Rosso cioe’ della linea dinastica di Gesu’ attraverso il Sacro Graal che altri non sarebbe che il Sangre Real continua per secoli attraverso canali misteriosi, esoterici e qualche volta poco credibili. Riporto queste dicerie anche se personalmente sono scettico e non credo affatto che Gesu’ sia sopravvissuto alla croce. Pero’ tali leggende hanno condizionato gli avvenimenti storici e quindi credo valga la pena riportarli.
Gia’ Pipino e Carlo Magno sposarono principesse di sangue visigoto, forse per legittimare un trono usurpato, e forse si tratta solo di coincidenze come quella di Goffredo da Buglione che conquista Gerusalemme perche’ credeva di averne diritto dinastico.
Forse sono solo coincidenze le stragi dei Catari e degli Albigiesi.
Forse ‘ una coincidenza anche nella storia moderna, quando Napoleone che vuole legittimare il suo trono, come riporta Philippe de Cherisey nel suo L’Or de Rennes pour Napoleon tuttora depositato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, afferma che l’abate Pichon avesse ricevuto dal Direttorio della Rivoluzione l’incarico di indagare sulla linea genealogica dei Merovingi e che tale documentazione venne poi confiscata da Napoleone che sposo’ Giuseppina, vedova di un discendente merovingio. Il fatto poi che si fece incoronare a Monza con la corona ferrea di Carlo Magno che si pose in capo senza l’ausilio del vescovo, potrebbe essere un altro segnale.

In epoca piu’ recente la leggenda del Santo Graal torno’ in auge nel 1891 a Rennes le Chateau, quando il parroco di una chiesetta da ristrutturare, Berengere Sauniere, spostando la lastra dell’altar maggiore da due tronconi di colonne visigote che facevano da supporto, nella cavita’ di una di questa trovo’ alcune pergamene con scritte misteriose. Per una di quelle incredibili coincidenze della storia, Sauniere era un esperto conoscitore di lingue antiche e frequentava un famoso circolo esoterico di Parigi.
Da questo momento le vicende di Rennes le Chateau sono avvolte dal mistero ma alcuni fatti fanno credere che il parroco abbia trovato un consistente tesoro con il quale fece costruire una strada che portava al paese ristrutturo’ la villa dove abitava e che chiamo’ Betania, e facendo costruire una Torre Maddalena. Restauro’ la chiesa che dissemino’ di segnali criptici che fanno pensare a indicazioni che si riferiscono al Graal. Sul frontale della porta d’ingresso della chiesa fece scrivere:
”Terribis est locus iste”, ossia ,“questo è un luogo terribile”
In un altro punto vi e’ una scritta: Egli e’ la’ su cui si sono fatti scorrere fiumi d’inchiostro per tentare di associare questa scritta ad una tomba dipinta da Poussin e una simile ritrovata accanto alla chiesa di Rennes con le indicazioni per ritrovare il corpo mummificato di Gesu’ Cristo sepolto da quelle parti, forse portato dai Templari.
Leggende, d’accordo, ma non cosi’ fantastiche come si potrebbe credere se persino Adolf Hitler si interesso’ della cosa.

CONCLUSIONI

Comincio’ tutto il giorno che andai a trovare Papas Makarios.
Era un archimandrita ortodosso, laureato in teologia a Buenos Aires, che aveva passato la vita tra missioni e viaggi in Terra Santa e che dopo una vita di studio si era ritirato in meditazione presso il Monastero di Paleokastritza.
Nel Museo del Monastero, mi mostro’ una Bibbia manoscritta dell’undicesimo secolo e da li’ scoprimmo il comune interesse per l’ermeneutica. Prese l’abitudine di farmi visita, e sovente portava con se’ riproduzioni di manoscritti che riceveva quale frutto di una fitta corrispondenza che intratteneva con sacerdoti di ogni razza, ordine o religione, purche’ appassionati come lui di filologia comparata.
Un giorno, dopo pranzo, davanti ad un programma della televisione Vaticana, seguimmo un documentario sul ritrovamento di una barca del primo secolo dopo Cristo nel lago di Tiberiade dove si ipotizzava che potesse essere proprio quella dove aveva predicato Gesu’ o nella peggiore delle ipotesi, quella del naufragio durante una tempesta descritta da Giuseppe Flavio. Mi misi a ridere, perche’ continuando in quelle supposizioni, ritornavano autentiche pure le reliquie conservate nella Basilica di San Marco a Venezia, con i denti della Madonna, il braccio dell’Arcangelo Michele, i capelli di Gesu’ oppure la costola del drago ucciso da San Giorgio nella chiesa di San Giorgio ad Ossuccio, sul lago di Como, per finire alla tomba di Pietro nella Basilica omonima di Roma.
Papas Makarios mi disse che la Fede acceca della sua immensa luce tutti coloro che si accostano ad una materia cosi’ sublime come puo’ esserlo qualsiasi ricerca storica sulle origini del Cristianesimo, spingendo alla forzatura sia i credenti, sia quelli che al contrario vorrebbero demolire la loro Fede.
Forse, chiesi, leggendo i lavori ora degli uni ora degli altri, e’ possibile farsene almeno un’idea. Mi rispose che un’operazione del genere avrebbe richiesto tanto di quel tempo che non sarebbe bastata una vita umana.
Grazie al cielo Papas Makarios si sbagliava perche’ con Internet mi fu possibile visionare i lavori di molti delle centinaia di autori inseriti in un elenco che lui mi aveva fornito, e molti libri li trovai grazie ad una libreria italiana che faceva le ricerche per me e mi spediva i volumi per posta. Alla fine di questi volumi trovavo sempre interessanti elenchi di libri che gli autori avevano consultato continuando la catena di San Antonio che mi porto’ ad avere in archivio ben 192.000 documenti da consultare, che Papas Makarios con la sua esperienza e la sua memoria da ragazzino riusci’ a sfrondare, riducendoli a poco piu’ di un migliaio.
Altri testi erano presenti su Internet in pratici riassunti, commenti illuminati, tesi di laurea approvate dal mondo accademico, osservazioni di religiosi, corrispondenze tra interessati, e altri scritti inediti e notevoli che nei motori di ricerca si andavano mischiando a chiacchieroni, visionari, fanatici settari, spregiudicati imbroglioni, profeti in malafede, ciarlatani che si dicevano illuminati e tutto quel bel mondo che si autodefinisce esoterico che pero’ e’ facilmente riconoscibile e velocemente espuntabile.
Papas Makarios si e’ sempre detto contrario ad una ricerca cosi’ profana, ma ha sempre seguito con attenzione il mio lavoro. Quando le mie domande ponevano la necessita’ di risposte difficili, mi faceva aspettare e scriveva in giro per il mondo per avere qualche opinione in proposito per suggerirmi itinerari e testi da consultare.
Ora che Papas Makarios riposa in pace mi sono deciso a pubblicare la ricerca che abbiamo fatto insieme per non disperdere il patrimonio di conoscenza che ha voluto regalarmi.
L’argomento e’ vastissimo e ho riportato solamente alcuni argomenti che potranno essere sviluppati da chiunque abbia la tenacia di farlo. Per agevolare l’approccio a tale ricerca ho compilato una scarna bibliografia e qualche indirizzo internet da cui poter partire:

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David Donnini “Nuove Ipotesi su Gesù” (MacroEdizioni)
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Edoardo Schurè “Il Sogno Della Mia Vita” (Laterza)
Umberto Delle Donne “La Torre DiArgilla” (Filadelfia Editrice)
Voltaire “Dizionario Filosofico” (Newton)

INDIRIZZI INTERNET

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http://spazioinwind.libero.it/bravo/qumran/files/7q5.htm
http://www.geocities.com/zio_zeb2001/b3.html
http://www.intratext.com/IXT/ITA0456/_INDEX.HTM
http://info.supereva.it/vangelo/files/esseni.htm
Qumran\7Q5, Manoscritti del Mar Morto, Manoscritti di Qumran, Esseni.htm



APPENDICE

Prima di spedire il mio manoscritto all’Editore ho voluto mettere alla prova le mie tesi postandole nei Siti e nei Forum di Internet dove gli appassionati della materia ( sono tantissimi, credetemi) potessero analizzare le mie tesi e scriverne le obiezioni.
Ne e’ uscita un’interessante corrispondenza che metto qui in fondo. Qualche volta ho perso il nome dell’interlocutore, ma ci sono gli indirizzi Web dove si possono trovare gli interventi.

Non credo ne’ a Verita’ rivelate e nemmeno a depositari di tali verita’.
So di essere un nano sulle spalle di giganti e quindi mi nutro di letture, riscontri, e quando posso mi reco nei luoghi a vedere di persona, perche’ - ebbene, si’, lo confesso - io principalmente mi fido della MIA ragione.
Per fare questo mi affido quasi ciecamente al rasoio di Occam, il filosofo fondatore del pragmatismo, e tutto cio’ che non posso tagliare con detto rasoio, non lo discuto piu’ di tanto.

Nell’analisi dei vangeli, per esempio (di TUTTI i vangeli, e’ ovvio) parto dal presupposto che essi non siano affatto documenti storici ma strumenti di meditazione ad uso delle comunita’ protocristiane. Sulla base di cio’ io sono convinto che essi non siano nemmeno logico-sequenziali ma caotico-puntuativi.
Mi spiego meglio: se vi trovate su di un treno e cercate di andare verso la locomotiva, vi capitera’ di scoprire la prima classe, il vagone ristorante, le cuccette in una sequenza logica che vi fa scoprire le cose man mano che avanzate. Questo e’ l’acquisizione logico-sequenziale.
Se invece vi siete persi in un museo e non riuscite a trovare la porta d’uscita, ogni nuova sala che scoprite nel vostro percorso, rappresenta un modo caotico-puntuativo di apprendimento.
Detto questo, non credo che ci sia qualcuno che possa dimostrare che la sequenza degli avvenimenti riportati nei Vangeli (sto parlando specificatamente dei Sinottici) siano accaduti nella sequenza che e’ giunta fino a noi.

Un secondo punto, invece, deve essere accettato, altrimenti non possiamo continuare il nostro confronto. Per continuare a seguire il mio ragionamento, occorre accettare QUALE PRESUPPOSTO che la sequenza dei Sinottici, cosi’ com’e’ stata accertata dalla stragrande maggioranza degli studiosi che non siano tendenziosamente di parte, e’ la seguente:
Prima viene il Vangelo che la tradizione attribuisce a Marco e dal quale hanno attinto in parte Matteo e Luca che vengono dopo. Il Vangelo che la tradizione attribuisce a Giovanni ( e’ detto episcopo e solo in seguito apostolo e non e’ certo il medesimo dell’Apocalisse) e’ un prodotto a parte, che va considerato allegorico e che conclude un tragitto dottrinale accorpando a se’ il movimento Giudaico-cristiano, l’ellenico, i farisei, gli gnostici eccetera.

Se accettate il mio punto di vista, vi sara’ facile capire con quali strumenti io misuro le cose.
Per esempio, se leggete i Sinottici nella sequenza che vi ho descritto, vi accorgerete (o meglio IO mi sono accorto) che Marco, (chiamiamolo cosi’ per esemplificare) descrive un uomo portentoso, che predica il Bene, che predice la prossima fine del mondo, che viene messo a morte e che dopo morto appare ai suoi discepoli.
Non si occupa di sapere da dove quest’uomo arriva, ma fa cominciare il tutto con una cerimonia d’iniziazione, il Battesimo di Giovanni Battista che scatena fenomeni che sono gia’ conosciuti, perche’ c’e’ una letteratura su uomini prediletti dal loro dio che si affaccia dalle nuvole mentre stuoli d’uccelli volano quali segnali di predestinazione.

Il Vangelo di Matteo, invece, scritto per gli ebrei, forse in Roma, si preoccupa di collegare tutti gli avvenimenti con profezie e riferimenti biblici. Comincia ad enfatizzare gli avvenimenti. E dove Marco descrive un guarito, Matteo ne segnala due, e se c’e’ un indemoniato, Matteo ne mette due, e se Marco con la moltiplicazione dei pani fa mangiare cinquemila persone, Matteo specifica che erano uomini, senza contare le donne ed i bambini…
Cerca le origini e l’infanzia e redige addirittura una genealogia di Gesu’ Cristo dalla quale si evince che il nonno si chiamava Giacobbe e che arriva ad Abramo in 41 passaggi.

Il Vangelo di Luca, medico segretario e intimo amico di Paolo, forse redatto in Antiochia, e a seguito di varie peregrinazioni, fino in Grecia, e’ un Testo di tendenza ellenistica e anch’esso si preoccupa della genealogia di Cristo, dicendo per esempio che il nonno si chiamava Eli e risale fino ad Abramo in 56 passaggi.
Ora, mi pare chiaro che se nella sua enciclica Providentissimus Deus Leone XIII, che dico en passant, parlava Ex Cathedra, sancisce che gli Evangelisti:

“…esprimono con infallibile veridicita’ tutto cio’ che Dio ha ordinato loro di scrivere e soltanto quello…”

A me pare chiaro che qui QUALCUNO SI E’ SBAGLIATO !!
Lascio a voi decidere se si e’ sbagliato Matteo, o Luca o Leone XIII ( ci sarebbe anche l’opzione Dio, ma non oso proporvela).

Ecco, tutto qui.
Non derido ne’ compiango quelli che venerano le stigmate di Padre Pio, ma secondo, me e il mio rasoio, se una commissione che fa una visita post mortem non trova traccia delle suddette stigmate, vuol dire che esse non c’erano e che non ci sono mai state.
Altri credono ai miracoli.
Va bene cosi’…

Ma quale soliloquio.
Tentavo di chiarire il metodo che seguo per cercare di fare chiarezza, almeno nella mia mente.
Che questo sia un dialogo tra sordi, mi pare incontrovertibile. Vorrei solo che i lettori di passaggio, traessero beneficio da un’eventuale lettura.
Sono concetti complessi e abbisognano di esposizioni lunghe ed articolate, per questa ragione avevo interrotto la mia esposizione.

« La diffusa dipendenza da parole o concetti generali tende a produrre blocchi mentali o distorsioni della realtà. L’abilità verbale, a meno che i suoi limiti siano chiaramente e continuamente percepiti da chi la esercita, è un modo insuperabile per confondere la realtà fino a non comprenderla più».
(Clive James)

Ora, procedendo nella lettura dei Vangeli Sinottici, secondo me si intuisce un’enfasi che nel tempo tende a aumentare il prodigio della presenza del Messia.
Comincia come uomo che viene elevato a Figlio di Dio ( testimonianza del cosiddetto Marco), e si badi bene Figlio di Dio, allora aveva un’accezione diversa da quello che intendiamo oggi, erano infatti acclamati quali figli di Dio personaggi illuminati, Re, imperatori e filosofi, imperatori avevano fatto miracoli, filosofi erano stati assunti in cielo, sciamani avevano fatto risorgere i morti ( senza andare troppo lontano, nel processo di canonizzazione di Santa Elisabetta vi e’ il riscontro di ben 13 resurrezioni), insomma in un popolo semplice tutto proteso verso una divinita’ che non si rivelava, era facile trovare fenomeni di massa che assomigliano alle attuali apparizioni della Madonna.

Ma veniamo alla mia esperienza personale.
Papas Makarios ( che, lo ricordo, e’ teologo e archimandrita con il quale spesso mi confronto) mi parlava recentemente dei Mandei, una setta che lui ritiene cristiana, parla ancora l’aramaico ed e’ situata tra la Siria e l’Eufrate. Posseggono un vangelo dei Mandei, e seguono il verbo del Giovanni Battista, che loro hanno sempre considerato un Messia taumaturgo, il cui movimento non e’ mai confluito del proto-cristianesimo. Essi sono convinti che il Battesimo, di cui praticano ancora il rito con la completa abluzione, fosse un rito iniziatici con cui Gesu’ Cristo aderi’ al movimento del Battista. Altrimenti, poiche’ aveva coscienza della propria divinita’, perche’ battezzarsi?

Hanno torto i Mandei? Certo che hanno torto. Come tutti coloro che non professano la fede cristiana che e’ l’unica depositaria della Verita’ rivelata. Ma perche’ non ascoltare anche la loro opinione per continuare un’indagine?

La questione della verginita’ della Madonna, se Gesu’ fosse sposato o meno, di dove venisse e dove avesse precisamente predicato, non sono questioni marginali e la difficolta’ di ricostruzione e’ dovuta principalmente all’assoluta mancanza di documenti storici.
Ma se tutto era chiaro e tangibile, perche’ la Chiesa nascente si e’ affrettata a distruggere le testimonianze dei contemporanei?

Certamente la ricostruzione storica degli avvenimenti e’ difficile per tutti, ma io, seguendo il metodo pragmatico ( il famoso rasoio di Occam) ho la sensazione che con i piedi per terra molti fatti collimino.

Se Gesu’ si fosse unito in matrimonio, per esempio, molti fatti collimerebbero.
Lasciamo stare le nozze di Cana, che sono un puro esercizio letterario ma analizziamo la condizione sociale della Maddalena. Non e’ una prostituta, come ho recentemente sentito declamare dall’eminente Monsignor Ravasi in una delle sue recenti letture televisive. Il sant’uomo era probabilmente distratto, ma qui sta uno dei punti oscuri della predicazione cristiana: la Maddalena era una donna abbiente, di ottime frequentazioni ( Cleofa, una sua amica, era moglie di un funzionario alla corte di Erode) forse finanziava il movimento cristiano e certamente accoglieva nella sua casa di Betania alcune riunioni.
E’ tutto scritto. Eppure ancora oggi, distrattamente, sacerdoti durante le prediche, si lasciano scappare che fosse una prostituta.
Forse e’ lei la donna adultera che Gesu’ salva dalla lapidazione, ma nulla di piu’. Era posseduta da sette demoni, il che lascia credere che fosse isterica o epilettica ma non una prostituta.

Forse e’ lei la Maria sorella di Marta e di Lazzaro che aveva asciugato i piedi di Gesu’ con i capelli e lo aveva unto con un costoso unguento. Quando Gesu’ arrivo’ Marta gli ando’ incontro mentre Maria rimase in casa, secondo la tradizione che voleva che le donne maritate non si mostrassero in pubblico durante il lutto.
Alla luce di cio’ l’episodio quasi miracolistico di Gesu’ (Luca 19,21) che dice a due discepoli: “ andate nel villaggio che sta qui di fronte entrando nella prima casa troverete un asinello, prendetelo e se qualcuno vi chiede dite loro: “Il Signore ne ha bisogno” non ha nulla di eccezionale se l’asinello (che in un primo momento era un cavallo ma che venne trasformato per aderire alle profezie) fosse stato di proprieta’ della cognata!

L’episodio di Barabba e della doppia crocifissione e’ una bufala pazzesca?
Concordo. Troppe speculazioni attorno a questo episodio. Andrei un po’ piu’ cauto quando lo stesso concetto e’ riportato addirittura dal Corano, e nei Vangeli e’ scritto che andarono da Pilato per far sorvegliare la tomba, perche’ temevano che rubassero la salma.
Hanno torto tutti? Va bene.
Pero’ alla luce di detti avvenimenti alcuni fatti che si svolgono dopo diventano piu’ comprensibili senza alcun apporto miracolistico.

Introdotta da Alessandro Magno e praticata in Palestina contro i ribelli, la crocifissione era secondo Cicerone: “La piu’ crudele, la piu’ obbrobriosa “ delle esecuzioni. Perche’ il giustiziato, che era stato prima flagellato, agonizzava per giorni, tormentato dalla fame, dalla sete, dagli insetti e dai rapaci, in convulsioni che frequentemente causavano la morte per asfissia o dissanguamento.
Non sono rari interventi di fronte ad atroci sofferenze, per accelerarne la morte quali lo spezzare le ossa e una spugna di vino speziato di droghe e veleno ( che secondo Giovanni Gesu’ Cristo bevve, ma per altri rifiuto’).
I fautori della morte apparente asseriscono che poiche’ la morte sulla croce era lenta ed inesorabile, e portava il condannato ad esaurimento durante lunghissimi giorni, possa essere stata evitata a Gesu’ che venne deposto nel giro di poche ore ( dall’ora sesta all’ora nona).
Il Golgota non era un luogo pubblico per le esecuzioni ma una proprieta’ privata di Giuseppe D’Arimatea ed i testimoni furono tenuti lontani ( Matteo 27, 55) C’erano molte persone che stavano a guardare da lontano… (Marco 15, 40) Vi erano pure alcune donne che stavano osservando da lontano, tra loro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e Salome’…
(Luca 23, 49 ) Tutti i suoi amici e le donne che lo avevano seguito dalla Galilea se ne stavano lontano osservando tutto cio’ che accadeva…
Il Vangelo attribuito a Giovanni invece dice il contrario ma sull’attendibilita’ di questi scritti si sono espressi molti studiosi ed e’ superfluo riparlarne. Piuttosto salta all’occhio la testimonianza ( unica nei Vangeli) della ferita al costato che provoca la fuoriuscita di sangue e siero, tipica di un corpo ancora vivo.

Accettando il presupposto sopra descritto, alcune incongruenze dei Vangeli invece collimano.
A Maddalena che non riconosce a tutta prima Gesu’ credendolo l’ortolano (sic) e poi esclama:
“Rabbuni!” Lui risponde “Non mi toccare!” in contrasto con l’atteggiamento che avra’ poi con gli Apostoli. E’ concepibile tre giorni dopo i tormenti, in uno stato ancora convalescenziale, e con le ferite in via di guarigione.
Ammissibile anche l’atteggiamento opposto, giorni dopo davanti agli Apostoli esterrefatti che lo credevano morto. Immaginatevi la scena:
- Ma come, non eri morto?
- E invece eccomi qua, vivo e vegeto
- E’ un fantasma
- Cosa dici, vieni a toccarmi e vedrai
- Io non ci credo
- Toccami e ci crederai pure tu, Tommaso. Ma adesso, datemi qualcosa da mangiare che ho una fame da lupi
- Abbiamo del pesce arrosto
- Buono…

Un nota marginale:
se mangiano pesce arrostito, non essendo tra i piu’ abbienti, e’ piu’ probabile che lo facciano in Galilea, dove esercitano la professione di pescatori che non a Gerusalemme.
Anche qui, forse, qualcuno si e’ sbagliato…

E veniamo alle profezie.
Premetto che se io sono uno storico o un testimone di fatti clamorosi, riportero’ il profeta e la profezia, solamente nella certezza che essa si sia avverata. Altrimenti nulla mi lascerebbe supporre che quello che ha detto il profeta corrisponda ad un fatto clamoroso. ( Se non vi e’ chiaro questo concetto, rileggetelo perche’ e’ molto importante). Quindi la profezia sulla caduta di Gerusalemme, per esempio, dev’essere stata scritta DOPO che Gerusalemme e’ stata distrutta, altrimenti non avrebbe senso riportarne la profezia…
Sulla base di quanto espresso fino qui, la frase attribuita a Gesu’: “Chi mi vuol bene prenda la sua croce mi segua” forse e’ dubbia, perche’ anche nell’ipotesi che Egli conoscesse il proprio destino, l’allegoria della croce sarebbe risultata incomprensibile a coloro che ascoltavano perche’ non conoscevano ancora il clamore della Sua esecuzione.
Forse questo e’ un passo aggiunto dalla tradizione proto-cristiana e inserita in seguito nei Vangeli.

Ma andiamo oltre:

Il discorso di rottura nella predicazione di Gesu’ nei confronti dei suoi contemporanei, a mio parere si basa su tre colonne portanti:
1- l’amore per il prossimo, fosse anche un nemico
2- L’amore di Dio e per Dio al di la’ delle leggi mosaiche (non dimentichiamo che il Dio Ebraico e’ un Dio egli eserciti, ombroso e vendicativo, che Gesu’ invece chiama Padre nostro)
3- Il prossimo avvento del Regno di Dio

Quest’ultimo punto e’ fondamentale nella predicazione di Gesu’, innanzi tutto perche’ gli apocalittici rappresentano un patrimonio orale (e anche letterario) molto diffuso, proveniente da Babilonia, Egitto e cultura ebraica della fine del mondo. Lo dimostra, secondo me, anche la frequenza con il quale questo argomento viene citato nei Vangeli: una cinquantina di volte in Marco e Luca e una trentina da Matteo, che essendo Giudeo sostituisce il Regno di Dio con il Regno dei Cieli, per consentire alla comunita’ ebraica di poter discutere il concetto senza incorrere nella proibizione di nominare il nome di Dio.

Ognuno puo’ leggervi riferimenti di un nuovo Regno escatologico da venire chissa’ quando. La scrittura dell’Apocalisse riferisce della visione di una nuova Gerusalemme che scende dal cielo e lo stesso Gesu’, soffermandosi piu’ volte sull’argomento dice per esempio ai dodici Apostoli che siederanno sui dodici troni delle dodici tribu’ d’Israele. Dice:
“Un giorno mangerete e berrete alla mia tavola, nel mio regno”
Alla domanda: quando avverra’ tutto questo? Risponde:
“Non passera’ questa generazione prima che tutto sia avvenuto” (Marco 13,30)
e anche:
“Se sarete perseguitati in una citta’ fuggite in un’altra, perche’ in verita’ vi dico: non giungerete alla fine della citta’ di Israele che il figlio dell’uomo sara’ tornato” (Matteo 10,23)
Davanti a Caiafa:
“…fin da ora vedrete il figlio dell’uomo sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo”

Ma la convinzione della Parusia, non e’ solo dei primi cristiani, bensi’ dei molti Padri della Chiesa a cominciare da Paolo che scrive ai Salonicchi una prima lettera in cui dice:

“Circa il tempo e l’ora (si parla della Parusia) non avete bisogno che ve ne scriviamo…. Il giorno del signore arriva come un ladro di notte…ma voi non siete nelle tenebre… (consiglio di leggere l’intero brano -Tessalonicesi, 5)”
che viene immediatamente corretta da una seconda ( questa si’, ritenuta poco attendibile) in cui dice:

“Vi preghiamo…di non agitarvi e non spaventarvi nel vostro animo, ne’ da profezie ne’ da parole o lettera come spedita da noi ( un falsa lettera accusa l’altra di essere falsa) quasi che il giorno del signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo….ecc (consiglio una sana lettura delle lettere di Paolo, il primo e unico documento autentico inerente il proto-cristianesimo del I secolo)

Mi astengo dal riportare scritti di Ignazio, Barnaba, (false) lettere di Pietro, Clemente, e il gia’ citato marana tha che il buon Rev. Ravasi risolve dicendo che e’ scritto tutto attaccato.
Perche’ se stiamo dialogando tra sordi, allora nessuno cambiera’ idea.

Ma cronache dell’epoca, queste si’ scritte dai romani parlano di questa setta proto-cristiana, litigiosa e inane, che non si aspettava nulla (per forza, aspettava la fine del mondo!) e che venne espulsa da Gerusalemme perche’ rifiutava il servizio militare.
Litigiosa, perche’ San Silvestro, che non era un bambino che portava l’Ostia, come detto dal prete nel Catechismo fino agli anni sessanta, era un Vescovo Ellenico-cristiano che venne lapidato da altri cristiani che per questa ragione fuggirono da Gerusalemme dando inizio alla diaspora…
E Petro e Paolo, che la Chiesa celebra come se fossero uniti nel magistero, in realta’ erano rivali accaniti, per non dire nemici.
Ma tutto questo viene occultato dalla Chiesa, come se vi fosse qualcosa da nascondere.
Ripeto, va bene cosi’. Perche’ l’essere sopravvissuta a questi secoli di perigliosi eventi, le da’ ragione.
Pero’ con i Lumi della Ragione, le cose si possono leggere ANCHE diversamente.

IL NAZARENO

Si è dibattuto sulla questione del titolo "Nazareno" che viene accostato a Gesù che ritengo opportuno portare un ulteriore elemento di riflessione, a mio avviso molto importante.
Il nodo della questione ci porta dritti a Matteo 2:23, versetto che recita

Matteo 2:23
"E, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: sarà chiamato Nazareno"

Ora, voi potete spulciare tutto l'Antico Testamento e prendere anche tutto il tempo che volete per compiere questa operazione: in nessun punto di tutti i libri dell'AT è mai stato scritto che il Messia "sarà chiamato Nazareno".
Questo è vero fino a un certo punto. Nell'AT ci sono molti passi che i cristiani interpretano come profezie della venuta di Gesù. Uno di questi passi viene da quello che forse è il più grande profeta dell'AT: Isaia. Leggiamo l'inizio di uno dei carmi di Isaia, una delle tante profezie messianiche di questo libro:

Isaia 11:1
"Un germoglio spunterà dalla casa di Iesse [il padre del re Davide] un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore".

Cosa c'è di straordinario in questo versetto? Apparentemente nulla. Ora, noi abbiamo un manoscritto davvero eccezionale a nostra disposizione. Il rotolo di Isaia 1QIs a rinvenuto a Qumran, completo in tutti e 66 i Capitoli del libro di Isaia. Questo rotolo è stato datato paleograficamente tra il 150 a.C. e il 125 a.C.; una analisi al radiocarbonio eseguita nel 1995 presso l'Università dell'Arizona ha inoltre stabilito la data di stesura al 190 a.C. (con una precisione di 30 anni in più o in meno). La datazione paleografica sembra comunque più attendibile. Questo documento quindi è stato scritto abbondantemente prima dell'avvento del cristianesimo e quindi è depurato da eventuali interpolazioni nate sia da parte cristiana che, soprattutto, da parte ebraica (visto che i "garanti" dei testi ebraici sono stati sostanzialmente i Masoreti, che erano scribi ebrei).
Il rotolo di Isaia di Qumran conferma l'autenticità del versetto che abbiamo riportato sopra e che è stato tradotto dal testo masoretico. In ebraico il versetto è scritto in 1QIs a:

Isaia 11:1 (Hebr.)
"ve-yatsa’ choter migezar yishshay ve-natser mishsharashayv yiphrah"

Ebbene: in esso compare la parola ebraica natser (che va traslitterata con NAZER). Questa parola significa "ramo", "germoglio" o appunto "virgulto" come leggiamo nella traduzione italiana (quella che ho riportato è della C.E.I.).
Ma la cosa fondamentale è che NAZER ha la stessa radice dei termini NAZARENO e NAZARET. Se NAZER significa "ramo", NAZARENO significherebbe "Colui che è il ramo" nel senso di "Colui che discende dal ramo di Iesse e quindi di Davide" cioè il Messia.

Questa argomentazione dimostra parecchie cose. Innanzitutto viene giustificato il riferimento di Matteo: è Isaia, in uno dei suoi classici brani profetici, a definire il futuro Messia come "ramo" o "virgulto" che spunta dalla casa di Iesse. E lo fa con una parola la cui radice è uguale a quella dell'appellativo "Nazareno". Quindi viene data anche una possibile spiegazione dell'origine del titolo con il quale, da sempre, si definisce Gesù.
Inoltre c'è una seconda considerazione molto significativa. Che cosa capisce un italiano leggendo il testo? Assolutamente nulla! Capisce che Gesù viene definito con uno strano titolo del quale non c'è traccia alcuna nell'AT (se non per il voto di nazireato) come applicazione al Messia, e capisce anche che Matteo si è sbagliato a citare dall'AT perchè tecnicamente nessuno definisce il Messia come "Nazareno" nell'AT. Allo stesso modo un greco che avesse letto il testo del Vangelo di Matteo e il testo di Isaia 11:1 non avrebbe capito molto di più di un italiano duemila anni dopo! Infatti in Isaia 11:1 il testo greco della Bibbia dei LXX utilizza la parola greca "rabdos" che significa sempre "ramo" o "virgulto" tradotto dall'ebraico al greco, ma questa parola non ha e non può avere alcun collegamento linguistico con la parola "Nachioraios" che compare nel testo greco di Matteo 2:23. Ma se uno ha davanti un ipotetico testo di Matteo scritto in ebraico e il brano di Isaia scritto parimenti in ebraico, ecco allora che tutto acquista un significato. Questa è un'altra delle numerose considerazioni che portano a pensare che il testo di Matteo sia davvero stato scritto originariamente in ebraico e per profondi conoscitori della lingua e della cultura ebraica. E siamo così giunti al terzo importante corollario di tutta questa questione. Il versetto di Matteo scritto in greco e senza alcuna spiegazione non avrebbe alcun significato e soltanto un pazzo potrebbe averlo scritto in quel modo.
Volete un'altro classico esempio a sostegno di questa tesi? In Matteo 1:21 è scritto "Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai peccati".
Che vuol dire questo discorso? Cosa capisce un italiano o un greco leggendo questo versetto? Che c'entra la parola Gesù con il "salvare il popolo dai peccati"? C'entra, c'entra. Il versetto in ebraico si scrive: "Ve-qaraeta et-schemo Ieschoua ki hou Ioschia et-ammo meavonoteihem" dove Ieschoua è Gesù e Ioschia è il verbo "salvare". Gesù in ebraico significa "colui che salva". Ecco allora che il versetto di Matteo diventa improvvisamente chiaro: lo chiamerai Gesù [ebr.: colui che salva]: infatti salverà il suo popolo dai peccati.
Se il testo fosse stato scritto direttamente in greco l'autore avrebbe dovuto spiegare che Gesù significa "colui che salva". E invece non lo fa, evidentemente perchè l'autore scriveva in ebraico e dava per scontato che i suoi lettori comprendessero certe sottigliezze (che si perdono traducendo dall'ebraico al greco e dal greco all'italiano). E chi ha tradotto il testo dall'ipotetico testo ebraico, badate bene, non ha modificato il testo aggiungendo la spiegazione per mantenere la traduzione il più possibile fedele all'originale.
Un'altro esempio ancora? Gesù secondo Matteo e Marco recita sulla croce il verso iniziale del Salmo 22 che in aramaico è Eloì, Eloì, lemà sabàctani. Ebbene questo verso è stato preso dal testo ebraico perchè il salmo 22 nella traduzione greca dei LXX (che peraltro è stata utilizzatissima dai primi cristiani in occidente: il greco era evidentemente più conosciuto dell'ebraico) è diverso. E allora, se uno stava scrivendo direttamente in greco magari nel II secolo dopo Cristo perchè doveva utilizzare il testo del salmo 22 scritto in ebraico avendo a disposizione quello greco dei LXX già bello e tradotto?
(Spedito da Hard Rain )

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Solo un chiarimento: mi chiedevo quale lettera greca hai trascritto col suono chi nella parola "nachioraios".
So bene che molte lettere greche sono irriproducibili con la nostra tastiera, ma a me pare che il suono esatto in italiano corrispondente non sia "chi" ma zeta.
Quindi si dovrebbe leggere nazoraios.
E qui viene il bello.
Sul mio vecchio vocabolario Rocci, trovo:
Nazarenos,u,o = aggettivo (da Nazaret); anche Nazoraios,u,o ma solo nel Nuovo Testamento.
Questo secondo me significa che se nel testo di Matteo il riferimento fosse stato alla città di Nazaret, si sarebbe usato il termine "nazarenos".
Invece sembrerebbe che l'evangelista abbia creato un neologismo usando il termine "nazoraios", termine che, appunto, secondo il Rocci, si troverebbe solo nel N.T.
Addirittura, la traduzione italiana "maccheronica" non sarebbe nazareno ma nazoreo.
Che ne pensi?
Inoltre io ci vedo una sapiente costruzione simbolica e teologica nelle due "chiusure" dei due capitoli di Matteo dedicati all'infanzia di Gesù.
Il primo capitolo si chiude con la parola Gesù: colui che salverà dal male.
Il secondo si chiude con Nazareno: colui su cui discenderà lo Spirito di Dio.
I due capitoli non ci vogliono raccontare i dati anagrafici e storici di Gesù (è impossibile, è inutile accapigliarsi su questo punto), ma vogliono annunciare la Sua vera natura e ciò che Egli è venuto a fare.
Anna

Hard Rain:

Sì, in un certo senso sì. Peccato che nel 1961 a Cesarea Marittima è stato trovata una antica pietra che riporta l'indicazione di Nazaret ed è datata al I secolo dopo Cristo. E' una sorta di cartello stradale dell'epoca. Questo come si spiega? A chi bisogna chiederlo?
In Atti 7:14 c'è scritto: "Giuseppe allora mandò a chiamare Giacobbe suo padre e tutta la sua parentela, settantacinque persone in tutto."
Se leggiamo il passo di Esodo 1:5 abbiamo: "Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava già in Egitto" secondo il testo masoretico (che è quello dell'attuale Esodo della Bibbia CEI). Chi è in errore? L'autore ignorante degli Atti degli Apostoli che non sapeva che i discendenti di Giacobbe erano solo settanta e non settantacinque? Possibile che l'autore degli Atti degli Apostoli non sapesse che i discendenti di Giuseppe erano solo settanta e non settantacinque? Come faceva un ebreo a sbagliarsi in un modo così deplorevole? La risposta viene direttamente da Qumran: il manoscritto più antico dell'Esodo è il rotolo 4QEx a scritto cento anni prima di Cristo nel quale, aprite bene le orecchie, c'è scritto che i discendenti di Giuseppe erano settantacinque e dà pienamente ragione all'autore degli Atti. Del resto anche la Bibbia greca dei LXX ha sempre attestato questo, contraddicendo il testo masoretico (che è opera dei masoreti, scribi ebrei che hanno tramandato la bibbia ebraica). Purtroppo il testo masoretico ha manoscritti relativamente giovani, dal VIII secolo d.C. in poi più giovani dello stesso NT per cui l'assurdo è che il Codex Vaticanus è più vecchio (e di molto) dei più antichi manoscritti masoretici. Di nuovo: di questo a chi dobbiamo chiedere conto?
Per mamy. Ho traslitterato male (e faccio ammenda). In Matteo 2:23 la giusta traslitterazione è Nazoraios, dove la o è una omega. Quanto riporti è molto interessante. Penso anche io, e del resto quanto da me scritto lo conferma, che ci siano simbolisimi potentissimi in questi passi di Matteo. Simbolismi che si ricollegano alle profezie messianiche dell'AT e che diventano evidenti soltanto nella ipotesi che il testo fosse originariamente scritto in lingua ebraica e non direttamente in greco. Bada bene che gli esempi di cui sopra sono soltanto due! Carmignac, Tesmontant, Flusser, Lindsey hanno evidenziato tantissimi semitismi e modi di dire ebraici nei testi del Nuovo Testamento. La risposta migliore per Kantaishi ("Non bisognerebbe chiedere queste cose agli ebrei?") direi che è proprio questa: Lindsey e Flusser hanno fondato nel 1985 a Gerusalemme la Jerusalem School of Synoptic Research che raccoglie studiosi sia cristiani che ebrei (dell'Università Ebraica di Gerusalemme) in una operazione unica nel suo genere, mai tentata prima. Studiosi cristiani e studiosi ebrei a Gerusalemme (altro che ebrei italiani...) si sono messi assieme per studiare i Vangeli e il sostrato ebraico del NT! Alcune tesi di questi studiosi sono veramente estreme: si giunge sino a ipotizzare che Gesù non solo sia realmente esistito ma fosse un rabbino anche molto istruito. La Jerusalem School of Synoptic Research ha anche un ottimo sito web che potete indagare... Come vedi non dobbiamo chiedere queste cose agli ebrei: sono loro che ce le vengono a raccontare. Logicamente bisogna essere aperti al dialogo e alla ricerca scientifica altrimenti è meglio lasciar perdere.
E il bello è che Tresmontant e Carmignac non hanno assolutamente niente a che vedere con Flusser, Lindsey e gli altri studiosi della Jerusalem School of Synoptic Research eppure in modo idipendente sono arrivati a dimostrare le stesse cose.

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La questione di Nazareth è dibattuta. Da un punto di vista archeologico non c'è nessun reperto o manufatto proveniente dall'attuale Nazareth che sia attribuibile al I secolo dopo Cristo. La città sembrerebbe sorta quindi molto dopo (mentre in altre città tipo Cafarnao, Gamala, Gerusalemme, Gerico ecc... si sono trovati resti di edifici antichissimi come riporta la Bibbia). L'unico appiglio che ci collega alla Nazareth storica eventualmente già presente nel I secolo d.C. sarebbe una lapide ritrovata negli anni sessanta a Cesarea Marittima che conterebbe l'indicazione Nazareth come una sorta di cartello stradale. Questa lapide sarebbe proprio del I secolo dopo Cristo. Tuttavia alcune lettere della stele sono danneggiate così che alcuni sostengono che invece di Nazareth la scritta potesse essere Gennesareth che nella parte centrale della parola è molto simile. Il mistero rimane. Quello che è certo è che gli scrittori dell'antichità del I secolo come Giuseppe Flavio (che era stato un comandante militare ebraico ai tempi della guerra giudaica nel I secolo e quindi conosceva molto bene la geografia del suo paese) non parlano mai di questa cittadina. Poteva essere tuttavia una località veramente piccola e pressochè insignificante (nel Vangelo di Matteo si dice: può mai venire qualcosa di buono da Nazareth?). La parola nazireo più che dalla massoneria può derivare dal nazireato, un voto particolare che veniva fatto in certe occasioni (Sansone per esempio era un "nazireo") e che viene descritto nel Pentateuco come puoi facilmente verificare.

nel Corano si parla dei nazareni, ma non sono sicuro se questa definizione venga utilizzata in alternativa a cristiani, oppure come sinonimo. Sono associati ai Giudei in qualità di miscredenti.

Abbiamo poi negli Atti degli Apostoli (24,5) l'accusa rivolta a Paolo di essere "capo della setta dei Nazorei".

Da: Manuele
Il Fondatore

I Vangeli presentano Gesù come originario della città di Nazaret. Per questo definiscono Gesù come il "Nazareno" nel senso di abitante di Nazaret. In realtà ci sono alcune discrepanze storiche e archeologiche che ci fanno supporre che Gesù non potesse essere di Nazaret. Intanto di Nazaret ai tempi di Gesù non c'è alcuna traccia archeologica, la città attuale sarebbe sorta secoli dopo la morte di Gesù. Non c'è traccia dei resti di alcuna sinagoga databile ai tempi di Gesù. Infine nessuno storico dell'epoca di Gesù ha mai citato Nazaret. Mentre ci sono prove archeologiche e storiche di tutte le altre città citate dai Vangeli (Cesarea di Filippo, Gerico, Betsaida, Betania, Corazim, Genesaret, ecc...).
Sembra possibile che la parola "Nazareno" sia stata confusa con un titolo religioso, che sarebbe "Nazireo". Gesù il Nazireo, non Gesù il Nazareno. Ma cosa sono i Nazirei? In tutto l'Antico Testamento troviamo due tracce.
La prima traccia è nel libro dei NUMERI al Capitolo 6 dove viene definito il voto di Nazireato. Il Nazireo sarebbe una sorta di persona "speciale" che fa un voto e si consacra a Dio per eseguire una particolare missione. Invito a leggere il Cap. 6 del libro dei NUMERI al riguardo. Qualcosa però non torna con Gesù; prima di tutto il Nazireo non poteva bere vino o altre bevande alcoliche sino alla fine del suo mandato. Gesù bevve vino come minimo durante l'ultima cena... A meno che non considerasse appunto finito il suo mandato in corrispondenza dell'ultima cena, ed è possibile visto che stava per morire. La seconda contraddizione è che i nazirei non potevano toccare o avere a che fare con i morti. Mentre i Vangeli raccontano che Gesù, come minimo, ne risuscitò uno, entrando addirittura nel sepolcro (Lazzaro). E' possibile che ai tempi di Gesù le regole del Nazireato fossero comunque diverse da quelle dei NUMERI, o che fossero state interpretate in maniera meno restrittiva da Gesù.
La seconda volta in cui si parla del voto di nazireato è nel libro dei GIUDICI. Lo si fa per un nazireo "illustre": Sansone. Vi invito a dare uno sguardo ai capitoli 13 e 16 del libro dei GIUDICI. Sansone è nato da una donna sterile (come Giovanni Battista), sua madre riceve da un angelo l'annunciazione della nascita (come la madre di Giovanni il Battista e come Maria la madre di Gesù). Sansone fa il voto di nazireato e la sua "missione" è quella di cominciare a scacciare i Filistei da Israele. Una sorta di messia dei tempi antichi, no? Ma è un Messia molto particolare, perchè la sua missione, lo si sa fin dall'inizio, è votata al sacrificio. Sansone muore per trascinare nella rovina alcuni Filistei, nemici del popolo di Israele. E' un sacrificio insomma.
Non ho trovato nell'Antico Testamento altri collegamenti con il titolo di "Nazireo". Il secondo Nazireo della Bibbia pare sia stato proprio Gesù, se si accetta che in realtà Nazareno è stato confuso con Nazireo.

Gesù nato a Betlemme, dicono i Vangeli... Gesù il giudeo, continuano i Vangeli... Come al solito il tempo non mi permette di dilungarmi sull'argomento. Quella dei Nazzareni o dei Nazarei era una setta ebraica, dove una delle regole (della comunità) era quella di non tagliarsi mai i capelli (vedi Sansone). Fare voto di nazireato significava (prendere i voti) essere iniziato a questa setta (I moderni studiosi concordano su questo).
Il termine Nazzareno o Nazireo, sembra riportare al termine ebraico Nahash (serpente). Quindi i Nazzareni erano gli Adoratori del Serpente o i Seguaci del Serpente.

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da: Hard Rain
Membro liv.3

Leggendo in particolare il Vangelo di Matteo si nota la preoccupazione dell'autore (o degli autori delle redazioni successive, giacchè non conosciamo l'originale di Matteo se non forse attraverso alcuni frammenti veramente molto antichi) di dimostrare che Gesù è il Messia promesso dai tempi antichi. Sembra questo l'affanno principale della prima parte del Vangelo di Matteo. Almeno in questo senso io leggo la genealogia che apre il Vangelo e che fa discendere Gesù dal re Davide perchè il messia doveva discendere appunto dalla stirpe di Davide. Poi c'è la teoria del parto verginale della madre di Gesù: infatti sta scritto nel libro di ISAIA che "la vergine partorirà un figlio e lo chiamerà Emmanuele" (che significa Dio con noi). La nascita a Betlemme è anch'essa derivata da una profezia (Betlemme era la città del re Davide). A queste profezie vanno poi aggiunte quelle relative alla fuga in Egitto e della strage degli innocenti, tutte raccontate da Matteo (o dai redattori successivi, non si sa) con tanto di citazione delle profezie dell'antico testamento.
E' mia opinione che questi racconti siano stati forse inseriti per enfatizzare la messianicità di Gesù. Bisognava convincere gli ebrei che Gesù adempiva perfettamente anche nei più minimi dettagli le profezie dell'antico testamento che lo riguardavano. Io penso che effettivamente i discepoli di Gesù abbiano ritenuto che Gesù fosse davvero, secondo loro, una persona "speciale" e particolare. Non si spiegherebbe perchè proprio Gesù, un personaggio fra l'altro storicamente minore in tutti gli autori storici del periodo (Giuseppe Flavio, Filone Alessandrino e tutti gli altri), abbia generato tanto zelo e fanatismo nei primi cristiani, disposti alla morte e al sacrificio. Troppi scritti sono proliferati su di lui. Qualcosa deve essere effettivamente successo. Fra l'altro in quel periodo abbiamo avuto decine e decine di Messia per tutta la Palestina. A cominciare dall'Eleazaro giustiziato da Erode il grande, passando da Giuda di Gamala che scatenò una rivolta in occasione del censimento del 6 d.C., poi abbiamo il pastore Athrogenes, Simone lo schiavo che si ribellò e incendiò persino la reggia di Gerico, poi abbiamo i capi della rivolta che scatenò la guerra giudaica, abbiamo Teuda, di cui parla anche Giuseppe Flavio oltre che gli Atti degli Apostoli, abbiamo lo pseudo profeta egiziano che attirò a se migliaia di persone promettendo loro di far attraversare il Giordano come fece Mosè nel Mar Rosso (che non era il Mar Rosso ma il Mar delle Canne) e conquistare Gerusalemme che era sotto occupazione romana. E una serie di personaggi minori. Tutti questi personaggi sono morti, così come sono morti quelli della rivolta del 66 d.C. anche quelli della rivolta del 135 d.C. Tutti sconfitti, così come è stato giustiziato e in apparenza sconfitto anche il profeta Gesù. Eppure Gesù ha originato il cristianesimo e dei testimoni che sono morti per propagandare i suoi insegnamenti. Nessuno si faceva assassinare anni e anni dopo la loro morte per Giuda di Gamala, per il profeta egiziano o per tutti i numerosi pseudo figli di Erode il Grande che si auto proclamavano eredi al trono tra il 4 a.C. e il 6 d.C. Ricordiamo le parole del sinedrita Gamaliele, come sono scritte oggi negli Atti degli Apostoli (Cap. 5): "Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s'erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch'egli perì e quanti s'erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!»"
La fede dei cristiani, prima che fede in Gesù inviato da Dio morto e quindi risorto, è un'atto di fede nei confronti degli Apostoli che ci raccontano determinate cose. Non essendo stati presenti all'epoca dei fatti in modo da farci la nostra personale opinione, dobbiamo fidarci (o non fidarci...) di quello che quei discepoli hanno visto o creduto di aver visto.



Manuele
Fondatore

Buongiorno Hard Rain.
Molto interessante questo argomento, confesso che per il momento mi sono fermata a questo primo messaggio per risponderti su questo:

"La seconda contraddizione è che i nazirei non potevano toccare o avere a che fare con i morti.
Mentre i Vangeli raccontano che Gesù, come minimo, ne risuscitò uno, entrando addirittura nel sepolcro (Lazzaro)."

Se partiamo dal presupposto che Gesù fosse un iniziato quello che tu dici essere una contraddizione potrebbe non diventarlo più facendo questa ipotesi: i "morti" non erano persone che avevano cessato di vivere in senso biologico, ma coloro che non erano stati iniziati, azzardiamo anche in parallelo i filistei di Sansone. Lazzaro quindi sarebbe stato iniziato poi da Gesù, ed ecco perchè viene detto che Gesù lo resuscitò, lo trasportò dallo status di "morto" a quello di vivo, vivo perchè era entrato nella conoscenza.

Cara Flavia, la tua è una interpretazione gnostica che è sempre possibile. Chissà. Circa il "Nazireato", le regole sono descritte esaurientemente nel libro dei NUMERI. C'era anche una seconda richiesta che dovevano soddisfare i Nazirei che seguivano le prescrizioni del pentateuco: quella di non toccare bevande alcoliche. Ma noi sappiamo che Gesù come minimo ha bevuto il frutto della vite durante l'ultima cena (e poi ci sono in precedenza altri episodi, come quello delle nozze di Cana, di contatto di Gesù con il vino). E allora come si può interpretare quella frase che Gesù pronuncia durante l'ultima cena "Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio" in questa chiave? La frase l'ho tratta da Matteo, ma dicono la stessa cosa Marco e Luca (Giovanni non ne parla). Forse che in realtà la vera missione di Gesù iniziava a partire dall'ultima cena? E' possibile. Non dimentichiamo che se interpretiamo alla lettera i Vangeli, il regno di Dio è già presente sulla terra. In Mt, Mc e Lc dove c'è il famoso discorso della distruzione di Gerusalemme e del Tempio (che avvenne nel 70 d.C.) si dice che il regno di Dio verrà subito dopo quei fatti. Quindi questo "regno" è un regno metafisico, spirituale che è già presente. E Gesù ha detto anche in un'altro passo: "Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo". E da Govanni 14:23 apprendiamo anche che "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". Qundi Gesù non è "sparito". E' una entità spirituale che è in grado di manifestarsi nella gioia di chi crede in lui. E' difficile raggiungere questa condizione metafisica. Ma una lettura di che cos'è il "regno di Dio" potrebbe essere questa. "noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui": questo è il regno di Dio. E' la certezza di chi crede in tutto quello che ha detto Gesù e, soprattutto, è in grado di metterlo in pratica. Magari è solo una illusione. Ma anche le illusioni aiutano a vivere, no? Allora che sia questa la missione di Gesù che inizia a partire dall'ultima cena? Quella di mostrare alla gente la condizione spirituale del regno di Dio? E' un'altra possibile lettura. Alla fine dei tempi finalmente Gesù potrà di nuovo, simbolicaente, bere il frutto della vita presso Dio assieme agli "eletti" di cui si parla nel Vangelo di Matteo. Stando alla lettura di Mt, ripeto, Gesù è presente dalla sua morte, è presente oggi e sta GIA ADESSO radunando gli "eletti", manifestandosi a coloro che credono nella giustezza dei suoi insegnamenti. E' già "al lavoro", insomma. Alla fine dei tempi ci sarà invece il famoso "giudizio finale" di cui parla Matteo al Capitolo 24. E come avverrà questo giudizio finale? "Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero carcerato e mi avete visitato". E ancora un po' più in là in Matteo si legge: "Signore quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, ecc...?" E Dio risponde: "Ogni volta che avete fatto qualcosa ad uno di questi miei fratelli più piccoli, in verità lo avete fatto a me" E che significa questo discorso? Che Dio e Gesù sono in mezzo alla gente, sono la gente, le altre persone bisognose. Molto semplicemente. Non sono divinità astratte e prive di ogni contatto umano. Sono un invito a considerare non chi è potente e forte, ma a servire chi è debole e sofferente e ha bisogno.


I SIGNIFICATI DEL NAZIRA

E' probabile che il nazireato provenisse originariamente dall'Iran ove fortissima era la Tradizione del Melkitzedek attraverso gli zoroastriani adoratori del re di Giustizia. Lo proverebbe il fatto che, in lingua iranico-persiana, il termine "nazr" significhi "voto", ma anche "consacrato, unto", mentre il termine " nazar" significa "custodire, vigilare2, il che conferma la teoria dei Vigilanti celesti incarnati in forma umana. La radice cabalistica "NZR, NSR, NTR" non è esclusivamente ebraica, ma rinvenibile in molte tradizioni sacerdotali. Nell'esoterismo induista, a conferma dell'universalità della Tradizione, il "Nestr" era il sacerdote che officiava l'autosacrificio del Soma: l'eucarestia alchemica. In arabo, la radice NZR è presente in "nashar" (richiamare alla vita, rivivificare il morto), "nusshur" (resurrezione, "Iniziare, nascere e rinascere"), ma anche "nashar" (segare la legna). Quest'ultimo sneso potrebbe spiegare perchè Giuseppe, il Padre di Gesù, sia considerato un falegname. In realtà, abbiamo a che fare con la figura di un alchimista, colui che lavorava il legno, simbolo della prima materia alchemica. Infatti Giovanni 1.45 presenta Giuseppe come un nazireo, quindi un esseno. Nella antica lingua egizia, "Neteru" significava "Divinità" (il nome di Osiride contiene il glifo di un uomo dai capelli lunghi), radice rinvenibile anche nel sanscrito "netra (guida)". Il termine "Nazir" trova corrispondenze nel sanscrito "nishr (andar via, partire, allontanarsi)", "nistr (portare a compimento, espiare)" e "nasa (annichilazione, morte)", il che è coerente con la figura del mistico che si allontana dal consorzio umano per iniziare la sua Grande opera di purificazione e reintegrazione con il divino, puntando alla morte dell'ego e a svelare l'anima. Ciò è velato nel Salmo 88 dove david, nazireo consacrato, grida a Dio la sua angoscia melanconica, la tipica angoscia vissuta in una certa fase da tutti coloro che seguono la Via: "Hai allontanato da me i miei compagni, mi hai reso per loro un orrore, hai allontanato amici e conoscenti, mi sono compagne solo le tenebre". Gli assiro-babilonesi usavano il termine "nasaru" per indicare l'atto di custodire e proteggere. In arabo "NZL" significa "scendere, discendere" il cui significato, in ebraico, è reso con "NPHL", i Nephilim o angeli discesi su questo piano materiale. Ne "Il Nodo del Sagace del Maestro Ibn Arabi" si citano i "Nashirat", gli "Angeli che dispiegano le ali", presenti anche nel Corano 77.3. Nella Comunità dei Mandei dell'Iraq, ancor oggi attiva seppur in numero esiguo, i "nasoraj" erano la casta sacerdotale degli iniziati.

E' di Mike Plato, studioso di simbolistica e Tradizione, si occupa della ricerca del legame comune che unisce le religioni politeistiche e monoteistiche di ogni epoca.


Alexandros
Membro liv.1

Cari amici, il nome Nazareno deriva da Nazareth ma aveva senza dubbio anche una sfumatura religiosa. Infatti il Messia era il Nezer cioè il germoglio che doveva nascere in Israele ed inoltre l'assonanza con nazireo, cioè consacrato a Dio è evidente. Questo però non toglie che nella prima comunità cristiana Nazareno stesse a significare proveniente da Nazareth. Non comprendo come alcuni (non parlo dei presenti ma di sedicenti studiosi...) affermino che nazareth non esistesse al tempo di Gesù. E' davvero una cosa strana. L'archeologia più autorevole ha datato l'insediamento corrispondente all'attuale Nazareth ad molti secoli prima della nascita di Gesù. Ci sono scavi e relazioni ufficiali su questo. Chi è interessato può leggere un breve testo, Vangelo e Archeologia ed San Paolo(che costa anche poco tra l'altro...) di Michele Piccirillo, professore di archeologia e direttore del museo archeologico francescano di Gerusalemme. Parla ampiamente degli scavi a Nazareth oltre che di molte altre cose interessanti.
Saluti

Quello della esistenza di Nazareth ai tempi di Gesu' e' un punto secondario. Sicuramente chi e' nato in Betlemme di Giudea, non poteva essere chiamato Nazzareno. Regola contro la legge dei censimenti allora in vigore... Nessun ebreo avrebbe mai commesso un simile errore, chiamare nazareno chi e' nato in altro luogo. Regola non rispettata dai due Vangeli dell'infanzia, probabilmente rimaneggiati gia' in tempi antichi, nel vano tentativo di ricostruire la storia del giovane Gesu' e di attribuirgli una discendenza reale, come voleva il V.T. (e piu' tardi cercando di rimediare all'errore, facendo conciliare le differenze tra le due genealogie, attribuendone una a Maria).
Nelle due genealogie la prima cosa che si nota e' una mano extra-ebraica, in quanto in una di esse sono inseriti dei nomi femminili (di donne di dubbia fama), inamissibile per quei tempi, dove la genealogia richiedeva solo nomi maschili.

Hard Rain
Membro liv.3

Nazareth ai tempi di Gesù
L'esistenza della città ai tempi di Gesù è oggetto di dibattito da sempre. I dubbi sono legati al fatto che questa cittadina non è mai citata nell'Antico testamento ed è nota in pratica solo dai Vangeli. Non ne parla neppure lo storico ebreo Giuseppe Flavio che è stato comandante militare durante la Guerra giudaica del 64-73 d.C. quindi conosceva molto bene il territorio della Palestina. Non ne parla alcun altro autore antico, da quello che so, che si sia occupato di questioni giudaiche. Molti studiosi affermano che l'odierna Nazareth è una città sorta verso il IV secolo d.C. circa, non prima. Tuttavia c'è almeno una "prova" della esistenza di Nazareth ai tempi di Gesù e prima? Nel 1962 a Cesarea Marittima (città che fra l'altro era la residenza ufficiale del procuratore romano della Giudea) è stata ritrovata da archeologi israeliani una lapide recante l'iscrizione "Nazareth" in aramaico e risalente addirittura al III secolo a.C., una specie di cartello stradale, indicazione o qualcosa di molto simile. Che sia una prova dell'esistenza di questo antico villaggio, che magari sorgeva non dove c'è l'odierna Nazareth ma lì vicino? Probabilmente doveva essere poco più di un gruppo di case, anche se questo appare un po' strano. Notare anche che sempre a Cesarea Marittima nel 1961 venne ritrovata una lapide recante l'iscrizione "Pilato", una delle poche prove storiche dirette, cioè riscontrate sul campo, dell'esistenza del procuratore romano che condannò a morte Gesù.
La questione Nazareth è tratta molto bene in questo link:

http://digilander.libero.it/ingeberg/Trans/gesuebbevita.html

se vedi nelle note, la numero 21B, trovi anche la risposta alla scritta sulla lapide che sembra indicare la località di Genezaret piuttosto che Nazareth.
Anche nel caso del 7Q5 le paroline del frammento indicano Genezaret, un caso o tutte le strade portano a Nazareth?
Dunque l'autore dell'articolo non è sicuro della identificazione della scritta con Nazaret, suppone che potesse in realtà essere Genesaret. Ma non porta una dimostrazione certa del fatto, molti studiosi sono invece dell'opinione che la scritta sia riferibile a Nazaret. Perchè dovrebbero avere torto? Inoltre l'articolo è dell'American Atheist, se nemmeno l'estensore di questo documento dice: "assolutamente su quella stele c'è scritto Genesaret" ma si dimostra solo dubbioso della identificazione con Nazaret (cos'altro dovrebbe fare dal suo punto di vista?), mi sembra evidente che la questione non è così scontata. A mio personalissimo avviso poi le considerazioni dell'American Atheist, con tutto il rispetto, non sono meno fondamentaliste di quelle dei cattolici integralisti, solo che vanno ovviamente nella direzione opposta. Comunque l'osservazione è molto interessante, mettiamo pure sul tavolo tutte le argomentazioni a favore e quelle contro. Ho già provveduto ad arricchire la mia biblioteca informatica con questo articolo che mi hai citato.

Genesaret era una città di cui si hanno più notizie fin dall'anitchità in effetti è la chiave di volta che ha portato a identificare il passo di Marco con il 7Q5 perchè il Vangelo in quel punto parla proprio di Genesaret.

esseno
Membro liv.1

Un paio di anni fa, se non vado errato, venne mandata in onda una puntata di
"Enigma" il cui tema era il "Gesù storico". Partecipavano, tra gli altri,
Mons. Ravasi per il fronte degli "storicisti" e il prof. Odifreddi per il
fronte degli "antistoricisti".

Dopo varie divagazioni sempre sullo stesso tema, Odifreddi affrontò lo
"spinoso" problema (spinoso per i cattoclericali, ovviamente!) circa la
descrizione che Luca ci fa della città di Gesù. Come molti sapranno, esiste
l'assoluta incompatibilità di tale descrizione con l'attuale Nazareth!

Mons. Ravasi riscuote una certa stima di erudito non solo negli ambienti
ecclesiastici, ma anche in quelli secolaristici. Ora, sostenere la
compatibilità delle caratteristiche topografiche dell'attuale Nazareth con
la descrizione lucana sarebbe "semplicemente" da folli, in quanto anche un
bambino delle elementari riscontrerebbe le macroscopiche incongruenze!

Perchè allora Mons. Ravasi si espose a tanto?..A cosa si doveva il suo
sorrisetto "compiaciuto", quando sosteneva imperterrito che Nazareth era
proprio la città di Gesù??..Tutto questo non aveva senso, almeno per uno
spettatore non molto "distratto!!...

Tutto ciò, comunque, stuzzicò la mia curiosità e fu così che mi misi in
"alacre" ricerca su internet, sino a che raggiunsi lo scopo che mi ero
prefissato! Scoprii, così, che quella di Mons. Ravasi era, al tempo stesso,
una menzogna ed una verità!! Era una menzogna quando egli cercava di
"svendere" l'assunto secondo il quale l'aggettivo "Nazareno", che
accompagnava il nome Gesù, significasse "abitante" di Nazareth"! E'
sufficiente una "piccola" incursione nella letteratura patristica per
rendersi conto della menzogna! Infatti, sono diversi i padri ed i dottori
della chiesa che citano la comunità dei nazareni, facendo intuire il
rapporto che Gesù aveva con tale comunità!

Ma, come già detto, quella di Mons. Ravasi era anche una verità, in quanto
Nazareth fu probabilmente il villaggio in cui Gesù visse durante la sua
infanzia e la sua giovinezza. Non a caso ho usato il termine "villaggio", in
quanto all'epoca del contesto evangelico Nazareth non era più che un
semplice villaggio, assolutamente sprovvisto di edifici "civili", come ad
esempio sinagoghe.

Ma Nazareth non fu il luogo dove Gesù ebbe i natali, in quanto egli NACQUE
TRA LE VALLI DEL SISTEMA MONTUOSO DEL MONTE CARMELO, a qualche decina di Km
da Nazareth. Il monte Carmelo era considerato, sin da tempi preistorici, un
monte sacro per molte religioni. Tra le sue valli, diversi secoli prima
della nascita di Gesù, gli ESSENI-NAZARENI, provenienti con molta
probabilità dall'Egitto, vi avevano eretto un Tempio nella cosiddetta "Essay
Valley" (Valle degli Esseni). Un altro tempio gli esseni costruiranno più
tardi direttamente dentro la città di Gerusalemme.

Quasi sicuramente fu proprio dentro questo tempio, in una grotta adibita a
cella dai monaci esseni, che la madre di Gesù, ospitata presso di loro,
partorì il suo "celebre" figlio! Tuttavia, ci sono molte indicazioni che
lasciano pensare che il parto sia stato "gemellare"!

Il villaggio di Nazareth, a quell'epoca, era abitato dalle famiglie dei
monaci esseni-nazareni (i quali officiavano presso il tempio da loro
costruito) ed anche da "laici": sempre della comunità nazarena. FU DUNQUE
NAZARETH CHE MUTUO' IL SUO NOME IN QUANTO ABITATA DA "NAZARENI", E NON
VICEVERSA!!

Torna utile, a questo punto, ricordare un passaggio presente in uno dei
quattro Vangeli: "..Può venire qualcosa di buono da Nazareth?.."

Presa così, questa esternazione, non avrebbe senso, in quanto sembrerebbe
sottolineare il fatto che Nazareth fosse stato un luogo abitato da
criminali!

Come può essere giustificata, dunque, una tale esternazione?!..

Molto probabilmente le cose stavano in questi termini: i nazareni erano
visti con ostilità dalle autorità sacerdotali e dai sadducei, i quali
esprimevano la classe sacerdotale, e ciò a cagione del fatto che i nazareni
prendevano molto alla lettera la Torah e ritenevano che i costumi della
classe sacerdotale non solo non erano conformi allo spirito della Legge, ma
erano decisamente corrotti!

Essi, i nazareni, attaccavano violentemente la classe sacerdotale e
quest'ultima non si risparmiava dal "contraccambiare"!..Chi pronunciò quella
frase ("..può venire qualcosa di buona da Nazareth?") o era uno dei
sacerdoti del tempio o qualcuno molto vicino ad essi! Ciò che importa,
comunque, è che tale affermazione ci fa capire, qualora ce ne fosse ancora
bisogno, che NAZARETH ERA PROPRIO ABITATA DAI NAZARENI!!

Una persona che fu molto vicina al Sinedrio ed alla classe sacerdotale
(oltre che alle autorità romane) fu Paolo di "Tarso". Dunque, non sarebbe
peregrina l'ipotesi che a far confluire la frase (direttamente o
indirettamente) nel contesto della letteratura evangelica sia stato proprio
lui!

Rimarrebbe, in questo caso, il dubbio circa il contesto temporale in cui
avvenne tutto ciò! Per quello che concerne l'allusione, è molto probabile
(ma non certo) che il destinatario fosse proprio Gesù il Nazareno.
Evidentemente, se si trattava veramente di Gesù, doveva essere un periodo in
cui lo stesso doveva dare oltremodo "fastidio"!

Ora, dobbiamo fare un passo indietro e ritornare al tema della compatibilità
topografica di Nazareth con la descrizione di Luca.
Secondo Luca la città di Gesù si trovava su un'alta montagna e circondata da
precipizi ed inoltre si trovava relativamente vicina alla cittadina di
Cafarnao (Kfar Nahum, in ebraico). E' ovvio, quindi, che non poteva
trattarsi dell'odierna Nazareth, in quanto quest'ultima è "distesa" in
pianura e circondata da modeste colline perfettamente "stondate":
assolutamente prive, cioè, di qualunque precipizio!!(*)

Ma allora, di quale città stava parlando l'evangelista Luca??

La descrizione che egli ci fa di tale luogo si adatta perfettamente alla
"gloriosa" cittadina di Gamla (o Gamala), distrutta dalle legioni di
Vespasiano-Tito, dopo una lunga ed eroica resistenza!

Ma, per dirla alla "Di Pietro", che c'azzecca questa città con Gesù il
Nazareno?!...Con Gesù il Nazareno certamente nulla, ma con il "Cristo"
paolino certamente sì!!

Grazie allo storico Giuseppe Flavio, sappiamo che Gamala fu la patria del
ribelle Ezechia e di suo figlio, il celebre Giuda il Galileo. Quest'ultimo,
la cui fine è incerta (si pensa sia caduto combattendo contro le forze
romane-erodiane durante la rivolta del "censimento") ebbe numerosi tra
figlie e figli. Secondo quanto ci riporta G.Flavio, almeno quattro di loro
morirono giustiziati dai romani, dalle forze reali o combattendo durante la
guerra giudaica del 66-70.

E' quasi certo che il "Cristo" vagheggiato da Paolo, altri non era se non
uno dei vari figli di Giuda il Galileo: E QUESTO SPIEGA AMPIAMENTE IL
PERCHE' LUCA CI PARLA DI GAMALA, E NON DI NAZARETH!! (almeno da ciò che
emerge dalla sua descrizione!)

Come ho già accennato nel mio post "Cristiani o cattolici?", l'attuale
cristianesimo non è altro che il frutto della "fusione" sincretica tra gli
assunti del movimento "APOSTOLICO" e di quelli del movimento "PAOLINO". Il
primo dei due si sviluppò principalmente nelle provincie d'Asia, soprattutto
in Frigia; il secondo invece fu un fenomeno che nacque, si sviluppò ed
attecchì soprattutto in Antiochia di Siria.

A questo punto è necessario tener presente che il "famigerato" Luca (o chi
per esso) fu una sorta di "segretario" di Paolo di "Tarso". Dal momento che
il riferimento "mitologico" di Paolo NON FU ASSOLUTAMENTE IL GESU' NAZARENO,
si arguisce che Luca registrò tutto quello che Paolo raccontava circa il
presunto crocifisso "risorto": NON C'E' DUNQUE DA MERAVIGLIARSI SE LUCA CI
DESCRIVE GAMALA, la reale città di origine di questo personaggio!!(**)

Sebbene alcuni storici ed esegeti laici tendono ad accreditare Paolo quale
"creatore" del cristianesimo, è in realtà molto probabile che Paolo abbia
fornito solo lo "spunto" e che l'origine del cristianesimo lo si deve ai
discepoli della scuola paolina in "concorso" con i discepoli della scuola
apostolica! Il cristianesimo paolino nacque in Antiochia, ma è molto
probabile che il moderno cristianesimo (un miscuglio di "gesuanismo" e
"paolinismo") nacque in Roma, sebbene alcuni "accenni" possono essersi
originati in medio-oriente.

Va da sè che farebbe sorridere il tentativo di verificare quanto sopra
"semplicemente" leggendo i Vangeli o altra letteratura "canonica"!! Tutta la
letteratura neotestamentaria è stata scritta per "gradi" da persone di volta
in volta diverse ed in epoche storiche diverse. Molto spesso si doveva
procedere a riscrivere ciò che era stato scritto in precedenza, per
adeguarlo all'evoluzione dei tempi storici.

Malgrado gli ecclessiastici giurano, spergiurano, si strappano i capelli
nell'affermare che i più antichi testi evangelici (scritti in greco), siano
in realtà "traduzioni" di testi scritti "originalmente" in aramaico, va
sottolineato che, a tutt'oggi, non esiste alcuna prova materiale che
confermi tali asserzioni!

Non solo, ma gli stessi padri della chiesa non hanno mai affermato di aver
"visionato" alcuno di questi famigerati Vangeli in aramaico!! L'unica
testimonianza è quella di Girolamo, il quale afferma di aver addirittura
tradotto un "vangelo" scritto in aramaico: MA SI TRATTAVA DEL VANGELO DEGLI
EBIONITI, ALIAS IL VANGELO DEGLI EBREI, ALIAS IL VANGELO DEI NAZARENI, ALIAS
IL VANGELO DEI GIUDEO-CRISTIANI!!

Oggi gli studiosi sono abbastanza confortati nell'affermare che si trattò,
senza dubbio, del famoso vangelo di Matteo, raccolta di detti citata da
Papia e che gli studiosi tedeschi, verso la fine dell'800, definirono "fonte
Q".

(*) Emblematico fu, a suo tempo, il tentativo obnubilante del Nicolotti di
far credere che la città di Gesù fu, in "pratica", la città di Cafarnao e
questo nell'esilarante tentativo di giustificare plateali incongruenze circa
i movimenti in barca di Gesù sulle due coste, quella occidentale e quella
orientale, del lago di Tiberiade! Tuttavia, neppure a Cafarnao c'è la benchè
minima traccia di "precipizi"!!

(**) Su tale "orizzonte" si pongono, probabilmente, le DUE NATIVITA': quella
di Luca e quella di Matteo!! A parte alcune inesattezze e deformazioni
mitologiche, è molto probabile che ci troviamo di fronte alle "natività" di
due diversi personaggi!!

Elio

Sulla questione della città natale di Gesù, vedi il sito di David Donnini dove si argomenta sulla base di fattori geografici e storici che tale città potesse essere Gamala, in Galilea. Per la cronaca ricordo che il rivoltoso Giuda che si ribellò ai romani in occasione del censimento del 6 d.C. era anche lui di Gamala. Il sito archeologico di Gamala è stato scoperto in epoca recente, durante la guerra dei sei giorni nel 1967, quando l'esercito israeliano avanzò in territorio palestinese. Per quanto riguarda le tracce archeologiche di Nazaret io conosco solo la lapide ritrovata negli anni sessanta (a Cesarea Marittima peraltro) che ho detto sopra (alcuni sostengono che l'indicazione potesse però essere Genezaret e non Nazaret) e di cui parlano in molti. Bisogna documentarsi per vedere se esiste qualcos'altro di meno noto al grande pubblico. Di certo c'è che gli autori dell'antichità non parlano di Nazaret, che non è citata neppure nel Vecchio testamento. Sono molto dubbioso circa l'ipotesi seondo cui Gesù risiedesse a Nazaret. Infatti i Vangeli ci raccontano che Gesù era un carpentiere (cioè una sorta di moderno costruttore edile) come Giuseppe suo padre, una attività che era più facile esercitare a Cafarnao (cittadina più grande con edifici dei tempi di Gesù, è stata dissepolta anche la sinagoga di quel periodo) che non a Nazaret che se è esistita effettivamente doveva essere poco più di un gruppo di case o capanne. E' peraltro possibile possibile che non fosse esattamente dove si trova l'attuale cittadina di Nazaret, qualora sia effettivamente esistita. Emblematica la frase di uno dei primi discepoli di Gesù: "Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?" come a sottolineare che doveva trattarsi di un posto veramente insignificante.

vi faccio un riassuntino di quanto ho scoperto in questi ultimi mesi:
riguardo la parola Nazireo penso abbiano ragione gli archeologi"messianisti"i quali dicono che Nazireo vuol dire N-Asar e cioè un successore dei messia che partono da Asar,alias Sargon di Akkadia,alias Ausar,alias Osiride,alias Melchisedek,alias Hermes,alias Poseidon e tutti questi alias deriverebbero dal fatto che la persona originale,re Sargon è stata poi mitizzata da vari popoli e ciascun popolo gli dava un nome diverso.
Dopo Sargon viene Krishna,poi Tutankhamon,poiBuddha,Gesù N-Asar,e infine il Nobile Pacal dei Maya.
Queste notizie derivano dalla decriptazione della "Tavola di Palenque"dei Maya,scoperta e tradotta alcuni anni fa,e dalla interpretazione dei geroglifici e dei dipinti e oggetti della stanza della tomba di Tutankhamon.
La tavola di Palenque è una cosa incredibile ma vera:se si fanno due lucidi della tavola e si sovrappongono,ad ogni rotazione di 30°appare un disegno diverso ma completo e significativo.
Ad esempio è come se io,ruotando il lucido di Napoleone a cavallo e sovrapponendolo a quello della Gioconda,mi venisse fuori un panorama di Firenze.E' qualcosa che nessuno al mondo riuscirebbe a fare,con o senza computer.E,in questa tavola si trovano le cifre 666 e 144.000 come nell'Apocalisse.

Riguardo agli autori del nuovo testamento che sarebbero:
Lucio Calpurnio Pisone,Ario Pisone,Giusto Pisone,Plinio il Giovane e Seneca,Reuchlin dà una spiegazione molto convincente:
nel primo secolo il 20% della popolazione romana aveva abbracciato la religione ebraica e la cosa era pericolosa in quanto gli Ebrei proponevano la liberazione degli schiavi..........................
tutto questo lo trovate cliccando con Google la parola "Abelard Reuchlin" e sulla destra cliccate:"traduci questa pagina"perchè è tutto in Inglese.

riguardo al mistero di Gesù,mi sembra di essere giunto alla fine delle mie ricerche.
La parola chiave per capire tutto è "bar-Abba "che vuol dire"Figlio del Padre"nel senso di Figlio di Dio.E allora?Come è andata veramente quella volta?
Pilato:"Chi volete che vi liberi?"
La folla."Il figlio di Dio!Il Figlio di Dio!Jehoshua bar-Abba!"
E Jehoshua,alias Giacomo il Giusto ,detto bar-Abba e cioè"Figlio di Dio"fu liberato e portato in trionfo dalla folla al grido di:
"Osanna nell'alto dei cieli,
benedetto colui che viene nel nome del Signore."
E tutti vissero felici e contenti.
Tranne il povero Cristo romano,personaggio inventato da S.Paolo,che fu crocifisso e poi venerato da miliardi di persone.
Mentre Giacomo il Giusto,alias Gesù bar-Abba,finì nel dimenticatoio e i falsificatori della storia dissero che era il fratello di Gesù Cristo.
Ma,alla fine,la storia ha reso giustizia a Giacomo:milioni di persone si recano ogni anno in pellegrinaggio a SANTIAGO de COMPOSTELA per render omaggio al guru Giacomo.
Ho un pò romanzato la storia perchè altrimenti come faccio?
E' molto lungo da spiegare,comunque ne riparleremo.

Saluti.

MOSE’

Ieri mi sono portato a casa Papas Makarios.
Ad un certo punto abbiamo parlato di Mose’. Gli ho chiesto: com’è possibile che un uomo della sua levatura, un condottiero, un legislatore, il capo di seicentomila uomini che trasferisce fondando una nuova nazione, una nuova religione, insomma com’è potuto accadere che di questo fondatore dello Stato d’Israele, citato nei testi di ben tre religioni monoteistiche, non ci sia traccia nella storia dell’Antico Egitto?
Già com’è possibile?

Occorre innanzi tutto sottolineare che della XVIII dinastia non si sapeva molto fino alla scoperta della tomba di Tutankamon forse ucciso in una faida organizzata dal sacerdote di Aton, certo Benhas, che accusava Tutankamon di voler abolire il culto di Aken instaurato dal predecessore. La TAC della mummia ha rivelato ferite e una probabile lunghissima agonia.
Ma chi avrebbe materialmente ucciso il Faraone? Forse fu lo zio materno Aye, suo consigliere alla corte di Tebe, nonché comandante della guardia di Corte. È cosa certa che dopo la morte di Tutankhamon, lo zio tentò di sposare la madre Ankhesenamen che cercò aiuto dagli Ittiti offrendosi sposa al figlio del Re. La missiva però venne intercettata, e il principe venne ucciso mentre tentava di raggiungere Tebe, la capitale.

Ho gia’ detto che di Tutankhamon non si sapeva nulla, fino alla scoperta della sua tomba.
Era successo che i geroglifici che in ogni epoca avevano esaltato i Faraoni, fino alla diciottesima dinastia erano scolpiti in rilievo. Da questo periodo in poi i geroglifici vengono scavati, e nella XVIII dinastia addirittura danno l’impressione che si sia lavorato per spianare le vecchie scritte in rilievo per poi scolpirci sopra nuovi geroglifici, così come si fa con la tabula rasa, la tavoletta d’argilla spianata per lasciare posto ad un nuovo scritto.
Infatti da questo momento in poi, i geroglifici sono SEMPRE scavati nella roccia perche’ nessun faraone vuole piu’ correre il rischio di essere cancellato dalla storia.

La storiografia ufficiale indica come predecessore di Tutankamon un Faraone (1490-1438 a.C.) che conquistò la Siria e ampliò l’influenza dell’Egitto in Asia Minore.
Faraone della XVIII dinastia che noi conosciamo come Amenofi IV ma che sul suo cartiglio risulta si chaiamasse Nepherkheperure ( Ra e’ magnifico nella sua forma).
Il primo problema che affrontò, durante il suo regno, fu lo strapotere del clero di Amon. Egli lo risolse in maniera drastica. Creò un nuovo culto, quello monoteista del dio ATON destinato ad essere il dio non solo degli Egiziani, ma di tutto l'impero (anche se questo punto è controverso): per questo egli è noto anche come il 'Faraone Eretico' AKHENATON. (Aton è il disco solare i cui raggi scendono sulla terra dispensatori di vita).
Il nuovo culto non piacque ai sacerdoti di Amon, ma il faraone continuò nel suo disegno e fondò una nuova città 200 km. a nord di Tebe (vicino al villaggio di Tell-el-Amarna): Akhetaton dove fece scrivere in geroglifico i fondamenti della nuova religione e il famoso Canto al Dio Aton che riproduco in parte:

Nel suo nome di luce Aton,
eterno per sempre
E dell'Aton vivo che è in festa,
signore di tutto
Signore del cielo,
signore della terra,
signore della Casa di Aton in AkhetAton
.......
.......
Re della Valle del Delta
che vive nella Verità
Signore delle corone Ekhnaton eccelso
E della grande sposa regale che egli ama
La Signora delle due terre Aton Nefertiti
Viva, sana, giovane in eterno per sempre.
O Aton vivo, che hai dato inizio al vivere.
.........
Tu sei lontano, ma i tuoi effetti benefici sono sulla terra,
Tu sei davanti alla gente,
ma essi non vedono la tua via,
I dormienti sono nelle loro camere,
Le teste sono ammantate,
Non un occhio vede l'altro.
Si rubino i loro beni che sono sotto le loro teste,
Essi non se ne accorgerebbero.
............

Tutti i leoni escono dalle loro tane;
Tutti i serpenti, essi mordono.
L'oscurità è (per loro) chiaro.
Giace la terra in silenzio.
Il loro creatore riposa all'orizzonte.

Questo passaggio ricorda il
Salmo 104 della Bibbia:
Tu distendi le tenebre
allora sbucano fuori le bestie dalla selva
ruggiscono i leoni in cerca di preda
sorge il sole ed essi si ritirano
si accovacciano nelle loro tane
Allora esce l’uomo al suo lavoro
all’opera sua fino a sera

Splendido Aton
Tu scacci le tenebre
Le Due Terre sono in festa;
Svegliate e levate sui due piedi.
Tu le hai fatte alzare,
Lavano le loro membra,
Prendono le loro vesti,
Le loro braccia sono in adorazione
La terra intiera si mette al lavoro.

Ogni animale gode del suo pascolo.
Alberi e cespugli verdeggiano.
Gli uccelli volano dal loro nido,

Le barche salgono e scendono la corrente
Perché ogni via si apre al tuo sorgere.
I pesci del fiume guizzano verso di te
I tuoi benefici arrivano in fondo al mare.

Tu che procuri che il germe sia fecondo nelle donne,
Tu che fai la semenza negli uomini,
Tu che fai vivere il figlio nel grembo della madre sua,
Che lo calmi perché non pianga,

Che dai l'aria per far vivere tutto ciò che crei.

Come numerose sono le tue opere!
Tu Dio unico, al di fuori del quale nessuno esiste.
Tu hai creato la terra a tuo desiderio,
Quando tu eri solo,

Hai provveduto ai suoi bisogni
Ognuno ha il suo cibo

Salta agli occhi l’eresia del Faraone Akhenaton: passa dalle divinita’ oscure di Amon al Dio Unico creatore di tutto, che a tutto provvede.

Karl R. Reinhold, (1785 1825)
filosofo kantiano gesuita massone e poi protestante identificò Yavhe nel Dio Cosmico accessibile solo per via iniziatica ed antitetico al politeismo in uso tra le masse. YHVH (io sono colui che sono, Esodo 3.14) come l’iscrizione sulla piramide di Sais (io sono tutto ciò che è) ed una statua di Iside “Io sono ciò che è “

Le differenze di dottrina tra Mosè e questo Faraone:
Akhenaton parla di un Dio benevolo e di una riconciliazione con l’uomo dopo la morte.
Bà, l’anima entra nell’aldilà in stato di purezza.
Mosè invece introduce il concetto di peccato e non parla mai di aldilà

La Bibbia cita un certo Fenhas il sacerdote che uccise il faraone che volle reistaurare il culto del Dio unico. Sposò Ankhesenamen e forse divenne Faraone lui stesso, ma se ne sono perse le tracce.
Pensa che beffa: questo zio uccide Tutankhamon, un probabile seguace di un Dio unico come il suo predecessore, e ne cancella ogni traccia, poi sprofonda nel nulla mentre di Tutankhamon sappiamo quasi tutto...
È buffo, ma è così.

Un’altra coincidenza e’ riscontrabile nel cartiglio di Amenofi III: Un segno della A poi la MeN che e’ il grido con il quale terminano le invocazioni alla divinita’.
Amen.

Lavorando su questi testi Spencer, (1630-1693 Rettore di Cambridge, ebraista) affermò che gli ebrei erano culturalmente egizi. Nel deserto adorarono il vitello d’oro che era un simulacro del Bue Api. Mosè definisce: “La peste egizia idolatra e superstiziosa” ma trasferì alcune verità di quella religione trasferendole in una “controreligione segreta” promulgata attraverso la legislazione.

- Mi sono soffermato sui passi che parlano di Mosè e mi sono chiesto: ma com’è possibile che questo Salvato dalle acque possa vivere alla Corte del Faraone, poi scappare a Madian, poi tornare, minacciare il Faraone, assistere o provocare le sette piaghe fino a distruggere i primogeniti, quindi uscire dall’Egitto con seicentomila uomini, greggi ed armenti e distruggere l’esercito egiziano sul Mar delle Canne...
- Cos’è il Mar delle Canne? –
- Nella Bibbia e’ chiamato Mar Rosso ma nella tradizione ebraica i testi riportano l’attraversamento del Mar delle Canne che è una località paludosa nel delta del Nilo dove alcuni archeologi moderni hanno localizzato insediamenti semiti e riscontrato questo fenomeno delle alte e basse maree che avrebbe potuto danneggiare l’esercito egiziano senza troppi miracoli... Questo è un esempio di cancellazione della memoria con testi sacri e profani che hanno scritto per secoli Mar Rosso e la gente crede si tratti del profondo mare che porta alla penisola del Sinai...
- Continua...-
- Forse e’ possibile perché a causa della sua grande eresia, egli è stato cancellato da ogni scritta e ogni epigrafe del suo tempo. Altro azzeramento della memoria.
Analizzando le dinastie si trovano analogie con la vita del Faraone Amenofi quarto, Akhenaton, che instaurò il culto dell’Unico Dio, perseguendo i seguaci di Aton, il Dio Sole, si alienò il popolo e dovette fuggire verso il deserto con i suoi seguaci.

Bella ricostruzione, vero?
Eppure fa acqua da tutte le parti.
Solo ad accennare alla piu’ grande discrepanza, Mose’ venne sepolto nel deserto alle soglie della Terra Promessa, e poco tempo fa in Italia e’ stata organizzata una mostra con la mummia, il sarcofago e gli oggetti trovati nella tomba di Akhenaton.
Il che vuol dire, per lo meno, che per sostenere questa tesi, occorrono maggiori riscontri.
Ma e’ suggestiva lo stesso.
O no?

RICEVO E FRWRD:

Le pergamene scoperte nelle grotte di Qumran risalgono ad un periodo fra il III secolo a.C. e il 68 d.C. La datazione è stata determinata tramite studi paleografici (il testo viene datato in base allo stile scribale, alla forma della scrittura, alla misura del rigo) e tramite esami al carbonio 14.
Qumran, secondo gli storici, ospitò i primi insediamenti umani fra l'800 e il 600 a.C.; seguì un periodo di abbanodono. Successivamente vi fu un nuovo ripopolamento della zona (134-104 a.C.) in cui si costuì la cinta muraria della città, l'acquedotto e nuovi edifici.
Nel 31 a.C. ci fu un terribile sisma descritto dalle cronache di Giuseppe Flavio, Qumran non venne più riedificata e solo verso il 4 a.C. iniziò il ripopolamento della città che arrivò alla sua massima estensione.
Nel 66-70 d.C. la città venne distrutta nuovamente dai Romani le cui legioni la espugnarono e vi restarono fino al 73.
Gli scritti di Qumran, quindi vengono redatti in un tempo relativamente ampio, prima e dopo la venuta di Cristo.
Qumran, secondo padre de Vaux, fu un centro di vita comunitaria, non una vera città, con un refettorio, uno scriptorium per amanuensi che copiavano testi sacri, una fornace e un pozzo idraulico.
A Qumran si andava per condividere la Regola scritta appunto nel Rotolo della Regola.
Gli abitanti di Qumran vengono identificati con gli Esseni, confraternita o setta che osservava una fede ebraica rigida e pura.
Plinio il Vecchio scrive:
Ad occidente gli esseni stanno lontani dalle rive fin dove esse nuocciono, gente unica e straordinaria in tutto il mondo, senza nessuna donna, senza alcuna passione amorosa, priva di denaro e amica delle palme.
Il nucleo della loro fede era quindi: castità, povertà, frugalità. Ma erano anche uomini pacifici, che non commerciavano, non ammettevano la schiavitù e curavano i malati con metodi naturali ed imponendo le mani.
La cultura cristiana, quindi, non nasce con Gesù ma germoglia in un ambiente ricco di pensieri diversi ed a volte discordanti.
Elio Jucci scrive:
Alcuni passi del Nuovo Testamento presentano una forte assonanza con il linguaggio qumranico come " Cor. 6,14 s: "Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Bleiar? Quale accordo tra il tempio di Dio e degli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente." La presenza di termini quasi unici nel nuovo Testamento ha fatto persino pensare alcuni autori alla ripresa e rielaborazione di un testo esseno.
Forti analogie si trovano nell'uso del termine mistèro (raz-mysterion), analogie che non riflettono solo un analogo radicamento nelle tradizioni apocalittiche (Daniele ecc.), ma in particolare anche l'uso della stessa terminologia tecnica per l'interpretazione della scrittura. Numerosi passi neotestamentari ricalcano lo stesso schema letterario dei pesharim qumranici (commentari biblici). La datazione dell'ultima cena dei Sinottici ha fatto pensare alla conoscenza del calendario seguito dagli Esseni (da alba ad alba)...
Nei Vangeli Sinottici: Matteo 28,1; Marco 15,42; Giovanni 20,1; Luca 23,54 il sorgere del sole segna l'inizio del nuovo giorno, mentre nellle usanze giudaiche si contavano i giorni da tramonto a tramonto.
I primi cristiani, quindi, accolgono una tradizione essena? E' probabile.
Il messaggio esseno, dei testi qumranici, è affine a quello evangelico, non solo per quanto riguarda la povertà (ebionim), ma anche, se pur in modo velato, per la presenza di di una componente astrologica che si rivela con la stella cometa alla nascita di Gesù e non solo.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle …quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Luca 21, 25-28)
Nella cultura ebraica l'astrologia non era disprezzata, fu la censura dei Padri della Chiesa ad eliminare tutta la componente astrologica che esisteva nei testi giudeo-cristiani.
Non si può credere a Gesù, solo come figlio di Dio. Egli è anche figlio dell'uomo ed è quindi perfettamente incastrato nella cultura popolare del tempo e il suo messaggio risente, logicamente, delle influenze dell'epoca. La novità del messaggio di Gesù, che gli Esseni non seppero predire, fu la Croce, la donazione totale di sé per la salvezza del prossimo.
Così come non si può credere a Dio, oggi, senza comprendere che Egli non è una figura statica che detta le proprie regole senza lasciare all'essere umano un margine di libertà in cui scrivere il proprio destino.
Dio ed essere umano sono strettamente legati, così come male e bene, luce e tenebra. Tutto si fonde, si compenetra e si completa, fino alla vittoria finale.
E' l'essere umano, spesso, che per negligenza, ignoranza e paura, cancella e distrugge il proprio passato per far prevalere una conoscenza rispetto ad un'altra, ignorando che resettando la storia, con essa se ne va anche la libertà futura.
Tutto questo vale anche per le profezie e la letteratura dei Santi del passato, spesso derisi o minimizzati.
Non possiamo dimenticare che tramite Santa Caterina Emmerich e le sue visioni, trascritte fedelmente dall'amico poeta Clemence Brentano, si potè ritrovare la casa della madonna ad Efeso e si potè ricostruire la Passione di Cristo, minuto per minuto.
Se il passato si potesse rappresentare come un pozzo da cui, pochi illuminati, sanno attingere acqua, il futuro lo vedrei come un cielo coperto, in cui, sempre gli stessi, sanno interpretare le nuvole in movimento ed offrono la loro carne e il loro sangue per far splendere il sole.
Il passato è statico ma il futuro è ancora, in gran parte, da scrivere attraverso la nostra libertà d'azione e di pensiero ma soprattutto attraverso la donazione di sé.

Le pergamene scoperte nelle grotte di Qumran risalgono ad un periodo fra il III secolo a.C. e il 68 d.C. La datazione è stata determinata tramite studi paleografici (il testo viene datato in base allo stile scribale, alla forma della scrittura, alla misura del rigo) e tramite esami al carbonio 14.
Qumran, secondo gli storici, ospitò i primi insediamenti umani fra l'800 e il 600 a.C.; seguì un periodo di abbanodono. Successivamente vi fu un nuovo ripopolamento della zona (134-104 a.C.) in cui si costuì la cinta muraria della città, l'acquedotto e nuovi edifici.
Nel 31 a.C. ci fu un terribile sisma descritto dalle cronache di Giuseppe Flavio, Qumran non venne più riedificata e solo verso il 4 a.C. iniziò il ripopolamento della città che arrivò alla sua massima estensione.
Nel 66-70 d.C. la città venne distrutta nuovamente dai Romani le cui legioni la espugnarono e vi restarono fino al 73.
Gli scritti di Qumran, quindi vengono redatti in un tempo relativamente ampio, prima e dopo la venuta di Cristo.
Qumran, secondo padre de Vaux, fu un centro di vita comunitaria, non una vera città, con un refettorio, uno scriptorium per amanuensi che copiavano testi sacri, una fornace e un pozzo idraulico.
A Qumran si andava per condividere la Regola scritta appunto nel Rotolo della Regola.
Gli abitanti di Qumran vengono identificati con gli Esseni, confraternita o setta che osservava una fede ebraica rigida e pura.
Plinio il Vecchio scrive:
Ad occidente gli esseni stanno lontani dalle rive fin dove esse nuocciono, gente unica e straordinaria in tutto il mondo, senza nessuna donna, senza alcuna passione amorosa, priva di denaro e amica delle palme.
Il nucleo della loro fede era quindi: castità, povertà, frugalità. Ma erano anche uomini pacifici, che non commerciavano, non ammettevano la schiavitù e curavano i malati con metodi naturali ed imponendo le mani.
La cultura cristiana, quindi, non nasce con Gesù ma germoglia in un ambiente ricco di pensieri diversi ed a volte discordanti.
Elio Jucci scrive:
Alcuni passi del Nuovo Testamento presentano una forte assonanza con il linguaggio qumranico come " Cor. 6,14 s: "Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Bleiar? Quale accordo tra il tempio di Dio e degli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente." La presenza di termini quasi unici nel nuovo Testamento ha fatto persino pensare alcuni autori alla ripresa e rielaborazione di un testo esseno.
Forti analogie si trovano nell'uso del termine mistèro (raz-mysterion), analogie che non riflettono solo un analogo radicamento nelle tradizioni apocalittiche (Daniele ecc.), ma in particolare anche l'uso della stessa terminologia tecnica per l'interpretazione della scrittura. Numerosi passi neotestamentari ricalcano lo stesso schema letterario dei pesharim qumranici (commentari biblici). La datazione dell'ultima cena dei Sinottici ha fatto pensare alla conoscenza del calendario seguito dagli Esseni (da alba ad alba)...
Nei Vangeli Sinottici: Matteo 28,1; Marco 15,42; Giovanni 20,1; Luca 23,54 il sorgere del sole segna l'inizio del nuovo giorno, mentre nellle usanze giudaiche si contavano i giorni da tramonto a tramonto.
I primi cristiani, quindi, accolgono una tradizione essena? E' probabile.
Il messaggio esseno, dei testi qumranici, è affine a quello evangelico, non solo per quanto riguarda la povertà (ebionim), ma anche, se pur in modo velato, per la presenza di di una componente astrologica che si rivela con la stella cometa alla nascita di Gesù e non solo.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle …quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Luca 21, 25-28)
Nella cultura ebraica l'astrologia non era disprezzata, fu la censura dei Padri della Chiesa ad eliminare tutta la componente astrologica che esisteva nei testi giudeo-cristiani.
Non si può credere a Gesù, solo come figlio di Dio. Egli è anche figlio dell'uomo ed è quindi perfettamente incastrato nella cultura popolare del tempo e il suo messaggio risente, logicamente, delle influenze dell'epoca. La novità del messaggio di Gesù, che gli Esseni non seppero predire, fu la Croce, la donazione totale di sé per la salvezza del prossimo.
Così come non si può credere a Dio, oggi, senza comprendere che Egli non è una figura statica che detta le proprie regole senza lasciare all'essere umano un margine di libertà in cui scrivere il proprio destino.
Dio ed essere umano sono strettamente legati, così come male e bene, luce e tenebra. Tutto si fonde, si compenetra e si completa, fino alla vittoria finale.
E' l'essere umano, spesso, che per negligenza, ignoranza e paura, cancella e distrugge il proprio passato per far prevalere una conoscenza rispetto ad un'altra, ignorando che resettando la storia, con essa se ne va anche la libertà futura.
Tutto questo vale anche per le profezie e la letteratura dei Santi del passato, spesso derisi o minimizzati.
Non possiamo dimenticare che tramite Santa Caterina Emmerich e le sue visioni, trascritte fedelmente dall'amico poeta Clemence Brentano, si potè ritrovare la casa della madonna ad Efeso e si potè ricostruire la Passione di Cristo, minuto per minuto.
Se il passato si potesse rappresentare come un pozzo da cui, pochi illuminati, sanno attingere acqua, il futuro lo vedrei come un cielo coperto, in cui, sempre gli stessi, sanno interpretare le nuvole in movimento ed offrono la loro carne e il loro sangue per far splendere il sole.
Il passato è statico ma il futuro è ancora, in gran parte, da scrivere attraverso la nostra libertà d'azione e di pensiero ma soprattutto attraverso la donazione di sé.

L’ORIGINALITA’ DELLA DOTTRINA DI CRISTO

E’ difficile pervenire storicamente alla dottrina di Gesu’ attraverso i Vangeli che presentano sovrascritture che ne falsano il pensiero con lacune, aggiunte, ambiguita’ ed esagerazioni.
E’ possibile pero’ tracciarne le linee guida: sicuramente la proclamazione del prossimo avvento del Regno di Dio ( non passera’ una generazione da questa), l’amore universale che comprende Dio, il prossimo ed i nemici. Lotta contro tutte le formalita’ del culto, le gerarchie ecclesiastiche (sepolcri imbiancati), contro la presunzione di chi si definiva giusto e ostentava pieta’ e misericordia, contro chi esprimeva giudizi, contro l’oppressione dei deboli, lo sfruttamento dei poveri, la violenza, la vendetta e l’omicidio.
Certamente un discorso di rottura nei confronti dei propri contemporanei, che stride pero’ con alcune vicende di vita vissuta che sono riportate dai primi scritti.

L’ingresso a Gerusalemme, l’assalto al Tempio con la cacciata dei mercanti ( sicuramente un atto violento insieme ai suoi adepti che potrebbe essere una concausa della sua condanna) la cattura per cui i romani impiegarono un’intera coorte per circondare quei ribelli armati (Gesu’ stesso disarma Pietro che aveva staccato un orecchio al soldato).
Ma non e’ di questo che volevo parlare.
Volevo soffermarmi invece sul concetto di originalita’ della dottrina di Cristo, promulgata e promanata da tutta la Chiesa cristiana e che originale non e’ affatto e vediamo i perche’:

La prima ragione e’ dovuta alla profonda cultura di Gesu’ Cristo: e’ di buona famiglia, di ottime letture e quasi certamente un Rabbi che va al Tempio a leggere le Sacre Scritture e a spiegarle alla gente.
Lui dodicenne che discute con i Sacerdoti al Tempio e’ un pochino sospetto poiche’ lo stesso episodio si trova anche nella vita di Siddharta (cinque secoli prima).
Lui cita i Profeti, i Salmi, le teorie degli Esseni ( comunita’ alla quale forse appartiene).
Cita Giovanni Battista, il Buddha, Zarathustra, i filosofi greci, la Stoa...

Nemmeno il fatto che venisse recepito come figlio di Dio e’ un pensiero originale, anche se Lui non lo ha mai ammesso ( escluso una volta, sotto tortura).
La deificazione di uomini eccezionali ebbe inizio con Alessandro Magno che attraverso’ il deserto per raggiungere l’oasi di Siwa dove era situato il Tempio di Amon, famoso per la divinazione. Dopo quattro giorni di cammino nel deserto lui ed il suo esercito erano in difficolta’ per la mancanza d’acqua ed il calore. Ma gia’ qui le cronache registrano un evento prodigioso: si scatena un temporale e piove acqua salvando Alessandro e il suo esercito che raggiunge la meta. Una volta qui, il Gran Sacerdote lo lascia solo con il suo Dio-Padre nella Sancta Santctorum e da quel momento lo stesso imperatore si convince di essere figlio di dio.
Nasce quindi un culto che verra’ rimpiazzato quattro secoli dopo da Augusto imperatore, che sostituisce la propria immagine con quella di Alessandro.
C’e’ da notare la differenza tra il Faraone egizio che E’ dio, e gli epigoni di Alessandro che vengono ELETTI figli di dio in un tripudio di voli di uccelli, discese di colombe e voci dall’Alto che proclamano il proprio compiacimento.
Antigono Monoftalmo (con un occhio solo), uno degli eredi del regno di Alessandro fece erigere un monumentale trono sulla montagna piu’ alta e si fece immortalare seduto tra Apollo e la Saggezza e una epigrafe ricorda: “questo l’ho fatto IO che sono il dio vivente e SOTER ( il Salvatore)” che era un epiteto comune per questi uomini che, secondo testimonianze di storici loro contemporanei, elargivano pure miracolose guarigioni.

Riporto alcune osservazioni del teologo Karlheinz Deschner sulle affermazioni di Cristo:

“Fate agli altri cio’ che vorreste che gli altri facessero a voi” coincide con il Buddha:
“Agisci come se cio’ che fai accadesse a te, non uccidere e non concedere nessuna possibilita’ che altri lo facciano”
(Da osservare che anche Platone nel Kriton e la Stoa esprimono lo stesso concetto)

“Pregate per chi vi perseguita affinche’ siate figli del Padre celeste. Infatti egli fa si’ che il sole sorga sui buoni e sui malvagi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
(Matteo 5,44)
“Se tu imiti gli dei, fa del bene anche agli ingrati! Infatti il sole sorge anche per i malfattori e il mare e’ aperto anche per i pirati” (Seneca ben.4,22)
(Pure il secondo libro di Mose’ 23,4 dice le stesse cose, limitandole al proprio popolo)

“E se il nemico di schiaffeggia, porgi l’altra guancia”
Si trova in Geremia ( Lamentazioni 3,30) e Isaia che diceva commendevole pur sottoporsi allo scherno ( 1,6)

“Sarete misurati con lo stesso metro con cui misurerete”
E’ presente nel Talmud (Mischna) dove si trova anche la trave e la pagliuzza nell’occhio, ogni giorno ha la sua pena e il tesoro celeste che non potra’ essere corroso ne’ da tignole ne’ da ruggine ( Matteo 7,3; 6,34; 6,19)

“Chi guarda una donna con concupiscenza ha gia’ commesso adulterio nel proprio cuore”
(Matteo 5,28) lo si trova nel Talmud:
“Chi osserva attentamente una donna dovra’ essere giudicato come se avesse usato con lei un commercio sessuale”

“E’ meglio per te che vada in rovina una sola delle tue membra, piuttosto che venga scagliato nell’inferno tutto il tuo corpo”
Talmud: “E’ meglio che il tuo ventre scoppi, piuttosto che precipiti nell’abisso di perdizione”

Gesu: “Ma io vi dico che chiunque vada in collera col fratello sara’ sottoposto al giudizio, e chi gli dice “Sciocco” sara’ sottoposto al giudizio del Sinedrio e chi gli dice “stolto” sara’ sottoposto al fuoco dell’inferno”
Talmud: “Chi dice al suo prossimo “servo” colui sara’ sottoposto al bando; chi gli dice “bastardo” ricevera’ quaranta frustate, chi gli dice “empio” potra’ dire addio alla propria vita

Si puo’ individuare anche l’influsso del pensiero greco: “Dare e’ piu’ gratificante di prendere” si trova nell’Etica di Aristotile, l’angustia delle porte della salvezza e la larghezza della via che conduce alla perdizione si trova in Esiodo e nella vita di Eracle raccontata da Prodico.
“Lascia che i morti seppelliscano i morti” si trova in Serapide e il discepolo di Gesu’ che non deve por mano all’aratro ne’ voltarsi indietro e’ nel Gorgia

E per finire, il medico che deve stare con i malati e’ un concetto del Cinismo, una scuola filosofica presente pure a Gradara (dalle parti di Nazareth) ai tempi di Gesu’ Cristo.

L’ULTIMA CENA

considerando quanto scrive Jean Daniélou nel suo libro "Les Manuscrits de la Mer Morte et les Origines du Christianisme" (Editions de l'Orante, Paris, 1975):

"...Sappiamo che uno dei più difficili problemi dell'esegesi del Nuovo Testamento, è la determinazione del giorno della Cena. I Sinottici la considerano un pasto pasquale e la fissano quindi al 14 nizan (marzo-aprile) di sera.
Ma per san Giovanni, la crocifissione ebbe luogo prima della Pasqua: il Cristo è stato dunque crocifisso nella giornata del 14 nizan ed ha istituito l'Eucaristia il 13 sera. In questo caso, la Cena non sarebbe più un pasto pasquale, e questo contraddirebbe i Sinottici. A meno che il Cristo non avesse anticipato il pasto pasquale. Ma come spiegarlo?
Il problema sarebbe risolto se si potesse dimostrare che in quell'epoca vi erano due date differenti per la celebrazione della Pasqua. Ora, esiste una vecchia tradizione secondo la quale il Cristo avrebbe consumato la cena pasquale un martedì sera, sarebbe stato arrestato il mercoledì e crocifisso il venerdì. Questa tradizione era stata fin qui quasi dimenticata.
La Jaubert ha dimostrato che le genti di Qumràn utilizzavano un antico calendario sacerdotale di 364 giorni, che era costituito da quattro trimestri di 91 giorni, formati ciascuno da 13 settimane. Seguendo questo calendario, siccome l'anno comporta esattamente 52 settimane, le feste cadono obbligatoriamente lo stesso giorno del mese e della settimana. In questo calendario, la Pasqua veniva sempre di mercoledì, e la vigilia era dunque di martedì. Così il Cristo avrebbe celebrato la Cena alla vigilia della Pasqua secondo il calendario esseno. Per contro, sarebbe stato crocifisso alla vigilia della Pasqua ufficiale, che in quell'anno cadeva di sabato.
Ma, una volta scomparso e dimenticato il calendario degli Esseni, il ricordo di questa data si è cancellato, e si è piazzata la Cena sia il mercoledì, secondo san Giovanni, sia il giovedì. La scoperta del calendario di Qumràn permette di restituirle la sua vera data, e per tale motivo uno degli enigmi del Nuovo Testamento è spiegato..."

e quindi ancora Jean Daniélou (idem):

"...Il più antico catechismo cristiano ci è stato trasmesso in due opere del II secolo, la Didachè e l'Epistola dello Pseudo-Barnaba, testi che utilizzano un materiale più arcaico. Questo catechismo è costruito sul tema delle due vie, quella della luce e quella delle tenebre; alla prima è preposto l'angelo di giustizia, alla seconda l'angelo d'iniquità.
È impossibile non riconoscere qui la struttura del catechismo di Qumràn, tale e quale lo si trova all'inizio della Regola della Comunità (III, 13 e IV, 26). Leggiamo in essa che esistono due Spiriti, il principe della luce ed l'angelo delle tenebre, e che le vie di questi due spiriti sono opposte. Questa dottrina delle due vie e dei due Spiriti appare come uno dei punti in cui è più chiara la dipendenza del Cristianesimo nei confronti di Qumràn. Bisogna tuttavia notare che i cristiani le hanno fatto subire una modifica essenziale, opponendo all'angelo delle tenebre non un angelo di luce, ma il Cristo o lo Spirito Santo.
Nella Didachè e nei rituali antichi, la struttura del catechismo non è il solo punto che segna una rassomiglianza con le usanze della comunità di Qumràn. E così che a Qumràn l'ingresso nella comunità era preceduto da temibili giuramenti di rottura con i figli delle tenebre e di adesione alla Legge di Mosè (Reg. Com. V, 8-1O), conclusione dell'istruzione sulle due vie. L'antico uso cristiano della rinuncia a Satana e della professione di fede al Cristo, appare ricalcato su questo tipo. Ma, ben inteso, è apportato un cambiamento essenziale, consistente nel fatto che l'atto di adesione diviene la confessione alla divinità del Cristo. L'uso di consegnare un abito bianco al nuovo battezzato ricorda senz'altro la consegna dell'abito bianco a colui che era ammesso nella comunità essena (Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, 11, 8-7).
Colpiscono le rassomiglianze circa un altro aspetto del culto, quello della preghiera quotidiana. Un testo della Regola della Comunità ci fa conoscere che gli Esseni pregavano tre volte al giorno, «all'inizio della luce e quando essa è a metà del suo corso e quando si ritira nell'abitazione che le è stata assegnata» (X, 1). Il rituale della Didachè ci dice: «Pregate tre volte al giorno » (VIII, 3). Le tre ore non sono definite. A rigore, potrebbe trattarsi delle tre ore in cui si saliva al Tempio e che sono la terza, la sesta e la nona, che corrispondono alle ore canoniche di Terza, Sesta e Nona. Ma è molto più verosimile che si tratti del mattino, mezzogiorno e sera. Siamo dunque qui all'origine delle tre ore dell'officio liturgico: Laudi, Sesta e Vespro..."

PROCESSO A GESU’

Bisogna vedere come intendiamo la prima seduta. Quella che avviene palesemente di notte subito dopo l'arresto. Se quella e’ la prima sessione e’ irregolare perche’ e’ avvenuta di notte. Se invece e’ una riunione informale, allora dov'e’ la seconda seduta necessaria per pronunciare una sentenza capitale?
La procedura era la seguente.
Ci doveva essere una prima seduta da tenersi in pieno giorno, con un primo dibattimento. Durante la seduta si discutevano le accuse e si sentivano i testimoni e si stabiliva se l'eventuale sentenza doveva essere di morte oppure no. Al termine c'era una prima votazione: se prevalevano i sinedriti a favore dell'innocenza l'imputato veniva immediatamente rilasciato. Se innvece il tribunale si dichiarava in maggioranza a favore della colpevolezza, si sopendeva la seduta e ci si aggiornava a una seconda udienza che doveva tenersi dopo due giorni, sempre di giorno. I membri del sinedrio in questo lasso di tempo dovevano rimanere pressoche’ isolati, potevano recarsi a casa loro, riflettevano bene su come pronunciarsi in occasione della seconda e ultima sessione. Quando terminava la seconda udienza, c'era una votazione definitiva. I sinedriti che nella prima udienza avevano votato a favore del rilascio e della non colpevolezza non potevano piu’ cambiare il loro voto nella seconda udienza e quindi erano fuori dai giochi. A questo punto tutto il peso della condanna si scaricava sui sinedriti che avevano votato a favore della colpevolezza nella prima udienza (siccome siamo arrivati alla seconda udienza, questo significa che al termine della prima votazione questo ultimi erano in maggioranza): se molti di loro cambiavano idea l'imputato poteva venire assolto, altrimenti era condannato a morte. Queste sono le procedure processuali del Sinedrio che conosciamo dal Talmud.

Osservo poi che i testimoni avevano un ruolo chiave e tutto si basava su di loro. Secondo le leggi mosaiche un falso testimone deve essere condannato a morte. Per questo il testimone doveva presenziare alla esecuzione della sentenza ed era punibile a sua volta se pronunciava il falso e si scopriva. Per questo non era facile andare a testimoniare cosi’ a cuor leggero. Questo in un processo "regolare". Se invece, come penso io, il processo di cui parlano i Vangeli in realta’ non era un processo regolare secondo i canoni della legge ebraica, ma una sorta di riunione informale per stabilire cosa dire davanti a Pilato per fare condannare Gesu’, e’ chiaro che tutto fila molto meglio da un punto di vista logico. Oltretutto il procuratore Pilato doveva proprio trovarsi a Gerusalemme per prendere il comando delle truppe durante la Pasqua Giudaica e vigilare di persona sull'ordine pubblico (solitamente risiedeva a Cesarea Marittima) quindi era un'ottima occasione per sbrigarsi ad eliminare Gesu’. Alcuni membri del Sinedrio poi (cito solo Gamaliele e Nicodemo) secondo la tradizione erano favorevoli a Gesu’ e ai sui discepoli quindi un processo regolare non e’ detto che non sarebbe terminato a favore di Gesu’, cioe’ con la sua scarcerazione. Gamaliele e’ quello che negli Atti degli Apostoli tiene davanti al Sinedrio in occasione del processo un discorso al termine del quale i sinedriti liberano gli Apostoli.
Hard Rain


Risposta da Aldo Vincent:
E' un argomento che andrebbe trattato con maggiore profondita' ma ne accenno qui, con il solo scopo di ravvivare la discussione.
Pensa che nemmeno gli Evangelisti sono d’accordo: nei Sinottici Gesu’ li chiama dopo l’arresto di Giovanni il Battista, in Galilea, li incontra mentre pescano sul lago Tiberiade, sceglie prima Pietro e Andrea. Secondo Giovanni ( il cui Vangelo e’ stato scritto in un periodo che va dal 120 al 180 d.C. mentre risulterebbe morto da almeno sessant’anni) i discepoli sono chiamati prima dell’arresto del Battista di cui sono discepoli, in Giudea e per primo sceglie uno tizio e poi Andrea.

Gli Apostoli sono gli unici depositari di UNA Verita' Rivelata, che gli e' stata donata dal Paraclito dopo il Cristo risorto.
L'Ascensione del Cristo rende questo avvenimento unico e irripetibile e con questo l'autorita' dei vescovi e' incontrastata, poiche' essi discendono dagli Apostoli. sono gli unici che possano distinguere la Dottrina dall'eresia, e soprattutto possono nominare gli altri vescovi ed i successori.

E' chiaro che Maria Maddalena ( che secondo me e' ANCHE Maria di Bethania) sconvolge questa gerarchia, essendo la prima che vede il Gesu' risorto. Questa forse la ragione di tanta ostilita' nei suoi confronti ( oltre a tante altre ragioni che abbiamo visto in altre circostanze).

Tornero' sull'argomento, in modo molto piu' approfondito. Per il momento faccio notare che nella fase di protocristianesino, la controversia tra le sette giudaico-cristiane ed i vescovi, era incentrata tutta sulla Resurrezione, se fosse un fatto materiale o un'allegoria.
Ricordo, an passant, che la Crocifissione e tutto quello che rappresenta, entra nell'iconografia della Chiesa Bizantina ai tempi di Carlo Magno. Prima non c'e' quasi nulla perche' il cardine non era la Passione e la Morte ma la Resurrezione.

A questo proposito mi permetto di sottolineare che e' di solo qualche mese fa l'omelia del Papa che ha detto che l'essenza del Cristianesimo e' IL SANGUE sulla Croce, non ha parlato ne' di Resurrezione, ne' di Ascensione benche' siano Dogmi anch'essi.
Questo dev'essere motivo di riflessione.

Vorrei segnalare solamente una cosa, a proposito delle percosse a Gusu’, nel Sinedrio.

Al termine dell'incarico di Pilato, cioè nel 37 d.C., Tiberio fu assassinato e la carica imperiale fu assunta da Gaio, tristemente noto come Caligola. Costui era intimo amico di Erode Agrippa figlio di quell'Aristobulo che Erode il Grande aveva fatto uccidere nel 7 a.C.
Caligola gli affidò il governo della tetrarchia situata sulla riva orientale del lago Kinnereth che dopo la morte di Erode Filippo (nel 34 d C.) era passata sotto il diretto controllo del praefectus romano. Agrippa, nel 38, lasciò Roma per insediarsi nel suo dominio. Durante il viaggio fece tappa ad Alessandria d'Egitto e qui si svolse un curioso episodio che racconta Filone Alessandrino, (Philonis Alexandrini: Flaccum, VI). Scrive che i greci alessandrini, ostili alla comunità giudaica locale, avevano trascinato nello stadio uno sprovveduto trovato per la strada, lo avrebbero acconciato con una corona di rami intrecciati, lo avrebbero avvolto in un mantello improvvisato, gli avrebbero messo in mano, a guisa di scettro, una canna facendone un re da burla e lo avrebbero sistemato in posizione sopraelevata mentre alcuni giovani ai suoi lati, tenendo dei bastoni come lance, avrebbero rappresentato le guardie. Allora la gente gli si sarebbe avvicinata e lo avrebbe canzonato fingendo di ossequiarlo, di supplicarlo, invocando: "Oh Signore!" e usando per questo il termine che in siriaco (la lingua di Agrippa) era usato per rivolgersi al re.
Questo episodio assomiglia in modo impressionante al versetto 19,2 del Vangelo di Giovanni:
“ Poi i soldati intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e lo rivestirono di un manto di porpora e si avvicinavano a lui e dicevano: “Salve o re dei giudei” e lo prendevano a schiaffi.

Marco 15,19:
“ mentre con una canna gli battevano il capo e gli sputavano addosso e, piegando il ginocchio, gli facevano la riverenza.
Matteo 27,27:
Inginocchiatisi davanti a lui lo percuotevano dicendo: “Salve re dei giudei” E sputando su di lui prendevano la canna e lo colpivano sulla testa.
Luca 22,63:
Intanto gli uomini che avevano in custodia Gesu’ lo deridevano e lo percuotevano, gli bendavano gli occhi e gli chiedevano: “indovina chi ti ha colpito?”

Cos'era successo nello stadio di Alessandria?

Questa l’interpetazione di David Donnini nella sua: Storia della Palestina .

Flacco aveva consentito, o addirittura favorito, che alcuni canzonassero gli ebrei sfruttando l'immagine di quel sedicente re dei giudei che pochissimi anni prima aveva lanciato una sfida al potere imperiale, ma era stato catturato, sbeffeggiato e crocifisso. Il ricordo di questo evento era fresco e tutti coloro che avevano in antipatia i giudei trovavano che questi si fossero coperti di ridicolo per aver creduto in una possibile liberazione della Palestina da parte di un gruppuscolo di fanatici yahwisti. Come possiamo capire l'episodio è molto importante, perché dà una collocazione politica precisa alla crocifissione del Messia di Israele, ed arricchisce il quadro degli scritti non cristiani contenenti riferimenti a Cristo. Non a caso questo episodio è volutamente trascurato. Si preferisce ignorarlo per evitare le sue compromettenti implicazioni e conseguenze.

L’interpretazione di alcuni teologi moderni invece e’ ancora piu’ provocatoria.
L’episodio delle percosse raccontato da Filone Alessandrino, nelle sue cronache dei disordini messianismi nel trentennio che va dal 33 al 63 d.C. precede di almeno trent’anni la redazione dei Vangeli. Non e’ raro trovare, specie negli scritti del fine letterato Luca, riferimenti e copiature di passi precedenti. Si apre quindi la questione:
Filone Alessandrino riferisce un episodio che indica come gli stessi giudei canzonassero i seguaci della setta di Gesu’, oppure sono stati gli evangelisti a copiare un pezzo letterario precedente “creando” un avvenimento in realta’ mai accaduto?.
Non lo sapremo mai.

E SE INRI NON FOSSE IRONICO?

Questi elementi stabiliscono un legame profondo fra il linguaggio e le idee della setta cristiana primitiva e quelli dei movimenti della dissidenza messianista del tempo. Non solo, ma i brani evangelici che abbiamo citato qui sopra, ci permettono di stabilire in modo inequivocabile che la figura di Gesù Cristo ha una forte caratterizzazione messianica, nel senso inteso tradizionalmente dagli ebrei come restauratore della casa di Davide sul trono di Israele. Evidentemente, nel momento in cui sono stati redatti i quattro Vangeli cosiddetti canonici, lo sforzo di ridisegnare la figura di Cristo come un salvatore universale, spoliticizzato e degiudaizzato, alla stregua del modello greco (Soter), persiano (Saoshyant) o indiano (Buddha), si è scontrato con l'immagine, che ancora sopravviveva, di un messia del tutto coerente con le idee dei movimenti Yahwisti.

DAMASCO E’ UN LUOGO GEOGRAFICO?

Una interessante osservazione da fare riguarda il nome che la setta qumraniana dava a sé stessa e al luogo del suo insediamento. Ovviamente la denominazione Khirbet Qumran è moderna e appartiene alla lingua araba.Per sapere in che modo i qumraniani indicavano il proprio luogo di autoesilio possiamo ricorrere ad alcune parole presenti nel Documento di Damasco [vedi immagine a destra]: "...il pozzo è la legge e quelli che l'hanno scavato sono i convertiti di Israele, coloro che sono usciti dalla terra di Giuda e si sono esiliati nella terra di Damasco..."(Doc. Damasco VI,4-5) Frammento del Doc. di Damasco
"...secondo la disposizione di coloro che sono entrati nel nuovo patto nella terra di Damasco..."(Doc. Damasco VI,19) "...la stella è l'interprete della legge che verrà a Damasco, come è scritto: - una stella si fa strada da Giacobbe e uno scettro si leva da Israele -..."(Doc. Damasco VI,18-20)Si fa notare in quest'ultimo verso la citazione di una profezia messianica [Num. 24, 17) che nel Nuovo Testamento è stata applicata più volte su Cristo (Mt II, 1-12 e Ap. XXII, 16), anche in relazione all'immagine della "stella" come astro sorgente che annunzia la venuta del Messia. Ciò contribuisce ulteriormente a legare il movimento qumraniano a quello cristiano originario.E ancora: "...Tutti gli uomini che sono entrati nel nuovo patto, nella terra di Damasco, ma se ne sono poi ritornati, hanno tradito e si sono allontanati dal pozzo delle acque vive..."(Doc. Damasco VIII, 21) Anche in questo verso incontriamo una corrispondenza col Nuovo Testamento. Infatti notiamo l'immagine del pozzo delle acque vive che corrisponde come una fotocopia alle parole che Gesù utilizza nel dialogo con la samaritana, nel Vangelo secondo Giovanni. Ed ecco un'altro indizio che lega profondamente i cristiani delle origini ai qumraniani.E ancora: "...il patto e l'impegno che avevano contratto nel paese di Damasco, cioè il nuovo patto..."(Doc. Damasco XX, 12) Ora, tutto questo ci induce a credere che le espressioni Damasco e terra di Damasco siano state utilizzate dai qumraniani per indicare tanto sé stessi come comunità, quanto il luogo o i luoghi del loro ritiro. L'opinione è condivisa da moltissimi studiosi, compreso lo stesso Padre de Vaux (L'archeologie et les manuscrits de la Mer Morte, London 1961), nonché da J.Barthelemy, A.Jaubert, G.Vermes, N.Wieder....Per quale ragione i qumraniani avrebbero adottato questa denominazione? Essi si sono ispirati ad un testo biblico (Amos V, 26-27), che infatti è citato dallo stesso Documento di Damasco (VII, 14-15), in cui si parla della teologia della deportazione e dell'esilio (vedi anche Geremia ed Ezechiele). David Donnini fra le rovine di Qumran In pratica Damasco è vista come un luogo d'esilio che svolge la funzione di rifugio dei pii e dei puri di fronte all'ira di Dio. Geremia ed Ezechiele parlano degli esiliati a Damasco come della parte migliore del popolo di Israele, quella che gli è fedele, e con la quale stringerà un nuovo patto.I qumraniani, che si sono separati ed autoesiliati nel deserto del Mar Morto come protesta nei confronti della corruzione delle autorità politiche e sacerdotali di Gerusalemme, sfruttando la similitudine col passo biblico, hanno paragonato sé stessi ai "deportati nella terra di Damasco" e hanno chiamato Damasco il proprio ritiro. Si osservino le seguenti parole del Prof. Daniel Gershenson (Università di Tel Aviv) scritte in un e-mail indirizzato a David Donnini il 12 Aprile 1999: "...gli Esseni erano Sadducei che non avevano mai accettato l'adozione da parte di Giovanni Ircano del Sadduceismo e che erano rimasti leali al calendario di Damasco e alle regole legali di Damasco... I Sadducei che tornarono a Gerusalemme a quel tempo erano odiati mortalmente dalla comunità di Qumran che rimase fedele alla linea anti-asmonea della comunità originale di Damasco...".Ora, tutto ciò ha delle conseguenze di estrema importanza nella lettura e nella interpretazione del Nuovo Testamento. Infatti il Professor R.Eisenman (California State University), che sostiene l'identità o la stretta parentela fra la comunità qumraniana e il movimento giudeo-cristiano primitivo, afferma che il famoso passo degli Atti degli Apostoli, in cui Paolo è inviato a Damasco dal sommo sacerdote a cercare i cristiani per arrestarli, debba essere completamente reinterpretato, intendendo per Damasco non la città siriana, ma il ritiro degli asceti dissidenti a Qumran [VEDI NOTA].In effetti pochi osservano giustamente che in Siria né Paolo né il sommo sacerdote di Gerusalemme avrebbero avuto alcuna autorità. La città di Damasco rientrava in un'altra amministrazione e le autorità di Gerusalemme non potevano vantare alcun diritto di effettuare azioni di polizia in Siria.Tutto questo ci dà una misura delle questioni che possono essere sollevate da una attenta analisi delle origini cristiane e di quanto sia stato manipolata la memoria storica, negli interessi apologetici di una nuova religione extragiudaica che aveva preso completamente le distanze dalla fede della comunità giudeo-cristiana primitiva.E' estremamente probabile che gli Atti degli Apostoli, documento sulla cui attendibilità storica si possono muovere innumerevoli obiezioni, sia stato redatto proprio dai seguaci della teologia revisionistica di Paolo per dare l'impressione di una continuità del tutto fittizia fra il movimento dei seguaci del messia giustiziato da Pilato e la "ecclesia" dei cristiani che si andava sviluppando soprattutto in ambienti greco-romani e della diaspora ebraica.

PRIMATO DI PIETRO

Primato di Pietro e sua presenza a Roma

Non ho sbagliato la datazione del Vangelo di Giovanni poiche’ sono convinto che esso risalga presumibilmente al 120 d.C. ma tutto il capitolo 21 titolato arbitrariamente EPILOGO e’ un’aggiunta postuma.

E’ una vecchia questione che riguarda il primato di Pietro sugli altri apostoli e comincia con
Matteo 16,17:

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Rispose Gesu’: “Beato sei tu, Simone figlio di Giona, poiche’ ne’ il sangue ne’ la carne te lo hanno rivelato ma il Padre mio che e’ nei Cieli.
Io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edifichero’ la mia Chiesa e le porte degli Inferi non prevarranno su di essa. Ti daro’ le chiavi del Regno dei Cieli; tutto cio’ che avrai legato sulla terra restera’ legato nei Cieli e tutto cio’ che avrai sciolto sulla Terra restera’ sciolto nei cieli.
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(Poi c’e’ il capitolo 17 con la descrizione della trasfigurazione che e’ un passo identico al Vangelo Apocrifo di Pietro solo che in quest’ultimo la trasfigurazione viene descritta da Pietro come un sogno che lui fa dopo la Resurrezione, risultando piu’ credibile.
Ma non divaghiamo.)

E’ ormai universalmente riconosciuto che il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni e’ un’aggiunta del IV secolo. Basti pensare che il capitolo 20 termina con una conclusione e poi il 21 termina ancora con una conclusione.
Ai critici l’aggiunta e’ parsa quasi naturale ad una gerarchia tesa ad imporre la superiorita’ della Cathedra romana su quella di Antiochia e di Alessandria, che allora ne condividevano il primato.

Eppure il passo di Matteo 16,17 e’ coevo di tutto il rimanente Vangelo ed e’ certamente manipolato, ma perche’?
Vediamo le discrepanze:
Sappiamo che Matteo Levi era un escotitore d’imposte, che secondo la Chiesa scrisse il suo Vangelo in aramaico ( di cui nessuno, eccetto qualche Padre della Chiesa, ha mai visto) e’ scritto e usato in Palestina, Siria ed Egitto dove il suo rigore dottrinale e i riferimenti con l’Antico Testamento ne fanno uno strumento canonico di meditazione e di catechesi apostolica.
Ma Simone e’ figlio di Giovanni, (: « Tu sei Simone, figlio di Giovanni, ma sarai chiamato Cefa » Gv 1, 42) com’e’ mai possibile che un ebreo, profondo conoscitore della letteratura ebraica possa ignorare che in nessuna onomastica ebraica ritorna il nome (sfigatissimo) di Giona? Potrebbe essere un’errore del traduttore greco che davanti a barjonas tutto attaccato, che vuol dire zelota, agitatore, terrorista, abbia scelto bar jonas staccato che era pure piu’ impegnativo?

Pietro avrebbe benissimo potuto essere un barjonas, un agitatore. Non dimentichiamo, un episodio per tutti, che all’Orto degli Ulivi si presenta armato, che i romani andarono a catturare Gesu’ schierando una coorte ( cioe’ 600 uomini) un po’ tantino per arrestare un innocuo esaltato predicatore.
Non dimenticate poi, che l’episodio della cacciata dei commercianti dal Tempio potrebbe essere un atto di insurrezione, piuttosto che l’ira di un singolo. Da qui la giustificazione di Caifa che intende reprimerne uno piuttosto che avere tumulti in cui potrebbero andarci di mezzo in tanti...

Quindi, perche’ l’inserimento di un testo fasullo coevo dell’autentico Vangelo ( greco) di Matteo?

La risposta potrebbe essere data dalla certezza della presenza di Paolo a Roma ( un po’ meno del suo martirio sulla Pontina) a cui corrisponde l’assoluta mancanza di prove della presenza di Pietro.
Ora, poiche secondo i documenti ecclesiastici Clemente, il terzo papa romano riceve l’investitura dalle mani di Pietro e da qui legittima la discendenza papale, ecco che E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO provare la presenza romana di Pietro.

La concatenazione degli eventi e’ chiara fin dal primo secolo:
Gli Apostoli hanno ricevuto il Paraclito dal Cristo Risorto e quindi sono gli unici testimoni di un avvenimento irripetibile.
Pietro e’ Protos il primo.

E' a Roma che dapprima timidamente e poi con più chiarezza si asserì che le parole di Gesù a Pietro conferiscono un primato a Roma. Fu dapprima Callisto (217-222) che, applicandosi tale testo, affermava di avere il potere di legare e sciogliere e quindi di accogliere nella Chiesa anche gli adulteri, in quanto la sua Chiesa era vicina al sepolcro di Pietro .

Il problema principale e’ che Pietro, per svariate testimonianze in proposito occupa la Cathedra di Antiochia e solo negli Atti si accenna al fatto che a seguito della presenza di Simone il Mago a Roma Pietro si reca costi’.

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TESTIMONIANZE:
Dal libro: Da Pietro al Papato di Fausto Salvoni:

a) I secolo . – Clemente Romano (ca. 96 d.C.) sa solo che la morte di Pietro – come quella di Paolo – fu l'effetto di grande gelosia:

« E' per l'invidia e gelosia che furono perseguitate le colonne eccelse e più giuste le quali combatterono sino alla morte. Poniamoci dinanzi agli occhi i buoni apostoli: Pietro che per effetto d'iniqua gelosia soffrì non uno, ma numerosi tormenti, e che, dopo aver reso testimonianza, pervenne al soggiorno di gloria che gli era dovuto. Fu per effetto di gelosia e discordia che Paolo mostrò come si consegua il prezzo della pazienza » .

Come si vede l'espressione è assai vaga per cui non se ne può trarre alcuna notizia sicura; risulta chiaro che Clemente non ha di lui notizie di prima mano, come del resto non ne ha neppure per Paolo, che certamente fu a Roma. Non si può nemmeno affermare che egli attesti il martirio di Pietro, poiché l'espressione: «dopo aver reso la sua testimonianza» (marturèin) non necessariamente indicava, a quel tempo, il morire martire.

b)
b) II secolo. – Sembra strano che Giustino , apologeta del II secolo, pur ricordando il Mago Simone, che secondo la letteratura clementina fu il più accanito avversario di Pietro a Roma, non nomini affatto l'apostolo. Anche Aniceto , vescovo romano (dal 157 al 167 d.C. a Policarpo che gli opponeva la tradizione di Giovanni circa la data della Pasqua, non rispose riallacciandosi alla tradizione di «Pietro e di Paolo» ma solo a quella dei «presbiteri» suoi predecessori .

Origene (Egitto-Palestina n. 153/154) è il primo a ricordarci che Pietro fu crocifisso a Roma con il « capo all'ingiù ».
« Si pensa che Pietro predicasse ai Giudei della dispersione per tutto il Ponto, la Galazia, la Bitinia, la Cappadocia e l'Asia e che infine venisse a Roma dove fu affisso alla croce con il capo all'ingiù, così infatti aveva pregato di essere posto in croce » .

On Oriente Dionigi, vescovo di Corinto, verso il 170 d.C., in una lettera parzialmente conservata da Eusebio, attribuisce a Pietro e Paolo la fondazione della chiesa do Corinto e la loro predicazione simultanea in Italia (= Roma) dove assieme subirono il martirio.

In Africa Tertulliano(morto ca. 200) ripete che Pietro fu crocifisso a Roma durante la persecuzione neroniana, dopo aver ordinato Clemente, il futuro vescovo romano (33) . Siccome egli biasimò Callisto che applicava a sé e a « tutta la chiesa vicina a Pietro » ( ad omnem ecclesiam Petri propinquam ), le parole del «Tu sei Pietro», si può arguire che egli vi ritenesse esistente il sepolcro di Pietro, dal quale proveniva alla comunità un certo prestigio .

Ireneo , vescovo di Lione (Gallia meridionale morto verso il 202), ricorda che «Matteo... compone il suo Vangelo mentre Pietro e Paolo predicavano e fondavano (a Roma) la chiesa» .

Verso la stessa epoca (fine del II secolo) abbiamo due altre testimonianze provenienti l'una da Roma (presbitero Gaio) e l'altra probabilmente dalla Palestina o dalla Siria (Martirio di Pietro).

c) Il presbitero Gaio parlando contro il montanista Proclo che esaltava la gloria di Gerapoli città della Frigia in Asia Minore, perché possedeva le tombe di Filippo e delle sue figlie profetesse, ricorda che Roma ha ben di più in quanto possiede i «trofei» (tropaia) degli apostoli Pietro e Paolo:
« Io posso mostrarti i trofei degli apostoli. Se vuoi andare al Vaticano oppure alla via Ostiense, troverai i trofei di coloro che fondarono quella chiesa » .

Che significa la parola «trofei»? Il sepolcro contenente le ossa di Pietro e di Paolo oppure un semplice monumento dei due apostoli nel luogo supposto del loro martirio? L'accostamento di questi due monumenti, eretti probabilmente da Aniceto con il sepolcro di Filippo e delle sue figlie, favorisce l'interpretazione che pure essi contenessero i cadaveri dei due apostoli; tale in ogni modo è l'interpretazione che ne dà Eusebio di Cesarea .

e) III secolo. – Ci si presenta l'attestazione di Clemente Alessandrino (m, 215), che pur non affermando esplicitamente il martirio di Pietro a Roma, scrive il particolare desunto dalla tradizione, che l'Evangelo di Marco fu scritto a Roma durante la predicazione di Pietro in quella città:

« Quando Pietro predicava pubblicamente a Roma la parola di Dio e, assistito dallo Spirito vi promulgava il Vangelo, i numerosi cristiani che erano presenti, esortarono Marco, che da gran tempo era discepolo dell'apostolo e sapeva a mente le cose dette da lui, a porre in iscritto le sua esposizione orale » .

f) IV secolo. – Con il IV secolo la credenza del martirio di Pietro a Roma è ormai comune, per cui è superfluo addurre altri passi. Basti ricordare che, secondo il Lattanzio, Pietro e Paolo predicarono a Roma e che dissero rimase fisso nello scritto . Egli accusa poi Nerone d'aver ucciso Paolo e crocifisso Pietro.

Eusebio della sua Storia Ecclesiastica ricorda che Pietro fu a Roma al tempo dell'imperatore Claudio per combattervi Simone il Mago . La sua predicazione fu fissata nello scritto di Marco ; l'apostolo fu crocifisso con il capo all'ingiù mentre Paolo venne decapitato . Clemente fu il terzo successore di Pietro e Paolo .

Una tradizione risalente al III secolo ricorda la permanenza di Pietro a Roma per 25 anni (dal 42 al 67 d.C.), come appare dalla Cronaca di Eusebio che nell'anno 2° dell'imperatore Claudio (a. 42) così dice:

« L'apostolo Pietro, dopo la fondazione della Chiesa di Antiochia fu mandato a Roma dove predicò il Vangelo e visse per venticinque anni » .

Simile l'affermazione del Cronografo dell'a. 354 avvolta pure da Girolamo:
« Siccome Pietro deve essere stato vescovo della Chiesa di Antiochia e dopo aver predicato ai Giudei che si convertirono nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia, il secondo anno dell'imperatore Claudio (a. 42) andò a Roma per confutarvi Simone il Mago, e vi tenne la cattedra per 25 anni, ossia fino al 14° anno di Nerone (90) . La sua morte fu seguita pochi mesi dopo da quella dell'imperatore, quale castigo divino, secondo una profezia ricollegata alla morte degli apostoli «Nerone perirà da qui a non molti giorni » .

Oggi nessun studioso cattolico annette che Pietro sia rimasto a Roma per 25 anni, poiché ciò contrasterebbe sia con la cacciata dei cristiani da Roma al tempo di Claudio , sia con la presenza di Pietro a Gerusalemme durante il convegno apostolico (ca. 50 d.C.). Si noti pure che, secondo Girolamo, Pietro venne a Roma per «smascherarvi il mago Simone », il che suggerisce un legame tra questa tradizione e le leggende di Simon Mago, per cui l'attendibilità di tale notizia ne risulta assai compromessa (93) . Di più la tradizione e l'ipotesi della sua lunga permanenza a Roma è contraddetta da alcuni dati biblici indiscutibili.

Nel 42 Pietro lascia Gerusalemme per recarsi ad Antiochia dove Paolo lo trova poco dopo (At 12, 1 s; Ga 2, 11).

Nel 40/50 v'è la riunione degli apostoli a Gerusalemme e in essa Pietro non parla affatto di un suo lavoro tra i Gentili, ma s'accontenta di riferire il fatto del battesimo di Cornelio. Sono Barnaba e Paolo che parlano invece della loro missione tra i Gentili (At 15, 7-11; cfr c. 17),

Nel 57 quando scrive ai Romani, Paolo, pur affermando di non voler lavorare in campo altrui, non dice affatto che la Chiesa era stata evangelizzata da Pietro, come sarebbe stato logico.

Nel 63/64, scrivendo le sue lettere dalla prigionia, Paolo mai allude alla presenza di Pietro (94) . Gli Ebrei desiderano sapere qualcosa di questa nuova «via» che è tanto avversata, come se nulla sapessero, il che sarebbe stato assurdo qualora Pietro fosse stato a Roma (At 28, 21-24).

Nel 64 d.C. v'è la persecuzione di Nerone con la probabile morte di Pietro. Ecco il brano di Tacito (ca. 60-120 d.C):

« Siccome circolavano voci che l'incendio di Roma, il quale aveva danneggiato dieci dei quattordici quartieri romani, fosse stato doloso, Nerone presentò come colpevoli, colpendoli con pene ricercatissime, coloro che, odiati per le loro abominazioni, erano chiamati dal volgo cristiani.
Cristo, da cui deriva il loro nome, era stato condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato durante l'impero di Tiberio. Sottomessa per un momento, questa superstizione detestabile, riappare non solo nella Giudea, ove era sorto il male, ma anche a Roma, ove confluisce da ogni luogo ed è ammirato quanto vi è di orribile e vergognoso. Pertanto, prima si arrestarono quelli che confessavano (d'essere cristiani), poi una moltitudine ingente – in seguito alle segnalazioni di quelli – fu condannata, non tanto per l'accusa dell'incendio, quanto piuttosto per il suo odio del genere umano. Alla pena vi aggiunse lo scherno: alcuni ricoperti con pelli di belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il fuoco in modo da servire d'illuminazione notturna, una volta che era terminato il giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo e dava giochi nel Circo, ove egli con la divisa di auriga si mescolava alla plebe oppure partecipava alle corse con il suo carro. Allora si manifestò un sentimento di pietà, pur trattandosi di gente meritevole dei più esemplari castighi, perché si vedeva che erano annientati non per un bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un individuo » .

Si può quindi concludere che Pietro non fu affatto il fondatore della Chiesa di Roma e che, se vi venne come oggi appare quasi certo, vi giunse solo per subirvi il martirio. E' il pensiero del pagano Porfirio, un filosofo neoplatonico, che di Pietro dice:
«Fu crocifisso dopo aver guidato al pascolo il suo gregge per soli pochi mesi » .

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Modificato da - Hard Rain in data 25/01/2005 08:39:58

Personalmente sono d'accordo con l'interpretazione del possibile "errore" di traduzione di Barjonas legato a traslitterazioni.

Sono altrettanto d'accordo con Aldo che il primato di Pietro nel vangelo di Matteo e' un'aggiunta clamorosa.

Non credo che Gesu' possa aver detto quelle parole, tanto e' vero che alla domanda degli apostoli
(riportata in tutti i sinottici) su chi fosse il più grande, Gesù ha sempre risposto con la similitudine dei bambini.

L'aggiunta al finale di vangelo di Giovanni non credo che sia li' per sottolineare il primato di Pietro,
ma - come per l'episodio dell'adultera - credo che sia qualcosa che gironzolava e l'hanno piazzato li'. E forse
per dare seguito a quanto riportato a meta' vangelo (Gv 13-36), quando:
Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».

Nel vangelo di Tommaso, alla domanda "da chi andremo?" Gesu' risponde "da Giacomo il Giusto", cioe' suo fratello,
che infatti fu a capo della prima comunita' cristiana di gerusalemme.

Secondo me non era intenzione di Gesu' stabilire alcun primato, ne' tantomeno una Chiesa con struttura gerarchica.
Il rapporto dell'uomo con Dio sembra essere, secondo Gesu', un rapporto individuale, tra Padre (abba') e figliolo.
La costituzione di una struttura "istituzionale", con riti e precetti, era piu' nella testa
dei discepoli e degli apostoli (secondo la loro mentalità
ebraica) che poi infatti hanno litigato su
tante cose perche' forse non avevano compreso fino in fondo il messaggio che gli era stato affidato.
Di riflesso, troviamo queste cose nei Vangeli. Magari scritte anche in buona fede.

Ciao, a presto.
Hard Rain

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Anche io non sono convinto del fatto che Gesù volesse fondare una istituzione, una Chiesa. Sicuramente non quella che poi si è sviluppata ma qualcosa di diverso. Sul rapporto individuale tra Dio e l'uomo mi piace sottolineare i segg. versetti:

Matteo 6:5-6 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Giovanni 14:23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Sulla questione di Matteo 16:17 nel testo greco è scritto proprio Simôn Bariôna (dove la ô è una omega) quindi non c'è "inganno" se vogliamo dire così, il traduttore greco probabilmente ha riportato Bariôna traslitterando dall'aramaico altrimenti al posto di questa parola avrebbe scritto huiou Iona che significa figlio di Giona in greco, invece al posto di bar non ha scritto huoiu. Semmai sono le traduzioni italiane che sono andate a tradurre il Bariona interpretandolo come figlio di Giona invece che con la seconda spiegazione del termine (un agitatore, un sovversivo). Mi piacerebbe però conoscere esattamente il termine ebraico/aramaico che sta per sovversivo o agitatore. Non vorrei che Bariôna fosse proprio soltanto un semplice cognome.

http://digilander.libero.it/smassuntapadulle/archeologia/papirologia.htm

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quid est veritas
citazione:
Messaggio inserito da Hard Rain:

Sulla questione di Matteo 16:17 nel testo greco è scritto proprio Simôn Bariôna (dove la ô è una omega) quindi non c'è "inganno" se vogliamo dire così,

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E se il testo fosse davvero cosi', e Gesu' avesse veramente voluto indicare Pietro come "figlio di Giona"?
Non nel senso di figlio di sangue, ma nel senso di somiglianza di comportamento.
E la figura di Giona, in quanto "testa di cavolo", direi che si puo' accostare a quella di Simone detto "Pietro"
Che ne pensate?

Ciao
cornelio

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“E Gesù gli rispose: -Beato te, Simone figlio di Giona” - sappiamo che spesso figlio significa colui che assomiglia a qualcuno: figlio di Giona significa che assomiglia a Giona.
Giona è un profeta, l’unico profeta, che ha fatto esattamente il contrario di quello che Dio gli aveva chiesto di fare.
Dio aveva detto a Giona: c’è Ninive, una città che vive nel peccato. Vai e prega che si converta, altrimenti la distruggo.
Giona anziché andare a oriente, si è imbarcato ed è andato a occidente, dalla parte contraria, in modo che la gente non si convertisse e Dio, di conseguenza, distruggesse la città di Ninive. Giona ha fatto il contrario di quello che il Signore gli aveva chiesto di fare.

Anche Pietro fa spesso il contrario di quello che Gesù gli chiede di fare. Ma come Giona, alla fine, si ravvederà; c’è una possibilità di ritorno, di conversione anche per Pietro.

Nello stesso paragrafo 16, al versetto 23, Gesù "disse a Pietro :-Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perchè non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!"

La figura di Simon Pietro è la più citata nei vangeli e anche la più controversa.
In Giovanni 1,42 : "Gesù fissatolo disse:- .....ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)".
Gesù fissa Simone, e lo fotografa: cocciuto, testardo, duro a capire, o addirittura pietra d'inciampo, dello scandalo.
Ma anche mattone, roccia, pietra su cui costruire.

A me sembra che in Pietro si concentrino e si riassumino tutte le contraddizioni, le difficoltà e le infedeltà della vita del credente.
Spesso Pietro, specie nel Vangelo di Giovanni, cerca di mettersi in mostra, di proporsi come leader, e sempre Gesù lo regarduisce.

Davvero difficile non pensare che qualcosa non quadra.

REPERTI ARCHEOLOGICI

Reperti archeologici privi di valore storico
I più importanti, riconosciuti delle semplici leggende anche dai cattolici moderni, sono i seguenti:

a) La leggenda del carcere Mamertino.

Il nome di «carcere Mamertino» ricorre in tarde passioni di martiri per designare il carcere romano detto Tullianum, posto alle pendici meridionali del Campidoglio e costituito da un locale superiore. a mo' di trapezio e di uno inferiore rotondo, scavati nel tufo. Secondo gli Atti tardivi dei ss. Processo e Martiniano, due custodi del carcere in cui stavano racchiusi gli apostoli Pietro e Paolo, al vedere i miracoli da loro compiuti, chiesero di venire battezzati insieme con altri carcerati. Perciò Pietro con un gesto di croce, fece sgorgare le acqua dal monte Tarpeo onde poter così amministrare il battesimo.
L'itinerario di Einsiedeln (sec. VIII) menziona un santuario detto, in ricordo di tale miracolo, « fons Sancti Petri ubi est carcer eius». In quel torno di tempo nacque pure la tradizione che i due apostoli, mentre venivano trasferiti dal carcere superiore in quello inferiore, urtarono con la testa contro il tufo della parete, lasciandovi impressa l'effigie, che tuttora si mostra ai turisti che visitano quel luogo.
Si tratta di pure leggende poiché tale carcere, riservato ai sovrano o nobili rei di lesa maestà, non potè mai contenere i due apostoli; la scala non vi era perché i prigionieri venivano calati mediante una botola nella parte inferiore, dove era buoi pesto (e da dove non venivano più liberati); la sorgente (tullia) – sempre esistita – diede al carcere il nome di Tulliano, a meno che questo sia invece da ricollegarsi a Servio Tullio che vi aggiunse appunto tale parte inferiore .

b) L'oratorio del «Quo Vadis» .

E' una cappella eretta al 1° miglio della via Appia, per commemorare l'episodio di Pietro che, fuggendo da Roma durante la persecuzione, si vide venir incontro Gesù diretto invece verso l'Urbe. Alla domanda: « Signore, dove vai?» ( Domine, quo vadis?), il Maestro avrebbe risposto: «A Roma per essere crocifisso di nuovo » (57) .
Secondo la tradizione – pure ricordata dal Petrarca – Gesù avrebbe lasciato le impronte dei suoi piedi su di una selce, che rimase nell'oratorio Quo Vadis, erettovi a ricordo, fino al 1620 quando fu trasferita in S. Sebastiano e quivi venerata come reliquia su di un altare. In realtà la «pietra» con tale impronta non è altro che il monumento votivo posto in un non ben determinato santuario pagano da parte di un pellegrino a significare la strada da lui percorsa e il suo desiderio di eternare la propria presenza nel santuario stesso(58) .
Nonostante il recente tentativo da parte di P. Bonaventura Mariani (59) d'attribuire valore storico alla leggenda del Quo Vadis, si può dire che essa nacque dalla combinazione di due frasi, e precisamente dalla domanda di Pietro a Gesù: « Dove vai, Signore?» (Gv 13, 36-38) con un antico detto attribuito, esistente, secondo Origene, negli Atti di Pietro « Sarò crocifisso di nuovo ». E' pure possibile che la parola « denuo, desuper » (greco ànôthen , cfr Gv 3, 3) che oltre «di nuovo » indica «dal di su, dall'alto » abbia suggerito l'episodio della crocifissione di Pietro con il capo all'ingiù.

c) Cattedra di S. Pietro.

Si trova occultata in S. Pietro entro la gloria del Bernini, dove vi venne trasferita nel 1666, mentre l'aria rimbombava «di trombe, mortaretti con grandissimo concorso di popolo » (22 gennaio 1966). L'ultimo suo esame fu quello accurato, ma privo di mezzi tecnici moderni, compiuto nel 1867 dal De Rossi; ora il papa ha concesso l'autorizzazione per un suo studio scientifico. Così come si presentava ai suoi occhi «niun archeologo classico potrà attribuire ai tempi di Claudio la cattedra di Pietro », il cui telaio è di quercia giallastra in parte scheggiata per trarne reliquie, ed è munito in alto di quattro anelli per il suo trasporto quasi fosse una sedia gestatoria. La parte anteriore, formata da un riquadro composta da diciotto formelle in avorio raffiguranti le fatiche di Ercole dovrebbe risalire, secondo il Marrucchi al V-VI secolo dopo Cristo (al IX secolo secondo il Cecchelli). Il dorsale munito di rabeschi e culminante in un triangolo, restaurato forse nel XVII secolo, presenta il busto di imperatore dai mustacchi rilevanti ma privo di barba che, secondo il Garrucci, raffigurerebbe Carlo il Calvo e non Carlo magno, come comunemente si pensa, al quale converrebbe meglio la barba(60) . Un riferimento esplicito alla cattedra lignea gestatoria dell'apostolo, si ha nella epigrafe di papa Damaso (366-384) nel battistero vaticano (61) . Si tratta probabilmente della sedia usata nei riti liturgici dai pontefici romani e che poi, quando fu istituita la festa della Cattedra, verso il terzo secolo, fu riferita allo stesso apostolo.
La festa della «Cattedra», secondo Paolo Vi, è un'antichissima festa che risale al terzo secolo e si distingue per la festa per la memoria anniversaria del martirio dell'apostolo (29 giugno). Già nel quarto secolo la festa odierna è indicata come «Natale Petri de Cathedra». Fino a pochi anni fa il nostro calendario registrava due feste della Cattedra di S. Pietro, una il 18 gennaio, riferita alla sede di Roma e l'altra il 22 febbraio, riferita alla sede di Antiochia, ma si è visto che questa germinazione non aveva fondamento né storico né liturgico .
E' interessante notare che le date delle due feste corrispondono a quelle dell'antica festa della «caristia» che, i Romani, celebravano il 18 gennaio e i Celti al 22 febbraio, e quindi sarebbero da riallacciarsi ai refrigeri che si celebravano in onore di Pietro e di Paolo .
E' noto che nella celebrazione di questi banchetti sacri in onore dei morti – generalmente tenuti presso le tombe – si riservava una sedia vuota per il defunto che si supponeva presente di persona. Questi refrigeri si tennero per più anni nella Memoria degli apostoli nelle catacombe di S. Sebastiano, come vedremo . La espressione «Cattedra di Pietro » donava al vescovo di Roma un primato d'onore (non di giurisdizione) tra i vescovi, così come Pietro lo godeva tra i Dodici.
Dapprima si parlò solo di «cattedra della chiesa romana» come si legge nel Canone Muratoriano: «Il pastore di Erma fu scritto mentre sedeva sulla cattedra della chiesa romana suo fratello Pio » . Poi tale cattedra fu ricollegata a Pietro e Paolo (Ireneo), e infine, dall'inizio del sec. III, divenne la cattedra di Pietro, come appare in Tertulliano e specialmente in Cipriano . Come dice Agostino alla fine del IV secolo Atanasio, il papa del suo tempo, «siede oggi sulla stessa cattedra su cui Pietro sedette» (cfr Ep 52, 3). La festa liturgica della Cattedra di S. Pietro testifica la credenza che Pietro sia andato a Roma e abbia illustrato tale chiesa con il suo insegnamento.

d) S. Pietro in Vincoli.

La basilica non molto lontano dalle terme di Tito e Traiano, era già esistente al tempo di Sisto III (432-440), che la ricostruì in onore degli apostoli Pietro e Paolo. Sin dal V secolo vi si conservavano le « catene di ferro ben più preziose dell'oro » con cui Pietro venne incatenato, e che ancora oggi si possono vedere, e di cui sono già in vendita dei fac-simili assai ridotti per catenelle, orologi, pendagli, ecc. E' inutile dire che si tratta di pura leggenda, sorta probabilmente dal fatto, come ben osserva il Grisar, che li vicino vi era la prefettura urbana dove si amministrava la giustizia .

e) Pretesa abitazione di Pietro in casa del Senatore Pudente .

Secondo la leggenda di S. Pudenziana, il padre Pudente della nota famiglia senatoriale romana del I-II secolo d.C., sarebbe stato convertito al cristianesimo dall'apostolo Pietro, insieme alla moglie Claudia e ai suoi quattro figli, tra cui Pudenziana e Prassede. Nella sua casa sul Viminale sarebbe sorto il primo oratorio cristiano, che verso il 150 d.C. fu trasformato in chiesa da Pio I (ora vi sorge la basilica di S. Pudenziana); essa sarebbe quindi la più antica delle Basiliche romane, dimora forse dei vescovi romani del II secolo, per le molte tradizioni che le si ricollegano riguardanti il vescovo di Roma Pio I, suo fratello Erma, il filosofo Giustino e Ippolito. Gli scavi discesi sino a 9 metri sotto il pavimento della basilica nel 1928-32, hanno messo in luce un edificio termale della prima metà del II secolo, costruito su di una casa romana alla quale appartengono pavimenti e mosaico. Che questa casa fosse di proprietà del senatore Pudente risulta documentato da alcuni bolli di mattone rinvenuti nel 1894, tra i quali uno del I secolo ed altri di Servilio Pudente della prima metà del secondo. Gli scavi più recenti del 1962 hanno svelato altri mattoni e i pavimenti ben visibili a lithòstraton del tipo ricordato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, formato cioè di piccole tessere di mosaico bianco con incastonate delle crustae simili ai pavimenti di Aquileia, Pompei e Preneste. Un affresco del IX secolo, rinvenuto in una delle gallerie sotterranee, rappresenta l'apostolo Pietro tra le sorelle Pudenziana e Prassede. Se gli scavi mostrano l'antichità della casa e la sua appartenenza a Pudente (forse il Pudente ricordato da 2 Ti 4, 21), nulla ci possono però dire della presenza di Pietro, che poggia solo sulla leggenda si S. Pudenziana .

Scavi di valore
a) Catacombe di S. Sebastiano

Il luogo della Memoria Apostolorum è stato rinvenuto nel 1915 presso la via Appia sotto la basilica di S. Sebastiano ad Catacumbas, che, prima della inumazione del martire in quel luogo, si chiamava «Basilica degli Apostoli». Vi esisteva un luogo di raduno e di culto («triclia») dedicato alla venerazione di Pietro e di Paolo, come lo testificano i centoventun graffiti scritti in latino popolare come «Paule et Petre petite pro Victore» e i trentasette scritti in greco. Alcuni di essi attestano che vi si attuavano i «refrigeria» ossia i pasti funerari, quali si solevano attuare sulle tombe dei defunti . Vi alluderebbe anche il Liber Pontificalis che attribuisce al vescovo Damaso la fondazione di una chiesa sul luogo dove sotto il «platomia» (da correggere in platoma o lastra di marmo) avevano riposato i corpi dei santi apostoli Pietro e Paolo.

Dal momento che è difficile sostenere la traslazione delle salme in quel luogo (si trattasse pure del solo capo, come alcuni pretendono) e dal fatto che la sala non presenta alcun indizio di tomba, si potrebbe pensare che all'origine di tale culto stesse la convinzione che Pietro e Paolo vi avevano abitato da vivi in quanto tale casa giaceva proprio in un quartiere ebraico. Cio sarebbe confermato da una iscrizione di papa Damaso;

Hic habitasse prios sanctos conoscere debes
Nomina quisque Petri pariter Paulique requires

Pare che la venerazione in tale luogo ricevesse un grande impulso da parte della setta scismatica dell'antipapa Novaziano; più tardi esso sarebbe stato accolto dalla Chiesa romana come la memoria degli apostoli (70) . Anche se quest'ultima ipotesi non reggesse, rimane pur sempre chiaro che la Memoria Apostolorum non rivela l'esistenza di reliquie o del sepolcro di Pietro e Paolo.

Altri (ad esempio la Guarducci) pensano che tale luogo – contenente forse qualche reliquia di cose appartenenti agli apostoli – fosse stato usato per celebrare la loro memoria, quando un decreto imperiale impedì la riunione dei cristiani nei cimiteri, dove prima questi erano soliti adunarsi.

b) Gli scavi al Vaticano

Una tradizione assai antica, confermata da indicazioni liturgiche, afferma che il martirio di Pietro e la sua sepoltura avvenne sul colle Vaticano; basti ricordare il già citato presbitero Gaio, la cui opinione fu condivisa da Girolamo , dagli Atti di Pietro e Paolo che fanno seppellire Pietro sotto un terebinto presso la Naumachia (= circo) sul Vaticano e dal Liber Pontificalis che ne pone la sepoltura presso il palazzo di Nerone , dove Anacleto avrebbe eretto una memoria beati Petri . Lo stesso Liber Pontificalis , in una notizia tratta dagli Acta Silvestri , dice che Costantino, battezzato da Silvestro e guarito dalla lebbra, volle erigere sul Vaticano una basilica in onore di S. Pietro, nel luogo dove sorgeva un tempio ad Apollo, e vi trasferì il corpo di Pietro in una tomba circondata da lastre di bronzo e sormontata da una croce aurea .

Per saggiare quanto di vero ci fosse in tale tradizione Pio XII nel 1919 diede il via a scavi da attuarsi sotto l'altare della Confessione in mezzo a difficoltà tecniche enormi per non mettere in pericolo la stabilità del cupolone vaticano. Il 23 novembre 1950 il papa annunziò che era stata ritrovata la «tomba del principe degli apostoli ». La relazione ufficiale degli scavi (edita nel 1951) fu tuttavia meno esplicita al riguardo.

Gli scavi hanno documentato che l'imperatore Costantino doveva avere una seria regione per erigere quivi la sua basilica; infatti per poterla costruire fu costretto ad affrontare molteplici difficoltà, che non vi sarebbero state qualora il tempio fosse stato eretto altrove. Il luogo non era adatto, sicchè per avere la spianata sufficiente l'imperatore dovette attuare degli enormi lavori di sterro verso nord e costruire poderosi muraglioni di sostegno verso sud. Costantino fu poi obbligato a ricoprire un largo cimitero pagano assai denso, con un atto certamente impopolare, e che egli potè attuare solo in quanto Pontifex maximus . Sappiamo pure che questo cimitero era presso il circo di Nerone, perché C. Popilius Heracla (Popilio Eracla) afferma in una iscrizione che desiderava essere seppellito « in Vaticano ad circum » nel luogo dove la tradizione, sopra riportata, poneva la sepoltura di Pietro.

Quale motivo poteva spingere Costantino a costruirvi nel 335 la Basilica, se non il fatto che quivi v'era la tomba di Pietro (la zona era appunto un cimitero) o almeno il luogo del suo martirio?

Gli scavi effettuati dal 1940 al 1950 e dal 1953 al 1958 misero in luce la necropoli romana quivi esistente. Eccome le successive stratificazioni:

1) Piano della Basilica attuale con l'odierno altare papale risalente a Clemente VIII (1592-1605).

2) Sotto v'è l'altare eretto da Callisto II (1119-1124).

3) Ancora più sotto giace l'altare fatto erigere da Gregorio Magno (590-604).

4) Sotto affiora il monumento costantiniano ornato di marmi rari e di porfido.

5) Gli scavi hanno rivelato che il monumento eretto da Costantino racchiudeva una piccola edicola posta al livello della necropoli in una piazzuola del sepolcreto risultante da due nicchie sovrapposte, divise da una specie di mensa di travertino sostenuta da due colonnine marmoree. L'edicola, che doveva corrispondere al «trofeo» (tropaion) di cui parla verso il 200 il presbitero Gaio, dovrebbe risalire alla metà del II secolo, se essa fu costruita assieme al piccolo canale di drenaggio, poiché nel fognolo per convogliare l'acqua si trovano almeno quattro mattoni con il marchio Aurelii Caesaris et Faustinae Augustae (Aurelio fu imperatore dal 121 al 180).

La scoperta suscitò non pochi problemi e perplessità: la fossa identificata dai primi scavatori come tomba dell'apostolo era stata trovata, stranamente, quasi distrutta e vuota.. perché i graffiti non parlano di Pietro contro la testimonianza della Basilica Apostolorum che è tutta ripiena di invocazioni rivolte agli apostoli? . Dove giacevano le reliquie dell'apostolo? Si pensò in un primo tempo che il gruppo di ossa trovate in una piccola cavità, sotto la base del muro rosso (così detto dal colore dell'intonaco) cui è addossata l'edicola, rappresentassero i resti del martire, che fossero stati prelevati dalla tomba e nascosti in quell'anfratto. Tuttavia il carattere eterogeneo delle ossa (ve ne sono anche di animali) impedivano di riferirle a un uomo solo. Margherita Guarducci, docente di epigrafia a antichità greche all'Università di Roma, ha tuttavia rinvenuto nell'attiguo mausoleo dei Valeri, parzialmente danneggiata dal muro eretto da Costantino, una iscrizione assai enigmatica che ha di chiaro solo PETRU accanto a una testa calva. L'invocazione così suonerebbe: « Petrus, Roga T Xs HT pro sanctis hominibus chrestianis ad corpus tuum sepultis » . L'iscrizione anteriore alla costruzione di Costantino che la danneggiò parzialmente con il muro della Basilica, è posteriore al 180 perché è stata scolpita sul mausoleo pagano dei Valeri quando l'imperatore Marco Aurelio doveva essere già morto, perché vi appare divinizzato (m. 180 d.C.)(79) .

Di recente la stessa Guarducci esaminando il muro rosso nel lato dove una lastra marmorea ricopre la cavità posta a fianco dell'edicola, con commozione profonda vi lesse la seguente iscrizione greca « PETROS ENI », vale a dire « Pietro (è) qui» quasi a suggellare la traslazione delle sue ossa dal terreno sottostante al nuovo ripostiglio (cm 77 x 29 x 31). Tuttavia anche questa cavità risultava stranamente vuota e qui l'avventura assume un aspetto romanzesco.

In un angolo nascosto delle grotte vaticane la Guarducci trovò nel 1953 una cassetta contenente delle ossa, che da testimonianze di due sampietrini e da un biglietto che vi si trovava sarebbe provenuta – e poi stranamente dimenticata – da un ripostiglio scavato nel muretto che poggia contro il famoso muro rosso dove s'apriva l'edicola costruita sulla presunta fossa di Pietro. Dall'analisi di tali resti ad opera di specialisti risultò che appartenevano ad un individuo di sesso maschile, piuttosto robusto, sessanta-settantenne, e quindi dalle caratteristiche somatiche simili a quelle di Pietro. Frammenti di marmo, pezzettini di intonaco, delle monetine e alcuni fili di porpora mostravano la stima goduta da quelle reliquie dal tempo di Costantino, ai cui anni risalirebbe la porpora.

Gli studiosi si divisero tosto in due partiti di cui alcuni favorevoli ed altri ferocemente contrari ; a questi ultimi ribattè di recente la Guarducci in un agile volumetto nel quale, tra l'altro, getta l'accusa che gli scavi « furono eseguiti con metodo non sempre impeccabile e spesso con spirito di osservazione palesemente scarso» .

Si può quindi concludere che quel mausoleo, meta di visitatori i quali vi gettarono anche delle monete, fosse un monumento eretto sul luogo del martirio di Pietro e forse anche la sua tomba; le ossa quivi rinvenute possono appartenere al Martire, anche se gravi dubbi ci consigliano molta prudenza . Per raggiungere tale certezza occorrerebbe provare, come giustamente osserva il cattolico Hubert Jedin, che il corpo di Pietro non fu bruciato dopo l'esecuzione, che il suo cadavere non sia stato mutilato, che esso non sia stato deposto in una fossa comune, e che i cristiani abbiano avuto la possibilità di prelevarne il cadavere . Di più non vi è traccia di alcun interesse o culto delle reliquie prima del martirio di Policarpo a Smirne . Gli Atti apocrifi di Pietro (c. 40) biasimano Marcello per aver seppellito Pietro nel suo stesso sepolcro, dicendo « lascia che i morti seppelliscano i loro morti ». Il che dimostra che verso la fine del II secolo i cristiani respingevano totalmente il culto delle tombe. Gli stessi vescovi romani non ebbero delle tombe proprie che a partire dal III secolo nelle catacombe di S. Callisto .

Ad ogni modo dopo i recenti reperti di M. Guarducci, si può pensare che il «trofeo» di cui parla il presbitero Gaio fosse considerato la tomba dell'apostolo Pietro. Probabilmente ciò pervenne dall'associazione del luogo del supplizio con la vicinanza del cimitero.

A seguito della pubblicazione dell’articolo precedente, ho ricevuto questa precisazione da
Hard Rain:
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Solo un commento sulla questione di Bar Jonas. Non è escluso che l'errore, diciamo così, sia nella traduzione italiana che ha tradotto con figlio di Giona. Il testo greco poteva semplicemente essere un esempio di traslitterazione di qualche parola ebraica od aramaica come - appunto - barjonas tutto attaccato. I manoscritti antichi poi non aiutavano molto la comprensione dei termini difficili perchè venivano scritti secondo la tecnica della scriptio continua e in molti casi si creavano delle confusioni non da poco (ci sono degli esempi classici in proposito).

Un esempio simile di possibile traslitterazione lo abbiamo nella definizione del titolo di "Nazareno" dove sicurmente il termine greco Nazoraios deriva dalla traslitterazione di qualche termine ebraico, per esempio basato sulla radice natsar o sulla parola netser che significa germoglio o virgulto (dove il gruppo ts è una tsadi, un'unica lettera ebraica, il cui suono guarda caso coincide con una zeta italiana). Quando non si riesce a tradurre esattamente una parola in una lingua in genere si traslittera. Non è escluso che il traduttore greco abbia compiuto questa operazione.

Sulla presenza di Pietro a Roma e l'eventuale esistenza di testi proto ebraici segnalo le segg. citazioni:

Cit. di Ireneo di Lione (140-200 d.C. circa) in Storia Ecclesiastica, 5.8.2-4 – “Matteo pubblicò un Vangelo scritto per gli Ebrei nella loro lingua mentre Pietro e Paolo predicavano il Vangelo a Roma e fondavano la Chiesa. Dopo la loro dipartita Marco, il discepolo ed interprete di Pietro, ci tramandò per iscritto quello che era stato predicato da Pietro. Anche Luca, il compagno di Paolo, registrò in un libro quello da lui predicato [da Paolo]. Successivamente Giovanni, il discepolo del Signore che si era piegato sul suo petto [cfr. Gv 13:25 e 21:20], pubblicò un Vangelo mentre risiedeva ad Efeso in Asia.”

Cit. di Papia di Gerapoli (70-150 d.C. circa) in Eusebio, Storia Ecclesiastica, 3.39.4 e 3.39.15 - “Appena mi si presentava l’occasione di incontrare uno che avesse conosciuto i presbiteri [sono gli Apostoli], io chiedevo loro ciò che avevano detto questi presbiteri, ciò che aveva detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo, qualche altro discepolo del Signore e ciò che dicono Aristione o Giovanni. Io non credevo che quanto contengono i libri mi potesse rendere più grande servizio della voce viva e sussistente […] Diceva quel presbitero [Giovanni]: Marco, interprete di Pietro, scrisse con cura, ma senza ordine, tutto ciò che ricordava di quanto Cristo aveva detto.”

Nel testo greco Papia utilizza proprio il termine ermeneutes (che significa traduttore, interprete) con riferimento a Marco. Egli sarebbe stato un traduttore o interprete dell'apostolo Pietro a Roma.

Per ulteriori informazioni sul possibile sostrato ebraico dei vangeli vedi anche le mie note alla pagina web:

http://digilander.libero.it/smassuntapadulle/archeologia/Teoria%20di%20Carmignac.htm

IL CAOS PRIMORDIALE

Il primo testo della nostra cultura che si occupa del Caos prima della creazione e’ l’ Enuma Elis (il poema della creazione Assiro Babilonese):

Quando ancora gli Esseri Celesti non erano conosciuti, e innominata restava la Terra, Il saggio Apsu ordinò alla dottoressa Tiamat di creare la vita. Tiamat fu chiamata l’antica madre.
Sulla Terra, ancora non esisteva l'uomo, ancora non erano state costruite le dimore per gli Esseri Celesti, non erano ancora spuntate le canne dalle paludi, la Terra era deserta quando Essi crearono la vita.

Come per l’Enuma Elis, anche il poema di Atrahasis è molto antico, l’originale fu scritto, con caratteri cuneiformi, su tavolette di argilla:

Nel tempo in cui ancora non c'erano sulla terra gli uomini, i Sette Grandi Anunnaki gettarono le sorti per dividersi i compiti.

Agli Igigi loro primiere creature, fu affidato il lavoro pesante e toccò a Enlil di sorvegliare perché il lavoro venisse eseguito a dovere. Gli “operai celesti” incominciarono dunque a portare canestri di mattoni e a scavare i canali, per assicurare prosperità alla Terra…

La cosmogonia Egizia si evolve da Elaiopoli a Menphis durante venti secoli.
Nella visione dei primordi messa a punto a Eliopoli non esistono forme distinte: tutto si fonde in Nun, il mare sconfinato preesistente allo spazio e al tempo, al sopra e al sotto, al prima e al dopo, alle divinità e al mondo.
Nun è un'entità inconoscibile, è l'abisso vuoto, in cui pure Iside eà allo stato potenziale come ogni energia vitale: perché nelle sue acque profonde si annida Atum, il principio dal quale scaturisce la vita e hanno inizio l'evoluzione e il mutamento, in un processo attivo di auto-generazione, che implica la creazione del cosmo.
Il Dio crea se stesso emergendo dall'acqua come Collina Primordiale, su cui si radica una canna. Su quella, uscendo dalle tenebre circostanti, si posa l'uccello radiante luce, forma primigenia di Ra. Allora Atum, il grande androgino, si abbandona all'impulso creativo e, masturbandosi o espettorando, genera Shu, lo Spazio, e Tefnut, l'Umidità. Dall'Uno deriva La fase successiva, la creazione del mondo visibile, avviene attraverso un atto non di generazione, ma di separazione: Shu divide i due amanti, creando le condizioni perché l'essenza immateriale assuma una forma esteriore. A ciascuno dei quattro figli di Nut e di Geb è assegnata una zona del cosmo: Osiride viene associato alla Luna, Iside è identificata con Sirio, Seth è apparentato con l'Orsa Maggiore, e Nefti posizionata nel cielo oltre l'orizzonte'. Tra i corpi astrali Atum-Ra, assimilato al Sole, rappresenta il potere concentrato del regno celeste.
Dal momento in cui si inseriscono nel Cielo, gli Déi appaiono dotati di consistenza corporea, e il mondo sottostante prende vita come entità autonoma.

LE TEOGONIE GRECHE

Il motivo per cui i greci abbiano scelto di affidare i poteri a un figlio di Crono e non a Crono stesso o a suo padre Urano, è stato determinato proprio dallo scontro violento tra opposte fazioni. Cioè, prima che Zeus diventasse il capo degli dei, le etnie, le tribù, i villaggi erano in lotta tra loro e quando si trasformarono in polis i giochi erano ormai fatti (sicuramente molti secoli prima dell'apparizione dei poemi omerici).

Tutti gli dei anteriori a Zeus, specialmente quelli di origine femminile e quelli che più facevano capo a forze della natura, vengono considerati più deboli, anche se dal punto di vista dell'anteriorità temporale avrebbero dovuto essere considerati più forti, essendo dei originari e non derivati o, se si preferisce, divinità più connesse all'animismo o al totemismo che non a una ideologia funzionale alle esigenze del potere.
Traducendo dal greco, Urano (che vuol dire l’Universo) viene evirato dal figlio Crono (il Tempo) che viene spodestato da Zeus (Dio)

Nel Cristianesimo Giovanni dice: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Poi Dio parlo' e per mezzo della Sua Voce creo' tutti i mondi e tutti i regni di natura e tutti gli esseri in sei ere o "giorni" della creazione, seguite ognuna da un periodo di stasi o "notte".

Per la Torah in principio era il Caos ma per la Bibbia dei Settanta ( un’edizione sacerdotale del VI secolo) In principio Dio creo’ il cielo e la terra, ma la terra era deserta e disadorna e v’erano le tenebre e Dio vagava sul nulla e sulle acque.

Ma allora, in principio era il Caos o il Nulla?
E cos’era questo Nulla?

Un Diacono della Corte di Carlo Magno, Fredegiso di Tours, che attorno all'ottavo secolo ad Aquisgrana scrisse IL NULLA E LE TENEBRE, l'unico manoscritto di quell’epoca che ci sia pervenuto in forma integrale, (C’e’ una bellissima edizione con testo a fronte dell’editore Il Melangolo) fece nascere un lucido e drammatico dibattito che si protrasse per tutto l'Alto Medioevo.
Dibattito drammatico perche' a differenza di adesso dove queste disquisizioni si fanno quando si e' pieni di vino se sei in Veneto, da fumato se sei alternativo, da scoppiato se frequenti i salotti borghesi, allora facevano rischiare il collo.
E pure Carlo Magno, che qualche dubbio lo nutriva, mando' una lettera ad un suo fido consigliere in Irlanda, tale Dungalo per avere lumi in proposito.
Ma di cosa si dibatteva, di grazia?
Beh, in poche parole Federgiso si chiedeva: cosa significa la parola NULLA?
E' forse questo NULLA una parola che usiamo per definire qualcosa che non esiste? Ma allora non si trattera' forse che la cosa da esso significata e' UNA COSA , un'entita', consistente nel non avere niente dentro di se' ma di fatto gia' per se stessa una cosa?
E le TENEBRE, cosa sono le tenebre se non la mancanza di luce?
E quelle tenebre "da potersi toccare" della Bibbia che dice che Dio chiamo' giorno la luce e notte le tenebre, ma allora che cosa erano le tenebre se addirittura meritavano un nome da Dio?
Ma non e' forse vero che prima del mondo c'era il Nulla da cui tutto ebbe conseguenza?

La filosofia moderna ha liquidato da tempo questo Nulla dicendo che non e' un nome ma si tratta di una particella logica che usiamo per esprimere qualcosa che non c'e'. Per spiegarci il nulla non e' "IL" niente ma e' il NON qualcosa espresso in un discorso.
In principio era il Verbo, che vagava sul nulla e sulle tenebre. Nulla e' il vuoto che precede il mondo, nulla e' la solitudine di Dio.
"Come puoi trattare il nulla?" si chiede Fredegiso " mentre diciamo "Il nulla non esiste" gia' gli conferiamo un'esistenza.
Esattamente come dicevano alcuni filosofi suoi contemporanei, quando affermavano che l'Ateo che discute dell'esistenza di Dio invece che negarlo lo afferma.

COSMOGONIA ASSIRA

Enuma Elis (il poema della creazione)
“Ricca era la sterminata sfera della Terra. Ricca d’argento e lapislazzuli, vi erano miniere di diorite, calcedonio, cornalina e antimonio. La nobile Terra, la grande Terra, era attraente per gli Esseri che popolavano il cielo. E Lui, l’Eccelso, discese sulla Terra vi portò la sua semente. Coltivo la Terra coltivò alberi di ogni genere e v’inserì nuova vita. Come una vacca, la Terra fu gravida del ricco seme portato da quell’Essere...”

Così inizia la storia contenuta nell’Enuma Elis. antico poema Babilonese, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette di argilla.
Quando ancora gli Esseri Celesti non erano conosciuti, e innominata restava la Terra, Il saggio “Apsu ordinò a Tiamat di creare la vita. Tiamat fu chiamata l’antica madre….”

COSMOGONIA GRECA

Se per Babilonia ed Egitto in principio era il Caos acquoso e informe, per i Greci in principio erano le squame dei due serpenti primigeni che si attorcigliavano tra di loro: Ananke, la necessita’ e il Tempo che non scorreva.
Da loro sortirono Etere, Caos. Ma il prodigio si ebbe quando dal coito dei due serpenti venne generato un uovo che si dischiuse generando la luce, e nella luce un Protogonos con quattro occhi e quattro corna, zoccoli e ali d’oro, teste d’ariete di toro, di leone e serpente, un corpo di giovinetto con fallo e vagina. Era Fanes: la chiave della mente.

Pregno di luce Fanes si ingravido’ da solo e genero’ Echidna il serpente dal magnifico volto di donna. Poi genero’ la Notte che esisteva gia’ prima di lui e che divenne la sua concubina da cui ebbe Urano e Gea. A poco a poco tutte le cose apparvero nella caverna di Notte compresero i luoghi degli dei e degli uomini.

Il Tempo comincio’ a scorrere e Fanes rimaneva nella caverna finche’ tutto il fattibile si fece. Fu allora che Fane’ con il suo scettro si reco’ con il suo cocchio sopra il dorso del cielo. Urano e Gea intanto si univano in un coito ininterrotto e a mano a mano che nascevano i figli Gea era costretta a ricacciarli nel suo utero finche’ nacque Crono con un falcetto dentato che taglio’ i testicoli al padre, i quali candendo nel mare generarono Venere che in greco vuol dire: nata dalla schiuma (Afrodite), assistita dalle sue due ancelle Apate e Zelos (Inganno e Rivalita’).

L’interruzione del coito sparse per lo spazio molti esseri quali i Titani, i Ciclopi ed i Centimani. Crono si congiunse con Rea e tutti i figli che essa generava venivano inghiottiti dal padre che non voleva rivali. Quando nacque Zeus, Rea lo nascose nella caverna della Notte. Quando i tempi furono maturi, Notte preparo’ un pranzo di miele e ambrosia per Crono che ebbro si appisolo’. Allora Zeus lo lego’ con una catena e comincio’ ad inghiottire ogni parte dell’Universo fino ad arrivare a Fanes che preso dalla contemplazione di se’ stesso, non si accorse di nulla.

Quando Zeus ebbe ingurgitato tutto il mondo, lo vomito’ tutto uguale a prima ma legato da una catenella d’oro. Quando tutto ritorno’ come prima Zeus ebbe il desiderio di congiungersi con sua madre Rea che ora era diventata Demetra. Per sfuggirgli lei si trasformo’ in serpente e pure Zeus che la colse in una stretta soffocante. La stessa dei due serpenti primigenni che generarono il Tutto. La stessa che Ermes porta sempre con se’, e mostra nelle sue apparizioni. Da questa congiunzione nacque Persefone,
l’inguardabile e il cui nome significa: “colei di cui non si puo’ pronunciare il nome”.
Tutto questo accadde a Creta.
Persefone nascose la figlia in una grotta e mise a guardia alcuni serpenti che Zeus addormento’. Poi, trasformato in serpente anch’esso, assali’ la figlia e con lei genero’ il primo Dioniso.

Dobbiamo fermarci un momento perche’ e’ da questo punto che il mito si divide e il serpente che era stato all’origine dell’Universo greco, che prima era stato Ureus il serpente avvoltoio degli Egizi, raffigurato anche come barca o doppio serpente alato nei frontoni dei templi, il serpente a spirale che rappresentava il sole dei Fenici, il serpente simbolo della fertilita’ e dell’Egitto meridionale, tanto da essere portato sul copricapo del Faraone come simbolo del potere. Lo stesso che simboleggia l’albero della vita e che dall’albero ebraico spinge Eva all’adulterio, in questo momento e in questo punto si divide per lasciare il posto alla civilta’ occidentale che nel mito viene rappresentata dal Toro.

In principio era il serpente, animale più rappresentato nella simbologia di tutti i tempi. In moltissime culture, nelle leggende, nelle cosmogonie, nei miti, nell'iconografia, protagonista assoluto di molte storie ataviche, è anche simbolo dell'inconscio collettivo.
E' simbolo della conoscenza, per questo può anche essere pericoloso, come recita il mito cristiano della creazione. Il serpente rappresenta un simbolo polivalente, universalmente presente in tutte le culture. E' l'antenato mitico, il vivificatore, simbolo stesso della cura, è l'animale originario alle sorgenti della vita e della libido.

Poi arrivo’ il Bue Api e dopo ancora Zeus, trasformatosi in Toro sulla spiaggia di Sidone, rapi’ Europa e la condusse a Creta dove diede origine alla Civilta’ Occidentale.
Ma prima si fermarono a Gortina dove sotto un immenso platano si amarono.
Zeus si trasformo’ in aquila e scomparve ma lascio’ un guardiano Talos, un altro toro.

Anche la trisavola di Europa, Io, scerdotessa ad Argo, innamorata di Zeus si lascio’ trasformare in giovenca ma un tafano la tormento’ facendola fuggire per tutto il mondo allora conosciuto finche’ in Egitto, la mano di Zeus la trasformo’ di nuovo in fanciulla e l’amo’.

Dopo Europa, il ciclo cretese inizia e finisce con il Toro. Minosse toglie dalle acque il Toro bianco promettendo di sacrificarlo a Poseidone. Ma la bestia e’ bellissima e lui non se la sente di ucciderlo. Sua moglie si innamora del toro e nascosta dentro una vacca di legno si fa trascinare fino alla prateria di Gortina dove si fa ingravidare del Minotauro. Teseo lo uccide e tornato a Maratona lo vince ai giochi e lo offre a suo padre che lo sacrifica agli dei.

Quando Cadmo sacrifico’ il toro a Zeus uno schizzo di sangue macchio’ il chitone di Semele che ando’ al fiume a lavarselo e li’ fu presa da Zeus che genero’ il secondo Dioniso.

Fu Arnobio, Padre della Chiesa a scrivere che non fu come serpente che Zeus si congiunse a Demetra ma come Toro: “Fit ex deo taurus…cum in Cererem suam matrem libidinibus improbis atque inconcussis aestuaret…”
In questo modo si compie una metamorfosi ciclica, dal Tempo che non scorre, che era serpente, nasce Zeus Toro che stupra Demetra dalla quale nasce Persefone che lui viola come serpente.

Il mito si congiunge.

Tutta l’eta’ antica conobbe Sacre Scritture

Gia’ con l’avvento della scrittura i Sumeri scrissero in cuneiforme le storie di Galgamesh e in Egitto la Mdw ntr(parola divina) risale a tremila anni prima di Cristo. Il Sanscrito e’ una lingua sacra millenaria e il Buddah ha lasciato testimonianze, scritte sei secoli prima di Cristo.
Da notare l’imperativo delle scritture: quelle dell’ellenismo cominciano con: STA SCRITTO mentre la Torah inizia: ASCOLTA, ISRAELE !. Giovanni comincia parlando del VERBO (il Logos) la Parola, a cui segue il Corano cinque secoli piu’ tardi che impone: LEGGETE !
Forse a sancire la sacralita’ delle scritture.

QUOTO
L'affermazione di Gesù sullo spazio di "questa generazione" va intesa indubbiamente con riferimento alla distruzione del tempio (basta leggere i Vangeli per rendersene conto) QUOTO

Tu mi insegni che l'espressione: "va intesa come" che tu usi e' retaggio della Chiesa e qui ognuno intende come gli pare (perche', come ho gia' piu' volte espresso, NON stiamo parlando di materia di Fede).
La predizione della distruzione del Tempio, avvenuta nel 60 d.C. non dimostra nulla, poiche' il Vangelo attribuito a Marco che e' riconosciuto come primigenio, risale all'80 d.C. e gli altri piu' tardi ancora. Non sapremo mai quindi se si tratta di presagio o di un racconto elegiaco del proto cristianesimo tramandato da un relatore.
Forse i Vangeli nacquero cosi’ tardi proprio perche’ i cristiani aspettavano il ritorno del Messia entro quella generazione e non si occupavano del futuro.
Lo stasso Paolo nella sua Lettera ai Salonicchi (5,3) parla della Parusia come il giorno del Signore che arriva come un ladro nella notte. Ma che i cristiani non devono temere perche’ sono rivestiti nella corazza della fede.
Questa prima lettera viene corretta da una seconda ( sulla cui completa autenticita’ occorrerebbe fare un discorso a parte) in cui dice:
“…quanto alla venuta di Gesu’ nostro Signore vi preghiamo a non agitarvi facilmente nel vostro animo e a non spaventarvi ne’ da oracoli ne’ da parola o dalla lettera speditavi da noi quasi che la Parusia sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo. Infatti se prima non viene l’apostasia..”
(Seconda lettera ai Salonicchi 2,1 e seguenti)

“La fine e’ vicina” annuncia la prima epistola di Pietro
“Il tempo e’ prossimo” e’ scritto nell’Apocalisse di Pietro
“Figlioli! L’ultima ora e’ giunta…sono apparsi molti Anticristi e da questo riconosciamo che l’ultima ora e’ giunta” dice Giovanni 2,18
“Stiamo attenti negli ultimi giorni! E’ prossimo il giorno in cui tutto precipitera’ nella rovina” scrive Barnaba 4,9 21,3
Siate pazienti, fratelli…il Giudice e’ alle porte ! ( Epistola di Giacomo)

Nella Didache’ i cristiani pregavano: “Vieni Signore. Venga la Grazia e trapassi questo mondo. Marana tha “

Su questo Marana tha (Vieni o Signore) ho da riferirti un episodio gustoso. Come sai io ho studiato le antiche scritture con Papas Makarios, un archimandrita ortodosso ecumenico che e’ tuttora in contatto epistolare con i piu’ grandi esegesi contemporanei, quali il Cardinal Carlo Martini, che dopo Milano si e’ ritirato in un convento a Gerusalemme per continuare i suoi studi, il francescano Gualtiero Cantalamessa, gia’ confessore del Papa che viene qui a Corfu’ quasi tutte le estati e passa ore in conversazione con il papas e il rev Ravasi quello che io ritengo il piu’ grande ermeneuta italiano VIVENTE ( credo che tenga una rubrica di letture bibliche su SAT 2000).
Bene, a proposito di Marana tha ( Vieni o signore) egli asseriva, guardando gli interlocutori fisso negli occhi, che la frase va letta tutta insieme Maranatha (Il Signore e’ venuto).
Capisci anche tu che davanti a questi fatti pare impossibile il confronto con i sacerdoti che, anche se in buona fede, alterano le cose, e l’abitudine viene da lontano…

Alcune osservazioni.

1) I sinottici.

Dato per scontato il ruolo di fonte del Vangelo di Marco, riconosciuto ormai anche da tutti gli studiosi cattolici, l'analisi successiva non mi convince.

Il fatto che alcuni pensino che Pietro non si sia mai recato a Roma non è di per sé nulla più di una congettura, basata su ipotesi non documentate. E', tra l'altro, uno degli argomenti utilizzati da coloro che contestano il primato della sede vescovile romana, in primo luogo, quindi, dagli ortodossi. Tuttavia, lo ripeto, non esiste un solo documento che attesti una cosa simile.

La comparazione dei sinottici, inoltre, ivi compresa l'interpretazione di alcuni versetti, mi sembra a dir poco approssimativa, stracolma di locuzioni come "salta agli occhi", "parrebbe" ecc. che indicano da una parte incertezza e dall'altra un orientamento ermeneutico volto a screditare l'attendibilità delle scritture evidenziandone presunte contraddizioni. Gadamer avrebbe detto che "balza agli occhi" solo ciò che l'ermeneuta fa balzare. Credo, pertanto, che nulla di davvero concreto sia stato detto in questo passaggio.

2) Il virile liberatore.

In nessun Vangelo Gesù Cristo viene presentato in questo modo. Egli ribadisce chiaramente e a più riprese, deludendo le aspettative dei sostenitori di un Messia condottiero, di annunciare un Regno ultraterreno. Ciò è evidente nell'episodio della domanda sulla legittimità del tributo da pagare ai romani e, in seguito, nel dialogo tra Cristo stesso e Pilato. Nessun contrasto quindi con la mansuetudine - che, tuttavia, non è mai debolezza - mostrata al momento dell'arresto e durante la Passione. Anzi, il comportamento che tutti i Vangeli attribuiscono a Cristo in quei frangenti risulta quanto mai coerente.

3) La Passione.

Non vedo proprio cosa farebbe pensare agli studiosi che, considerando i Vangeli alla stregua di documenti storici, Cristo sarebbe entrato in Gerusalemme come una specie di guerrigliero alla testa di un gruppo di Zeloti (perché chiedere la liberazione di Barabba, allora? meglio invocare direttamente il nome del capo; né la richiesta di Barabba risulterebbe giustificata dalle pressioni esercitate sulla folla dal Sinedrio, visti i rapporti non certamente teneri fra la casta sacerdotale, corrotta e collaborazionista, e gli stessi Zeloti). L'invito all'acquisto di una spada rivolto ai discepoli (Luca 22,36), poi, non ha nulla a che fare con un'arma vera e propria (non si spiegherebbe infatti perché poi impedisca a Pietro di usarla e perché, di fatto, si consegni alle guardie: pare davvero strano che ai compilatori dei Vangeli - secondo i nostri amici, tra l'altro, sempre molto attenti a cassare ogni elemento contraddittorio - il problema non sia balzato agli occhi, pare strano - lo ripeto - se non ammettendo che essi non vi trovassero proprio nulla di sbagliato, essendo il riferimento alla spada solo un richiamo metaforico - metafore e allegorie sono molto frequenti nel linguaggio di Gesù - al prossimo avvento delle tenebre e al durissimo combattimento spirituale). D'altra parte, altrettanto gratuita è la versione della presenza nel Getsemani addirittura di una coorte romana (pare inverosimile l'invio di un semplice drappello per eseguire l'arresto di Annibale - non riuscito a causa del suicidio di questi - che era protetto da stranieri nemici di Roma, confrontato con la messa in campo, in questo caso, di un intero reparto militare da battaglia). Risulta documentato, invece, che l'arresto di Gesù venne compiuto dalle Guardie del Tempio, tant'è che fu addirittura un servo del Sommo Sacerdote a essere ferito da Pietro. Si tenga presente, ancora, che il deferimento ai romani avvenne dopo una sorta di giudizio sommario tenutosi in gran segreto in casa del Sommo Sacerdote stesso: non pare verosimile che i romani, dopo aver eseguito l'arresto di un pericoloso zelota sedizioso addirittura con un reparto militare da guerra, si ritirassero tranquilli per lasciare il prigioniero a casa di Caifa. In definitiva: certamente l'ingresso di Gesù a Gerusalemme fu un atto di sfida nei confronti di un'autorità costituita ma tutto lascia pensare - anche la cosiddetta cacciata dei mercanti dal Tempio - che questa fosse quella religiosa dei Sadducei (più che quella dei Farisei, divisa al suo interno rispetto alla figura di Cristo) e non direttamente il potere di Roma. Mi chiedo qui quali siano le fantasiose fonti del nostro Gelataio.

Giusta l'osservazione sul termine lestes: è probabile che i cosiddetti "ladroni" (equivoco dalla traduzione generica di "brigante") fossero effettivamente degli Zeloti e non è improbabile che il giudizio di Pilato si sia svolto per tutti e tre contemporaneamente, così come usava nell'ambito del diritto penale militare (fu infatti una sorta di corte marziale a giudicare Gesù). I Vangeli, però (se dobbiamo trattarli da documenti storici facciamolo sempre e non solo quando ci fa comodo), riportano l'opinione dello stesso Pilato in merito all'eccentricità di Gesù rispetto agli altri Zeloti. Pilato si mostra convinto dell'innocenza di Cristo e non mi pare azzardato supporre che il suo intendimento fosse quello di mandare a morte tre Zeloti: i due compagni di Gesù sul Golgota e Barabba.

Per dirla tutta - lo osservo senza acredine - quanto riportato dal nostro Gelataio in questo suo ultimo post mi sembra molto approssimativo e chiaramente viziato a priori - troppo direi - dalla volontà di delegittimare i Vangeli.

iL Lupo dagli Occhi rossi

~
Poi, francamente, della cacciata dei mercanti dal Tempio come gesto "politico" e del Gesù "viril liberatore del popolo ebraico" tralascerei, mi chiedo proprio da dove si evincano tali conclusioni se non dal desiderio aprioristico di inserire Gesù in un contesto non pertinente.
El Desdichado,
G. de Nerval

No, amici miei, nessuna volonta’ di delegittimare i Sinottici, piuttosto – premesso che nessuno dei vangeli ha l’attendibilita’ di documento storico- un ennesimo tentativo di incastrare anche le testimonianze di altri scritti MAI analizzati dalla storia – per IPOTESI che vadano a sommarsi e completare il quadro storico-temporale della presenza del Cristo in quei luoghi e a quei tempi.

Per quanto riguarda l’osservazione che basterebbe navigare in internet per avere qualche risposta, posso citare solo la mia personale testimonianza. Negli ultimi quattro anni ho raccolto sul Web gli indirizzi e le pagine delle cose che ho reputato interessanti da sottoporre al giudizio di Papas Makarios. Bene, i documenti in mio possesso sono 192.000 e credo che l’esposizione che io definivo bonariamente “propedeutica” aveva l’intento di sintesi e semplificazione. Con queste due prime osservazioni vedo che sta dando buoni frutti per la discussione, e noto pure che il post e’ stato aperto da 600 lettori, segno forse che la materia e’ ritenuta interessante.
Quindi procedo.

Yeshua sovversivo o mite predicatore? Dedito alla castita’ degli Esseni (egli infatti e’ Nazireo, che non vuol dire abitante di Nazareth che all’epoca non esisteva nemmeno) oppure coniugato e ribelle?
Predicatore di Galilea ? Residente a Bethlemme?
Certo, parrebbe persino ch di Gesu’ Cristo ce ne siano due!!

Per il fatto che coadiuvo un archimandrita ortodosso nelle sue ricerche, secondo me invece e’ un vantaggio perche’ mi offre un punto di vista differente e differenti opinioni. Posso inoltre consultare la storia dell’impero Bizantino in dieci volumi, cosa che dalla fondazione di Santa Sofia di Costantinopoli fino ai mosaici di Ravenna viene risolta nelle nostre scuole con mezza paginetta di storia. L’ecumenismo di questo sant’uomo poi mi e’ ampiamente dimostrato dalla sua fitta corrispondenza con il mondo cattolico e dagli ambienti dove abitualmente viene accolto. Non riceve lo stesso trattamento dalle gerarchie ortodosse, purtroppo. Attualmente e’ segregato nel Monastero di Paleocastritza senza stipendio e senza assistenza e puo ‘ uscire dalla sua cella solamente per celebrare e le rare volte che, sfidando le gerarchie, vado a prenderlo per portarmelo a fare un giro.
(Ma gli sto insegnando a maneggiare il computer…)

Il Barabba, poi e’ una vecchia questione mai risolta.
La materia e’ complessa ma provero’ una povera sintesi:
Si deve iniziare dalla domanda da un milione di dollari: Yeshua era sposato?

Nei Vangeli canonici e’ difficile trovare una parola chiara a proposito del matrimonio di Gesu’ perche’ essendo strumenti per la dottrina e professando la Chiesa il celibato dei sacerdoti pare naturale che abbia sfumato o attutito ogni accenno in proposito. Leggendo pero’ tra le righe e’ possibile trovare un accenno, una discrepanza che possano permetterci di trarne qualche conclusione.
Intanto i Vangeli, gli Atti e i Padri della Chiesa ci dicono che qualche discepolo fosse sposato. Lo erano Pietro e Filippo, per esempio. Certamente non lo erano Paolo e di Giacomo si acclamava la sua purezza.

Gesu’ non predico’ il celibato ma esalto’ il matrimonio quale legame indissolubile.
Leggeva ed insegnava nel Tempio, funzione a cui si dedicavano i Rabbi che secondo la regola ebraica dovevano essere sposati.
Il matrimonio ebraico si svolgeva tra parenti unendo adolescenti ma di Gesu’ non sappiamo nulla dai suoi dodici anni fino ai trenta e qualcuno immagina qualche ragione ( un viaggio? ) che lo abbia tenuto celibe fino all’incontro con Giovanni e alla sua affiliazione (?) essenica.
Pero’ e’ accertato che lo chiamassero Rabbi e che leggesse i testi nel Tempio e che vi insegnasse e questo non era possibile ad un uomo non sposato. La presenza di donne al suo seguito sarebbe stato motivo di scandalo e secondo la legge ebraica sarebbe stato passibile addirittura di lapidazione.
Il racconto delle nozze di Cana potrebbe essere riferito alla festa del suo matrimonio.
Maria dice rivolta ai servi: Fate quello che egli vi dira’ (Giovanni 2, 5) e per dare un ordine cosi’ perentorio, sembra che ne’ la madre e neppure il figlio siano estranei alla casa.
Sempre in Giovanni (2, 9-10) Il maestro di cerimonia chiamo’ lo sposo e gli disse: - Tutti servono da principio il vino buono e quando si e’ brilli, quello scadente, tu invece hai serbato il vino buono per dopo –
Una scuola di pensiero tedesca interpreta come se lo sposo e Gesu’ fossero la stessa persona…

Ma se Gesu’ era sposato, chi era sua moglie?
Sono poche le donne citate nel Nuovo Testamento. C’e’ una certa Maria che negli Atti degli Apostoli a Gerusalemme raccoglieva in casa sua una prima comunità proto-cristiana…
Ci sono poi: "Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode" (Lc VIII, 3), che e’ una delle donne che visitano il sepolcro "Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo" (Lc VII, 10).… Vi erano pure alcune donne che stavano osservando da lontano, tra loro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e Salome’…(Marco 15, 40); e vi e’ una Maria sorella di Marta e di Lazzaro che viveva a Betania.

Tutto lascia supporre che Maria di Migdala, Maria Maddalena e Maria di Betania siano la stessa persona anche se la tradizione popolare ritiene che la Maddalena sia una donna di malaffare.
Nulla delle Scritture lascia supporre cio’, Luca dice che Gesu’ l’aveva liberata da sette demoni, il che equivale a dire che fosse un’isterica oppure che fosse affiliata al culto pagano di Ishtar che prevedeva l’iniziazione in sette fasi prima di potersi accostare ai riti della Dea Madre, che era rappresentata da una colomba. Migdala era pure il villaggio delle colombe ma questa potrebbe essere solo una coincidenza. Sia Marco che Luca narrano di un’unzione fatta da una donna caduta e di una peccatrice che asciuga i piedi di Gesu’ con i suoi capelli. Forse e’ questa l’associazione popolana tra la Maddalena e la peccatrice, anche se questo termine ( e anche quello di donna caduta) possono riferirsi al fatto che fosse pagana.

Per ben due volte nei Vangeli Gesu’ viene chiamato “Rabbuni”. Una prima volta da un cieco guarito, e la seconda volta dalla Maddalena. Rabbuni e’ un modo enfatico di Rabbi, rabbino, cioe’ un ermeneutico profondo conoscitore di testi sacri.
Molti indizi lo lasciano supporre: Gesu’ al Tempio all’eta’ di dodici anni discute con i sacerdoti lasciando intravedere una precoce predisposizione, poi le prediche, le visite al tempio dove esegue letture pubbliche ( Luca 21, 37 Durante il giorno insegnava al tempio…), e le continue citazioni
che molti esperti ebraici come H.L.Strack, P.Billerbeck e Ben Chorins dichiarano come: l'accumularsi di un certo tipo di massime e di pensiero che dà un aspetto inconfondibile di fronte alla tradizione rabbinica. …
Per la verita’ un Rabbi avrebbe dovuto essere sposato, e tra gli ebrei i matrimoni si celebravano tra parenti che univano figli ancora adolescenti.
Dai Vangeli e’ cancellato ogni sia pur minimo accenno ad un eventuale matrimonio di Gesu’, fondamento del celibato sacerdotale, ma in molti vangeli Apocrifi si asserisce il contrario.
Nel vangelo di Filippo e’ scritto:

“La consorte di Cristo e’ Maria Maddalena.Il Signore amava Maria piu’ di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca. Gli altri discepoli seccati gli dissero: -Perche’ ami lei piu’ di tutti noi?-
Il Salvatore rispose: - Perche’ non amo voi come lei?-

Con qualche forzatura ( un’ennesima, in fondo) si potrebbe ricostruire pure un percorso che attraverso scritti e testimonianze portano al matrimonio con la Maddalena.
Intanto Gesu’ scompare dalla circolazione all’eta’ di dodici anni per ricomparire verso i trenta ( un viaggio in India attraverso le Porte d’Oriente di Efeso? Mah). E’ plausibile quindi l’impossibilita’ dei parenti di imporgli un matrimonio. Ricompare e si aggrega alla setta degli Esseni dopo l’incontro con Giovanni Battista e la sua iniziazione pubblica nel fiume Giordano. Questa setta e’ rigorosissima nella castita’ e purezza ed e’ quindi motivo di scandalo il fatto che Gesu’ si unisca a donne che lo seguono nella predicazione, ne finanzino le imprese, e persino che una di esse (un’adutera? Si giustificherebbe il tentativo di lapidazione da cui Lui la salva) arrivi al matrimonio. In questo caso si giustificherebbero le nozze di Cana in cui la madre gli segnala che gli ospiti hanno finito il vino ( che senso avrebbe segnalarlo a Lui, se lui non fosse il padrone di casa?).

Bene. Se accettiamo PER PRESUPPOSTO che Yeshua sia un Rabbi
Questa e’ l’interpretazione che alcuni studiosi contemporanei (anche italiani) fanno dell’episodio inerente Barabba.

A pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933) si legge di un uomo chiamato Barabba (leghomenon Barabban) "il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio"
che viene cosi’ riportato nei Vangeli:
Marco (Mc 15, 7):
"Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli e nel tumulto aveva commesso un omicidio"
(Lc 23, 19) "
...era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città e per omicidio"

Mentre la traduzione secondo David Donnini e’ la seguente:
"...si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio...", infatti le parole "dia stasin tina" possono essere tradotte con "in occasione di una sommossa", "poiché c'era stata una sommossa", "nel luogo della sommossa", "durante una sommossa", e’ invece errato tradurre "aveva preso parte ad una sommossa", e pure "aveva ucciso un uomo".
Questo non è scritto nel testo originale, è una forzatura che altera molto il senso della frase, facendo diventare arbitrariamente Barabba il soggetto di una azione che, invece, è stata compiuta dagli altri ribelli.La lettura dei vangeli sinottici, eseguita fedelmente alle versioni in lingua greca, ci dà buoni motivi per pensare che Barabba non fosse uno dei briganti che avevano commesso l'omicidio, ma solo che egli sia stato arrestato in concomitanza con la sommossa di cui altri erano responsabili. Ci dicono, tra l'altro, che costui non era uno sconosciuto ma un personaggio famoso.
(David Donnini, Il mistero di Barabba)

La osservazione più interessante la facciamo quando leggiamo la prima parte della nota 16 del Novum Testamentum. Essa dice che in alcuni antichi manoscritti, al posto di "legomenon Barabban" ( detto Barabba), troviamo quest'altra espressione: "Ihsoun Barabban " (Iesoun Barabban = Gesù Barabba). La nota ci conferma che il personaggio non si chiamava Barabba, ma che questo era un titolo, affiancato al suo vero nome: Gesù. Sembra che nel corso di quel processo, durante il ballottaggio per la scarcerazione di un prigioniero, Pilato abbia presentato al popolo due accusati: un certo Gesù, che i sacerdoti avrebbero condannato a morte perché aveva osato definirsi "figlio di Dio", e un altro Gesù, molto noto a tutti col titolo di "Barabba”
Ci sono forse due Gesu’ in prigione? Troppa grazia, verrebbe da dire. Senonche’ la confusione aumenta se prendiamo in considerazione altri due fattori.
Il primo e’ il cosiddetto processo nel Sinedrio, che non poteva essere un processo vero e proprio essendo celebrato di notte e senza l’osservanza di quelle regole di cui il popolo ebraico e’ scrupoloso esecutore. Potrebbe trattarsi di un interrogatorio informale durante il quale il Sommo Sacerdote Caifa chiede: “Sei dunque tu il figlio di Dio?” il che non e’ francamente possibile, perche’ agli ebrei osservanti non e’ permesso pronunciare il nome di Dio.

Accettando queste ipotesi, ci troviamo di fronte a Ponzio Pilato che non e’ quel tenero virgulto pieno di dubbi descritto nei Vangeli ( leggasi in proposito Giuseppe Flavio ) bensi’ un prefetto romano che teneva la provincia con un pugno di ferro e che secondo l’usanza e’ disposto a liberare un condannato per un reato minore ( mai avrebbe liberato un ribelle macchiatosi dell’omicidio di un suo legionario) e, ammesso che abbia chiesto alla folla: “Chi volete liberare, il Figlio di Dio o il Rabbi?” E’ scritto che la folla rispose: “Bah Rabbi! Bah Rabbi!” cioe’ libera il rabbino cancellando di fatto l’ignominiosa menzogna ellenico-cristiana che fa scrivere a Matteo (27, 25): “ Crocifiggilo! Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli.” e che Pilato, docile, lo consegno’ loro perche’ si adempiesse la volonta’ del popolo. Ma quando mai? Gli ebrei non avevano bisogno di alcuna autorizzazione per sentenze di morte emanate dal Sinedrio che avvenivano per lapidazione.
Gesu’ Cristo venne trascinato per la Via Crucis da centurioni che lo crocifissero secondo gli usi, i costumi e la legge romana.

Come vedi, anche attorno a Barabba ci sono molteplici dubbi…

Mi scuso per la lunghezza dei post, ma occorre precisare il piu’ possibile per non dover ritornarci sopra in seguito…
Cia’

Scusa caro Vincent, volevo risponderti punto per punto ma ciò mi sarebbe stato impossibile a causa del numero delle imprecisioni... Francamente, troppe! e perfino per la mia memoria, per cui mi limiterò a quelle più grossolane o che dan luogo a fraintendimenti "gravi" sulla vita (e quindi sulla missione) di Gesù. Prendo comunque atto del fatto che con un po' di fantasia estrapolando e decontestualizzando singole frasi dai Vangeli si può addivenire ad ogni conclusione.

1) Cristo sposato con la Maddalena? assoltamente no. E al contrario di quello che scrivi, egli si è chiaramente espresso a favore del celibato, considerando il matrimonio solo come extrema ratio: (mat.19:10,12): "i discepoli gli dissero: se tale è la condizione di un uomo con sua moglie, non è consigliabile sposarsi.
Egli disse loro: -non tutti fanno posto alla parola ma solo quelli che hanno il dono. Poichè ci sono eunuchi generati così dal seno della loro madre e ci sono eunuchi fatti eunuchi dagli uomini e ci sono eunuchi che si sono fatti eunuchi a motivo del regno dei Cieli. Chi vi può far posto, vi faccia posto".

Il concetto mi pare espresso con disarmante chiarezza e sarà ribadito da Paolo (che tu ascrivi alla lista dei discepoli ma che in realtà non ha mai conosciuto gesù): "piuttosto che bruciare interiormente, sposatevi". Pietro, invece, era in effetti sposato eppure ciò non impedisce a Gesù di eleggerlo apostolo, il che dovrebbe far riflettere.
Quindi, sostenere che le nozze di Caana fossero quelle di Gesù è pura fantasia. L'unico aspetto che ha reso celebre questo passaggio, peraltro contenuto solo nel vangelo non sinottico di Giovanni- e quindi non di Giovanni che era già morto- è che da questo UNICO passaggio è stata creata l'immagine di una Maria intermediatrice divina e sciocchezze conseguenti.

2) perchè il Cristo crocifisso dai Romani e non dagli ebrei?

Perchè, come è stato più e volte ribadito, il potere rabbinico, sempre molto abile sul piano politico, non poteva permettersi di non solo di uccidere ma nemmeno di arrestare Gesù senza rischiare un controlinciaggio, il tutto in un contesto già di per sè esplosivo e di costante sedizione che avrebbe anche potuto determinare l'intervento diretto dei soldati romani, qualora eventuali scontri di piazza fossero degenerati.

Poi ci sarebbe ancora un'infinità di punti da dirimere... Barabba (il "Figlio del Padre") era un agitatore politico e come tale con forti simpatie in una città come Gerusalemme; Gesù mai e poi mai è stato in India né apparteneva alla setta degli esseni, con cui condivideva solo alcune pratiche spirituali; agli ebrei era vietato pronunciare il nome di dio, non pronunciare il termine "dio", che tutto è tranne che un nome etc etc etc.

premessa: la frase "incriminata", che secondo i dogmatici stupidi e i geni in malefede non è sufficientemente chiarificatrice (buonanotte) è in realtà del tutto inequivoca eppure non mi soffermerò esclusivamente su quella.

matteo 12:46,49 :

"mentre parlava alle folle... ECCO, SUA MADRE E I SUOI FRATELLI, cercavano di parlargli. E qualcuno gli disse: Ecco tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti"

Quindi Gesù risponde, indicando con la mano verso la propria comunità spirituale: QUESTI SONO MIA MADRE E I MIEI FRATELLI". Nessun gioco di traduzione aramaico-greco, qui, per chi non ha la testa fasciata da milleni di cazzate acriticamente trangugiate, il riferimento è chiaro: a fronte della famiglia carnale che lo reclama, Gesù, IN ASSOLUTA OPPOSIZIONE, indica la sua famiglia spirituale. Dopo, Matteo chiarisce ulteriormente ed elenca il nome dei fratelli.

Ma stiamo ai Vangeli, gli stessi, che suppongo, han dato adito a eminenti padri del cristianesimo quali Tommaso d'Aquino, sant'Ambrogio, san Bernardo, san Gregorio magno e l'intera confraternita dominicana di esprimere, nel migliore dei casi, profonde perplessità sulla deriva dogmatista della chiesa:

è presente una doppia corrente, evidentissima e palesemente contraddittoria: da un lato, Gesù sarebbe nato già Dio e per cui in circostanze del tutto miracolose delle quali sarebbero stati a conoscenza ovviamente Giuseppe e Maria e anche Giovanni il Battezzatore che infatti (Matteo 3:16) accoglie Gesù con tutte le cerimonie consone a una divinità riconosciuta: lo battezza e si succedono miracoli in serie: "i cieli si aprirono ed egli(giovanni) vide lo spirito di Dio scendere come una colomba su di lui (Gesù).
Per cui, nessun dubbio, ed anche qualora Giovanni ne avesse nutriti, tanto fior di meraviglie avrebbe convinto pure un cieco. Macchè!!! I personaggi evangelici soffrono pressochè in massa di assai frequenti (e sospette) amnesie.
Infatti, ritroviamo poco dopo (cronologicamente, sarà trascorso un anno, forse due) Giovanni in prigione, roso dal dubbio, inviare un suo messaggero a chiedere personalmente a Gesù: (matteo 11:3)" Sei tu Colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?".
Domanda assai curiosa, dato che il fatto ci era già stato proposto come indiscutibilmente acclarato. Ma le amnesie continuano e questa non sarà certo la più grave... Infatti, anche gli stessi parenti di Gesù, quando comincia la missione pubblica per la quale era stato concepito, mostrano preoccupanti segni di Alzeimher collettivo: (marco, 3:20, 21) : "Ancora una volta si radunò la folla tanto che non potevano (gesù e gli apostoli) neanche mangiare un pasto. E quando i suoi parenti lo udirono, uscirono per prenderlo poichè dicevano: -e' fuori di sè-".
Come????? Gesù sarebbe venuto al mondo da madre vergine, su annuncio del'arcangelo Gabriele così amabilmente fermatosi a discorrere dela curiosa situazione con la stessa Maria e i parenti pensano ora che sia pazzo?
"Va bene Lupo, saranno i parenti meno stretti" opinerete voi... Macchè!!! Sempre la stessa Maria e i fratelli di Gesù, di cui Marco, bontà sua, non ci elenca i nomi come invece ha fatto Matteo.

A ciascuno le sue conclusioni...

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Note:

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