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La crisi della carta stampata

24 febbraio 2009 - Aldo Vincent

 

Il primo giornale americano fu stampato a Boston da Benjamin Harris nel 1690. Nel suo editoriale d’apertura oltre agli intenti, dichiarava che il giornale sarebbe uscito mensilmente “a meno che non abbiamo notizie” lasciando intendere che le notizie fossero una componente esteriore del giornale. Fu James, fratello di Benjamin Franklin che nel 1730 a Filadelfia, cambiò quello che era un bollettino di quotazioni in borsa, sentenze dei tribunali e comunicati della classe prominente, in articoli di commento, in satira pungente, in critica politica, intuendo che il giornale non doveva solo aspettare le notizie, ma aveva il dovere di raccoglierle, in alcuni casi addirittura di fabbricarle. Fu quello l’inizio glorioso del “Quarto Potere” cioè di coloro che sapevano sensibilizzare l’opinione pubblica.

 

Sono passati molti anni da allora e molte cose sono cambiate.

Certo nessuno si sarebbe aspettato il crollo della stampa quotidiana che in America si è mostrata con le grandi ristrutturazioni del New York Times e ora con la dichiarazione dell'editore del Philadelphia Inquirer e del Philadelphia Daily News che ha annunciato il ricorso alla protezione dai creditori prevista dal Chapter 11. Praticamente un fallimento annunciato.

 

L'annuncio di Philadelphia Newspapers è arrivato il giorno dopo il ricorso al Chapter 11 da parte di Journal Register Co, editore di 20 quotidiani. La lista dei quotidiani Usa in crisi si allunga inesorabile. Nelle scorse settimane si era già registrato il fallimento di Tribune Co, l'editore del Chicago Tribune e del prestigioso Los Angeles Times.

 

In Italia, invece prosegue tutto come se nulla fosse, con cordate d’investitori del Corriere che non si sa bene che mestiere facciano e delle riunioni di redazione in cui Paolo Mieli dice che non lo preoccupa la caduta verticale delle copie vendute, finchè ci sarà la pubblicità a sostenere il giornale (e i contributi di Stato, aggiungo io…).

 

Stiamo correndo tutti dietro al pifferaio di Hammelin e ai suoi pagatissimi epigoni. Soltanto ieri, al summit di Berlino, tra lo stupore di tutti, Lui, allegramente dichiarava che sì c’è la crisi “ma le difficoltà che ho ascoltato non riguardano l’Italia… Noi stiamo meglio di tutti…”

Ottimismo, perdio!

 

  vodka

http://aldoelestorietese.dilucide.com

 

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