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Com'è difficile "sgomberare" gli stereotipi

I seminari organizzati da Redattore sociale a Milano, Roma e Napoli. materiali molto istruttivi grazie ai numerosi contributi di esperti e non solo. Ma emerge anche una certa insofferenza per critiche e suggerimenti da parte di chi lavora sul campo
27 aprile 2012 - Lorenzo Guadagnucci

 

Redattore sociale sta proseguendo, con ammirevole tenacia, a dare sostanza alla battaglia per un giornalismo sociale di qualità. E' una battaglia di lunga lena, che deve confrontarsi con l'inerzia negativa di un giornalismo che ha mostrato di avere grandi difficoltà, quando si tratta di avvicinarsi a questioni socialmente e politicamente sensibili, come la marginalità sociale; la discriminazione per ragioni di censo, di religione e di cultura; l'avvento di una società plurale, formata da persone con inclinazioni, origini e culture non conformi.

 

Nei giorni scorsi redattore sociale, con partner istituzionali come Unar, Ordine e sindacato dei giornalisti, ha organizzato dei seminari per giornalisti a Milano, Roma e Napoli: se ne trova un ampio resoconto in questo sito. Si tratta di materiali al tempo stesso utili e istruttivi. Utili per le indicazioni, diciamo pure i consigli venuti da alcuni autorevoli e preparati ospiti, che hanno mostrato di credere alla necessità indicata dall'eloquente titolo del ciclo: "Sgomberiamoli! Giornalismo e immigrazione: come evitare stereotipi, pregiudizi, discriminazioni".

Istruttivi sono soprattutto gli interventi svolti da alcuni giornalisti, responsabili di redazioni locali o nazionali di importanti testate, i quali hanno reso ben percepibile qual è il clima reale, all'interno della professione, rispetto alle critiche e alle stesse indicazioni deontologiche che arrivano dall'esterno: un clima di insofferenza e di scarsa disponibilità a cambiare registro.

Indicazioni preziose

 

Una vignetta di Mauro Biani Fra le cose notevoli dette ai seminari, c'è l'invito rivolto dal filosofo Salvatore Natoli ai giornalisti: "Avete il dovere di inquietarvi. Lo straniero è inquietante. Ma l'inquietudine è un fatto positivo perché rompe la routine. Il quieto vivere è invece frutto della stupidità". E più avanti una critica diretta, ma pertinente: "Si imputa allo straniero l'indole a delinquere. La parola rom voi giornalisti la traducete in delinquente. Dichiarate prima la provenienza delle persone e poi la storia e non viceversa".

Marcello Maneri, sociologo che ha molto studiato il comportamento dei media in materia di immigrazione, ha provato a spiegare come si costruiscono le discriminazione, concentrando l'attenzione sulla normativa italiana: "La legislazione sull'immigrazione si presta più di ogni altra a operazioni di propaganda". Ma subito dopo ha rimarcato l'inadempienza dell'informazione: "Quando raccontate la storia e le sofferenza dei migranti dovete parlare anche delle leggi che cosi pesantemente incidono sulla loro vita. Come è possibile che nessuno sottolinei l'assurdità di una legge che prevede che un imprenditore italiano per assumere uno straniero debba aspettare il decreto flussi e scegliere il dipendente tra le liste presso i consolati italiani nel mondo?"

 

 

 

Laura Boldrini, dell'Unhcr, la donna che innescato il processo sfociato nella Carta di Roma, ha usato parole chiare: "I media hanno bucato la materia dell'immigrazione", appiattendola sulla cronaca nera e utilizzando un linguaggio zeppo di stereotipi. Boldrini ha anche infranto uno dei miti dell'approccio all'immigrazione: il loro numero eccessivo: "I migranti nel mondo sono 214 milioni nel mondo, il 3% della popolazione globale. E da 40 anni sono il 3% della popolazione globale, quindi non sono troppi".

 

Potremmo continuare con gli esempi e le citazioni, ma rimandiamo al sito per gli approfondimenti e i contributi degli altri relatori.

 

Chi dice no

 

Una vignetta di Mauro Biani Redattore sociale ha invitato ai seminari caporedattori di importanti testate, per avere dalla loro viva voce una reazione immediata e concreta alle questioni sollevate e ai suggerimenti forniti dai relatori. E qui è venuta la sorpresa, che in realtà sorpresa non è: dopotutto si organizzano questi seminari, si stilano carte deontologiche proprio perché l'informazione italiana non riesce ad affrontare la materia immigrazione secondo canoni professionali, civili e culturali accettabili (almeno sotto il profilo della precisione e del rispetto per le persone, le culture, le religioni).

Qualche passaggio. Matteo Vincenzoni, caporedattore del Tempo: "Vu cumprà? Noi lo usiamo e continueremo a farlo. E' una questione tecnica: commerciante straniero abusivo è troppo lungo e non funziona. "Se uso vu cumprà il lettore capisce subito di cosa si parla, non è offensivo. Abbiamo fatto anche delle inchieste che coinvolgono gli stranieri e abbiamo parlato con loro. Ma è impossibile chiedergli se alcune parole sono offensive, molti di loro a malapena parlano italiano". Che dire? Sui manuali di giornalismo interculturale consigliano - di fronte a casi controversi, come questo - di sostituire il termine dubbio, con un altro riferito alla propria cultura. Potremmo quindi sostituire "vu cumprà", ad esempio, con "pummarola", usato negli Stati Uniti per definire gli italiani. Chissà come suonerebbe un articolo nel quale nostri connazionali - magari giornalisti - vengono indicati con questo vocabolo: di certo i lettori statunitensi capirebbero di che si parla e magari qualcuno degli italiani, capendo poco l'inglese, non mostrerebbe disagio, ma non sarebbe comunque un buon servizio alla qualità dell'informazione, oltre che al principio etico e professionale che impone di non mancare di rispetto a nessuno. E tuttavia Vincenzoni ha espresso un'opinione assai diffusa, diciamo pure maggioritaria, fra i capiredattori.

Ecco le parole di Giancarlo Mola, caporedattore a Repubblica: "Alcuni termini come vu cumprà non li usiamo più ma clandestino continueremo a scriverlo. Sulla vittima la nazionalità non è importante ma nel caso di chi commette i reati non possiamo foderarci gli occhi. Mi scandalizzano molto di più dei pezzi apparentemente corretti ma che nascondono una violenza e una volontà discriminazione del diverso. La discussione sui fatti deve essere prevalente rispetto a quella sulle parole". Che dire? Forse servirebbe una spiegazione più circostanziata sulle motivazioni dell'attaccamento alla parola clandestino e una risposta puntuale alle ragioni di chi propone di smetterle di usarla.

Annalisa Antonucci, caporedattore all'Ansa: "Non si può essere troppo critici sulla ricerca delle storie dei migranti ma non perché siano pruriginose: non c'è paragone di quanto ci si possa appassionare di una storia umana anziché di una legislazione". La questione è importante, e molto sentita nelle redazioni, e qui servirebbe davvero un confronto con le osservazioni di Boldrini: è un fatto che in Italia il racconto dell'immigrazione, il fatto che il nostro sia diventato un paese pluriculturale, è passato attraverso la lente della cronaca nera, una lente - onestamente - distorsiva.

Le cronache dicono che questi interventi hanno provocato malcontento esplicito fra i partecipanti, ma hanno avuto il merito di mostrare qual è la realtà del giornalismo italiano. C'è motlo da lavorare. Il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Iacopino, ha mostrato d'essere cosciente dei problemi esistenti all'interno della preofessione. Ed è stata appena elaborato un documento sull'attuazione della Carta di Roma: è una sorta di vademecum che permetterà di fare dei passi avanti, grazie a a chi vorrà sfuggire alla logica del conformismo professionale.

 

 

 

 

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