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Questo sito e' un contenitore di materiale vario senza nessuna organizzazione logica. L'artigiano di questa fabbrica di parole e' Carlo Gubitosa: scrittore compulsivo, sedicente ingegnere, appassionato di cause perse e tecnofilo cronico.

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La mia terra la difendo

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Un ragazzo, una protesta, una scelta di vita

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La rabbia e la speranza di un ragazzo che amava la sua terra. La storia di Giuseppe, il ventenne di Campobello di Licata che ha affrontato "il pregiudicato Sgarbi" con una telecamera, due amici e un pacco di volantini.
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12 febbraio 2011 - Carlo Gubitosa

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Analisi in dieci punti di un provvedimento inutile e illegittimo

Gli "scienziati" del PD, la Google Tax, e le profezie no-global

Il potere politico scopre i rischi della globalizzazione. E prova a neutralizzarli con una sciocchezza.
19 dicembre 2013 - Carlo Gubitosa

Flavio Briatore visto da Mauro Biani

Antefatto: I geni incompresi del PD, visto che non sanno più come battere cassa provano a spremere soldi ai big dell'Information Technology con una legge "ad aziendam" per dirottare in Italia parte dei profitti di una azienda straniera. Lo stratagemma? Rendere illegale l'acquisto di servizi internet se l'azienda da cui compri i servizi non ha partita IVA in italia.

Proverò a spiegare in dieci punti perché tale provvedimento è una sciocchezza, aiutandomi con i commenti più interessanti raccolti dai miei contatti Facebook con i quali ho discusso il tema, in particolare Ivano B., Francesco V. e Stefano Z., che ho copincollato selvaggiamente in questo testo.

1) Google è tenuta a pagare le tasse nel paese dove ha sede fiscale, cioe' nel luogo dove dispone di una organizzazione che genera profitti.

2) Siccome c'è il libero mercato ogni azienda che vende servizi online, e quindi non e' fisicamente legata a un territorio, sceglie la propria sede dove gli è più conveniente. Si chiama ELUSIONE FISCALE. Non è illegale come l'evasione, ma permette di aggirare gli obblighi fiscali sgattaiolando tra le regole.

[Le aziende multinazionali che invece hanno strutture e stabilimenti per la produzione di beni fisici, sono soggette a tassazione dovunque abbiano una "stabile organizzazione" (uffici, persone, stabilimenti), in quota parte per il volume d'affari locale. Ma anche in questo caso, pur avendo piu' centri di prelievo fiscale, i volumi d'affari vengono "spostati" da un paese all'altro secondo convenienza con trucchi contabili, muovendo le spese dove si pagano piu' tasse e i profitti dove se ne pagano meno].

3) In questo modo, Google minimizza i suoi oneri fiscali per i profitti generati in Europa con una sede ufficiale in Irlanda, che manda i soldi alle Bermuda facendoli passare per l'Olanda. E' un meccanismo noto, chiamato "Panino Olandese" (dutch sandwich) perché in questa serie di passaggi l'Olanda si colloca tra l'Irlanda e un paradiso fiscale proprio come il formaggio sta in mezzo a due fette di pane.

[Passando dall'Europa all'Italia, a norma di legge le tasse eluse da Google che possono essere rivendicate dal nostro governo sono quelle legate ai profitti generati dagli uffici italiani di Google a Milano, e non quelle relative a tutte le attivita' di Google nel territorio europeo. Tuttavia la sede milanese non vende servizi a cittadini italiani, ma direttamente alla casa madre, e quindi cio' che in punta di diritto puo' essere rivendicato dall'Italia come mancato gettito fiscale per le attivita' di Google e' una cifra molto prossima allo zero].

4) Il meccanismo dell'elusione e trucchi simili al "panino olandese" sono ampiamente utilizzati da una infinità di compagnie multinazionali, che mettono in fila i buchi nelle legislazioni nazionali per costruire un tunnel attraverso il quale far passare i loro profitti con un prelievo fiscale irrisorio.

5) Purtroppo questo problema è al di fuori delle competenze del nostro governo, e non può essere risolto da una normativa nazionale perché in Europa c'è libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali. Se un'azienda ha sede in Francia o Germania o Irlanda, è liberissima di vendere prodotti e servizi in italia indipendentemente dal fatto se abbia o meno una partita IVA italiana.

6) Un provvedimento nazionale contrario alla libera circolazione di merci, servizi e capitali oltre a essere facilmente impugnabile perché in violazione del diritto comunitario può anche produrre sanzioni significative, di un ordine di grandezza pari a quello del gettito fiscale ottenuto.

7) Oltre a essere segnato da una dubbia legittimità nel metodo, per capire che questo provvedimento è discutibile anche nel merito basta cambiare prospettiva: se una piccola azienda italiana vendesse servizi su Internet (ad esempio suonerie per cellulari, o consulenze on-line per il giusto abbinamento dei vini con le pietanze) e il maggior numero di richieste venisse dal Brasile, cosa diremmo se questa azienda fosse obbligata per legge dal Brasile ad aprire una partita Iva in Brasile, a pagare le tasse ANCHE in Brasile, e a comportarsi come se fosse fisicamente attiva sul territorio brasiliano? Probabilmente diremmo che questo è un pizzo imposto dai brasiliani ingolositi dalla torta dei profitti di quell'azienda al punto da obbligarla per legge a cederne una fetta, con buona pace dei trattati contro la doppia imposizione fiscale.

8 ) Visto che la doppia imposizione fiscale è illegale, mentre l'elusione fiscale è legale, ne dobbiamo concludere che il problema non sono i profitti leciti di Google, ma il fatto che questi profitti leciti siano consentiti dalla globalizzazione dei mercati che in alcuni casi è accentuata da una smaterializzazione dei servizi. Ora che abbiamo individuato il problema, proviamo ad affrontarlo in modo ragionevole e non con provvedimenti contrari al diritto comunitario che rischiano di esporci al rischio di sanzioni

9) La soluzione è quella di trovare un sistema di ARMONIZZAZIONE DELLE POLITICHE FISCALI CON TRATTATI INTERNAZIONALI che affronti il nodo critico della "CONCORRENZA FISCALE" tra paesi, peraltro sfruttata anche da aziende italiane a partecipazione statale maggioritaria per legge, come la nostra Finmeccanica, che a quanto pare ci sta più simpatica di Google, nonostante abbia come "core business" quello dei sistemi d'arma e non quello dell'advertising on-line o del cloud computing.

10) Nel frattempo però, mentre Boccia e i suoi luminari si concentrano su Google, Amazon, Apple e aziende che vendono servizi e prodotti in rete ma comunque nell'ECONOMIA REALE fatta di beni e servizi, ci sfuggono i profitti ben più vasti e sfuggenti dell'ECONOMIA FINANZIARIA, di parecchi ordini di grandezza superiori a quelli di Google, ma curiosamente tassati meno della nostra spesa al supermercato anche quando vengono dichiarati in Italia. Nel nostro Paese il capital Gain, la tassa sui profitti finanziari, attualmente è al 20%, mentre l'Iva, anche per i nullatenenti che i profitti in borsa se li sognano, è schizzata al 22%.

CONCLUSIONI: Spingere la politica in direzione di una lotta all'elusione fiscale realizzata a livello comunitario (con buona pace di tutti i sostenitori di questo provvedimento) è cosa ben diversa da una legge "ad aziendam" su iniziativa unilaterale di uno stato, per giunta raffazzonata al punto da doverla emendare appena proposta, per giunta contraria al diritto comunitario.

Peraltro, un freno fiscale ai profitti globalizzati, col dito puntato sul settore finanziario e sulle speculazioni che ci hanno gettato nell'attuale crisi economica, è proprio quello che chiedeva già nel 2001 il movimento "No-Global" che ha contestato il G8 di Genova, ricevendo come risposta incomprensioni, manganellate e sfottò da parte di chi decantava le magnifiche sorti della globalizzazione.

In breve, il potere politico sta dando ragione alla società civile, che da più di un decennio gli indica il buco finanziario che inghiotte la ricchezza dei popoli, ma dopo averci messo un decennio per guardare il dito che indicava quel buco rotondo, la politica ha deciso di chiuderlo utilizzando un tappo quadrato.

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