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Quello che tg, quotidiani, tappetini, passerelle, non vi hanno raccontato

IO NON CROLLO

Mamma! tra i mille de L'Aquila, arrivati a Roma per protestare davanti a Montecitorio
17 giugno 2009 - Alberto Puliafito


Io non crollo

Piazza Montecitorio transennata e con le forze dell'ordine schierate dev'essere, verosimilmente un'immagine all'ordine del giorno: chissà quante volte capita che ci sia qualcuno che abbia un valido o meno valido motivo per protestare.

Oggi il motivo è di quelli validi  Gli aquilani devono far sentire la loro voce per un decreto che approverà quel progetto C.A.S.E. che non li soddisfa, che sembra una presa in giro, uno schiaffo a persone cui, da tre mesi a questa parte sono state fatte molte promesse già non mantenute.

Quel progetto che prevede un numero di lotti non sufficiente a ospitare gli sfollati, finanziamenti giudicati da più parti inadeguati e che non prevede, per esempio, aiuti per la ricostruzione delle seconde case dei non residenti: un duro colpo per l'economia di paesi che vivono anche di turismo, come dovrebbe capire chiunque abbia un minimo di propensione per un'analisi approfondita di quel che gli capita attorno.

I grandi organi di informazione snobbano la protesta: mentre siamo lì, sotto il sole di Montecitorio, arriva la notizia che il Tg1, per esempio, ha preferito parlare di Formigoni in visita a L'Aquila per la ricostruzione della Casa dello Studente. Della protesta dei 1000 a Montecitorio, oggi, gli spettatori del Tg1 non hanno saputo niente. E' importante che la gente da fuori pensi che a L'Aquila vada tutto bene.

 

Forti, gentili e...

Siete solo bravi alla tivvù, tuona uno degli slogan dei manifestanti. Ci sembra che sia vero. Perché a L'Aquila e dintorni, non va per nulla tutto bene.

La manifestazione dei 1000 è trasversale: ci sono poveri e ricchi, elettori di destra e di sinistra e persone, tante, che non hanno votato - non dimentichiamoci che uno dei dati più eclatanti  e ignorati della recente tornata elettorale è l'astensione di massa a L'Aquila -, non è una protesta partitica o politicizzata. Ma anche questo è fare politica, nel senso più puro del termine.

Quando qualcuno prova a agitare le acque fra i manifestanti, intervengono responsabili dei comitati a fermare quel qualcuno, perché oggi non deve succedere niente di strumentalizzabile.

La manifestazione la vivo da dentro, con le persone comuni. Giro con la mia telecamera in cerca di persone da intervistare, insieme a Marta. Non ci mettiamo molto, a dire il vero:  gli aquilani sono diffidenti all'inizio - sono stati resi diffidenti da questi tre mesi di chiacchiere e invasioni mediatiche nel più profondo di una privacy già violata dalla convivenza coatta nelle tende -. Hanno la diffidenza negli occhi, ma anche una grande forza e dignita. E quando capiscono che si possono fidare, che non apparteniamo a qualche lobby mediatica e che stiamo lavorando senza padrone, per noi stessi e per loro, per raccontare il loro punto di vista, si lasciano andare, vogliono che la loro voce venga ascoltata e soprattutto vogliono che qualcuno possa testimoniare la verità che hanno da raccontare.

E da raccontare ne hanno; sanno perché protestano, e non dicono mai un no fine a se stesso; non troverete, fra loro, professionisti della manifestazione e della protesta.
Troverete persone che sanno quello che vogliono, giovani che hanno fatto proposte concrete e costruttive sul territorio, persone che si battono contro un piano regolatore redatto in due giorni e contro un progetto folle che prevede di mantenere attive le tendopoli fino al 15 di dicembre (ma sarà un termine realistico? mi chiedo io), persone che non capiscono perché non sia stata adottata la soluzione delle casette di legno. Evidentemente, chi ha pensato e messo in atto questo piano, non ha mai verificato le condizioni climatiche de L'Aquila.

Qualcuno sta già provando a raccontarvi che i comitati che chiedono il 100% della ricostruzione sono strumentalizzati politicamente. Bene. Chi ve lo racconta, mente.

Non mentono, invece, i terremotati - che non vogliono essere chiamati così. Sono aquilani, persone. Raccontano realtà che difficilmente si possono immaginare, se non le si vive.

La vita nei campi è descritta, da chi ce la racconta, in termini poco lusinghieri. Ne avrete sentito parlare, ma è bene ricordare tutto. Carenza di servizi, orario del silenzio la sera - chiamiamolo coprifuoco, via - controlli militari all'ingresso, interrogatori e perquisizioni per l'accesso ai campi, necessità di farsi riconoscere sempre e comunque, divieto di volantinaggio, dispersione di eventuali assembramenti, regole non scritte che cambiano di volta in volta e che piovono dall'alto; il tutto con il risultato di rendere impossibile un normale svolgimento di vita sociale, che già normale non sarebbe. Beninteso: gli aquilani non si lamentano delle misure di sicurezza, si rendono conto che siano necessarie. Ma non in questo modo, non queste.

Le verifiche di agibilità degli appartamenti non distrutti dal terremoto dovrebbero essere pubblicate sul sito della protezione civile, ma il sito è aggiornato con grandi ritardi.

La comunicazione all'interno dei campi è difficilissima, se non impossibile. Ecco perché la manifestazione di oggi, che con il solo tam tam ha portato a Roma un migliaio di persone, è encomiabile.

Le restrizioni e i divieti aumenteranno nel corso dei giorni del G8, per il quale viene potenziato l'aeroporto e sistemata una strada. Il tutto, mentre i lavori di ricostruzione languono, mentre i soldi non arrivano, mentre mense e alberghi e ristoranti spesso non hanno ancora ricevuto alcun indennizzo economico.

Ecco, c'è anche chi sta negli alberghi, e non sta meglio: lì, paradossalmente, la comunicazione è ancora più complessa, è come se ci fossero tante piccole isole. Gli alberghi poi, dovranno essere liberati, presto o tardi. A volte una struttura manda via qualcuno che deve occupare una stanza da un'altra parte; ci racconta una signora, con una dignità straordinaria, che ci si sente umiliati, guardati in maniera strana, magari i bambini fanno troppo rumore nella hall e allora uno se ne torna in stanza, oppure prova a portarli fuori all'aria aperta. In un altro albergo, gli ospiti - giacché questo sono, i terremotati: ospiti - hanno un braccialetto di riconoscimento. Come al Club Med. Mancano solo le palline per avere le consumazioni che poi paghi con la carta di credito a fine soggiorno. Solo che lì non ci sono gli animatori che ti sorridono a ogni svolta d'angolo.

E poi, c'è il colore della manifestazione: gli elmetti gialli, di quelli per proteggersi la testa, con i nomi di ognuno scritti a pennarello, o gli slogan più vari e fantasiosi (Non terremotati ma aquilani, Terremotato lo dici a tua sorella, Campo Noemi, Terremotosto e via dicendo), le due tende che vengono montate e issate e che fanno un bell'effetto, a vederle lì davanti all'obelisco e alle due bandiere dell'Italia e dell'Europa che sventolano indifferenti, gli sguardi, i primi piani, gli slogan, ancora gli sguardi, qualche politico o portaborse che esce da Montecitorio, i poliziotti schierati, gli striscioni, i cartelloni.

Marta chiede a una ragazza che indossa la maglietta I love AQ se vuole essere intervistata; lei dice di no ma ci indica un altro ragazzo, solo che è già stato preso d'assalto dalle testate "vere", dai grandi media. Che taglieranno e monteranno l'intervento chissà come, penso io.

La ragazza che non vuole essere intervistata ha un bel viso. La inquadro e registro: uno dei modi per raccontare un momento di empatia collettiva è usare i primi piani, e io amo i primi piani delle persone. E' proprio bella, e a un certo punto, mentre sale alto qualche slogan, chissà a cosa pensa, abbassa gli angoli delle labbra, le si inumidiscono gli occhi, sta per piangere ed è ancora più bella, si accorge che la sto filmando, si volta per darmi le spalle. E' uno di quei momenti in cui anche tu che stai lì dietro la telecamera senti che sta salendo quel male dentro che ti bagna gli occhi.

E distogli anche tu lo sguardo, la telecamera perché tu, per primo, devi darti un contegno, visto che sei lì per raccontare, devi darti un contegno, una dignità. Come quella degli aquilani, ammesso che sia possibile.

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