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Le nostre vene

3 luglio 2009 - Simona Baldanzi*

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"Rinnoviamo la più ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio 'luccicante' dell' alta velocità lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza”. Mi fermo su queste parole, le dichiarazioni dei ferrovieri, di chi ci lavora, di chi le cose le vede, sa come funzionano e quando non funzionano molto di più di ogni manager che sta in ufficio e guadagna centinaia di migliaia di euro. Ognuna di queste parole la sostengo in pieno non senza una sensazione di sconforto. Perchè appena sveglia stamani e ho saputo di quanto successo a Viareggio, dopo un lampo di smarrimento e di orrore, il pensiero è andato agli altri deragliamenti a Prato dei giorni scorsi, un campanello di allarme non ascoltato e poi subito a Dante De Angelis, il macchinista, delegato RLS che denuncia da anni l’insicurezza dei nostri treni, che invece di essere seriamente ascoltato è stato licenziato diventando un caso di lotta fra i lavoratori, non solo delle ferrovie.

Sull’alta velocità in Italia, non so più cosa aggiungere in merito dopo tutti questi anni, dopo i danni ambientali del Mugello e il processo di CAVET, dopo i morti sul lavoro, dopo le infiltrazioni mafiose di certi subappalti, dopo la catastrofe finanziaria e pure l’evasione fiscale denunciata in questi ultimi giorni. Consiglio, per chi non l’ha ancora visto di guardarsi il video-documentario Fratelli di TAV, che ricostruisce un po’ la storia della TAV nel nostro Bel Paese .
(nota redazionale: cfr. anche "teleimmagini contro la Tav")

Mi ha colpito sentire in televisione un giornalista chiedere: non è che la ferrovia passi troppo vicino dalle case? Ma lui dove vive? L’Italia è fatta così. Siamo una terra stretta e montuosa con migliaia di comuni, per questo serve un collegamento capillare funzionante più che grandi arterie solitarie. I binari passano ovunque nelle città, dentro ai paesi, lungo le spiagge, dentro le montagne. Per questo è necessario investire maggiore attenzione e fondi su ogni tratta, investire in manodopera e sicurezza, perchè sono le vene del nostro corpo Italia. Quel sangue che ci scorre dentro siamo noi, pendolari di ogni mattina, cittadini semplici consumatori di merci, quindi tutti noi. Bisogna cominciare a curare queste vene, ogni capillare che sta schiantando è un segnale di malessere e va ascoltato o presto avremo un corpo malato. Comincerei proprio dai ferrovieri. Oggi chi vuole capire Viareggio, vuole individuare le responsabilità e vuole lavorare affinché non si ripeta, vuole una ferrovia italiana sicura e funzionante fino alla piccola tratta, deve andare ad ascoltare chi ci lavora sui binari, sempre non siano già stati licenziati. 

*Simona Baldanzi è nata nel 1977, vive da sempre nel Mugello. È stata finalista al premio "Campiello giovani" 1996 con il racconto Finestrella viola. Figlia di una vestaglia blu, pubblicato con Fazi nel 2006 è il suo primo romanzo. Il racconto, autobiografico, prende l'abbrivio dalla sua tesi di laurea sull'impatto sociale dei cantieri della TAV nel Mugello. La ricerca la conduce a un viaggio nei campi dei minatori e, parallelamente, alla riscoperta della figura della madre, operaia in una fabbrica di jeans. Bancone verde menta il suo ultimo romanzo.
Attualmente Simona Baldanzi lavora come ricercatrice sociale
. il suo sito web: www.simonabaldanzi.it

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